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Giulia Piazza

  • Educare e responsabilizzare i figli adolescenti: istruzioni per l’uso

    responsabilizzare i figli

    L’adolescenza è un periodo di transizione tra la fanciullezza e l’età adulta, durante il quale si verificano notevoli cambiamenti fisici e psicologici.

    Possiamo definirla come un momento di svolta, caratterizzato da cambiamenti e sperimentazioni.

    E’, dunque, un momento molto difficile e critico per i vostri figli, ma anche per voi genitori.

    Educare e responsabilizzare i figli adolescenti non è un compito facile: richiede tempo, pazienza, energia.

    In questo articolo cercheremo di far luce sul periodo adolescenziale, fornendovi alcune “istruzioni per l’uso” che potranno aiutarvi a fronteggiare, insieme a vostro figlio, i cambiamenti di questo particolare momento.

    Lo sviluppo adolescenziale

    L’adolescenza è un periodo dello sviluppo che rappresenta il passaggio dall’età infantile a quella adulta.

    Il termine, infatti, significa crescere.

    E’una fase caratterizzata da cambiamenti profondi, sia dal punto di vista fisico che emozionale e comportamentale.

    Si tratta, infatti, di un cambiamento completo, che tocca diverse sfere della natura umana: dall’ambito della fisicità, a quello delle emozioni e delle relazioni.

    Un sentimento tipico degli adolescenti consiste nel sentirsi disorientati, proprio perché è questa la fase in cui si inizia la ricerca della propria identità.

    Gli adolescenti si trovano a vivere una vera e propria tempesta di umori, di cambi repentini di opinione, di gusti, preferenze, valori, desideri, aspirazioni.

    Da un lato c’è la spinta a costruire, sperimentare, mettersi in gioco, e dall’altro la necessità di omologarsi al gruppo, nascondersi e confondersi, per non essere esclusi o considerati estranei.

    Le esperienze in adolescenza sono perciò essenziali per la formazione della personalità, anche quelle negative di rifiuto e di frustrazione.

    In questa delicata fase possono emergere pensieri e comportamenti trasgressivi e devianti, di fuga o di rottura di certi schemi, così come di isolamento.

    I comportamenti tipici

    Ogni fase dello sviluppo di un individuo è caratterizzata da atteggiamenti e comportamenti tipici.

    Per quanto riguarda l’adolescenza sono, principalmente, i seguenti:

    • La tendenza all’indipendenza e a voler trascorrere molto tempo con i coetanei;
    • La necessità di sperimentare situazioni ed emozioni nuove;
    • Repentini cambiamenti di umore e di atteggiamento;
    • Frequenti discussioni e liti con i genitori;
    • La ricerca di una propria identità.

    Vediamo nello specifico questi comportamenti tipici lungo le varie fasi dell’adolescenza.

    Fase iniziale

    In questa prima fase il ragazzo comincia ad essere alla ricerca di una propria identità ed inizia ad esprimere i propri sentimenti attraverso le azioni, più che con le parole.

    Attribuisce molta importanza agli amici e al gruppo di coetanei, dando sempre meno attenzioni ai genitori, verso i quali può mostrare anche sentimenti negativi.

    Il gruppo dei coetanei ha una grande influenza sulle sue scelte e decisioni, sul modo di comportarsi e sul modo di vestire.

    Il ragazzo potrebbe iniziare a sfidare le regole e a misurarsi con i propri limiti, fino a compiere le prime esperienze occasionali con particolari sostanze.

    Fase intermedia

    In questa fase il ragazzo comincia a costruirsi la propria identità ma è ancora in confusione: alterna, infatti, momenti di grandi e irrealistiche aspettative di sé a momenti di bassa autostima.

    E’ sempre più alla ricerca della propria indipendenza e autonomia, affidando una grande importanza al gruppo di amici.

    E’ molto volubile, cambia spesso idea, mostra sentimenti ambivalenti, a volte si mostra forte e coraggioso, altre volte timido e insicuro.

    Dal punto di vista emozionale, inizia a distaccarsi dai genitori, lamentando la loro interferenza nella sua vita e riducendo la stima nei loro confronti.

    Fase finale

    In quest’ultima fase il ragazzo rafforza la sua identità personale e comincia ad acquisire una maggiore consapevolezza di sé.

    Ragiona autonomamente ed è in grado di prendere decisioni da solo, esprimendo le proprie opinioni tramite le parole e giungendo a compromessi.

    I suoi interessi e le sue emozioni sono più stabili ed ha maggiore fiducia in se stesso.

    In lui cresce l’attenzione verso il futuro: comincia a pensare a quale sarà il suo ruolo nella vita ed è coinvolto in relazioni importanti.

    L’autostima è ora più legata al giudizio personale piuttosto che ha quello degli altri, è più maturo e comincia a sentirsi, e a comportarsi, come un adulto.

    Il rapporto genitori-figli

    Discussioni e liti tra genitori e figli sono molto frequenti nel periodo adolescenziale.

    La conflittualità genitori-figli durante il periodo adolescenziale è sicuramente più bassa nelle famiglie in cui si è sempre respirato un clima di rispetto reciproco e di collaborazione.

    La comunicazione efficace in famiglia è sempre fondamentale e aiuta a risolvere conflitti e incomprensioni.

    Infatti, la possibilità di parlare apertamente in famiglia dei propri problemi è uno degli aspetti più importanti del rapporto tra genitori e figli.

    Buoni rapporti e livelli di comunicazione, però, non s’improvvisano, ma richiedono attenzione, energie e tempo da parte dei genitori.

    Istruzioni per l’uso

    Il passaggio dei figli attraverso l’adolescenza è generalmente fonte di stress per i genitori: si sentono inadeguati, rifiutati, esclusi e, di conseguenza, non sanno come comportarsi.

    Ecco alcuni consigli e strategie che possono aiutarvi a fronteggiare questo delicato momento della vita dei vostri figli.

    Cercate di instaurare in famiglia un clima di onestà, rispetto reciproco e mutua collaborazione tra voi e vostro figlio.

    Favorite l’autonomia e l’affermazione di sentimenti ed aspirazioni: insegnate ai vostri figli a fare da soli e a prendere le decisioni da soli.

    In questo senso, fondamentale è anche l’educazione alla responsabilità.

    Responsabilizzare i figli, da piccoli e nell’adolescenza, non è di certo un compito facile ma è di vitale importanza per la loro crescita e per il passaggi all’età adulta.

    Stabilite poi regole chiare e precise, non troppo restrittive, da concordare in anticipo con i vostri figli.

    Dovete essere flessibili nei comportamenti: regole definite ma coerenti e contestuali alle varie situazioni.

    Mostratevi sempre comprensivi e vicini ai vostri figli senza, però, essere troppo invadenti.

    Il periodo adolescenziale è uno dei periodi più difficili da affrontare, sia per i vostri figli sia per voi genitori, ma non spaventatevi e non sentitevi sempre inadeguati, potete farcela!! 😉

    Nella speranza che i nostri consigli possano aiutarvi a fronteggiare il periodo adolescenziale, non esitate a contattarci per chiarimenti!

  • Autonomia personale bambini: consigli e buone pratiche per svilupparla

    autonomia personale bambini

    Abbiamo parlato in un precedente articolo dell’autonomia e dell’importanza di responsabilizzare i bambini per favorirne uno sviluppo completo ed integrato.

    E’, infatti, fondamentale educarli al senso di responsabilità e all’autonomia, due concetti fondamentali per l’educazione.

    L’autonomia personale bambini è un tema di grande importanza che deve essere conosciuto, e compreso, dai genitori per essere conseguentemente promosso e sviluppato nei bambini.

    I genitori devono educare i propri figli all’autonomia fin da subito, quando sono piccoli, e continuare quando sono più grandi.

    In questo contributo vi forniremo dei consigli molto utili che potrete utilizzare nella vostra pratica educativa per favorire un’adeguata educazione all’autonomia.

    Educare i bambini all’autonomia

    L’autonomia è un aspetto importante della personalità che bisogna adeguatamente stimolare per permettere uno sviluppo armonioso e coerente.

    Le vostre richieste, in termini di autonomia, devono essere adeguate allo sviluppo cognitivo e linguistico dei bambini.

    Non si può, infatti, pretendere lo stesso livello di autonomia in tutte le fasi evolutive e a tutte le età.

    I bambini poi non sono tutti uguali: lo sviluppo dell’autonomia, così come lo sviluppo cognitivo, emotivo e linguistico possono svilupparsi in momenti diversi.

    Ecco alcune cose che dovete sempre tenere presenti.

    • Mantenete obiettivi realisti: ad ogni specifica età corrispondono compiti, attività e richieste ben precise, e ogni bambino è diverso;
    • Perseverate e rimanete costanti: quando richiedete a vostro figlio di svolgere un compito o un’attività, dovete spiegare la richiesta in modo chiaro e dovete essere costanti;
    • Incoraggiate senza imporre: le richieste devono essere sempre incoraggiate, mai imposte, e non devono essere eccessive.
    • Create delle routine: è necessario avere delle routine, per fornire al bambino un senso di sicurezza in quello che deve fare, soprattutto per quanto riguarda l’indipendenza nei pasti, nel sonno e nell’igiene personale;
    • Sosteneteli nei loro progressi e negli errori: è fondamentale supportare i bambini sia nei progressi ma anche negli errori, utilizzando sempre un linguaggio comunicativo chiaro.

    Le tappe di sviluppo dell’autonomia

    Come anticipato, dovete sempre considerare le fasi evolutive dei bambini per capire quali richieste è possibile fargli.

    Intorno ai 15 mesi il bambino è in grado tenere in mano il cucchiaio e comincia a desiderare di mangiare da solo.

    Tra i 18 e i 20 mesi egli inizia a spostare gli oggetti da un luogo ad un’altro.

    A 24 mesi il bambino è capace di lavarsi e asciugarsi da solo le mani e la faccia.

    Intorno ai 3-4 anni è in grado di vestirsi da solo.

    A 4-5 anni, infine, comincia a voler fare le stesse cose dei genitori.

    Durante tutte queste fasi il genitore deve essere in grado di guidare, dare consigli, stimolare e porsi come modello di comportamento per il bambino.

    Allo stesso tempo, deve anche essere in grado di lasciare al bambino degli spazi e dei momenti in cui possa prendere l’iniziativa, senza interferenze.

    Come si raggiunge l’autonomia nei bambini

    Il bambino deve essere educato a fare da solo, a risolvere i problemi quotidiani e ad affrontare le difficoltà.

    E’ fondamentale insegnargli prontamente a “fare le cose”, ovvero a mangiare da solo, a vestirsi da solo, a sistemare da solo i giochi, a curare l’igiene personale, e così via.

