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Giulia Piazza

  • Separazione e affidamento dei figli: come funziona

    separazione e affidamento dei figli

    Nell’articolo precedente abbiamo parlato di separazione, affrontando il delicato discorso su come dire ai figli della separazione, del quale vi consiglio la lettura 😉

    Oggi, invece, voglio parlarvi di separazione e affidamento dei figli.

    Quali sono i passi da seguire?

    Quale affidamento è il più idoneo per i vostri figli?

    Dall’affidamento esclusivo a quello condiviso

    Nella disciplina dell’affidamento dei figli in caso di rottura dell’unità familiare sono intervenute profonde trasformazioni: ora si tende a preferire, in sede di giudizio, l’affidamento condiviso a quello esclusivo.

    L’affidamento condiviso (o congiunto) comporta la partecipazione, in comune accordo, di entrambi i genitori al mantenimento, all’educazione e all’istruzione dei figli.

    Dunque, in presenza di una separazione, l’esercizio di tali responsabilità richiede la realizzazione di un progetto educativo comune,

    I figli sono così affidati ad entrambi i genitori, e non esclusivamente ad uno di essi.

    In passato, invece, di norma il giudice affidava il figlio in via esclusiva a quello dei genitori (solitamente la madre) che meglio pareva essere in grado di seguirne il processo di sviluppo tenendolo presso di sé.

    La Legge 54/2006: il diritto di bigenitorialità

    La legge n. 54/2006 ha capovolto il sistema e le prassi previgenti, introducendo un nuovo principio: il diritto alla bigenitorialità.

    Con il termine bigenitorialità si intende la partecipazione attiva, di entrambi i genitori, nel progetto educativo di crescita e assistenza dei figli, in modo da creare un rapporto equilibrato che in nessun modo risenta dell’evento della separazione.

    Con questa nuova legge il figlio non è più oggetto di spartizione, ma è soggetto del diritto di continuare a ricevere da entrambi i genitori affetto, cura, mantenimento, educazione ed istruzione, a prescindere dalla rottura dell’unità familiare.

    Cambia così del tutto l’ottica dell’affidamento: l’affidamento condiviso deve essere preferito a quello esclusivo, salvo casi particolari lasciati alla discrezione del giudice.

    Si cerca infatti di privilegiare quello condiviso in quanto permette al minore di mantenere un rapporto equilibrato e sereno con entrambi i genitori.

    Inoltre si cerca di responsabilizzare al massimo entrambi i genitori, sugli aspetti relazionali ed economici, nell’esclusivo interesse del figlio.

    Separazione e affidamento dei figli

    Il giudice deve adottare l’affidamento congiunto solo se valuta che è la scelta migliore nell’interesse morale e materiale dei figli.

    Se, infatti, vi sono ragioni gravi per le quali non è possibile adottare l’affidamento congiunto, si deve optare sull’affidamento esclusivo ad un solo genitore o addirittura l’affidamento ad una terza persona.

    La decadenza della responsabilità genitoriale di un genitore può fare venir meno la bigenitorialità.

    Il giudice, per realizzare il principio di bigenitorialità, deve adottare i provvedimenti con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale dei figli.

    In particolare il giudice deve validare i seguenti provvedimenti:

    • Valuta prioritariamente la possibilità di affidare i figli minori ad entrambi i genitori, oppure stabilisce a quale di essi affidarli;
    • Determina i tempi e le modalità della loro presenza presso ciascun genitore;
    • Fissa la misura ed il modo con cui ciascun genitore deve contribuire al mantenimento, alla cura, all’istruzione e all’educazione dei figli;
    • Adotta ogni altro provvedimento relativo alla prole.

    L’affidamento condiviso rappresenta la regola e quello esclusivo l’eccezione: spetta al giudice valutare tutti gli aspetti per prendere la decisione più idonea nell’esclusivo interesse del figlio.

    Il giudice, per decidere e prendere la propria decisione, può avvalersi di un Consulente Tecnico di Parte o CTP.

