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Giulia Piazza

  • I disturbi dell’apprendimento nel bambino: consigli per insegnanti e genitori

    disturbi dell'apprendimento nel bambino

    I disturbi dell’apprendimento nel bambino rientrano tra i disagi in età scolare.

    Più evidenti, infatti, in questa fase perché si manifestano con difficoltà della lettura, della scrittura e del calcolo.

    L’ingresso nella classe prima elementare è di solito cruciale per l’individuazione dei bambini che potrebbero sviluppare uno dei disturbi specifici dell’apprendimento.

    Sono, spesso, insegnanti e genitori a segnalare tali difficoltà.

    I disturbi dell’apprendimento nel bambino

    Con il termine Disturbi evolutivi Specifici di Apprendimento ci si riferisce ai solo disturbi delle abilità scolastiche, e in particolare alla:

    • Dislessia, ovvero il disturbo della lettura;
    • Disortografia, il disturbo della scrittura;
    • Discalculia, il disturbo del calcolo.

    La principale caratteristica è quella della specificità, intesa come disturbo che interessa uno specifico dominio di abilità in modo significativo ma circoscritto, lasciando intatto il funzionamento intellettivo.

    In questo senso, il criterio necessario per stabilire la diagnosi di DSA è quello della “discrepanza” tra:

    • l’abilità nel dominio specifico interessato (deficitaria in rapporto alle attese per l’età e/o la classe frequentata):
    • l’intelligenza generale (adeguata per l’età cronologica).

    Queste tre tipologie di disturbo non devono essere necessariamente presenti nello stesso momento.

    Un bambino con un disturbo dell’apprendimento, infatti, può mostrare difficoltà nell’imparare la matematica, ma non avere difficoltà a leggere, scrivere e avere un buon rendimento in altre materie.

    Questi disturbi sono difficoltà che si manifestano nel bambino fin dalle prime fasi del suo apprendimento quando deve acquisire nuove abilità come la lettura, la scrittura ed il calcolo.

    Tali difficoltà possono dunque persistere, in modo più o meno marcato fino all’età adulta.

    Le cause

    I disturbi dell’apprendimento nel bambino non sono un problema di intelligenza, ma un disturbo di origine biologica.

    L’origine del disturbo determina delle anomalie a livello cognitivo, che influenzano il modo in cui le informazioni vengono ricevute, elaborate e comunicate.

    Bambini e adulti con queste problematiche hanno gravi difficoltà nell’elaborazione delle informazioni sensoriali perché vedono, sentono e capiscono le cose in maniera diversa.

    I disturbi specifici dell’apprendimento non sono causati da disabilità neurologica o sensoriale.

    I bambini, infatti, sono intelligenti, il loro Q.I. è nella norma e presentano adeguate capacità cognitive, visive ed uditive

    La scienza ha fatto enormi progressi nella comprensione del funzionamento del cervello e una della più importanti scoperte che apporta nuove speranze per i disturbi dell’apprendimento è la neuroplasticità.

    Con questo termine si fa riferimento alla naturale e duratura capacità del cervello di modificarsi, formare nuove connessioni e generare nuove cellule in risposta alle esperienze e all’apprendimento.

    Le conseguenze

    Il disagio, la frustrazione, la scarsa fiducia in se stessi, la demotivazione e i problemi della condotta sono una conseguenza delle difficoltà di apprendimento, perché il bambino si rende conto di quanto sia faticoso per lui imparare nonostante l’impegno.

    “Se si impegnasse di più, avrebbe maggiori risultati”.

    “È un bambino intelligente, ma è svogliato”.

    “Non studia, non si applica”.

    Non studiare non è la causa, ma la conseguenza delle difficoltà di apprendimento.

    Ecco perché è importante diagnosticare precocemente tali difficoltà ed intervenire con trattamenti specifici.

    Vediamo ora alcune tipiche manifestazioni dei disturbi dell’apprendimento.

    Difficoltà nell’elaborazione linguistica

    Quando l’insegnante pone una domanda alla classe, il bambino con DSA non elabora immediatamente la risposta, ma continua ad elaborare la domanda ed arriva alla risposta molto dopo gli altri bambini.

    Ha la sensazione che tutto vada molto velocemente e, mentre lui è ancora impegnato nel cercare la risposta, la lezione è già andata avanti.

    Il bambino con tale disturbo è convinto che gli altri parlino molto velocemente, ma in realtà è lui che ha problemi nell’elaborare le informazioni che gli giungono.

    Tempi di attenzione e percezione visiva

    I tempi di attenzione sono diversi da quelli dei bambini senza disturbo;

    I bambini con DSA sono facilmente distraibili.

    Non riescono a concentrarsi su un singolo stimolo, ma sono attratti da tante altre cose contemporaneamente.

    Il bambino con DSA, poi, ha difficoltà a percepire correttamente uno stimolo: vede, ma non dà il giusto significato a ciò che osserva.

    Tale carenza viene spesso confusa con una mancanza di motivazione.

    I problemi specifici dell’apprendimento, però, non hanno nulla a che vedere con la scarsa motivazione, perché causati da un problema di percezione.

    Leggere, decodificare e comprendere

    Il bambino con un disturbo specifico dell’apprendimento ha difficoltà nel percepire la differenza delle lettere a seconda della posizione spaziale.

    Confonde “p”, “d”, “q”, “b” e non riesce a seguire le righe mentre scrive.

    Per questo, leggere e comprendere il testo risulta difficile per lui.

    Inoltre, quando il bambino legge tutte le sue energie sono già state spese per la decodifica del testo (1° compito cognitivo) a spese della comprensione.

    Può però capire e imparare ascoltando: è perciò importante avere materiale verbale inciso su cassette.

    La diagnosi

    La diagnosi di un disturbo dell’apprendimento dovrebbe essere svolta entro la fine della II° elementare. 

    Già nel corso dell’ultimo anno della scuola materna e della I° elementare, però, si possono anticipare alcune valutazioni con l’obiettivo di realizzare attività didattiche-pedagogiche mirate a potenziare le abilità deficitarie.

    La diagnosi deve essere fatta da specialisti esperti, mediante specifici test che consentono di evidenziare il problema in modo specifico e personalizzato.

    Essa permette di ottenere e realizzare aiuti mirati, programmi di riabilitazione e semplici provvedimenti di modifica della didattica.

    Il percorso successivo alla diagnosi è personale e individualizzato a seconda dell’età, delle abilità riscontrate, del livello in cui è presente il disturbo.

    In questa fase, molto importante è garantire la collaborazione tra scuola e famiglia, per sostenere i bambini con queste difficoltà.

  • I disturbi dell’apprendimento in adolescenza: come riconoscerli

    disturbi dell'apprendimento in adolescenza

    La diagnosi dei disturbi dell’apprendimento in adolescenza è sempre più frequente.

    Negli ultimi anni, infatti, i clinici si trovano di fronte ad adolescenti che arrivano per la prima volta in consultazione per un Disturbo di Apprendimento.

    Ancora troppi ragazzi di scuola secondaria non hanno trovato un nome e una causa alle difficoltà e alle frustrazioni che sperimentano quotidianamente.

    Solitamente, infatti, il mancato successo viene attribuito a ragioni generiche, come lo scarso impegno o un non efficace metodo di studio.

    Le difficoltà di apprendimento “invisibili”

    Come anticipato, negli ultimi anni i casi di disturbi dell’apprendimento in adolescenza sono fortemente aumentati.

    Ciò vale sia per studenti già in processo di diagnosi sia con difficoltà di apprendimento non ancora diagnosticate.

    Il Miur stima che il problema riguardi circa 350.000 studenti, solo una parte ha avuto una diagnosi (circa 50.000) mentre gli altri restano “invisibili”.

    Il 17% delle persone che ogni anno chiedono una valutazione per sospetto DSA presso i servizi è costituito da ragazzi di scuole secondarie di II grado.

    E il 92% di loro ha un esito diagnostico positivo per Disturbi dell’Apprendimento.

    Ne consegue che un numero significativo di ragazzi con difficoltà di apprendimento resta “sommerso” per tutti gli anni della scuola primaria e secondaria di I grado.

    I disturbi dell’apprendimento in adolescenza

    Le difficoltà di apprendimento iniziano durante i primi anni scolastici, ma possono non manifestarsi pienamente fino a che la richiesta rispetto a queste capacità colpite supera le limitate capacità dell’individuo.

    Nella scuola secondaria, infatti, cambia l’impostazione metodologica e didattica, prevedendo un incremento di:

    • Lezione frontale;
    • Richieste e le complessità delle spiegazioni;
    • Carico di studio;
    • Ore dedicate allo studio a casa;
    • Lessici specifici;
    • Richiesta di autonomia.

    Nei primi anni di scuola sono richieste prestazioni minori e gli insegnanti, o i genitori, possono non accorgersi di eventuali difficoltà.

    Nella scuola primaria una lettura lenta e inaccurata, difficoltà ortografiche, problemi espressivi o difficoltà nel calcolo, possono passare inosservati, in quanto è il primo anno di scuola.

    I disturbi dell’apprendimento in adolescenza presentano una maggiore discrepanza fra le richieste e le prestazioni, una lentezza esecutiva e una mancanza di autonomia.

    Una discrepanza, cioè, tra ciò che riesce a “dare” in termini di rendimento scolastico e ciò che ci si aspetta da lui.