    Come dice Maria Montessori, infatti, “insegnare ad un bambino a mangiare, a lavarsi e a vestirsi, è un lavoro ben più lungo, difficile e paziente che imboccarlo, lavarlo e vestirlo”.

    Più difficile e più lungo certamente, ma fondamentale e di gran lunga più soddisfacente.

    Affinché un bambino acquisisca le competenze in maniera autonoma è indispensabile che abbia a disposizione gli strumenti giusti per realizzare materialmente la sua indipendenza.

    In questo senso, anche l’ambiente domestico deve essere arredato in modo da garantire al bambino di praticare effettivamente la sua autonomia.

    Fondamentale è garantirgli un ambiente a “misura di bambino”, con arredi da lui facilmente accessibili ed utilizzabili.

    Di seguito, troverete alcuni consigli pratici per promuovere l’autonomia.

    Stimolare l’autonomia in relazione all’igiene personale

    Il bambino impara a lavarsi da solo più facilmente, e con più soddisfazione, se accede liberamente al lavandino.

    Se riesce ad arrivare da solo a prendere lo spazzolino o il dentifricio, arrivare alla saponetta o prendere da solo l’asciugamano, avere a disposizione la spazzola e il pettine, sarà più stimolato ad agire.

    In questo modo può liberamente, e in autonomia, fare esperienza ed imitare l’adulto nei gesti relativi l’igiene personale.

    Il mio consiglio è quello di acquistare uno sgabello che permetta al bambino di raggiungere il lavandino, sul quale, poi, egli troverà tutto l’occorrente per l’igiene personale avendo ogni cosa a disposizione.

    E’ fondamentale che il bambino capisca la funzione dello sgabello e senta di possederlo come strumento che gli appartiene: solo così comprenderà l’importanza dell’igiene personale come routine quotidiana.

    La routine, in questo caso, è di vitale importanza: ogni mattina e ogni sera dovete svolgere assieme a lui queste attività, e poco a poco vedrete che le farà da solo e di sua spontanea volontà.

    Stimolare l’autonomia in relazione al vestirsi da solo

    Un bambino che si veste da solo è un bimbo che prova piacere nel vedersi vestito.

    Per ottenere questo grado di autonomia sono necessarie poche condizioni.

    Innanzitutto, il piccolo deve avere il consenso di mamma e papà, che devono elogiarlo, e mai sgridarlo o criticarlo, magari per una scelta di abbinamento un po’ eccentrica 😉

    In casa deve esserci una specchiera ad altezza di bambino, perché deve potersi specchiare da solo.

    Deve poi poter gestire da solo il suo guardaroba:  i vestiti e l’armadio devono “misurarsi” con l’altezza e le sue abilità motorie.

    Il consiglio è quello di sistemare gli indumenti ad altezza di bambino.

    Dunque, fate in modo che possa accedere alle grucce e destinategli e i cassetti bassi, ovvero quelli che può aprire e chiudere da solo, ed, eventualmente, utilizzata cestoni o cassettiere a misura di bambino.

    Educare il bambino a mangiare da solo

    La prima autonomia che va insegnata a un bambino è quella di mangiare da solo.

    Si inizia durante lo svezzamento mettendogli piccoli pezzi di cibo nel piattino, in modo che se li porti da solo alla bocca.

    Ricordatevi di imboccarlo il meno possibile, deve imparare a fare da solo!

    Quando è più grande si passa all’uso del cucchiaino e della forchetta, fino al coltello (per bambini) per tagliare i cibi più morbidi o spalmabili.

    In parallelo bisogna insegnargli a portare il bicchiere alla bocca e a pulirsi da solo con il tovagliolo.

    Tutte queste attività sviluppano la manualità e l’imparare a maneggiare le posate, come gli adulti, fa crescere l’immagine di sé e l’autostima.

    Tutte queste attenzioni aiuteranno il vostro bambino ad essere autonomo, inizialmente nelle piccole cose e poi, crescendo, in tutte le attività quotidiane.

    Il mestiere del genitore è uno dei più difficili e dei più belli in assoluto, l’importante è conoscere e comprendere le regole dell’educazione.

    In questo possiamo aiutarvi 😉

    Non esitate a contattarci per altri consigli o domande!

  • Gli stili educativi genitoriali e lo sviluppo del bambino

    stili educativi genitoriali

    Cosa sono gli stili educativi genitoriali? Quali sono le caratteristiche di ogni stile?

    Quanto influenzano la crescita e lo sviluppo dei bambini?

    Sono tutte domande che sicuramente vi sarete posti almeno una volta.

    Vediamo di dare una risposta a questi interrogativi, presentando gli stili educativi e indicando quale può essere quello più consono ad una crescita armonica dei vostri bambini.

    Gli stili educativi genitoriali

    Sono l’insieme delle modalità educative che ognuno di noi, consapevolmente o meno, si trova ad utilizzare con i propri figli.

    Ad ogni stile educativo corrispondono modalità specifiche che comportano possibili esiti a lungo termine sulla personalità dei figli.

    Infatti, i modelli educativi genitoriali, così come lo stile di attaccamento del bambino, influiscono sul suo modo di relazionarsi all’interno della famiglia e nel mondo sociale.

    Questo perché genitori e figli si influenzano reciprocamente.

    Naturalmente, ogni genitore è portatore di esperienze passate e vive il ruolo genitoriale con una propria specificità.

    Nonostante tali specificità, è fondamentale che entrambi i genitori imparino a collaborare e a combinare le loro diversità per creare un approccio coerente e funzionale.

    Dal punto di vista educativo, infatti, è fortemente confusionario per il bambino il comportamento di due genitori che forniscono indicazioni e richieste molto diverse fra di loro e a volte contraddittorie.

    Gli stili educativi dei genitori contribuiscono e possono avere effetti, positivi o negativi, sulla crescita e sullo sviluppo dei bambini, anche a lungo termine.

    Per questo motivo, risulta di fondamentale importanza conoscere e mettere in atto lo stile migliore per favorire uno sviluppo armonioso e coerente.

    Individuare lo stile educativo genitoriale più adatto per l’educazione dei propri figli, spesso diventa uno dei compiti più ardui e difficili per i genitori.

    Le componenti degli stili educativi

    Gli stili educativi derivano dalla combinazione di due livelli:

    • Di controllo, riferito alle pressioni esercitate dei genitori per stimolare comportamenti socialmente adeguati nei figli, attivando meccanismi di controllo e di supervisione;
    • Di supporto, riferito al sostegno, alla vicinanza emotiva e alla disponibilità a soddisfare i bisogni dei figli, attivando meccanismi che stimolano l’autoregolazione e l’affermazione di sé.

    Dalla combinazione di queste due dimensioni nascono tre stili educativi genitoriali, molto diversi tra loro, per non dire opposti.

    Questi tre stili si sviluppano lungo un continuum che va dallo stile educativo autoritario allo stile educativo permissivo passando per lo stile educativo autorevole.

    Vediamoli insieme.

    Lo stile educativo permissivo

    E’ caratterizzato da basse aspettative nei confronti del figlio, soprattutto in termini di maturità ed autocontrollo.

    Il genitore permissivo è aperto al dialogo e affettuoso, soddisfa le richieste e i bisogni del bambino, senza però fornire regole e modelli di condotta.

    Offre, quindi, molto nutrimento affettivo, ma spesso si relaziona al figlio più come un “amico” che come una figura genitoriale.

    Le caratteristiche di un genitore permissivo sono le seguenti:

    • Fornisce poche regole o norme di comportamento;
    • Quando offre regole spesso risulta incoerente o non le mantiene con fermezza;
    • Si relaziona come figura amica piuttosto che genitoriale;
    • Usa la corruzione per ottenere dal bambino i comportamenti desiderati (ad esempio fare troppi regali e assecondare i capricci).

    Gli effetti di uno stile parentale permissivo sul bambino si ritrovano nella mancanza di disciplina, scarse abilità sociali e relazionali, insicurezza a causa della mancanza di confini e modelli di comportamento a cui fare riferimento.

    Uno stile educativo troppo permissivo può essere pericoloso per il processo di crescita di vostro figlio!

    Come fare se vi identificate in esso?

    Lavorate su voi stessi affinché siate una figura di rispetto e di riferimento per i vostri figli, ma senza cambiare improvvisamente stile, altrimenti genererete confusione e rabbia nel bambino: acquisite un punto di vista differente, confrontatevi anche con parenti o altri genitori!

    Se il bambino imparerà che può fare e ottenere tutto ciò di cui ha voglia, senza limiti, anche da adulto non temerà di incorrere in alcuna sanzione o punizione.

    Tanto affetto va bene ma attenzione alla cultura delle regole e del rispetto per gli altri!

    Stile educativo autoritario

    Il genitore autoritario ha elevate aspettative nei confronti del figlio, è rigido e inflessibile, molto esigente: non riesce a sentire i bisogni dei figli e ad ascoltarli.

    Il figlio deve rispettare delle regole rigide e imposte, il cui mancato rispetto comporta punizioni di tipo fisico o verbale.

    Non suggerisce, infatti, al bambino come gestire i propri comportamenti, non lo aiuta a identificare alternative e valutare le conseguenze delle proprie azioni.

    Anziché premiare i comportamenti positivi e socialmente desiderabili, fornisce solo feedback negativi sotto forma di punizioni per comportamento scorretti adottati.

    Dunque, il genitore autoritario:

    • Impone regole severe ed ha alte aspettative;
    • E’ molto esigente ma non offre spiegazioni in merito alle richieste ed ai divieti imposti;
    • Non esprime molto calore e nutrimento;
    • Utilizza punizioni e controllo;
    • Non offre alternative o opzioni al bambino affinché possa imparare a ragionare e scegliere.

    I bambini cresciuti da genitori con stile autoritario non vengono stimolati ad essere indipendenti, autonomi e a conoscere i propri limiti, ma viene loro insegnato ad aderire passivamente alle richieste e alle aspettative della società.

    Gli effetti di questo stile sul bambino si riscontrano in una bassa autostima e in una forte difficoltà nella socializzazione e nella relazione.

    Un bambino cresciuto in un ambiente autoritario impara che anche quel tipo di relazione è una forma di amore.

    In questi bambini è più elevato il rischio di porre in essere comportamenti devianti nel futuro, soprattutto se cresciuti in un ambiente maltrattante o con episodi di violenza assistita.

    Aumenta la probabilità di sviluppare, da adulti, profili ad alto rischio di vittimizzazione o, al contrario, di bullismo.

    Stile educativo autorevole

    Il genitore autorevole stabilisce regole e linee guida che il figlio è tenuto a seguire in modo democratico.