    La consulenza tecnica di parte

    In un procedimento giudiziario ognuna delle parti coinvolte può avvalersi di un consulente (CTP), nominato dal’’avvocato.

    Il giudice, infatti, assegna alle parti il termine per la nomina del loro Consulente Tecnico di Parte.

    La figura del consulente tecnico è sempre più richiesta ed assume un ruolo fondamentale per la risoluzione di questioni complesse che dipendono da valutazioni di carattere tecnico.

    Il consulente tecnico di parte, dunque, è un libero professionista, di regola operante in un determinato campo tecnico/scientifico, al quale una parte in causa conferisce un incarico con il titolo di esperto.

    La nostra consulenza tecnica di parte

    Noi ricopriamo il ruolo di CTP nei procedimenti civili, nelle cause di separazione, divorzio e affidamento per una tutela dei figli.

    La nostra consulenza tecnica di parte, svolta in èquipe multidisciplinare, è in grado di fornire un sostegno nei procedimenti giudiziali, in collaborazione con la difesa legale.

    Affianchiamo la parte che richiede una consulenza in un intero processo di disamina ed osservazione dei fatti e della situazione di crisi e conflitto; analizzando documentazioni, relazioni utili, considerando l’intero ciclo di vita di una famiglia.

    Analizzando la relazione e la modalità educativa dei genitori verso i figli. ne individuiamo carenze, disfunzionalità e punti di forza, fornendo indicazioni sulla migliore soluzione di affidamento minorile da adottare.

  • Come dire ai figli della separazione: consigli e buone pratiche

    come dire ai figli della separazione

    Ci stiamo separando: come dire ai figli della separazione? Che impatto avrà la separazione su di loro? Come dobbiamo comportarci noi genitori?

    Domande come queste sono molto frequenti nelle coppie che hanno deciso, o stanno decidendo, di intraprendere il percorso della separazione.

    Si può smettere di essere una coppia di innamorati ma non si smetterà mai di essere una coppia di genitori, sempre disponibili e impegnati a crescere il proprio figlio.

    Purtroppo, non esiste un modo giusto per dire ai figli della separazione, non esiste un modo valido per tutti.

    Non posso fornirvi una “ricetta” applicabile in tutte le situazioni.

    Quello che posso fare è offrirvi degli spunti di riflessione,  dei suggerimenti, “cosa fare” e “cosa non fare”, nella speranza che possano aiutarvi ad assolvere questo difficile e delicato compito.

    Le cause che possono portare alla separazione

    Le cause che conducono alla separazione possono essere differenti, così come differente può essere l’impatto di esse sui figli.

    Ecco qui alcune delle principali cause:

    • Il tradimento o insoddisfazione nella coppia;
    • Differenti modelli e punti di vista sull’educazione dei figli o su argomenti ritenuti fondamentali;
    • Cambiamenti nello stile di vita che possono essere l’inizio di una profonda crisi nella coppia;
    • Perdite di lavoro e malattie che possono portare a stress o rabbia;
    • Gioco d’azzardo, abuso di alcool e droga possono provocare una rottura nel legame coniugale.

    Gestire la fine del rapporto nel modo migliore è difficile e la maggior parte delle volte impossibile, a causa delle tante variabili contestuali ed emotive che possono presentarsi.

    Ricordate sempre, però, che la cosa più importante è tutelare e salvaguardare i propri figli, proteggerli cioè dal “vortice” della separazione.

    Le conseguenze della separazione

    La fine dell’unione familiare porta inevitabilmente con sé conseguenze che influenzano in modo diretto i figli ed il loro sviluppo.

    Raramente si parla di un divorzio concluso in modo tranquillo e senza rancori.

    La separazione può rappresentare un evento traumatico nella vita di un figlio, al punto che può modificare le rappresentazioni di attaccamento dall’infanzia fino all’adolescenza.