    Come riconoscerli

    I disturbi specifici dell’apprendimento colpiscono tra il 3% e il 5% dei bambini in età scolare in Italia.

    Diverse sono le tipologie e i segnali da osservare per riconoscerli.

    Dislessia

    E’un disturbo specifico della lettura.

    Si caratterizza per la difficoltà nell’effettuare una lettura accurata e fluente in termini di velocità e correttezza.

    Risulta difficile riconoscere le lettere singole, le sillabe e quindi le parole associandole ai suoni corrispondenti.

    Non c’è un tipo particolare di errore che caratterizza la dislessia, ma piuttosto la frequenza degli errori e la lentezza nella decodifica.

    Errori tipici sono dovuti alla difficoltà nel riconoscere grafemi che differiscono visivamente per piccoli particolari.

    Un altro aspetto riguarda la capacità di procedere metodicamente da sinistra a destra e dall’alto in basso con lo sguardo.

    Un altro errore tipico è l’omissione di parti di parole: possono verificarsi salti di intere parole o addirittura di righe intere.

    Possono esserci anche ripercussioni sull’apprendimento matematico: difficoltà nella decodifica dei simboli numerici, a memorizzare le tabelline, a ricordare sequenze come i giorni della settimana e confusione tra simboli numerici simili.

    Disortografia

    E’ un disturbo specifico della scrittura che si manifesta con difficoltà nell’apprendere ad automatizzare le regole di conversione fonema-grafema e la corretta forma ortografica delle parole.

    Il soggetto fa confusione tra fonemi simili, cioè i suoni alfabetici che si assomigliano.

    Da ciò deriva la sostituzione di grafemi durante la scrittura, l’omissione di parti di parole o l’inversione di grafemi.

    Frequentemente viene tralasciata la doppia consonante.

    Disgrafia

    E’ un disturbo specifico della componente esecutivo-grafica della scrittura, di natura motoria, inerente la difficoltà a imparare a scrivere in modo fluido, armonico e leggibile a causa di un deficit nei processi di realizzazione grafica.

    La scrittura è lenta, frammentata, oppure impulsiva, disorganizzata nello spazio, in gran parte illeggibile.

    Frequentemente è illeggibile anche per il soggetto stesso.

    Infatti, per essere considerata tale, deve incidere negativamente sul soggetto in termini di adattamento nella vita di tutti i giorni.

    Nel caso di uno studente va ad incidere sul rendimento, in quanto si denota come un vero e proprio impedimento alla sua espressione.

    Lettere e parole fluttuano sul foglio non mantenendo l’ordine della riga, si accalcano o sono distanziate rendendo la leggibilità estremamente difficoltosa, se non proprio inaccessibile.

    Discalculia

    E’ un disturbo specifico delle abilità di calcolo, con difficoltà importanti nell’automatizzazione dei processi di calcolo, nell’acquisizione e recupero dei fatti numerici e, in generale, nel comprendere e operare con i numeri.

    I bambini non riescono a fare calcoli in modo automatico, non riescono a fare numerazioni progressive e/o regressive, a imparare le procedure delle principali operazioni aritmetiche e a memorizzare quelli che vengono definiti ‘fatti matematici’, come per esempio le tabelline o altre combinazioni come le somme nell’ambito delle prime due decine.

    Progetto di intervento educativo

    Una diagnosi corretta e completa è fondamentale per la stesura di un progetto educativo e didattico il più mirato possibile al disturbo del bambino.

    La diagnosi serve non per sottolineare le difficoltà del bambino o per etichettarlo, ma per implementare un progetto educativo in cui si possa fornire un aiuto strumentale concreto ed efficace.

    Alcuni consigli e strategie da adottare a scuola per gli alunni con disturbi dell’apprendimento.

    – Se un alunno è dislessico, non bisogna forzarlo ad esempio a farlo leggere ad alta voce, soprattutto davanti ai compagni, perché questo gli creerebbe disagio;

    – Se un alunno è disortografico, non serve a nulla fargli ricopiare le parole che ha sbagliato. Piuttosto, è utile usare il correttore ortografico del computer;

    – Se c’è difficoltà nel memorizzare le tabelline, la strategia mnemonica non servirà a nulla. È più utile invece fornirgli delle regole e formulari che potrà applicare;

    L’adolescente con DSA svilupperà delle strategie per compensare le debolezze che gli permettono di affrontare in maniera abbastanza adeguata le richieste della scuola secondaria.

    E’ in grado, così, di raggiungere livelli di apprendimento funzionali, riducendo le conseguenze negative del disturbo.

    Noi ci occupiamo proprio di progettare percorsi di intervento individualizzati, in seguito alla diagnosi di un disturbo dell’apprendimento, per fornire un supporto al minore individuale ed integrativo nella scuola.

    Contattaci per ottenere tutte le risposte ai tuoi dubbi e alle tue domande: elaboreremo un percorso specifico sulla base delle esigenze di tuo figlio.

  • Bisogni educativi speciali e inclusione: il contesto scolastico

    bisogni educativi speciali e inclusione

    Bisogni educativi speciali e inclusione sono due concetti dei quali oggi sentiamo molto spesso parlare a scuola.

    La scuola dell’inclusione, infatti, riconosce il pieno diritto all’educazione, all’istruzione e alla formazione degli studenti nei loro diversi bisogni educativi speciali.

    In passato, si riteneva efficace una didattica uguale per tutti, e la differenza era trattata come difformità da ricondurre all’uniformità.

    Oggi, invece, la scelta del sistema educativo italiano è quella di formare tutti e ciascuno, riconoscendo e valorizzando le differenze, anche laddove queste rappresentano dei limiti.

    La scuola, dunque, è oggi un ambiente che accoglie e valorizza le diversità, facendone un’occasione di crescita per tutti.

    Dall’esclusione all’integrazione

    Le tappe legislative che hanno permesso di passare dall’istruzione speciale o differenziale ad un processo educativo inclusivo e accogliente, sono le seguenti.

    Fino agli anni ’60, per denominare una certa categoria di alunni (gli attuali disabili) esisteva una variegata terminologia: “anormali, subnormali, irregolari, minorati”, e così via.

    Questi alunni potevano essere educati ed istruiti, ma in strutture speciali e classi differenziali, in ambienti loro dedicati.

    Dagli anni ’70 i primi passi verso l’apertura: la fine della segregazione e l’avvio dell’integrazione anche a livello istituzionale.

    La vera integrazione, però, si deve alla Legge 517/77.

    Ad essa va riconosciuto il merito di aver dato piena attuazione agli art. 3, 34 e 38 della Costituzione nel sistema scolastico del Paese, ponendo l’Italia all’avanguardia rispetto a tutti gli altri Paesi Europei.

    Poi, la Legge 104/1992, un vero traguardo e un attuale punto di riferimento per tutti.

    Si parla di persona “handicappata” intendendo per tale una persona che presenta “una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa e tale da determinare un processo di svantaggio sociale o di emarginazione”.

    La nuova denominazione di “persona handicappata” sottolinea chiaramente che la persona è handicappata, non è minorata.

    Il  deficit origina svantaggi sul piano dell’apprendimento, della relazione e della comunicazione, ove queste difficoltà non ci fossero o fossero ridotte, l’alunno non sarebbe in situazione di handicap.

    Dunque, non è la mera presenza del deficit a produrre l’handicap.

    Oggi con l’ICF (Classificazione Internazionale del Funzionamento della disabilità e della Salute) si parla di limiti alla partecipazione sociale e non più di handicap.

    E’ una disabilità che può originare anche da motivazioni contestuali ed ambientali, considerando la globalità e la complessità dei funzionamenti delle persone.

    L’integrazione

    La scuola, dunque, è chiamata a realizzare non solo l’inserimento, o una mera socializzazione in presenza, ma l’integrazione nella scuola di tutti, in cui si realizzi un intero.

    L’integrazione è un processo costantemente aperto a ricercare il raccordo con l’intero creando costantemente nuove situazioni di apprendimento e di relazione che permettano di fare emergere le diverse abilità, non le disabilità comparate.

    La scuola di oggi, però, vuole puntare oltre l’integrazione: l’obiettivo è l’inclusione.

    Bisogni Educativi Speciali e inclusione

    L’area dello svantaggio scolastico è molto più ampia di quella riferibile esplicitamente alla presenza di
    deficit.

    In ogni classe ci sono alunni che presentano una richiesta di speciale attenzione per una varietà di ragioni:

    • Svantaggio sociale e culturale;
    • Disturbi specifici di apprendimento e/o disturbi evolutivi specifici;
    • Difficoltà derivanti dalla non conoscenza della cultura e della lingua italiana perché appartenenti a culture diverse.

    Sulla base di tali bisogni, viene evidenziata la necessità di elaborare un percorso individualizzato e personalizzato, anche attraverso la redazione di un Piano Didattico Personalizzato.

    Esso è da utilizzare come strumento di lavoro in itinere per gli insegnanti ed abbia la funzione di documentare alle famiglie le strategie di intervento programmate.

    Il Piano Didattico Personalizzato è lo strumento in cui si potranno, ad esempio, includere progettazioni didattico-educative calibrate sui livelli attesi per le competenze in uscita

    La prospettiva dell’inclusione

    L’alunno con disagio o difficoltà non deve essere circoscritto in una ”cornice ristretta” perché si limiterebbe il suo processo di inclusione nel contesto classe.