    Infatti, è in grado di adattare, per mezzo del confronto e dell’ascolto, tali regole alle esigenze e alle richieste del minore.

    Quando il bambino non riesce a soddisfare le aspettative, il genitore offre nutrimento, conforto piuttosto che punizioni.

    Si tratta di un genitore capace di impartire poche ma chiare norme di comportamento con un atteggiamento assertivo non invadente o restrittivo.

    Il genitore autorevole valorizza l’indipendenza, l’autonomia ed al tempo stesso fa anche valere l’autorità.

    Si tratta del modello educativo più adeguato poiché permette di fornire al bambino regole chiare, coerenti e adeguate al livello di sviluppo del figlio attraverso la spiegazione dei motivi per cui sussistono divieti o proibizioni.

    E’ un genitore aperto alla negoziazione e disponibile a mettere in discussione il proprio punto di vista.

    Le caratteristiche di un genitore autorevole sono:

    • Esprime le regole in modo positivo, chiaro, sintetico e concreto: meno divieti (“Non…”), più permessi (“Puoi…”);
    • Rispetta i desideri del bambino;
    • Ha aspettative nei confronti del bambino realistiche ed in linea con l’età;
    • E’ caloroso, sollecita le opinioni e i sentimenti del bambino;
    • Fornisce spiegazioni per le decisioni che prende e le regole che fissa;
    • Manifesta stima e fiducia verso sé e verso il figlio;
    • Ascolta il figlio valorizzando le sue parole, sentimenti ed esperienze.

    Gli effetti positivi sulla crescita del bambino

    Gli effetti di un’educazione autorevole sul bambino sono molto positivi, e ne permettono uno sviluppo coerente ed armonioso.

    Il bambino è in grado di sviluppare le seguenti caratteristiche:

    • Autonomia, responsabilità e indipendenza;
    • Competenza sul piano delle relazioni sociali, apertura al dialogo con i genitori ed i coetanei;
    • Assertività, ovvero più competenza nell’espressione delle proprie idee ed opinioni;
    • Buona fiducia in sé e nelle proprie capacità;
    • Rispetto delle regole che però non segue passivamente ma solo dopo averle comprese, interiorizzate e fatte proprie.
    • Sviluppo del senso critico e buone capacità di adattamento.

    Appare chiaramente che lo stile educativo autorevole è quello più idoneo per garantire lo sviluppo emotivo, sociale e relazionale dei bambini.

    Per domande, dubbi o consigli sullo stile che state utilizzando o che vorreste utilizzare, non esitate a contattarci.

    Possiamo aiutarvi a trovare ed utilizzare lo stile educativo più adatto nell’educazione dei vostri bambini.

  • Bisogni educativi speciali e disabilità. Le basi per una didattica inclusiva

    Bisogni educativi speciali e disabilità

    Sempre più spesso, in ambito scolastico, sentiamo parlare di BES, ADHD, DSA.

    Ma, realmente, cosa significano queste sigle? Come riconoscerle e distinguerle? Quando è il momento di rivolgersi agli esperti e chiedere aiuto?

    In questo articolo cercheremo di far luce sul mondo dei Bisogni Educativi Speciali, o BES, ponendo le basi per una didattica inclusiva e personalizzata.

    La didattica inclusiva è, infatti, l’unica strada da percorrere con i Bisogni Educativi Speciali.

    I Bisogni Educativi Speciali

    Con tale termine ci riferiamo all’attenzione speciale richiesta dagli alunni che, per varie ragioni, possono presentare condizioni di:

    • Disabilità fisica, psichica e/o sensoriale;
    • Disturbi evolutivi e specifici dell’apprendimento;
    • Difficoltà o svantaggi legati a condizioni ambientali, culturali, linguistiche o socioeconomiche.

    Indicano, dunque, una qualunque difficoltà dell’apprendimento, permanente o transitoria, che necessita di un intervento di educazione speciale e individualizzato.

    L’acronimo BES  è entrato in uso in Italia dopo la Direttiva Ministeriale del 27/12/2012: “Strumenti di intervento per alunni con Bisogni Educativi Speciali e organizzazione territoriale per l’inclusione scolastica“.

    Vediamo ora nel dettaglio le tre grandi aree dei Bisogni Educativi Speciali.

    Disabilità motorie, cognitive e sensoriali

    Queste disabilità sono certificate dal Servizio Sanitario Nazionale e indicano la necessità dell’insegnante di sostegno e di un Piano Educativo Individualizzato (PEI).

    Il PEI è il documento contenente la sintesi coordinata dei tre progetti: didattico-educativi, riabilitativi e di socializzazione.

    Deve essere, dunque, il frutto di un lavoro collegiale condiviso tra tutti gli operatori coinvolti nel progetto di vita dell’allievo disabile.

    Esso è, infatti, lo “strumento fondamentale” che deve contraddistinguere la scuola che vuole essere veramente inclusiva e il cui obiettivo principale è quello di favorire il successo formativo degli alunni, secondo i propri punti di forza e debolezza e i propri tempi e stili d’apprendimento.

    La differenza tra Bisogni Educativi Speciali e disabilità la troviamo, dunque, nella necessità di una diagnosi certificata e nell’elaborazione e piena realizzazione dei Piano Educativo Individualizzato.

    Disturbi evolutivi specifici

    Rientrano in questa categoria i Disturbi Specifici dell’Apprendimento, DSA, e i Disturbi da Deficit di Attenzione e Iperattività, ADHD.

    Entrambi richiedono una diagnosi, da parte del settore sanitario, e l’elaborazione, da parte di un pedagogista, del Piano Didattico Personalizzato che metta in contatto la scuola, l’alunno e la famiglia.

    I Disturbi Specifici dell’apprendimento

    Si tratta di una categoria specifica di Disturbi dell’Apprendimento nei quali rientrano:

    • La dislessia, marcata difficoltà nell’apprendimento della lettura in presenza di normale intelligenza;
    • La disortografia, marcata difficoltà nell’apprendimento della scrittura in presenza di normale intelligenza;
    • La disgrafia, marcata difficoltà nell’esecuzione della scrittura in presenza di quoziente intellettivo nella norma e assenza di deficit sensoriali;
    • La discalculia, marcata difficoltà negli apprendimenti matematici

    Tali disturbi sono diagnosticati da psicologi e/o neuropsichiatri e la loro identificazione è di pertinenza del settore sanitario.

    Dunque, sulla base di una diagnosi di DSA la scuola poi dovrà adottare le strategie didattiche opportune e dovrà elaborare un Piano Didattico Personalizzato.

    Nella maggior parte dei casi, in seguito a tale diagnosi, il lavoro della scuola viene integrato con interventi e strumenti didattici dispensativi e compensativi, da parte di un pedagogista, con un percorso didattico personalizzato ad hoc.

    I Disturbi da Deficit di Attenzione e Iperattività

    La sua caratteristica fondamentale è la persistente presenza di un quadro caratterizzato da disattenzione, disorganizzazione e/o iperattività-impulsività che interferisce con lo sviluppo e il funzionamento.

    La disattenzione si evidenzia, sul piano comportamentale, con divagazione dal compito, mancanza di perseveranza, difficoltà nel mantenimento dell’attenzione, disorganizzazione non imputabili ad atteggiamenti di sfida o da mancata comprensione.

    L’iperattività implica, invece, un’eccessiva attività motoria, un dimenarsi, una eccessiva loquacità. Tali comportamenti si manifestano in momenti e situazioni non appropriati.

    Infine, l’impulsività si manifesta con azioni estremamente affrettate, prese all’istante con comportamenti invadenti, come interrompere gli altri in modo eccessivo o prendere decisioni importanti, senza riflettere sulle possibili conseguenze nel lungo termine.

    In questo senso, i programmi educativi prevedono il trattamento individuale del bambino, ma possono anche rivolgersi alla famiglia e alla scuola.

    programmi di intervento diretti ai genitori hanno lo scopo di incrementare la consapevolezza e la conoscenza del disturbo ADHD, sviluppando capacità di gestione da parte dei genitori e modificano i comportamenti disfunzionali messi in atto nella relazione con il bambino.

    L’intervento con il bambino con ADHD si indirizza in modo sinergico verso tutte le aree implicate nel disturbo e deficitarie, sviluppando la capacità di problem solving e di autoregolazione.

    Disturbi legati a fattori socio-economici, linguistici e culturali

    Rientrano in questa categoria i disturbi legati a forme di svantaggio, per lo più transitorie, come la non conoscenza della lingua e della cultura italiana e alcune difficoltà di tipo comportamentale e relazionale.

    Le difficoltà possono essere messe in luce dalla scuola, che osserva lo studente ed esprime le sue considerazioni, o possono essere segnalate dai servizi sociali.

    E’ bene sapere che non è previsto l’insegnante di sostegno e la scuola, con la collaborazione di un pedagogista esperto, si occupa della redazione di un Piano Didattico Personalizzato.

    Per una didattica inclusiva

    Per definizione la didattica inclusiva è quel “modus educandi” che nasce per garantire la comprensione del bisogno educativo del singolo e per mettere in atto soluzioni funzionali, superando le differenze e gli ostacoli.

    Infatti, l’obiettivo è quello di rispettare e  valorizzare le differenze individuali presenti in tutti gli allievi, con una particolare attenzione alle situazioni in cui tali differenze creano consistenti barriere all’apprendimento.

    La didattica dell’inclusione crea le condizioni di apprendimento ottimali ad appianare la difficoltà e le differenze, con la finalità di mettere ogni alunno nelle condizioni di scoprire, valorizzare ed esprimere al massimo il proprio potenziale.

    Essa persegue le seguenti finalità:

    • Cercare, trovare, valorizzare e celebrare tutte le differenze tra gli individui;
    • Differenziare, individualizzare e personalizzare le attività didattiche in base ad esse;
    • Promuovere l’autonomia, la responsabilità e l’autoconsapevolezza dell’alunno

    Dunque, il metodo della didattica inclusiva può essere un’ottima soluzione per gli alunni con Bisogni Educativi Speciali.

    Le strategie per la didattica inclusiva

    Esse devono essere volte a modificare gli schemi e gli standard delle classiche metodologie di insegnamento, volte a far crescere all’interno del gruppo classe l’idea che la diversità non sia un ostacolo ma una risorsa.

    Ecco alcuni esempi di strategie utili:

    • L’integrazione della tecnologia nella didattica;
    • Il cooperative learning;
    • La didattica metacognitiva;
    • L’utilizzo della LIM, la Lavagna Interattiva Multimediale.

    Sarà compito dell’insegnante valutare quale strategia applicare in base alla situazione specifica.

    Per questo è fondamentale che l’insegnante possieda le competenze e le conoscenze necessarie per attuare interventi di didattica inclusiva.