    In questa prospettiva non ci si rivolge alle condizioni deficitarie, ma a forme di insegnamento e di organizzazione che comprendono già in esse tutti i sostegni e gli aiuti necessari per rispondere alle differenti richieste poste dagli alunni.

    Quindi l’inclusione riconosce che l’attenzione alla diversità degli alunni con disabilità ha reso evidenti le tante diversità di cui si compone la normalità e i tanti bisogni educativi speciali che differenziano i diversi alunni.

    La prospettiva di una scuola inclusiva e di valore è la seguente: fare in modo che tutte queste diversità si sentano incluse in un contesto.

    In questo senso la scuola, in un sistema formativo integrato, svolge un compito importante.

    I docenti sono chiamati ad acquisire nuove consapevolezze in ordine allo sviluppo del pensiero ed alla sua educabilità.

    E’ necessario valorizzare il modo, o meglio, i modi in cui si apprende, modulando l’insegnamento per rapportarsi in modo efficace con tale complessità.

    Questo vuol dire conoscere meglio l’apprendimento, condividere la lettura dei bisogni, i metodi e le strategie più idonei a rispondervi.

    La professionalità docente implica, infatti, la possibilità/necessità di “apprendere ad apprendere”.

    La complessità e la problematicità dell’agire educativo sollecitano una costante apertura a nuove interpretazioni dell’esperienza, a nuove e diverse modalità operative, a nuove conoscenze e competenze, in una prospettiva di lifelong-learning.

    Per approfondire il ruolo dell'”insegnante inclusivo”, le tecniche e le strategie educative, contattaci! 

  • Disabilità e inclusione: due concetti da utilizzare a scuola

    disabilità e inclusione

    Disabilità e inclusione sono due concetti inevitabilmente correlati.

    Circa il 3% degli alunni che frequentano le scuole italiane, da quelle per l’infanzia alle superiori, è portatore di una disabilità.

    La disabilità, secondo l’OMS, è il risultato della relazione tra condizione di salute, fattori personali e ambientali.

    Dunque, quando parliamo di una scuola inclusiva, ci riferiamo alla progettazione di un lavoro scolastico che consideri le implicazioni e gli esiti di tale relazione.

    Norme e documenti, infatti, sottolineano la necessità di approcci collegiali e competenze specifiche.

    Tutto ciò è rispettato nella scuola?

    Disabilità e inclusione

    Una delle caratteristiche distintive della scuola italiana è l’attenzione all’inclusione.

    Per interpretare l’inclusione come modalità “quotidiana” di gestione delle classi, la formazione deve essere rivolta sia agli insegnanti specializzati nel sostegno, che a tutti gli insegnanti curricolari.

    Non significa solo rispondere ai bisogni degli alunni con disabilità, ma innalzare la qualità dell’apprendimento con strategie didattiche inclusive.

    L’obiettivo quindi è ripensare la progettazione curricolare come flessibile e aperta a differenti abilità, attenta all’accrescimento di competenze complementari sviluppate che concorrono al percorso educativo personalizzato degli studenti.

    La “cura educativa” nei confronti dell’alunno disabile si esplica in un percorso formativo individualizzato che privilegia l’aspetto del potenziamento dell’apprendimento e dell’autonomia.

    Un aspetto chiave è inoltre quello della “presa in carico” dell’alunno, che deve essere realizzato da tutta la “comunità educante”, evitando processi di delega al solo docente di sostegno.

    Dunque, per modificare l’atteggiamento culturale sulla disabilità, occorre prendere coscienza di cosa essa significhi, attivando processi empatici, di rispetto, solidarietà e inclusione positiva.

    A dover cambiare, infatti, è la percezione della condizione di disabilità, perché spesso manca la consapevolezza del vissuto dell’altro.

    L’inclusione

    Attualmente, in letteratura, ai termini inserimentointegrazione e inclusione vengono attribuiti significati diversi.

    Il termine inclusione li supera e li ricomprende tutti.

    L’idea di inclusione è un fenomeno biunivoco.

    Non si basa sulla misurazione della distanza che c’è tra il livello dell’alunno diverso e un presunto standard, ma sul riconoscimento della rilevanza della piena partecipazione alla vita scolastica di tutti i soggetti.

    L’inclusione partendo dal riconoscimento degli alunni disabili nella scuola, si apre all’inclusione per tutti i bisogni educativi speciali e accoglie pienamente gli alunni fornendo risposte adeguate a tutte le difficoltà presenti.

    In questo modo, entrambi imparano e cambiano mediante l’esperienza con le persone con disabilità e viceversa.

    Con il termine inclusione si intende un processo, una filosofia dell’accettazione.

    Vale a dire la capacità di fornire una cornice dentro cui gli alunni possano essere ugualmente valorizzati, trattati con rispetto e forniti di uguali opportunità.

    Si tratta di un approccio globale, non unicamente centrato sul singolo disabile, ma che si rivolge a tutti gli alunni e a tutte le loro potenzialità

    Le basi per l’inclusione

    Integrare le persone disabili è una grande sfida, che può essere vinta puntando sulla competenza e sulla collaborazione.

    A scuola occorre formare alle differenze, accogliendole come eterogeneità , attivando percorsi inclusivi intesi come disponibilità.

    Non basta integrare le diversità.

    Occorre invece fare spazio alla ricchezza della differenza, adeguando il noto, gli ambienti, la prassi, di volta in volta, in base ad ogni specifica singolarità.

    Gli orientamenti pedagogici, infatti, affermano la dignità della diversità, valorizzandola come risorsa per l’intero gruppo classe in grado di diventare una classe inclusiva.

    Per fare ciò, occorre partire dalla modifica del contesto scolastico, e non agire soltanto sul soggetto, ma trovando strategie specifiche, adatte alla disabilità e utili alla collettività.

    Progettare l’inclusione a scuola

    Una scuola inclusiva è una scuola che pensa e progetta tenendo a mente proprio tutti.

    È una scuola che sa rispondere adeguatamente alle diversità individuali di tutti gli alunni.

    Una scuola, cioè, che non pone barriere, anzi valorizza le differenze individuali di ognuno e facilita la partecipazione sociale e l’apprendimento.

    Finalità, metodologie, strumenti e sussidi vengono scelti e orientati con  flessibilità: l’alunno è al centro del processo educativo.

    L’insegnante e l’alunno, infatti, sono co-responsabili e co-apprendono insieme.

    La modalità di approccio utilizzata non deve essere centrata solo sugli obiettivi, ma anche sulle relazioni, favorendo gli aspetti affettivi.

    Un approccio, dunque, il più possibile individualizzato, che rispetti le specificità di ciascun alunno, per potenziare le risorse di tutti.

    Si rende, così, possibile il passaggio da un modo chiuso di intendere la scuola, come istituzione volta all’apprendimento, a uno aperto in cui tutto sia, in un certo senso, scuola.

    Una didattica flessibile

     Se non imparo nel modo in cui tu insegni. Insegnami nel modo in cui io imparo.

    L’inclusione richiede necessariamente una strumenti opportuni e metodi flessibili, caratterizzati da percorsi personalizzati proprio perché gli stili cognitivi e le potenzialità di ogni ragazzo sono diverse.

    Dunque, l’inclusione come risorsa porta a personalizzare la didattica e l’alunno è co-protagonista della propria maturazione e del proprio processo di crescita.

    L’offerta formativa viene calibrata sull’unicità che caratterizza il bisogno di ciascun ragazzo.

    Si cura l’accrescimento dei punti di forza e lo sviluppo dei talenti individuali, così come si sostengono le fragilità, attraverso l’utilizzo delle misure compensative o dispensative opportune.

    Per approfondimenti contattateci!

  • La diversità spiegata ai bambini: alcuni spunti e consigli

    la diversità spiegata ai bambini

    Nei precedenti articoli abbiamo parlato della diversità e dell’importanza di educare i bambini a scuola, e a casa, al rispetto delle differenze.

    Fondamentale, dunque, è spiegare ai bambini la diversità, in modo semplice e sincero.

    Non siamo tutti uguali: ognuno di noi ha le proprie caratteristiche, peculiarità che lo rendono unico (per fortuna 😉 ).

    Ed è proprio questo che dovete insegnare ai vostri figli: a vivere in un mondo pieno di diversità, a condividerle e a rispettarle.

    La diversità spiegata ai bambini

    I bambini notano le differenze: non accettano, infatti, tutto e tutti, senza porsi domande.

    Sono, attenti osservatori e notano, come noi adulti, il colore della pelle, un difetto fisico, un comportamento che si discosta da quello che hanno la maggior parte delle persone.

    I bambini percepiscono odori diversi, colori diversi, forme diverse.

    Però non giudicano.

    Fanno domande perché sono curiosi, e vogliono sapere: perché io sono bianco e lui è marrone? Perché io cammino e lui usa la carrozzina? Perché a casa mia non vive un papà e a casa sua sì?

    Come parlare di diversità

    Negare le diversità è una mancanza di rispetto nei confronti di tutti.

    Rispondete alle domande che ti vengono poste in modo semplice e rispettoso, la comprensione dei bambini vi stupirà.

    Iniziate con esempi in cui ci si possa facilmente immedesimare: tu hai tanti capelli mentre il nonno è pelato, tu hai due braccia e quel bambino con emiplegia ha un braccio solo funzionante.

    Dalle differenze possono nascere opportunità.

    Cercate di suggerire momenti di interazione: aiuta il tuo amico che usa solo un braccio a prendere la palla e lui ti mostrerà come allacciarti le scarpe con una mano sola.

    Ricordate sempre ai vostri figli: è impossibile trovare due persone uguali!

    Siamo tutti unici: diverso aspetto, diversi gusti, diversi modi di fare, diversi interessi e diverse abilità.

    Come anticipato i bambini sono curiosi di natura, fanno un sacco di domande.

    Rispondetegli sempre, usando un linguaggio adatto alla loro età.

    Alcuni consigli

    E’ fondamentale iniziare a parlare ai bambini di diversità e, allo stesso tempo, di disabilità, con la stessa naturalezza che usiamo per parlare di altre cose.

    • Parla a tuo figlio delle cose che bambini con o senza disabilità hanno in comune.

    Parti da concetti facili da capire: hanno un naso e una bocca? Indossano una felpa coi personaggi preferiti? Gli piace il gelato oppure la focaccia? Hanno dei gusti proprio come te!

    Guida la discussione per arrivare a bisogni meno materiali come amici, rispetto ed inclusione.

    • I bambini con disabilità possono fare moltissime delle cose che fanno gli altri bambini.

    Magari ci mettono più tempo o hanno bisogno di un aiuto da parte di un ausilio o di un’altra persona.

    Spiegaglielo con un esempio: forse anche tu hai bisogno degli occhiali (ausilio) per vedere meglio o di qualcuno più alto di te (un’altra persona) per prendere i giochi dalla mensola più alta.

    • Fingere che le diversità non esistano serve solo a creare confusione.

    I bambini notano i particolari più incredibili, riconoscono tutti i personaggi dei cartoni che a noi adulti sembrano identici, credete davvero che non si accorgano che un altro bambino non cammini, non parli o che si comporti in modo diverso da loro?

    Diverso significa uguale

    In questo libro, Leone ha 6 anni e detesta mangiare i piselli. Gli piace camminare a testa in giù perché tutto sembra diverso.

    Leone guarda il mondo da un’altra prospettiva e ci presenta i suoi amici.

    Tutti bambini, tutti diversi, tutti uguali. Tutti come lui.

    Uguali perché ognuno di loro ha una peculiarità: paraplegico, cieco, down, rifugiato, diabetico, con due papà.

    Peculiarità narrate con la semplicità e la saggezza che solo i bambini hanno.

    Altre volte invece la disabilità diventa il canale per acquisire super poteri, e così Agata, bambina diabetica, viene presentata come una lottatrice di wrestling con due penne speciali che evitano di far perdere tempo al suo pancreas.

    E la prospettiva cambia. Cambia perché la diversità diventa un dettaglio, una peculiarità di ognuno dei personaggi di questo libro. Una peculiarità come le altre.

    Questo libro, in maniera delicata e potente, sovverte il reale. O forse no.

    Forse è il nostro sguardo a sovvertire il reale.

    La domanda che sorge spontanea è quanto spesso la disabilità diventi il filtro attraverso il quale una persona viene giudicata.

    Forse l’etichetta della disabilità è un costrutto comodo che utilizziamo per interpretare qualcosa di scomodo? Qualcosa nei confronti della quale non sappiamo reagire.

    Questo libro è interessante perché mette sullo stesso piano disabilità, differenze razziali e culturali.

    E lo fa senza paura, con la delicatezza del punto di vista dei bambini.

    E’ proprio così che va affrontato con i bambini il tema della diversità.

  • Per una educazione democratica, attiva e responsabile

    educazione democratica

    L’educazione democratica è un insieme di principi ed esperienze unite ad una pratica organizzativa di tipo democratico che riconosce ai ragazzi la capacità di decidere in modo attivo e autonomo.

    Decidere come, quando, cosa, dove e con chi imparare e condividere in modo paritario le scelte che riguardano i loro ambiti organizzativi.

    Inevitabilmente, il contesto privilegiato per la messa in opera di principi e pratiche democratiche così intesi è la scuola.

    Cosa è l’educazione democratica

    L’educazione democratica, o educazione libertaria, è una teoria che pone al centro del processo educativo la persona e non i meri concetti da apprendere.

    Al centro vi è la persona con le proprie capacità e interessi personali.

    In tale sistema, infatti, non esiste un’idea predefinita di buon adulto che si cerca di inculcare ai bambini.

    L’intento è, anzi, quello di spingerli a diventare se stessi e ad essere felici seguendo le proprie inclinazioni e coltivando i propri talenti.

    Il bambino merita ed è in grado di comprendere spiegazioni sin da quando è piccolissimo.

    Al centro del processo educativo c’è, dunque, la persona in tutta la sua individualità.

    Tale educazione insegna l’autonomia e l’indipendenza e spinge a nutrire la fiducia in se stessi partendo dalle proprie risorse interiori, senza cercare motivazione e sostegno nell’approvazione esterna.

    La scuola democratica

    ll contesto privilegiato per l’attuazione di tali principi e pratiche democratiche, come anticipato, è la scuola.

    La scuola è, infatti, la prima esperienza sociale del bambino.

    Affinché sia veramente tale è necessario che sia aperta a tutti e dunque a persone di diverse origini sociali, religiose, familiari.

    Le classi sono formate in modo eterogeneo per favorire la costruzione di uno spazio sociale comune.

    A scuola il ragazzo incontra altri ragazzi che non fanno parte della sua comunità e della sua famiglia.

    Ed è con loro che già a scuola sarà chiamato a costruire un patto di convivenza e di solidarietà.

    Non basta, tuttavia, democratizzare l’accesso alla scuola: è necessario rendere democratico il l’apprendimento scolastico.

    Per raggiungere questo obiettivo la scuola deve favorire l’acquisizione diffusa di strumenti culturali: imparare a pensare e imparare a vivere insieme.

    La scuola che permette a tutti gli allievi di imparare e di costruire un patto di convivenza e cittadinanza è una scuola che non seleziona e non pratica una pedagogia dell’addestramento.

    Ma quali sono i principi pedagogici a cui si deve far riferimento per aiutare tutti ad apprendere?

    I principi pedagogici

    In una scuola democratica gli studenti partecipano attivamente alle decisioni che riguardano la formazione e la vita scolastica.

    Al bambino viene riconosciuta piena capacità di scegliere.

    L’apprendimento nelle scuole democratiche e in tutti i contesti educativi di tipo libertario comprende lo sviluppo di ogni talento e capacità della persona in modo armonico e integrale.

    L’educazione libertaria fonda la relazione educativa adulto-bambino sul riconoscimento di tali capacità quali mezzi per lo sviluppo dell’autonomia e della libertà di scelta dei bambini.

    I bambini sono sempre portatori di esperienze, competenze e inclinazioni dotate di valore.

    L’apprendimento, per essere realmente efficace e significativo, deve partire, o comunque deve connettersi, con le esperienze personali e pregresse, capacità o talenti degli studenti.

    Esso, infatti, deve suscitare e far emergere un’attività mentale, per favorire la comprensione e la competenza.

    In questo senso, è molto importante che, facendo incontrare agli studenti i saperi e le discipline, questi ultimi non vengano presentati come verità definitive, come oggetti compiuti, ma come il parziale risultato di una continua ricerca.

    Gli allievi devono sapere che le conoscenze sono state costruite per rispondere a problemi che ci è trovati storicamente ad affrontare.

    L’educatore-accompagnatore

    Ha il compito di affiancare lo studente in un comune processo di indagine, scoperta e creazione che è alla base del conoscere.

    L’educazione libertaria riconosce nell’esperienza pregressa dell’educatore e del bambino, e nelle domande di quest’ultimo, il patrimonio attraverso il quale può essere generata nuova conoscenza.

    Bambino e adulto, infatti, possono definire dei progetti di apprendimento condivisi.

    Questi devono essere sempre calibrati sulla base degli interessi e capacità dei bambini.

    Lo sviluppo ulteriore dell’apprendimento è guidato dalle domande spontanee poste dai bambini.

    Dunque, l’adulto lavora sulla capacità di sostenere le energie espresse facendosi “neutro”:

    • Privilegiando l’ascolto;
    • Offrendo delle opportunità di indagine ai bambini;
    • Favorendo un impegno interessato, stimolato da esperienze concrete e supportato da dinamiche di mutuo aiuto tra i bambini.

    Incarna un approccio al processo del conoscere che valorizza fatica e riflessione critica per raggiungere i risultati e riconoscere gli errori.

    Gli “errori” vengono identificati come opportunità in un comune processo di riflessione  e rielaborazione al fine di favorire l’autocorrezione.

    L’educatore ha cura di stimolare nel bambino il processo ricerca, autoapprendimento e autovalutazione.

    La logica dell’imparare facendo

    Imparare attraverso il fare.

    Per comprendere e memorizzare, sembra che la strategia migliore sia l’apprendere attraverso il fare, attraverso l’operare, attraverso le azioni.

    Naturalmente, non si apprende attraverso il semplice fare, la semplice attività non accompagnata dal pensiero, dalla riflessione.

    Attraverso le semplici azioni si memorizzano azioni meccaniche.

    Per comprendere, infatti, deve intervenire la riflessione, il pensiero.

    Occorre riflettere, pensare, acquisire consapevolezza delle azioni.