    Come società, ci occupiamo di organizzare laboratori e workshop per approfondire il tema riguardante i Bisogni Educativi Speciali, con lo scopo di fornire gli strumenti necessari per attuare la didattica inclusiva.

    Contattaci per saperne di più!

  • La gestione della rabbia nei bambini: come aiutarli a comprenderla

    gestione della rabbia nei bambini

    In un precedente articolo abbiamo approfondito l’importanza e l’influenza delle emozioni sul nostro comportamento e sui nostri modi di agire, soprattutto nei bambini.

    I bambini devono imparare a riconoscere e gestire la propria emotività, dando un nome a tutte le emozioni, accettarle ed imparare ad esprimerle.

    Prima fra tutte la rabbia, in quanto emozione primaria e fondamentale.

    La gestione della rabbia nei bambini, infatti, acquista una grande importanza nell’educazione e deve essere insegnata con l’aiuto e il sostegno dei genitori e degli educatori.

    Cosa è la rabbia

    E’ un’emozione primaria con una specifica origine funzionale, caratterizzata da manifestazioni espressive precise e prevedibili tendenze all’azione.

    In quanto emozione primitiva può essere osservata anche nei bambini molto piccoli.

    La rabbia, insieme alla gioia e al dolore, è una delle emozioni più precoci e fondamentali.

    E’ un sentimento primordiale, determinato dall’istinto di difendersi per sopravvivere nell’ambiente in cui ci si trova.

    E’, infatti, una delle emozioni innate: si mostra fin da subito ed ha una funzione adattiva.

    La rabbia nei bambini

    La rabbia è un’emozione importante per i bambini ed è parte integrante del loro percorso di crescita.

    Come sostiene Winnicott, infatti, “crescere è di per sé un atto aggressivo“.

    Basta osservare come i bambini si muovono con prontezza verso un giocattolo che suscita il loro interesse: lo afferrano con grinta e quando qualcuno prova a portarglielo via si ribellano con aggressività!

    Nei bambini l’aggressività è una modalità comunicativa e di crescita che si trasforma e si evolve in relazione alle tappe evolutive dello sviluppo e pertanto deve essere valutata in relazione alla sua età.

    Nel primo anno di vita l’aggressività del bambino è una modalità specifica sia di reagire alle frustrazioni sia di dare spazio alla tendenza esplorativa.

    Spinte, morsi, lancio di oggetti, crisi di rabbia sono un tentativo per esplorare le relazioni e anche per verificare l’effetto che tali azioni suscitano sulle persone e sull’ambiente che circonda il bambino.

    La rabbia è una parte integrante della prima infanzia, come l’imparare a camminare e a parlare, mostra che il bambino sta scoprendo il proprio Io.

    Gli attacchi d’ira, infatti, lo aiutano a superare la frustrazione.

    In età prescolare, invece, può derivare dall’incapacità del bambino di esprimere emozioni, desideri e bisogni in modo compiuto, oppure può esprimere un sentimento di inadeguatezza di fronte alle richieste che arrivano dal mondo esterno, di difficoltà ad accettare il proprio limite e a rispettare le regole.

    La gestione della rabbia nei bambini

    I bambini hanno tutto un loro modo di comunicare le emozioni ed è un errore fermarsi solo ed esclusivamente alla loro manifestazione finale e più evidente.

    Capita spesso di sentirsi impotenti e disorientati di fronte alle sfuriate dei propri figli.

    Non si sa bene come comportarsi e come riuscire a contenere quei momenti di rabbia e a calmarli.

    E si viene assaliti da mille interrogativi e sensi di colpa: meglio accontentarli, ignorarli o sgridarli?

    Effettivamente, lo sviluppo emotivo dei figli dipende soprattutto dai genitori, che dovranno affrontare con la massima tranquillità e attraverso il dialogo i problemi di ogni giorno.

    Occorre però far capire al bambino che ci sono dei limiti e che le emozioni non devono diventare troppo violente nella loro espressione.

    Calmare i bambini senza sgridarli

    Innanzitutto, i bambini vanno aiutati a gestire i momenti di rabbia e aggressività con abbracci, carezze, sorrisi e parole gentili.

    Uno dei modi migliori per calmare i bambini è proprio l’abbraccio, che è insieme contenimento e contatto e permette di placare l’agitazione procurata dall’eccesso di rabbia.

    Il gesto affettuoso può essere accompagnato da parole dolci, con voce rassicurante e tranquillizzante.

    In queste situazioni, infatti, la punizione o un tono di voce alto renderebbe il bambino ancora più incline a urlare, battere i piedi, lanciare incautamente oggetti.

    La manifestazione motoria della rabbia di un bambino non va repressa: quando prova rabbia deve scaricarla e istintivamente lo fa con il corpo.

    Va piuttosto aiutato a sfogare la tensione in modo sicuro e non dannoso per sé e per gli altri; ad esempio, incoraggiarlo a saltare velocemente sul posto, fare una corsa in cortile o lanciare per terra un cuscino.

    Dunque, in un momento di collera, non bisogna chiedere al bambino di calmarsi: in quel momento non è in grado di farlo e comunque, probabilmente, lo farebbe infuriare ancora di più.

    Le punizioni o le sgridate sono sempre controproducenti

    È fondamentale evitare di rispondere ai comportamenti negativi dettati dalla rabbia con urla, punizioni, minacce e svalutazioni.

    Il rischio sarebbe quello di rafforzare la rabbia e innescare nel bambino meccanismi che amplificano una percezione negativa di sé.

    Inoltre, quando si verificano episodi di rabbia, non bisogna etichettare i propri figli come rabbiosi e irascibili, ma cercare di capire lo stato d’animo che si annida sotto quel comportamento.

    Non bisogna, dunque, identificare i bambini con la loro rabbia e le loro reazioni impulsive.

    Quando un bambino è molto arrabbiato, è importante stargli accanto: la presenza del genitore gli comunica che lo rispetta e comprende il suo stato d’animo.

    La rabbia oggetto di dialogo

    Per favorire nei bambini le capacità di ascolto di sé e delle proprie emozioni, è importante parlare di quello che è successo e di cosa ha innescato la sua rabbia.

    Affinché infatti i bambini imparino a regolare i propri stati d’animo e le relative manifestazioni, devono capire che l’espressione della rabbia è legittima.

    Come tutte le altre emozioni, infatti, non deve essere inibita, ma ascoltata e gestita.

    Può essere utile incoraggiarlo a identificare questa emozione in un personaggio in carne e ossa, ad esempio nella “Signora Rabbia che a volte arriva, mette tutto a soqquadro, ma poi va via.

    Un altro modo molto utile per parlare della rabbia è leggere insieme libri e storie che abbiano per protagonisti dei personaggi arrabbiati, ce ne sono tantissimi 😉

    Il bambino “manipolando” la rabbia, le sue espressioni e i suoi prodotti, apprende nuove informazioni su questa emozione e acquisisce consapevolezza emotiva.

    La scatola della rabbia

    Un modo molto funzionale e divertente che voglio consigliarvi è quello di costruire, insieme ai bambini, una vera e propria scatola della rabbia.

    Costruirla insieme è fondamentale: il bambino deve personalizzarlo e sentire suo questo oggetto.

    Poi deve scegliere un posto dove tenerlo: sulla scrivania, dentro l’armadio, sopra un mobile.

    Un posto dove possa prenderlo ed utilizzarlo facilmente da solo senza dover chiedere aiuto a nessuno.

    Il bambino ogni volta che si arrabbia, prende la sua rabbia, oppure un oggetto o un disegno che rappresenta la sua rabbia, e la mette nella scatola, chiudendola dentro.

    Oggetti e disegni che poi potranno essere guardati insieme nei momenti di calma per cercare di parlare insieme di quello che ha provato.

    Il potenziale educativo di questo gesto è immenso: il bambino incanala la sua energia distruttiva in un’azione costruttiva.

    La scatola della rabbia non serve tanto per liberarsi della rabbia, piuttosto per aiutare il bambino a dare una forma alla sua rabbia e ad imparare a gestirla.

    Se avete domande o avete bisogno di un sostegno più specifico nella gestione della rabbia dei vostri piccoli, non esitate a contattarci!

  • Il conflitto familiare: come riconoscerlo, gestirlo e trasformarlo in risorsa

    conflitti familiari

    Nell’articolo precedente abbiamo parlato delle relazioni familiari, introducendo la loro importanza e l’influenza delle relazioni conflittuali sullo sviluppo dei bambini.

    In tutte le famiglie sono inevitabili i momenti di conflitto familiare: tutti li abbiamo vissuti almeno una volta!

    Il conflitto non deve essere visto solo come scontro o controversia, bensì come possibilità di crescita, confronto, opportunità e collaborazione.

    E’ proprio nelle situazioni difficili e complesse che nascono le migliori opportunità.

    Per questi motivi, bisogna essere in grado di riconoscere i conflitti, gestirli e risolverli in modo positivo.

    Vederli, cioè, come espressione di visioni differenti e come possibilità di crescere e migliorare le proprie relazioni attraverso una comunicazione efficace.

    Il conflitto in famiglia

    La famiglia è il luogo dei conflitti: nella relazione, tra generi e generazioni, tra la famiglia ed il mondo che sta fuori.

    E’ in famiglia che si impara a gestire il conflitto e le differenze, e a stare in relazione con gli altri.

    Ciò che si riceve nella famiglia è parte costitutiva del nostro patrimonio, fisico e psichico, che portiamo nella comunità, in cui viviamo.

    Il conflitto è un evento naturale, fisiologico, che si ripete ciclicamente nella vita delle persone e in tutti i tipi di relazione.

    Può assumere una valenza positiva o negativa in base al modo con il quale viene risolto.

    Rappresenta, dunque, un’esperienza, propria dei rapporti interpersonali, che può permettere a ciascun membro della famiglia di differenziarsi, stabilire i propri confini e delineare la propria identità.

    Si configura come funzionale, se risolto e positivo, alla crescita dell’individuo e delle relazioni.

    Al contrario, un conflitto non risolto oppure negato, può creare tensioni e incomprensioni all’interno della famiglia impedendo il confronto autentico e il riconoscimento dei bisogni più profondi di ciascun componente.

    Se affrontata consapevolmente, anche la discordia può rappresentare un’esperienza di cambiamento e crescita, utile per riconoscere le idee altrui e ricercare soluzioni ai problemi condivise.

    Caratteristiche e specificità del conflitto

    Il conflitto è un aspetto inevitabile dell’esperienza umana: dall’infanzia all’adolescenza, dall’età adulta alla senilità, è un fenomeno che ci accompagna per tutto l’arco dell’esistenza.