    “Se ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio capisco”

    Com’è nata l’educazione libertaria

    Il primo a teorizzarne i pricipi fu il filosofo e pedagogista statunitense John Dewey.

    La più antica scuola democratica, tuttora esistente, è la in Scuola di Summerhill che fu fondata in Germania da Alexander Neill nel 1921 e poi trasportata a Leiston, nel Regno Unito.

    I numerosi libri scritti da Neill costituiscono la base teorica dell’educazione democratica.

    Un’esperienza di scuola libertaria

    La Scuola di Summerhill è libertaria, non repressiva: si basa sulla libertà e il rispetto assoluto del bambino, senza imposizioni e coercizioni che invece sono alla base della scuola e della famiglia tradizionale.

    E’ una scuola fondata sul rispetto della libertà, degli adulti e dei bambini, che si trovano sullo stesso piano.

    Le lezioni non sono obbligatorie ma facoltative e i bambini le scoprono autonomamente quando iniziano a capire i loro interessi e smettono di essere obbligati a farlo.

    Non c’è autorità e ogni bambino può decidere autonomamente cosa fare: anche solo ed esclusivamente giocare.

    Non ci sono esami né voti, graduatorie e giudizi che hanno lo scopo fin da piccoli di sviluppare competizione e frustrazione, confronto negativo con i compagni, stress, ansia e infelicità.

    Le decisioni sono prese in gruppo, in un’assemblea di ragazzi e adulti dove ciascuno conta esattamente quanto gli altri.

    La pedagogia a cui si riferisce Neill è basata essenzialmente sull’attenzione e sull’ascolto del bambino che in condizioni il più possibile naturali riesce ad esprimersi, a svilupparsi, ad orientarsi, ad autoregolarsi.

    Tali considerazioni possono fornire spunti di riflessione non solo sulla scuola e gli insegnanti ma anche agli stessi come genitori.

    Lasciare libero il bambino di esprimersi, svilupparsi e autoregolarsi, senza fornire regole o limiti eccessivi, ascoltarlo, calibrando le attività sulla base dei suoi interessi e potenzialità, può favorire una crescita armonica e integrale.

  • Educare alla diversità a scuola: spunti pratici e buone pratiche

    diversità a scuola

    La diversità a scuola è una componente intrinseca a tutte le attività e a tutti i rapporti, tra alunni e tra insegnanti.

    Ognuno è, infatti, portatore di una propria diversità poiché possiede delle caratteristiche che lo rendono differente dagli altri, unico e speciale.

    Oggi una delle sfide più difficili da affrontare a scuola non è quella di annullare ogni distinzione ma di includere le caratteristiche specifiche di ognuno in un disegno collettivo e condiviso.

    In questo modo, le differenze possono rappresentare una grande risorsa e arricchimento.

    Ma, come educare alla diversità a scuola? Quali strategie e pratiche utilizzare?

    La diversità a scuola

    Oggi più che mai la scuola deve educare gli studenti a considerare il diverso non come un pericolo per la propria sicurezza, ma come risorsa per la crescita.

    Una vera pedagogia della differenza non si esprime in prediche o in tecniche di persuasione, ma sperimentando quotidianamente la realtà di una scuola come una comunità di diversi, che non emargina chi non è uguale o chi non è in grado di seguire il ritmo dei migliori.

    È chiaro che, perché tutto ciò avvenga, è necessario porre come elementi centrali della relazione educativa:

    • L’ascolto;
    • Il dialogo;
    • La ricerca comune;
    • L’utilizzo di metodologie attive.

    Queste ultime, in particolare, sono in grado di sviluppare le capacità critiche di porsi delle domande, di imparare a mettersi nei panni altrui, di attivare delle reti di discussione, di uscire dagli schemi, di essere creativi e divergenti.

    Non è impossibile: basta soltanto una buona dose di volontà e tanta creatività 😉

    Educare alla diversità

    La scuola è il luogo d’incontro e di relazione; è, del resto, l’esperienza formativa di ciascuno di noi è caratterizzata da continue presenze dell’altro.

    Entrare in relazione con l’altro ovviamente significa entrare in contatto con un’altra identità, cioè con qualcuno che è diverso da me. 

    In questo modo, oltre a conoscere maggiormente la mia identità, posso anche arricchirmi grazie all’alterità.

    La  scuola ha proprio la caratteristica  di essere il luogo di incontro di tutti.

    Un luogo in cui si producono le diversità, dove diversità significa estrema ricchezza data dalle peculiarità di ciascuno, senza omologare o assimilare l’altro nel  gruppo o  conformare.

    Raccontarsi e ascoltarsi a scuola, renderebbe più fluide le relazioni, il confronto e la crescita.

    Per una didattica interculturale

    Vi starete chiedendo in quale modo promuovere una didattica inclusiva per educare alle diversità a scuola.

    Innanzitutto, occorre tenere presente questi obiettivi:

    • Imparare il significato di stereotipo;
    • Riconoscere uno stereotipo;
    • Scoprire la cultura altrui;
    • Rappresentare le peculiarità della cultura degli altri;
    • Capire e condividere la propria cultura;
    • Comprendere la differenza fra apprendere e giudicare.

    I percorsi interculturali devono prevedere esercizi di gruppo ed esperienze ludiche che intendono promuovere la partecipazione attiva e favorire il pluralismo.

    Ecco qualche esempio.

    Proposte didattiche

    La lettura di libri e brevi racconti, con immagini significative. è sempre un’ottima base di partenza.

    Incentivate poi, prendendo come spunto il libro appena letto, la conversazione e lo scambio di idee, per favorire l’accettazione, il rispetto, la conoscenza dell’altro e la conoscenza di sé e delle proprie peculiarità.

    In questo senso, per incentivare la conoscenza delle proprie capacità, potete realizzare una caccia al tesoro nella quale il tesoro sono i talenti dei compagni.

    Ogni alunno compila una scheda individuale nella quale deve indicare le qualità che riconosce a se stesso e quelle che riconosce in altri compagni a scelta.

    Così, se conosco me stesso, posso mostrare agli altri le mie qualità e nello stesso tempo riconoscere le qualità negli altri e apprezzarne il valore.

    Sempre in relazione alla peculiarità dei talenti di ciascuno è possibile realizzare con gli alunni l’albero dei talenti.

    Ogni bambino disegna un se stesso/albero e come frutti disegna e scrive i propri talenti specifici.

    Ciò che emergerà saranno tanti alberi con tanti frutti diversi: ognuno è diverso, ognuno è unico e speciale, per fortuna 😉

    Fondamentale è utilizzare sempre metodologie didattiche attive, incentrate sul gruppo, che prediligono lo scambio di idee e di opinioni.

    Alcuni libri interessanti

    Il primo che vi propongo è il libro “Qualcos’altro”.

    Racconta la storia di Qualcos’altro che viene messo da parte dai compagni perché lo ritengono diverso da loro.

    Nel corso della storia, Qualcos’altro, dopo aver commesso lo stesso errore nei confronti di un nuovo compagno, comprende che anche nella diversità si può trovare il modo di stare bene insieme.

    Un altro libro si intitola “La scimmia”, che imita gli umani in quanto vuole con tutte le sue forze essere umana, ma poi si rende conto che ciò che importa per stare bene è essere se stessi.

    “E tu di che colore sei?” è un libro nel quale una bambina di sei anni ha una famiglia che le vuole bene, un gatto e tanti amici. Va a scuola volentieri, ma non le piace la matematica, preferisce andare a judo e al parco a giocare.

    Una bambina molto curiosa che si ritrova a farsi tante domande: “Ci sono bambini bianchi, bambini neri, bambini gialli… e allora? Che c’è di strano? Anche i calzini sono di tanti colori diversi, ma nessuno ci trova nulla di male”.

    Un altro libro che vi consiglio è “Va bene se…”, in quanto può essere di grande aiuto ai più piccoli nella comprensione e accettazione delle proprie e altrui diversità.

    Il nasone un po’ più grosso della media non è un problema! Anzi, è davvero simpatico. E se hai gli occhiali? O le rotelle sotto i piedi? E se vieni da un posto lontano lontanissimo? Non importa…

    Va bene essere diversi. Ognuno è speciale, importante, unico. E tu lo sei. Sai perché? Semplicemente perché tu sei tu e vai bene così.

    Affrontate il tema della diversità con i bambini, non evitatelo, non abbiate paura; se vi fanno una domanda rispondete con sincerità.

    Per altri spunti, idee o approfondimenti contattateci 😉

  • Lo spazio dell’incontro e la diversità come risorsa e occasione di crescita

    diversità come risorsa

    Pensare e vivere la diversità come risorsa e come occasione di crescita presuppone comprendere il concetto di intercultura. 

    Tale termine fa riferimento al modello di convivenza e conoscenza delle società attuali tipicamente multiculturali.

    Un modello, cioè, che vede il medesimo spazio abitato da etnie, religioni e culture differenti, con identità proprie, che collaborano e convivono.

    In questo senso, il traguardo non è la semplice accoglienza, bensì la creazione di una cultura condivisa che nasce dal confronto reciproco, dal dialogo e dall’incontro.

    Stereotipi e pregiudizi

    Questi termini sono spesso associati e accomunati, ma in realtà hanno significati completamente differenti.

    Lo stereotipo è un modello fisso di conoscenza e di rappresentazione della realtà.