    Esso può scaturire da una molteplicità di fattori:

    • Diversità dei sistemi valoriali;
    • Divergenza di interessi ed esigenze;
    • Dilemmi intrapersonali ed equivoci;
    • Problemi di comunicazione;
    • Difficoltà nell’accettare l’altro.

    Il conflitto è fisiologico e la sua natura è soggettiva.

    Giocano infatti un ruolo essenziale l’interpretazione e la rappresentazione che le parti danno della situazione e, pertanto, verrà percepito in modo dissimile in base alle diverse personalità coinvolte, alle esperienze conflittuali passate, alla percezione degli interessi altrui.

    Imparare a gestire il conflitto promuove le cosiddette “life skills“, ossia le abilità cognitive, emotive e relazionali che consentono di operare con competenza sia sul piano individuale che su quello sociale.

    In particolare, permette di potenziare:

    • La comunicazione efficace;
    • L’autostima;
    • L’assertività;
    • Le abilità di risoluzione dei problemi.

    L’importanza di una comunicazione efficace

    A volte il conflitto che si crea nel rapporto tra genitori e figli può significare una difficoltà di comunicazione all’interno del contesto familiare.

    È molto importante per un genitore saper comunicare in maniera efficace con il proprio figlio perché l’aspetto comunicativo migliora la qualità della diade.

    Una buona comunicazione favorisce l’esperienza da parte dei bambini di essere ascoltati e compresi dai loro genitori.

    Al contrario, una comunicazione non efficace o comunque negativa porta il bambino a credere che non è importante, che non è ascoltato o capito e a rappresentarsi il genitore come distante.

    Appare chiaramente come una comunicazione efficace e positiva è fondamentale soprattutto nelle situazioni conflittuali e verrà approfondita nel prossimo articolo.

    Come gestire il conflitto

    Il conflitto è produttivo e propositivo se gestito efficacemente dai componenti della famiglia.

    Di seguito, alcuni consigli e buone pratiche, basate su un’adeguata valutazione e gestione delle proprie emozioni.

    Innanzitutto, è fondamentale creare un clima sereno e favorevole, contraddistinto da apertura e vicinanza.

    In questo modo tutti i soggetti coinvolti possono sentirsi liberi di esprimere le proprie opinioni, senza essere giudicati o aggrediti.

    Favorire sempre una libera espressione delle reciproche idee.

    Concentrarsi sul problema da affrontare, evitando ogni forma di attacco alla persona con cui si è in disaccordo.

    È necessario chiarire l’oggetto della lite, evitando di accusare l’altro in modo generalizzato: chiarire sempre e mai essere distruttivi.

    Ascoltare sempre l’altro e le sue motivazioni per comprendere e dare significato alla situazione, tenendo in considerazione anche il punto di vista dell’altro e apre alla possibilità di una negoziazione.

    Formulare critiche costruttive: comunicare ciò che si sta provando senza giudicare l’altro permette di acquisire una maggiore comprensione reciproca.

    L’obiettivo comune di tutti i soggetti coinvolti è risolvere il conflitto, superarlo e rafforzare maggiormente i rapporti.

    Un ruolo fondamentale è giocato dal compromesso, dal confronto e dalla negoziazione: in altre parole dalla mediazione.

    Il ruolo del consulente pedagogico

    In alcuni casi può essere utile appoggiarsi ad un pedagogista esperto, che possa aiutare i soggetti coinvolti a risolvere il conflitto.

    Il consulente pedagogico, con il suo bagaglio di informazioni e di esperienza, mira a ristabilire il dialogo tra le parti, con l’obiettivo di sollecitare una riorganizzazione delle relazioni che risulti soddisfacenti per tutti i soggetti coinvolti nel conflitto.

    Egli facilita in essi la comprensione delle proprie e delle altrui emozioni, stabilendo un clima di fiducia e offrendo una visione alternativa al conflitto, che aiuti a conciliare le parti.

    Il consulente crea un ambiente di comunicazione e di scambio che agevola la conclusione di un accordo mutuamente accettabile.

    Dunque, il conflitto non va mai evitato, ma deve essere gestito e trasformato in risorsa per diventare un momento costruttivo e di confronto.

    I conflitti sono inevitabili e per questo bisogna saperli riconoscere, imparare a gestirli, mediandoli in chiave positiva.

    E’ importante vederli come un’espressione di diversità e come un momento di crescita.

    Contattateci o scriveteci per una consulenza!

  • Le relazioni familiari: significato ed influenza sullo sviluppo infantile

    relazioni familiari

    Instaurare relazioni con altre persone è uno dei compiti più vitali dell’infanzia ed è anche uno dei primi a comparire.

    E’ evidente come le prime relazioni siano quelle primarie di attaccamento con i genitori: le cosiddette relazioni familiari.

    La natura di queste prime relazioni esercita un’influenza profonda su tutte le relazioni successive, anche nell’età adulta.

    Comprendere la costruzione delle relazioni, dunque, è un elemento essenziale per capire lo sviluppo dei bambini e i loro comportamenti futuri.

    La natura delle relazioni

    Le relazioni, soprattutto quelle familiari, costituiscono un aspetto fondamentale per comprendere le dinamiche personali e i comportamenti.

    Esse forniscono il contesto in cui si sviluppano tutte le funzioni psicologiche.

    Qui il bambino fa le sue prime incursioni nel mondo esterno, acquisisce mezzi di comunicazione e, con il tempo, sviluppa modalità di considerare se stesso in relazione al mondo.

    Le differenze riguardanti proprio la natura delle relazioni che instaura con gli altri, possono avere profonde implicazioni sul percorso evolutivo che il bambino seguirà in futuro.

    Per analizzare, dunque, obiettivamente quello che accade tra le persone occorre tenere presente alcune considerazioni.

    • Le relazioni possono essere solo desunte e non percepite direttamente: la nostra consapevolezza riguarda le interazioni tra le persone.
    • Solo quando le interazioni danno vita a conseguenze coerenti nel tempo, possiamo dedurre l’esistenza di un certo tipo di relazione.
    • Le interazioni sono un fenomeno circoscritto al qui e ora, mentre le relazioni implicano la continuità nel tempo.
    • Una relazione è un qualcosa di più della semplice somma delle interazioni di cui è composta ed ognuna possiede caratteristiche proprie.
    • Le relazioni non sono isolate da altre relazioni, e tendono a formare una rete: il tipo di rapporto esistente tra moglie e marito ha conseguenze chiare sulla relazione che ognuno di essi instaura con il figlio.

    Il ruolo della famiglia

    La famiglia è il primo nucleo sociale per l’educazione dei figli e agisce come fattore di socializzazione.

    La prima esperienza di relazione dei bambini, infatti, ha luogo generalmente nella famiglia.

    Il bambino nasce, vive e cresce nell’ambiente familiare che provvede ai suoi bisogni primari, influenzando il suo sviluppo psichico in modo determinante.

    L’ambiente consente al bambino di trovare le condizioni adatte allo sviluppo della sua personalità, di integrarsi successivamente nella scuola con i pari e di sviluppare la sua indipendenza e la sua autonomia.

    La famiglia favorisce lo sviluppo del linguaggio e incide sullo sviluppo della personalità per due fattori:

    • L’importanza della sua dimensione affettiva, che soddisfa il bisogno di sicurezza e di auto-realizzazione dei figli
    • Per la struttura sociale  delle relazioni interpersonali mediante le quali i figli interagiscono con gli altri e con il mondo esterno.

    Questo gruppo è il primo e fondamentale contesto utile per lo sviluppo sociale, emotivo e cognitivo del bambino.

    La famiglia introduce il bambino alla convivenza sociale, all’acquisizione delle regole del comportamento interpersonale e adempie alla funzione di fornire una base sicura.

    È proprio all’interno della famiglia che il bambino riceve le prime indicazioni su ciò che è bene fare o non fare, percependo così messaggi riguardo al valore e all’importanza delle proprie azioni.

    E’ dunque il contesto primario e ideale per l’educazione dei bambini.

    Le relazioni familiari e lo sviluppo infantile

    Il rapporto tra genitori e figli è un tassello fondamentale per la crescita e lo sviluppo di un individuo.

    E’ attraverso questa relazione che si scoprono elementi fondamentali della vita, che diventeranno un punto di riferimento, sia in positivo, sia in negativo, per il futuro.

    Il senso di Sé e della propria identità si fondano sulla realtà dei legami affettivi sperimentati a partire dai primissimi anni.

    Ogni neonato possiede capacità innate necessarie allo sviluppo e alla sopravvivenza, determinate a livello biologico e genetico.

    In questo senso, l’ambiente di vita, con la sua azione, può stimolare, modificare o bloccare tali potenzialità.

    Per comprendere lo sviluppo infantile, l’ambiente più importante da considerare è la famiglia, poiché al suo interno avviene quasi tutto il processo di crescita e maturazione dell’individuo.

    Sulla base del comportamento pratico dei genitori o di chi si prende cura di lui, il bambino forma l’idea basilare di se stesso nel mondo e costruisce i modelli interni di Sé e degli altri.

    Questi modelli sono importantissimi perché rappresentano la mappa interiore attraverso cui il minore si orienterà nelle esperienze future.

    L’influenza delle relazioni familiari conflittuali

    La struttura della famiglia ha un ruolo molto meno significativo rispetto al suo funzionamento.

    Le variabili strutturali esercitano un’influenza limitata sul risultato psicologico del bambino.

    Molto più importante è, invece, la qualità della relazione che intercorre tra qualunque individuo che compone l’ambiente domestico.

    Un evento che può avere particolari effetti sullo sviluppo dei bambini è la separazione o il divorzio dei genitori.

    Durante e in seguito alla separazione, i genitori hanno un ruolo determinante: devono reggere con efficacia il mondo interiore proprio e quello dei figli, poiché il loro comportamento influenza l’intero sistema parentale.

    Ad influenzare maggiormente, e negativamente, lo sviluppo dei figli, non è tanto la separazione in sé, quanto piuttosto l’esposizione ad un ambiente caratterizzato da alta conflittualità.

    Il conflitto tra i genitori è il fattore fondamentale che danneggia lo sviluppo dei figli e genera in loro problemi di comportamento.

    E, nella maggior parte dei casi, tale conflitto può precedere di anni la separazione.

    Il conflitto prolungato crea un clima familiare più teso e i due genitori, occupati a litigare, sono meno disponibili con i figli.

    Inoltre, il conflitto genera tensione emotiva e dolore ma i bambini per crescere in serenità hanno bisogno di vivere in ambienti armonici.

    E’ più importante che i genitori non siano in conflitto, piuttosto che siano insieme: il bene dei figli lo fa una coppia genitoriale non conflittuale.

    Le relazioni familiari, dunque, possono influenzare, negativamente o positivamente, lo sviluppo infantile dei bambini, e sono alla base di tutti i loro comportamenti o atteggiamenti futuri.

    L’educazione familiare, in questo senso, può essere di grande aiuto e sostegno ai genitori: contattateci o scriveteci!

  • L’educazione alla libertà come pratica di educazione alla vita

    educazione alla libertà

    Maria Montessori nel 1909 pubblica “Il metodo della pedagogia scientifica applicato all’educazione infantile nelle Case dei Bambini” che rimarrà alla base di tutta la pedagogia moderna.

    Questo metodo mette al centro il rispetto per la spontaneità del bambino ed è il primo a offrire un’alternativa all’educazione autoritaria dell’epoca.

    Di seguito vengono presentate le caratteristiche e i principi di questa “educazione alla libertà” proposta da Maria Montessori nel suo famoso Metodo.

    Il Metodo Montessori ha, infatti, rivoluzionato completamente la concezione d’istruzione ed educazione del bambino, dimostrandosi, ancora oggi, estremamente attuale ed efficace.

    Il metodo Montessori

    E’ una disciplina il cui obiettivo è quello di dare libertà al bambino di manifestare la sua spontaneità.

    La vera salute fisica e mentale è il risultato della “liberazione dell’anima”: in questo percorso di liberalizzazione del bambino, l’adulto deve intervenire solo per aiutarlo a conquistarla.

    L’adulto, dunque, deve essere un “angelo custode” che osserva e non interviene quasi mai: deve rispettare il bambino che commette errori e guidarlo a migliorarsi da solo.

    Interferendo sul suo operato, l’adulto gli toglierà la dignità e la libertà di riuscirci da solo e non gli darà la possibilità di correggersi in autonomia.

    Non interferire permetterà al bambino di autocorreggersi e pensare a soluzioni per risolvere eventuali ostacoli.

    Mai aiutare un bambino mentre sta svolgendo un compito nel quale sente di poter avere successo!

    L’educazione alla libertà come educazione di vita

    Il principio fondamentale dell’educazione è quello della libertà, dell’autonomia e dell’indipendenza.

    Secondo questa prospettiva il bambino viene visto come un essere completo, dotato naturalmente di una energia creativa, innata e affettiva: un piccolo adulto e una persona pensante già da piccolissimo.

    I bambini non devono essere semplicemente indirizzati e guidati dagli adulti; devono piuttosto essere lasciati liberi di esplorare e scoprire da soli il mondo circostante.

    Devono, cioè, essere educati all’indipendenza, per allenare le proprie capacità ed inclinazioni personali.

    Fondamentale è lasciarli liberi di esplorare, scoprire e imparare da soli, senza forzarli in alcun modo.

    Per educare i bambini ad essere autonomi, gli adulti, infatti, non devono intervenire ed aiutarli mentre stanno svolgendo un compito.

    Ciò significa vigilare sulla loro sicurezza ma intervenire il meno possibile: guidarli senza condurli in ogni azione e movimento.

    I bambini non devono essere “serviti” dai genitori, bensì educati a fare da soli e a compiere da soli le loro conquiste.

    Devono imparare a responsabilizzarsi, per prendere coscienza delle loro azioni.

    Educare i bambini al silenzio

    Il silenzio nella pedagogia ha un valore molto importante e profondo, ed è un mezzo molto prezioso per crescere ed educare i bambini.

    Ogni individuo, adulto o piccolo che sia, ha bisogno del silenzio per riposare, rigenerarsi ma anche riflettere, concentrarsi e capire.

    Il silenzio è, infatti, la quiete dei sensi: trasmette quella “giusta” tranquillità che permette al corpo e alla mente di rigenerarsi.

    Il rumore, al contrario, ha degli effetti devastanti sul nostro organismo: ci distrae, ci stanca, ci confonde e ci agita.

    Nei bambini tali effetti sono amplificati e il rumore rappresenta un pesante ostacolo, non solo al loro stesso sviluppo sensitivo ma anche al loro benessere generale.

    Il silenzio permette così ai bambini di riequilibrarsi.

    Fargli vivere ogni giorno un pò di sano silenzio gli permette di apprezzarlo, di capirne il significato e il valore e sopratutto gli permette di riflettere sul rapporto che hanno con loro stessi e con gli altri.

    I bambini non devono temerlo, ma conoscerlo e apprezzarlo per saperne trarre tutti i benefici che esso comporta, ovvero:

    • La concentrazione;
    • Il saper ascoltare;
    • La meditazione;
    • Il rapportarsi con gli altri;
    • La comprensione;
    • La calma.

    Educare i bambini al contatto con la natura

    La natura può fortemente influenzare e potenziare lo sviluppo e l’educazione dei bambini.

    Nella società l’uomo “civilizzato” è costretto in limiti e restrizioni che si ripercuotono inevitabilmente anche nella vita del bambino.

    Grazie alla natura è possibile riportare agli occhi del bambino la vita libera che segue la natura stessa.

    Osservare, studiare e vivere la natura sono gli obiettivi del Metodo Montessori.

    Il bambino a contatto con la natura riesce a sviluppare le percezioni su ciò che lo circonda e instaura una moralità importante verso la cura e la vita della natura stessa.

    Nell’infanzia il bambino è un vero ed ottimo osservatore che può assimilare moltissimo da un contatto importante e diretto con la natura.

    Permettere al bambino di curare la natura risponde ad uno dei suoi desideri ed istinti più forti: rendersi pienamente attivo alle cure di qualcosa.

    Moltissime sono le attività che possono essere utilizzate per permettere un contatto diretto con la natura, quali:

    • Ripulire lo spazio esterno dalle foglie secche cadute;
    • Ripulire le aiuole da foglie, fiori o rami rovinati;
    • Raccogliere i frutti da alberi e piante;
    • Raccogliere, riconoscendo gli odori, diverse erbe aromatiche;
    • Seminare e curare un piccolo orto dove raccogliere poi i suoi frutti e imparare a conoscerli.

    L’ambiente a misura di bambino e i materiali sensoriali

    La predisposizione dell’ambiente educativo riveste un ruolo primario per lo sviluppo, con l’utilizzo di materiali selezionati sempre a portata del bambino.

    Un ambiente che riproduce quello di vita naturale, assecondando il movimento, la scoperta, la libertà di scelta del materiale da utilizzare, svincolato dalla necessità di imposizione dell’educatore o da vincoli di tipo strutturale.

    Ciò consente il rispetto dei tempi di sviluppo di ciascuno e accompagna una solida acquisizione di competenze fondata sulla conquista attraverso le proprie capacità personali.

    Maria Montessori iniziò col progettare e preparare diversi materiali sensoriali: oggetti aventi lo scopo specifico di favorire l’esercizio e lo sviluppo dei cinque sensi dei bambini.

    I materiali sono diversificati in base alla fascia d’età dei bambini e sono proposti gradualmente a seconda delle capacità acquisite.

    Per un “corretto utilizzo” di questi oggetti, rimane fondamentale sempre il ruolo dell’adulto che deve lasciare libero il bambino di manifestare la sua spontaneità senza interferire sul suo operato.

    Sarà la manipolazionel’esplorazione e la concentrazione stessa del bambino sull’oggetto a sviluppare le sue abilità.

    L’adulto deve rispettare sempre le sue scelte, i suoi tempi e i suoi ritmi. Deve permettere al bambino di muoversi liberamente e in “autonomia” di autocorreggersi.

    Di seguito, vengono presentati e proposti  alcuni esempi di materiali che potete utilizzare per lo sviluppo sensoriale dei vostri bambini, sulla base dei cinque sensi.

    Lo sviluppo della vista

    Il senso della vista riveste un ruolo primario nella comunicazione.

    L’occhio riesce a percepire le forme, la profondità, la distanza, i colori, il movimento stesso attraverso gli oggetti che lo circondano.

    Vi propongo la torre rosa, composta da dieci cubi decrescenti, in grado di coadiuvare lo sviluppo percettivo della tridimensionalità, della geometria e dell’impatto del colore.

    Lo sviluppo del tatto

    Il tatto per il bambino è un altro importante strumento che gli permette di conoscere ed esplorare sé stesso e l’ambiente circostante.

    Come materiale vi propongo le tavolette tattili, del liscio e del ruvido, molto utili per stimolare i bambini a riconoscere le caratteristiche fisiche dei vari materiali.

    Lo sviluppo dell’udito

    I bambini amano ascoltare i suoni già da quando sono neonati.

    E’ molto importante per loro affinare l’udito e imparare a riconoscere i diversi suoni presenti nell’ambiente.

    Per sviluppare tale senso vi propongo i cilindri dei rumori, che permettono di sviluppare e affinare la percezione sulla differenza di un suono.

    Lo sviluppo dell’olfatto e del gusto

    Affinare questi sensi permetterà al bambino di imparare a riconoscere i vari odori e ad apprezzare ogni sapore.

    Come materiali sensoriali molto interessanti sono le boccette degli odori o sacchetti profumati, con odori differenti che il bambino dovrà riconoscere e associare tra loro.

    Similmente troviamo le boccette del gusto, contenenti i quattro sapori principali, dove il bambino deve assaggiare i sapori, riconoscerli e abbinare le bottigliette con lo stesso sapore.

    Rispettare la spontaneità del bambino è uno snodo cruciale per una buona educazione ed una crescita armoniosa di vostro figlio.

  • L’educazione tra pari a scuola: caratteristiche e vantaggi

    l'educazione tra pari

    L’educazione tra pari, o peer education, può essere definita come la nuova frontiera dell’apprendimento che vede i giovani al centro del processo educativo.

    E’ una proposta innovativa ed alternativa, che rende possibile un maggiore coinvolgimento degli studenti mediante pratiche partecipative e stimolanti.

    Conoscerla, proporla e utilizzarla a scuola può influenzare notevolmente l’apprendimento degli studenti, sia in termini di didattica sia di abilità sociali e relazionali.

    Cosa è l’educazione tra pari

    Con tale termine intendiamo un metodo d’intervento particolarmente utilizzato in ambito educativo e in particolare nella prevenzione dei comportamenti a rischio.

    E’ una proposta educativa in base alla quale alcuni membri di un gruppo vengono formati per svolgere il ruolo di educatore e tutor per il gruppo dei propri pari.

    Essendo un metodo prevede obiettivi, tempi, modi, ruoli e materiali strutturati.

    Può essere anche definito come un processo di comunicazione globale, caratterizzato da un’esperienza profonda ed intensa e da un forte atteggiamento di ricerca di autenticità e di sintonia tra i soggetti coinvolti.

    L’educazione tra pari comporta un radicale cambio di prospettiva nel processo di apprendimento, ponendo gli studenti al centro del sistema educativo.