    Infatti, l’uomo ha una tendenza a classificare, a dare un orientamento, a volere controllare l’ambiente circostante e a volere mantenere quest’ordine il più costante e protetto possibile.

    Una concezione orientata in questo senso è proprio all’origine del concetto di stereotipo, concetto che ci aiuta a semplificare le differenze che incontriamo, per renderle più accettabili e affinché non siano causa di paura o preoccupazione.

    Questa tendenza di “categorizzazione” viene estesa inevitabilmente anche ai popoli, ai gruppi umani e alle persone.

    Possiamo dire che:

    Lo stereotipo è l’anticamera del pregiudizio.

    Il pregiudizio, infatti, è una valutazione che precede l’esperienza, un giudizio formulato a priori, prima di disporre dei dati necessari per conoscere e comprendere la realtà.

    Questa caratteristica del pregiudizio fa sì che esso sia potenzialmente sbagliato, poiché l’informazione risulta insufficiente.

    Un concetto e un giudizio errato sono sempre possibili, ma essi si trasformano in pregiudizio quando rimangono irreversibili nonostante nuovi dati conoscitivi.

    Dunque, lo stereotipo è prevalentemente cognitivo, ovvero ci dice quale concezione le persone hanno di un determinato gruppo, mentre il pregiudizio è un vero e proprio atteggiamento.

    L’unico modo per andare oltre gli stereotipi e i pregiudizi è quello di conoscere e incontrare l’altro: incontrarlo, ascoltarlo, capirlo e accettarlo.

    Contro i pregiudizi

    Ogni cultura è fatta di pregiudizi e agisce attraverso i pregiudizi.

    Essi possono essere molteplici, ma comunque capaci di vincolare il ragionamento e di orientare le scelte d’azione.

    I pregiudizi socio-culturali, connessi all’ideologia, sono custoditi dai gruppi e sono assunti inconsapevolmente dalle persone.

    Agiscono, quasi sempre in modo inconscio, nel linguaggio, nei comportamenti, nelle reazioni, fino alle credenze e ai principi.

    Il pregiudizio è mobile e sottile, si infiltra in ogni dove, ed è proprio lì che va trovato e smascherato.

    La diversità come risorsa

    Tra i tanti compiti educativi quello che forse risulta più difficile è insegnare ad accettare e rispettare l’altro indipendentemente dal colore della pelle, dalla religione, dalle diversità sociali e culturali.

    Spesso la diversità è vista come un problema, un ostacolo, e non come risorsa per il confronto, lo scambio di idee e la crescita personale.

    Accettare la diversità non significa soltanto accettare chi è diverso da noi, ma anche di “vederlo” come un’opportunità di crescita e non come una minaccia.

    Vederlo come un portatore di idee, esperienze e valori che non conosciamo, che in realtà possano arricchirci e aiutarci a comprendere meglio il mondo che ci circonda.

    È proprio attraverso la diversità, infatti, che si arriva alla conoscenza.

    C’è una metafora che spiega tutto molto bene:

    “ciascuno di noi contribuisce con la sua tessera al grande mosaico del sapere umano”.

    Anche senza una sola tessera il mosaico sarebbe incompleto.

    Le tessere del mosaico possono avere varie forme, colori e dimensioni.

    Proprio per questo il mosaico alla fine è così bello 😉

    Il valore della diversità

    Il suo valore sta proprio nell’accettazione dell’altro, nell’amicizia autentica, nello scambio e nel rispetto reciproco, dove ognuno è portatore di conoscenze e comportamenti propri.

    Ognuno è portatore di un proprio bagaglio di risorse e conoscenze, ognuno è un talento, una capacità, un valore da rispettare, da scoprire proprio nell’incontro con le diversità.

    La scoperta del valore educativo della diversità sa attivare atteggiamenti di ascolto-conoscenza di sé e modulare relazioni positive con gli altri, nelle quali ci si confronta, ci si libera da ogni forma di pregiudizio, facendo vivere due dimensioni: il rispetto e la condivisione.

    Dunque, la diversità è ricchezza.

    Lo spazio dell’incontro

    L’intercultura ha il compito di sfidare i pregiudizi, i canoni cognitivi, e ci conduce oltre le identità, pur non negandole, e verso un nuovo orizzonte costruito sull’incontro e sul dialogo.

    Ci conduce verso un orizzonte nuovo, di vita, di relazione, di scambio in cui la regola è porsi con gli altri, accordarsi insieme e far maturare spazi comuni, rispettosi delle differenze.

    Tale orizzonte, però, la maggior parte delle volte, rimane fermo al pluralismo e non si innalza a risorsa, a occasione di crescita.

    Per pensare la diversità come risorsa e occasione di crescita, è necessario sviluppare quattro percorsi ideali:

    • La teorizzazione dell’incontro come spazio fisico e mentale, che si apre al riconoscimento reciproco delle differenze;
    • L’individuazione del dialogo come linea guida, che sia aperto, critico e autocritico;
    • Il riconoscimento della dimensione mondiale e planetaria dell’uomo che vive in una società multiculturale, e la sua relativa formazione;
    • L’importanza della scuola per fare intercultura, sia nelle relazioni sia negli apprendimenti.

    In questo senso, l’educazione e la formazione risultano essere l’unico mezzo per oltrepassare l’appartenenza, i pregiudizi, le chiusure, ed entrare, invece, nello spazio del pluralismo, di incontro e di dialogo.

    Educare alla diversità a scuola

    La scuola è il luogo privilegiato in cui ci avviamo alla costruzione del nostro futuro e alla scoperta del mondo che ci aspetta, oltre i confini dei nostri amici e della nostra famiglia.

    E’ il luogo nel quale entriamo in relazione con l’altro e facciamo le prime esperienze di socializzazione.

    Entrare in relazione con l’altro vuol dire entrare in contatto con un’altra identità, cioè con qualcuno che è diverso da sé.

    Il contesto scolastico rappresenta, infatti, il luogo in cui bambini e ragazzi iniziano a strutturare la propria personalità, i propri valori.

    Uno dei compiti della scuola dovrebbe essere quello di educare alla differenza, all’altro, per creare i presupposti di una cultura dell’accoglienza e aiutare a percepire la differenza non come un limite alla relazione, ma come un valore e una ricchezza.

    Ma, quali strategie e tecniche utilizzare per educare alla diversità come risorsa?

    Seguiteci: tanti consigli e spunti pratici saranno presentati nei prossimi articoli 😉

  • Diversità e integrazione. Le basi per un’educazione interculturale

    diversità e integrazione

    Negli ultimi decenni, la società in cui viviamo ha assistito a grandi trasformazioni e cambiamenti in senso multiculturale.

    La causa è da attribuire ai processi migratori, agli scambi tra culture diverse e alla globalizzazione.

    Tali fenomeni hanno, infatti, posto alla società attuale nuove problematiche e nuove emergenze educative e sociali.

    Concetti come diversità e integrazione, accoglienza e spazio dell’incontro, dialogo costruttivo sono divenuti fondamentali per fronteggiare tali emergenze.

    L’educazione interculturale riguarda proprio questo: teorie e strategie per incontrare, accogliere e rapportarsi con le diversità, etniche e culturali.

    Vediamo insieme, in questo articolo, quali sono le basi della pedagogia interculturale, da conoscere e da promuovere sia a scuola che in famiglia.

    Multicultura e intercultura

    Ogni cultura non ha confini netti e separati, non coincide necessariamente con un determinato territorio, ma si presenta come un insieme complesso caratterizzato da incroci e scambi.

    Da sempre infatti le culture si sono intrecciate le une alle altre e sono state sottoposte a varie influenze, dovute a scambi, commerci, guerre, migrazioni.

    A maggior ragione, oggi, con l’aumento dei flussi migratori e della globalizzazione non si può pensare ad un territorio costituito da un’unica cultura chiusa in se stessa.

    Gli scambi e i contatti con differenti culture sono inevitabili.

    Tuttavia, non è più sufficiente un approccio multiculturale, che mette in atto soltanto una netta separazione fra le diverse culture, senza riconoscerle e valorizzarle.

    È proprio in questa situazione che risulta fondamentale promuovere un approccio pedagogico interculturale.

    Una pedagogia, cioè, attenta alle diversità fra le culture, volta all’interazione reciproca e all’integrazione.

    In questo senso, occorre affrontare il rapporto con le altre culture e con la differenza su due registri distinti:

    • L’accoglienza all’altro come incontro/scontro democratico e non violento;
    • La convivenza con le differenze per contribuire allo sviluppo dei processi di globalizzazione, interdipendenza e comunicazione interpersonale.

    Da una società multiculturale a una società interculturale

    Passare da una società multiculturale a una interculturale non è però automatico, per il semplice motivo che la cultura multiculturale risulta ormai da tempo consolidata.

    Ad impedire la costruzione di una società disponibile al confronto e allo scambio culturale, vi sono  atteggiamenti contradditori e resistenze messe in atto dalla popolazione autoctona.

    Infatti, il passaggio da una società multiculturale, caratterizzata dalla presenza di culture tra loro separate, ad una società interculturale, caratterizzata invece da interazione e integrazione delle differenze fra le varie culture, richiede un preciso progetto pedagogico.

    Un progetto cioè finalizzato alla costruzione e allo sviluppo di un pensiero:

    • Aperto e flessibile;
    • Problematico;
    • Antidogmatico;
    • Decentrato dai propri riferimenti mentali e morali.