    Il gruppo dei pari costituisce, dunque, una sorta di laboratorio sociale dove sviluppare dinamiche, sperimentare attività, progettare, condividere, migliorando l’autostima, le abilità relazionali e comunicative.

    L’importanza delle relazioni tra i pari

    Le relazioni tra pari, soprattutto tra gli adolescenti all’interno della scuola, hanno una grande influenza sul loro sviluppo sociale e sulla loro crescita complessiva.

    I processi di socializzazione, in tutta la loro ricchezza e complessità, sono favoriti dalla partecipazione del ragazzo alla vita del gruppo dei pari, che gli permette di sperimentare esperienze diversificate di relazione.

    Per gli adolescenti, in particolare, il contesto sociale è essenziale ai fini della costruzione di un’identità e più complessivamente della personalità.

    La possibilità di vivere bene nel gruppo dei pari consente di affrontare meglio i compiti difficili e peculiari di questa età.

    Fondamentale per i ragazzi è riuscire ad attivare rapporti di amicizia e sapersi inserire nella vita di gruppo, in maniera da poter sviluppare una maggiore indipendenza ed autonomia dal mondo degli adulti (genitori ed insegnanti).

    Come funziona: principi e punti di forza

    Innanzitutto, la trasmissione di conoscenze deve avvenire tra “pari grado”, cioè tra persone simili, per età, status e problematiche.

    Il primo passo è, dunque, proprio quello di individuare questi “peer“, cioè questi pari grado, che non hanno un ruolo di insegnanti nei confronti dei loro coetanei, bensì di tutor, persone con cui intraprendere uno scambio attivo di idee ed esperienze.

    Formati i giovani peer, si passa poi al lavoro di gruppo con i coetanei.

    Il loro punto di forza è quello di utilizzare la comunicazione paritaria, vale a dire lo stesso linguaggio dei destinatari, che può essere perfettamente compreso e accettato.

    Nel gruppo, i peer sono agenti di cambiamento e, pur essendo protagonisti dell’azione di trasmissione della conoscenza, non instaurano un rapporto gerarchico con gli altri studenti, non giudicano, non tengono lezioni: continuano a stare sullo stesso piano.

    I peer sono dunque chiamati ad aiutare e a supportare i coetanei durante i laboratori o le attività di gruppo organizzate dagli educatori in qualità di facilitatori.

    Ciò comporta un principio molto importante per l’educazione: il “learning by doing”, ovvero imparare attraverso l’azione.

    Studi scientifici dimostrano che questa è la miglior tecnica per comprendere a fondo tematiche e concetti complessi.

    I pari facilitano anche la riflessione che segue l’azione, permettendo agli altri studenti di acquisire la consapevolezza delle proprie azioni.

    Questo metodo, comunque, non annulla in alcun modo l’autorità degli adulti (insegnanti, formatori, educatori), che hanno il ruolo di supervisori e di facilitatori dell’interazione tra giovani.

    Considerato l’obiettivo finale che è quello di rinforzare l’autostima degli studenti, oltre che accrescere le loro conoscenze, il docente dovrà imparare a non essere l’unico dispensatore del sapere per i propri discenti, rimanendo in disparte e lasciando spazio e tempo agli alunni.

    Perché utilizzare l’educazione tra pari a scuola

    E’ una modalità di apprendimento informale in grado di potenziare maggiormente l’apprendimento degli studenti, rispetto alla lezione frontale.

    Gli obiettivi di questo sistema sono diversi:

    • Il potenziamento delle abilità individuali degli studenti;
    • La prevenzione di comportamenti socialmente negativi, come il bullismo, attraverso meccanismi di influenza sociale ed emozionale;
    • Il miglioramento dell’autostima e delle abilità sociali e relazionali, così come della fiducia e della collaborazione;
    • L’incremento dell’apprendimento.

    Questo sistema di trasmissione delle conoscenze ha numerosi vantaggi, sia per i peer, sia per i coetanei.

    L’insegnamento reciproco consente agli studenti di accrescere e perfezionare le proprie conoscenze, i metodi di studio e la capacità di problem solving.

    Migliora l’autostima dei peer, li mette alla prova, migliora le loro abilità relazionali e di comunicazione.

    I coetanei apprendono meglio in un ambiente di lavoro in cui si sentono a proprio agio, senza voti o giudizi, sviluppando competenze e risorse.

    Favorisce relazioni migliori all’interno del gruppo e promuove l’instaurarsi di un rapporto di educazione reciproca, come evidenzia la moderna psicologia dello sviluppo.

    L’educazione tra pari, infine, è da considerarsi anche un sistema di prevenzione, soprattutto negli adolescenti, verso fenomeni negativi, come il bullismo.

    Una strategia preventiva nell’adolescenza

    Il gruppo dei pari rappresenta un riferimento importantissimo nel processo di crescita e di conquista dell’autonomia: fornisce sostegno, protezione, rassicurazione e confronto.

    Al suo interno i ragazzi possono sperimentare e consolidare la propria autoefficacia, condividere esperienze e sviluppare le proprie capacità di socializzazione.

    Il gruppo influenza notevolmente i ragazzi, orientandoli verso atteggiamenti positivi o negativi.

    Il metodo dell’educazione tra pari si rivela particolarmente indicato nella prevenzione di comportamenti a rischio nell’adolescenza.

    Uno degli scopi del metodo è proprio quello di permettere agli adolescenti di acquistare l’autoefficacia, intesa come capacità di assumere un ruolo attivo e positivo nelle scelte della propria vita.

    Gli interventi sono strutturati per far vivere ai ragazzi l’esperienza dell’autonomia, ovvero del portare avanti da soli le attività, unita all’esperienza di essere guidati dagli adulti in modo non intrusivo.

    Per approfondire questo metodo di apprendimento innovativo, contattateci!

  • Educare alle emozioni a scuola: attività e metodologie

    educare alle emozioni a scuola

    Le emozioni svolgono un ruolo essenziale nella vita di tutti noi, influenzando il nostro comportamento e i nostri modi di agire.

    Per questo motivo, è fondamentale educare i bambini a riconoscere e gestire la propria emotività: aiutarli cioè nella scoperta delle loro emozioni.

    I bambini devono imparare a riconoscere tutti i tipi di emozioni, anche quelle negative, come rabbia e tristezza, dare loro un nome, accettarle ed esprimerle.

    Questo contributo si rivolge sia agli insegnanti che ai genitori, per offrire consigli, buone pratiche, attività per educare i bambini alle emozioni a scuola e a casa.

    Le emozioni: cosa sono e a cosa servono

    Le emozioni nascono e si manifestano in maniera spontanea e involontaria, “capitano” senza lasciare alla persona la possibilità di decidere quale provare e quando

    Si generano in base ai significati e ai valori che ognuno di noi attribuisce ad un determinato evento e divengono così la conseguenza di un processo di valutazione.

    Dunque, possiedono una forte componente situazionale che pone in evidenza la dimensione soggettiva e personale dell’esperienza.

    Per questo variano da persona a persona e possono cambiare.

    Inducono un’attivazione generale dell’organismo con la comparsa di reazioni motorie, fisiologiche ed espressive precise e rilevanti.

    Possono essere definite, infatti, come uno schema composto da aspetti fisiologici, comportamentali e da aspetti di pensiero.

    Le emozioni esercitano le funzioni di:

    • Preparare il soggetto all’emergenza o ad affrontare le situazioni impreviste;
    • Far percepire alla persona le sensazioni buone o cattive provocate da alcuni eventi;
    • Far conoscere agli altri il proprio stato emotivo.

    Le emozioni ci aiutano a leggere cosa ci succede: sono la nostra prima finestra sul mondo.

    La capacità di riconoscere le nostre emozioni, di viverle in modo consapevole, ci permette di comprendere non solo quello che accade dentro di noi, ma anche quello che accade attorno a noi.

    Una parte importante del vantaggio delle emozioni, sta nella capacità di nominarle e descriverle.

    La consapevolezza aiuta la conoscenza del mondo e di se stessi nella misura in cui io riesco, attraverso di essa, a dare parole alle emozioni stesse.

    Le emozioni primarie e secondarie

    Le emozioni primarie sono una risposta automatica e istintiva agli stimoli esterni e vengono espresse da tutti allo stesso modo: sono innate e universali.

    Quelle secondarie invece hanno origine dalla combinazione delle emozioni primarie, e si sviluppano con la crescita e l’interazione sociale: sono complesse e sociali.

    Sono, quindi, delle emozioni più complesse e hanno bisogno di più elementi esterni o pensieri eterogenei per essere attivate.

    Le emozioni primarie o di base sono:

    1. Rabbia, generata dalla frustrazione che si può manifestare attraverso l’aggressività;

    2. Paura, emozione che ha come obiettivo la sopravvivenza del soggetto ad una situazione pericolosa;

    3. Tristezza, si origina a seguito di una perdita o da uno scopo non raggiunto;

    4. Gioia, stato d’animo positivo di chi ritiene soddisfatti tutti i propri desideri;

    5. Sorpresa, si origina da un evento inaspettato, seguito da paura o gioia;

    6. Disprezzo, sentimento e atteggiamento di totale mancanza di stima e disdegnato rifiuto verso persone o cose, considerate prive di dignità morale o intellettuale;

    7. Disgusto, risposta repulsiva caratterizzata da un’espressione facciale specifica.

    L’importanza di educare alle emozioni

    Le emozioni determinano la nostra relazione con il mondo.

    Quando nasciamo, non abbiamo sviluppato né il pensiero né il linguaggio, né tanto meno possiamo pianificare quello che facciamo, ma nonostante questo, le emozioni ci permettono di comunicare e di identificare quello che è positivo e negativo per noi stessi.

    Attraverso il pianto, il sorriso o dei comportamenti rudimentali ci relazioniamo con il mondo e con il resto delle persone.

    Le emozioni ci apportano informazioni sulla relazione che abbiamo con l’ambiente circostante.

    Le emozioni sono come un sistema di allarme che si attiva quando individuiamo qualche cambiamento nella situazione che ci circonda.

    Durante l’infanzia provare emozioni positive spesso favorisce il possibile sviluppo di una personalità ottimista, confidente ed estroversa, mentre avviene il contrario se si provano emozioni negative.

    Un’adeguata educazione emotiva, dunque, permetterà di acquisire destrezza per la gestione degli stati emotivi, di ridurre le emozioni negative e di aumentare in buona parte le emozioni positive.

    In questo senso possiamo citare, ad esempio, il saper risolvere in maniera positiva i conflitti, il mettere da parte una frustrazione a breve termine in cambio di una ricompensa a lungo termine, e il gestire gli stati d’animo per motivarci.