    Tale pensiero sarà in grado di riconoscere e comprendere le differenze e le analogie con le altre culture.

    Oggi l’intercultura rappresenta il più alto grado di civilizzazione e va perseguita, nella società e nelle scuole, secondo l’approccio che assume la “diversità come normalità”, capace di introdurre l’educazione interculturale come progetto trasversale e interdisciplinare, a scuola e in famiglia.

    L’intercultura

    Il termine interculturale indica:

    una situazione di interazione e di integrazione fra le diverse culture, caratterizzata da pluralismo culturale, incontro e confronto democratico.

    Non indica, dunque, soltanto una compresenza su uno stesso territorio, di popoli diversi per etnia, lingua e cultura.

    Non è una realtà statica del fenomeno migratorio, che vede l’esistenza di una pluralità di popolazioni su uno stesso territorio, senza comportare necessariamente confronto, apertura, scambio, reciprocità e incontro.

    L’intercultura presuppone l’idea e l’impegno a ricercare forme, strumenti ed occasioni per sviluppare un confronto e un dialogo costruttivo e creativo.

    E’ infatti un concetto dinamico, che vede la volontà di riconoscere e accogliere le differenze e le diversità senza annullarle, bensì valorizzandole.

    Confronto, dialogo e ascolto

    Pluralismo e differenza possono costituire la base su cui è possibile costruire l’incontro e il confronto con l’altro che, se autentici, scaturiscono nel dialogo, che è insieme capacità di ascolto e di interazione.

    Il dialogo presuppone l’ascolto, vale a dire la capacità di intendere i problemi dell’altro attraverso le “sue” parole e i “suoi” bisogni.

    L’ascolto richiede la capacità di empatia, ossia la capacità di indossare i panni degli altri per vivere l’esperienza dall’altro punto di vista.

    In questo senso, si parla di ascolto attivo, capace, cioè, di porre attenzione alla comunicazione dell’altro senza formulare giudizi.

    È un atto intenzionale che impegna la nostra attenzione a cogliere quanto l’altro ci riferisce sia in modo esplicito che implicito, sia a livello verbale che non verbale.

    Il pensiero interculturale

    L’intercultura è un vero e proprio un modo di essere del pensiero che si conquista a livello di conoscenza, comprensione ed interpretazione dell’alterità.

    Essa infatti implica, e comporta, la pratica di un pensiero plurale e di una relazione ricca e creativa.

    Un pensiero complesso: disponibile a conoscere e a confrontarsi con una pluralità di approcci e punti di vista, non dando niente per scontato e rimettendo in discussione quanto già acquisito.

    Richiede necessariamente apertura e flessibilità.

    Così attrezzato il pensiero costituisce uno strumento efficace per esplorare i livelli di interazione e di integrazione tra le varie lingue e culture.

    Il pensiero interculturale è, dunque, fondamentale per reggere la sfida della complessità e del cambiamento, utilizzando le categorie del confronto e della cooperazione piuttosto che quelle del conflitto e della chiusura.

    La pedagogia interculturale

    Si pone come obiettivo la riflessione sulla diversità culturale e, più in generale, sul tema dell’alterità.

    Si preoccupa di facilitare la conoscenza reciproca e la disponibilità allo scambio e all’incontro, secondo un’ottica di cambiamento.

    Essa lavora, infatti, non solo per l’integrazione, ma anche per l’interazione, riconoscendo così il ruolo ineliminabile delle differenze, per fare in modo che culture diverse convivano senza ignorarsi.

    La pedagogia interculturale educa alla flessibilità cognitiva, aiutando la decostruzione di schemi mentali rigidi, al riconoscimento e all’interazione positiva con la diversità, ed infine alla capacità di convivere con l’incertezza.

    Ha come meta la formazione di persone con le seguenti competenze:

    • Mentali, quali capacità di problem solving, consapevolezza della relatività, contestualità e storicità delle culture;
    • Relazionali, ovvero capacità di confronto e dialogo con l’alterità, interesse per le diversità, capacità di empatia e di messa in discussione;
    • Valoriali, ossia solidarietà, coesistenza pacifica e responsabilità.

    Per questi motivi, l’educazione interculturale deve essere promossa a scuola e in famiglia, per educare le giovani generazioni ad accogliere e riconoscere le diversità.

    Nei prossimi articoli affronteremo sempre il tema della diversità, proponendo strategie e tecniche pratiche per educare alla diversità e viverla come ricchezza e risorsa.

    Seguiteci 😉

  • Il progetto di vita delle persone con disabilità

    progetto di vita

    Quando parliamo di progetto di vita, intendiamo il progetto individuale di una persona disabile.

    Un progetto volto all’esclusiva ricerca del benessere per tale persona, secondo un’ottica migliorativa ed inclusiva.

    Consiste, infatti, proprio nella costruzione e nella pianificazione del suo futuro, sulla base di tappe di vita progettate e pensate sulle sue necessità e bisogni.

    Aspetti normativi

    La Legge n 328/2000 “Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali” prevede che, affinché si ottenga in pieno l’integrazione scolastica, lavorativa, sociale e familiare della persona con disabilità, si predisponga un progetto individuale per ogni singola “persona con disabilità fisica, psichica e/o sensoriale, stabilizzata o progressiva (art. 3 L. 104/92).

    Attraverso tale progetto è possibile creare percorsi personalizzati in cui i vari interventi siano coordinati in maniera mirata, massimizzando così i benefici effetti degli stessi.

    Nello specifico, il Comune è tenuto a predisporre, d’intesa con la A.S.L, un progetto individuale, indicando i vari interventi sanitari, socio-sanitari e socio-assistenziali di necessita la persona con disabilità, nonché le modalità di una loro interazione.

    Il progetto individuale, infatti, è un atto di pianificazione che si articola nel tempo e sulla cui base le Istituzioni, la persona, la famiglia e la stessa Comunità territoriale possono/devono cercare di creare le condizioni affinché quegli interventi, quei servizi e quelle azioni positive si possano effettivamente compiere.

    Il progetto di vita

    Il Progetto Individuale ha una grande importanza e persone con disabilità: è’ un loro vero e proprio diritto per le persone.

    Nel Progetto Individuale infatti vengono scritti tutti i desideri e i bisogni delle persone con disabilità e in questo modo si possono creare dei supporti per aiutarle a fare ciò che desiderano.

    Può essere definito come un piano d’azione. una intenzione, che richiede una capacità di valutare il futuro, anche in base ad una valutazione del passato e del presente, ed una conseguente capacità metodologica volta alla scelta e alla predisposizione dei mezzi necessari per la concreta realizzazione del piano stesso.

    Tracciare un progetto individuale però non è affatto un’impresa semplice.

    Gli impedimenti, gli ostacoli che quotidianamente si presentano, fanno comprendere la difficoltà di poter progettare percorsi orientati all’autonomia, cognitiva, sociale, lavorativa, della persona disabile.

    Cosa è e cosa comporta

    E’ un documento programmatico a medio-lungo termine che pianifica la piena realizzazione esistenziale della persona con disabilità.

    Nello specifico, si tratta di organizzare l’insieme dei sostegni e delle opportunità che la accompagnano nel corso complessivo della vita, sulla base:

    • Dell’evoluzione dei bisogni, delle aspettative e dei desideri personali;
    • Del funzionamento individuale che agli ecosistemi in cui è inserita.

    Il piano individuale dovrà essere fortemente ancorato alle competenze richieste da adulto, per potersi considerare esaustivo e orientato alla globalità della persona.

    Infatti, assume rilevanza soltanto se è in grado di sviluppare nello studente un percorso identitario autonomo.

    Lo studente con bisogni educativi speciali che, spesso, incontra difficoltà nel compiere scelte consapevoli deve essere costantemente supportato affinché il suo diritto di autodeterminazione si concretizzi nello spazio e nel tempo educativo e orienti il Progetto.

    Il progetto di vita e la scuola

    A scuola si presta sempre più attenzione ai concetti di inclusione, diversità e disabilità.

    Insieme all’attenzione verso la diversità  e alla valorizzazione di un contesto che favorisca l’inclusione, la progettazione didattica diviene l’occasione e la modalità per ripensare a diverse forme di allineamento.

    Lo sviluppo negli ultimi anni del costrutto della Qualità della Vita offre un potenziale scenario per ripensare percorsi personalizzati volti alla realizzazione della migliore condizione di vita per tutti i soggetti e, in particolare, per le persone con disabilità.

    Parlare di Qualità della Vita significa adottare una prospettiva longitudinale, poiché quest’ultima si modula nello spazio e nel tempo coinvolgendo l’intero arco di vita e tutti i contesti significativi per la persona.

    Tale costrutto permette di pensare alla progettazione in termini di Progetto di Vita.

    Si parla, a tal proposito, di presa in carico dell’alunno con esigenze speciali, al fine di sottolineare la necessità di un approccio globale e multidimensionale nella costruzione di una progettualità.

    Una progettualità esistenziale che sia ancorata all’essenza della persona (peculiarità, bisogni, desideri, aspettative ecc.) e che tenda alla promozione e allo sviluppo consapevole dell’identità personale.

    Pensare alla Qualità della Vita per uno studente con disabilità corrisponde a un:

    “pensare doppio, nel senso dell’immaginare, fantasticare, desiderare, aspirare e volere e contemporaneamente anche del preparare le azioni necessarie, prevedere le varie fasi, gestire i tempi, valutare i pro e i contro e comprendere la fattibilità”.

    Si tratta, cioè, di predisporre interventi educativi, organizzare ambienti adeguati, strutturare attività e individuare obiettivi educativi.

    Nella stesura e realizzazione del progetto individuale, dunque, la scuola svolge un ruolo fondamentale.

    In questo senso, gli insegnanti e gli educatori devono essere preparati a progettare un percorso di vita con la persona disabile, in stretta connessione con la famiglia e i servizi.

    Se avete dubbi o necessitate di approfondimenti non esitate a scriverci!

  • Per una educazione alle emozioni e all’affettività nei bambini

    educazione alle emozioni

    Il tema delle emozioni è senza dubbio uno dei più ampi nel campo delle scienze umane.

    Soprattutto da quando, grazie al contributo degli studi sociologici e psicologici, si è iniziato a considerare le emozioni come la base del comportamento individuale e sociale.

    Le emozioni, infatti, regolano e governano tutti i rapporti umani, permettendo alle persone di aprirsi al mondo e di entrare in relazione con gli altri.

    Per questo motivo, l’educazione alle emozioni è di vitale importanza per promuovere lo sviluppo dei bambini e degli adolescenti.

    Emozioni e sentimenti

    Le emozioni possono essere definite come uno stato complesso di sentimenti che si traducono in cambiamenti fisici e psicologici che influenzano il pensiero e il comportamento.

    Innanzitutto, è fondamentale distinguere tra emozioni e sentimenti.

    Hanno entrambi componenti cognitive e motivazionali, ma le prime sono meno stabili nel tempo rispetto ai sentimenti.

    I sentimenti sono composti da più emozioni insieme e sono la parte privata delle emozioni che durano più a lungo.

    Le emozioni, dunque, sono reazioni a uno stimolo ambientale, più brevi rispetto ai sentimenti, e provocano cambiamenti su tre differenti livelli:

    • Fisiologico, comprendendo fenomeni fisici in tutto il corpo;
    • Comportamentale, determinando svariate espressioni facciali, modifiche alla postura, al tono della voce;
    • Psicologico, provocando una sensazione soggettiva, un’alterazione del controllo di sé e delle proprie abilità cognitive.

    La componente cognitiva delle emozioni

    Nelle situazioni emotive la mente elabora gli stimoli e controlla le reazioni.

    Le emozioni si trasformano così nel movente che si pone alla base dei nostri comportamenti: fondano la nostra identità, determinando le scelte e il pensiero, influendo anche sulle conoscenze.

    Ragione ed emozione, infatti, non sono due poli opposti.

    Ogni funzione cognitiva racchiude componenti emotive, e viceversa: conoscere e valutare le emozioni significa pensare e decidere meglio.

    L’emozione influisce nel processo di apprendimento in quanto agisce come guida nella presa di decisioni e nella formulazione delle idee.

    L’aspetto emotivo ed affettivo è, dunque, fondamentale nella comunicazione e nelle interazioni sociali.

    L’essere umano è una totalità di razionalità ed emotività.

    Lo stesso Jean Piaget afferma l’esistenza di uno stretto parallelismo fra lo sviluppo dell’affettività e quello delle funzioni intellettuali, in quanto si tratta di due aspetti indissolubili di ogni azione.

    L’intelligenza emotiva

    L’intelligenza emotiva si riferisce alla capacità di riconoscere i propri sentimenti e quelli degli altri, di gestire positivamente le proprie emozioni, tanto interiormente, quanto nelle relazioni sociali.

    I nostri comportamenti non sono direttamente correlati alla situazione ma sono legati alle emozioni che da quella medesima circostanza sono scaturite.

    In questo senso, l’intelligenza emotiva pone l’accento sulla capacità di armonizzare pensiero e sentimento, parola e vissuti emotivi, dimensione mentale e dimensione affettiva.

    Essere consapevoli di sé vuol dire essere consapevoli sia dei nostri sentimenti che dei nostri pensieri su di essi.

    La consapevolezza sul proprio stato emotivo è fondamentale: conoscere e saper esprimere i propri sentimenti apertamente e con assertività, conoscere i propri punti deboli e punti di forza.

    Ciò presuppone autocontrollo, nel riuscire a dominare i turbamenti forti e trasformarli in qualcosa di costruttivo, ed empatia, ossia la capacità di percepire e riconoscere i sentimenti degli altri, di sintonizzarsi emotivamente con loro e adottare la loro prospettiva.

    Naturalmente, essere in grado di gestire le emozioni nelle relazioni e saper leggere accuratamente le situazioni sociali permette di trattare con efficacia le interazioni, i conflitti, i problemi comunicativi.

    La competenza emotiva

    Con tale termine si intende l’insieme delle abilità pratiche necessarie per l’autoefficacia dell’individuo nelle interazioni sociali che suscitano emozioni.

    Essa si basa sulle seguenti dimensioni:

    • L’espressione emozionale, che consiste nell’utilizzo dei gesti per esprimere messaggi emotivi non verbali, dimostrare coinvolgimento empatico, manifestare emozioni sociali;
    • La comprensione emozionale, ovvero la capacità di discernere i propri stati emotivi e quelli altrui e la capacità di verbalizzare le emozioni;
    • La regolazione emozionale, che consiste nella capacità di fronteggiare le emozioni negative e quelle positive o le situazioni che le suscitano, regolando strategicamente l’esperienza e l’espressione delle emozioni.

    L’alfabetizzazione emozionale

    Insegnare l’alfabeto delle emozioni è un processo simile a quello in cui si impara a leggere, poiché comporta la promozione della capacità di leggere e comprendere le proprie ed altrui emozioni.

    Si tratta di una tipologia di intervento educativo volto a promuovere il benessere socio-emozionale dell’individuo, attraverso l’insegnamento delle abilità necessarie per la competenza emotiva.

    Le abilità fondamentali sono:

    • Identificare e denominare le emozioni;
    • Esprimere le emozioni;
    • Valutare l’intensità delle emozioni;
    • Gestire le emozioni;
    • Rimandare la gratificazione per perseguire l’obiettivo;
    • Aumentare la resistenza allo stress;
    • Conoscere la differenza tra emozioni e azioni.

    L’educazione alle emozioni

    Per molti anni, l’educazione emotiva è stata trascurata.

    Oggi le neuroscienze indicano una sovrapposizione tra sviluppo intellettivo e sviluppo emotivo-affettivo, per cui non si può pensare di intraprendere un percorso di apprendimento tralasciando l’aspetto emozionale.

    Partiamo dal presupposto che la conoscenza del proprio sentire è davvero un percorso complesso, che va di pari passo alla maturazione fisica e psicologica di un individuo.

    Dare un nome ai sentimenti è più facile quando si ha la possibilità di attingere ad un vocabolario ampio e articolato.

    Gli adulti, infatti, attraverso l’esperienza e la maturazione del linguaggio, riescono a definire meglio il proprio stato emotivo e ad intuire, spesso, anche quello altrui.

    Costruire un percorso di educazione alle emozioni ha una valenza grandissima: avvicinare alla consapevolezza del sé, significa portare contemporaneamente alla conoscenza dell’altro.

    In ogni momento i bambini possono sperimentare, attraverso varie situazioni, una molteplicità di sentimenti, anche contrastanti, che possono confonderli, impaurirli, proprio perché non ne hanno piena padronanza.

    Conoscere il proprio stato d’animo e capire quali conseguenze esso possa avere sul comportamento, significa anche prendere coscienza dei propri bisogni e di quelli altrui.

    Come promuovere l’educazione alle emozioni?

    Ecco alcuni consigli pratici da utilizzare sia a casa che a scuola.

    La drammatizzazione e la narrazione

    La recitazione è uno strumento privilegiato per sperimentare completamente le emozioni.

    Recitare vuol dire fingere, fingere significa immedesimarsi, ci si può immedesimare solo se si è empatici.

    La drammatizzazione aiuta i bambini a socializzare tra di loro, a lavorare in gruppo, a collaborare e ad aiutarsi.

    Allo stesso modo, la narrazione può essere uno dei momenti più importanti per sviluppare la competenza emotiva del bambino.

    Attraverso la lettura di libri i bambini possono esplorare ed entrare in contatto con il mondo delle emozioni.

    E’ compito dei genitori e degli insegnanti stimolarli nella lettura, con domande costruttive per comprendere le varie emozioni che si incontrano nei personaggi delle storie.

    Il diario delle emozioni

    Attività che può essere svolta sia a casa che a scuola, ma anche in continuità.

    Si richiede ai bambini di annotare su un diario le emozioni che provano, in modo tale che, a fine giornata, è possibile stimolarli con domande, quali: come ti senti? come ti sei sentito in quel momento? cosa hai provato?

    Le domande sulle emozioni provate sono fondamentali per incrementare la comprensione e la verbalizzazione delle emozioni.

    Con i bambini più grandi, invece, si può anche pensare di creare una vera e propria cartellina delle emozioni, in cui possono descrivere le emozioni provate, le cause e le conseguenze.

    Sul diario si annotano, a fine giornata, le emozioni più intense che hanno provato, divise in due colonne: positive e negative.

    Lo scopo è poi sempre quello di capire le cause ed imparare a riconoscere e a gestire le proprie emozioni.

    Contattaci per tanti altri consigli e attività pratiche 😉

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