    Educare alle emozioni a scuola

    La scuola ha un ruolo centrale nell’educazione emotiva.

    Per educazione emotiva si intende la capacità di riconoscere e comprendere le emozioni, dominarle senza reprimerle, a trasformarle in uno strumento prezioso per la conoscenza dell’altro da sé, in sintesi, a gestirle.

    La formazione emotiva avviene inizialmente in famiglia ed in stretta collaborazione, poi, con la scuola.

    La scuola è lo spazio ideale per lavorare sulle emozioni, perché è il luogo in cui la maggior parte degli individui passa più tempo negli anni fondamentali della propria formazione e perché quel tempo è molto significativo in termini di trasmissione di valori, oltre che di conoscenze.

    L’educazione emotiva in aula non deve diventare una disciplina a sé, rigidamente intesa, da aggiungere alle materie curricolari e per la quale l’insegnante sia chiamato a trovare il tempo, il luogo e i materiali necessari al fine di sviluppare e portare a termine il programma.

    Deve e può, invece, diventare una compagna di strada dei saperi cognitivi, dello sviluppo delle competenze e delle abilità.

    In tutto questo il compito fondamentale spetta agli insegnanti che devono essere in grado di attivare, costruire, implementare nei bambini le capacità di identificare, gestire e modulare il loro mondo emozionale interno.

    Consigli e buone pratiche

    Ancora una volta le storie, le fiabe, sono protagoniste.

    Le storie sono strumenti molto utili per arrivare al cuore dei bambini, per mettere in atto l’educazione emotiva e promuovere l’apprendimento del linguaggio delle emozioni.

    Una risorsa per me molto innovativa che vi propongo è il libro l’Emozionario: dimmi cosa senti, nell’edizione del 2015 di Scalabrini e Pereira, in versione illustrata.

    E’un libro pensato per adulti e bambini da utilizzare come risorsa didattica per aiutarci a definire quello che proviamo, le sue cause e la sua influenza.

    E’ una sorta di dizionario delle emozioni, contenente 42 voci, ciascuna riferita ad una emozione e accompagnata da un’illustrazione che rappresenta l’emozione e da una breve descrizione delle caratteristiche della stessa.

    Può essere molto utile come strumento di supporto all’educazione emotiva sia per i genitori che per gli insegnanti.

    In questo modo, i bambini inizieranno a comprendere, dare un senso, riconoscere le emozioni ed imparano piano piano, con il sostegno degli adulti, a gestirle, verbalizzarle ma soprattutto a regolarle.

  • Come responsabilizzare i bambini a scuola e in famiglia

    responsabilizzare i bambini a scuola

    Senso di responsabilità e autonomia sono due concetti molto importanti nel processo di educazione dei bambini.

    Educarli ad assumersi le proprie responsabilità e a comprendere le conseguenze delle proprie azioni, così come educarli ad essere autonomi non è certamente un compito facile.

    Responsabilizzare i bambini a scuola e in famiglia è, però, un compito fondamentale che spetta a insegnanti e genitori per promuovere uno sviluppo completo e integrato.

    Educare alla responsabilità

    Con il termine “responsabilità” si intende la capacità di:

    • Dare risposte in merito alle proprie scelte o azioni intraprese;
    • Rendere conto delle proprie scelte e decisioni;
    • Assumersi le conseguenze delle proprie azioni.

    Educare un bambino alla responsabilità non è un compito semplice, ma è qualcosa che nasce e cresce giorno dopo giorno, fin da piccoli.

    Responsabilizzare un bambino lo farà crescere meglio e lo renderà consapevole che diritti e doveri vanno di pari passo nella vita.

    A qualsiasi età, condizione sociale e cultura, non possiamo sottrarci alle nostre responsabilità, ai doveri nei confronti di noi stessi ma anche degli altri, in particolare delle persone che ci stanno accanto: i nostri familiari.

    Far credere ai più piccoli che possano essere esenti da tutto questo è un torto che facciamo loro perché li priviamo della grande esperienza di dare qualcosa di sé, di lasciare un segno negli altri, oltre che di limitarsi a ricevere.

    Equivale cioè a non fornire loro le fondamenta di quel vivere civile necessario per muoversi nel mondo e per costruire relazioni autentiche.

    La strada che conduce ad un’esistenza piena e soddisfacente è quella che passa attraverso il senso di responsabilità verso se stessi e verso gli altri.

    Come responsabilizzare i bambini

    Responsabilità significa essere in grado di intercettare autonomamente i bisogni altrui, di saperli cogliere con autentico rispetto per la vita, per la libertà, e saper modulare le proprie azioni in virtù del rispetto per il prossimo, rendendosi conto che possono recare vantaggio o danneggiare chi ci circonda.

    Ha dunque poco a che vedere con la disciplina e nulla con la sottomissione.

    In altre parole significa essere coscienti di ciò che si fa: la responsabilità è quindi un moto che viene da dentro,e che non viene imposto.

    Dare il buon esempio

    Fondamentale, per favorire il senso di responsabilità, è senza dubbio il buon esempio.

    Se i genitori agiscono in tal senso, se per primi si rispettano tra loro, rispettano i figli e il prossimo, sicuramente un primo passo è compiuto.

    Fare esperienze personali

    Altrettanto fondamentale è evitare di impartire ordini, dare regole, tracciare percorsi, in continuazione, bensì lasciare al bambino la possibilità, la fiducia e la libertà di scegliere.

    Il bambino deve imparare a pensare con la propria testa, deve fare esperienze personali.

    Il senso di responsabilità non può essere che il risultato di decisioni autonome, di scelte libere frutto di un sentire profondo.

    Il genitore non deve sostituirsi al figlio nella risoluzione dei problemi, altrimenti, quest’ultimo, non guadagnerà mai una vera indipendenza.

    Fare sperimentare le conseguenze delle loro azioni

    Bisogna aiutare i bambini a comprendere che i loro gesti, le loro azioni, ma anche le loro parole e i loro atteggiamenti hanno un peso e determinano delle conseguenze.

    E’ importante fargli sperimentare quello che accade dopo un loro determinato comportamento,senza intervenire o modificare la situazione, prima che possano da soli comprendere dove hanno sbagliato.

    Devono imparare a comprendere il valore e la potenza dei loro gesti, delle loro parole e dei loro comportamenti.

    Pretendere che portino sempre a termine ciò che hanno iniziato

    Quando si affidano loro dei compiti è importante pretendere sempre che li portino a termine e che non lascino in sospeso ciò che hanno iniziato.

    Solo dopo avere ultimato il loro compito potranno passare a fare ciò che desiderano.

    In questo senso, occorre affidare loro pochi compiti e alla loro portata, ovvero non troppo difficili.

    Piuttosto può essere utile richiedere loro di svolgere azioni molto semplici, perché ciò che interessa non è la prestazione in sé ma il fatto che la svolgano con cura e responsabilità.

    Come responsabilizzare i bambini a scuola

    L’educazione è il motore principale per lo sviluppo della società, e deve aiutare i ragazzi a diventare persone migliori.

    In questo senso, l’educazione scolastica deve essere orientata alla motivazione, responsabilizzazione e preparazione alla vita reale.

    L’approccio pedagogico non deve essere impostato esclusivamente sulla didattica tradizionale e sull’apprendimento frontale.

    Deve essere bensì orientato al pensiero critico, alla creatività e al lavoro di gruppo, con l’intento di sviluppare negli studenti la partecipazione attiva, l’integrazione e il senso di responsabilità.

    Bisogna, dunque, cercare di limitare le lezioni frontali e privilegiare invece i laboratori.

    Laboratori basati sull’attivazione di progetti e ricerche che partono dalle domande legittime degli alunni, dai problemi concreti che permettono di utilizzare le varie materie in funzione della risoluzione.

    L’apprendimento passivo non aiuta i ragazzi ad imparare: hanno bisogno di attivazione, coinvolgimento e partecipazione.

    Fondamentale è l’orientamento alla motivazione, incoraggiando gli alunni a migliorare in tutte le materie con fiducia, attenzione e sostegno.

    La frase “sbagliando si impara” vale anche a scuola: imparare facendo, anche commettendo errori, è il miglior modo per imparare e responsabilizzarsi.

    Solo così è possibile responsabilizzare i bambini a scuola e educarli al rispetto degli altri e alle diversità.

    La scuola deve essere una palestra di vita, un luogo in cui si impara a costruire delle relazioni.

    Per questo motivo sono importanti i lavori di gruppo, in cui tutti devono lavorare senza che nessuno si faccia trascinare passivamente dal compagno più attivo. Ognuno deve poter dare il suo apporto e avere un suo ruolo.

    I docenti devono essere capaci di riconoscere l’individualità di ogni alunno e curare i rapporti tra gli studenti.

    Ciò permette anche di limitare episodi di bullismo.

    L’educazione all’autonomia

    Il raggiungimento dell’autonomia per il bambino è molto importante: è il primo passo verso una sviluppo sereno ed armonico della sua personalità.

    Per promuovere l’autonomia è importante che il genitore sappia guidare, dare consigli, stimolare e porsi come modello di comportamento per il bambino.

    Deve anche essere in grado, allo stesso tempo, di lasciare al bambino degli spazi e dei momenti in cui possa prendere l’iniziativa, senza interferenze e possa anche sbagliare e andare incontro a piccole frustrazioni.

    Fondamentale è l’introduzione di regole per contenere le richieste del bambino ed educarlo alla socialità: non si può concedere e ottenere tutto.

    Il bambino, grazie alle regole introdotte dal genitore, comincerà a sviluppare un personale senso della giustizia, del rispetto per gli altri e nel frattempo comincerà, attraverso l’esperienza della frustrazione, a coltivare il desiderio.

    Si sentirà inoltre protetto e nel frattempo libero di muoversi all’interno dello spazio delimitato dal genitore.

    Infine, gradualmente, attraverso piccole trasgressioni comincerà a sperimentare cosa voglia dire assumersi delle responsabilità ed essere protagonisti della propria vita.

    Possiamo affermare che l’educazione alla responsabilità e all’autonomia vanno di pari passo e hanno un’incidenza fondamentale nello sviluppo dei bambini.

    In quanto consulenti e progettiste, ci occupiamo di seguire e sostenere interventi alla genitorialità, sia ordinari che in emergenza.

    Scrivici per chiederci un consiglio 😉

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    La foto di oggi è tratta dal film “Scialla – Stai Sereno” del 2011, con Fabrizio Bentivoglio. E’ la storia di un padre e di un figlio che si confrontano attraverso diversi avvenimenti: Luca, con il sostegno del padre, sarà in grado di aumentare il proprio rendimento scolastico ed essere promosso?

    Consigliato!!

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