    Il conflitto famigliare è spesso accompagnato dallo sviluppo di un attaccamento insicuro nei figli, con meno sicurezza nei rapporti e nella disponibilità dei genitori verso di loro.

    Le manifestazioni cliniche nei bambini dipendono tuttavia da molte variabili, quali:

    • L’età del bambino;
    • Il livello di funzionamento psicosociale della famiglia prima della separazione;
    • L’abilità dei genitori ad avere attenzione e gestire i comportamenti del bambino.

    Durante lo sviluppo del bambino, però, la variabile più pericolosa è assistere al conflitto genitoriale.

    Non litigate in presenza dei figli

    La separazione, la maggior parte delle volte, può derivare da un lungo periodo di conflitto famigliare in cui la coppia non vive più in serenità e ha rotto da tempo il vincolo d’amore e di legame che dovrebbe essere invece presente.

    In questi casi la separazione può essere addirittura benefica per il bambino, il quale è stato per molto tempo costretto ad assistere alle liti genitoriali piuttosto che a lunghi periodi di conflitto, trovandosi tra incudine e martello.

    L’evento della separazione viene vissuto dal bambino in modo più sereno perché può capire meglio da quali dinamiche deriva tale decisione ed egli stesso potrà beneficiarne.

    Dovete, però, cercare, il più possibile, di litigare a distanza dai figli, senza farlo assistere continuamente alle vostre liti.

    Come dire ai figli della separazione

    Innanzitutto, fondamentale è spiegare bene cosa sta succedendo, anche con i bambini più piccoli: dite sempre la verità con i vostri figli, senza raccontare inutili bugie.

    I bambini osservano molto e si rendono conto di tutto, sono assolutamente in grado di comprendere ed è importante non farli sentire esclusi.

    Spiegare equivale a fare comprendere.

    Un messaggio può essere compreso se spiegato, anche se la sua accettazione può risultare difficile: i bambini potranno non accettare mai questa decisione.

    Non è possibile dire ai figli della separazione senza calcolarne il responso emotivo.

    Una separazione è come un lutto, deve perciò essere “digerita” con il tempo, è necessario dare al bambino il tempo di cui ha bisogno per concepire che cosa è successo.

    In queste situazioni il bambino non deve mai sentirsi solo: dovete accompagnarlo nel percorso di crescita e continuare a farlo anche in seguito alla separazione.

    È necessario mettere i bisogni di vostro figlio al primo posto, non ci si deve dimenticare dei suoi eventi, né di fare un complimento per un bel voto a scuola e dare molta importanza alla comunicazione.

    È molto importante poi spiegare che anche se le abitudini cambieranno, il bene dei genitori resterà lo stesso così come il tempo ed il posto per lui.

    La casa famigliare è un nido ed un porto sicuro per il bambino: con la separazione avrà due case di riferimento.

    Per aiutare vostro figlio, l’atteggiamento migliore è di certo quello di collaborare e restare genitori: restare cioè una coppia genitoriale, nonostante la rottura del legame coniugale.

    Noi possiamo offrirvi una consulenza pedagogica volta a risolvere problematiche e difficoltà specifiche che i genitori affrontano nel periodo della separazione, prima e dopo di essa.

  • Educazione ai media, ai social e ai videogiochi: consigli per i genitori

    educazione ai media

    Introduzione

    Oggi vogliamo parlarvi di educazione ai media, fornendovi consigli educativi e pratici per promuovere tale educazione con i vostri figli.

    Innanzitutto, cosa intendiamo con questo termine?

    Siamo ormai tutti consapevoli della grande diffusione e della grande influenza che i nuovi media hanno su ognuno di noi, anche su bambini e adolescenti.

    Con la parola media intendiamo tutte le nuove tecnologie: Internet, Smartphone, Social Netwrok, Videogiochi, giochi on line, e così via.

    I media sono ormai presenti nelle vita di ognuno di noi, grandi e piccini.

    Non possiamo, e non dobbiamo, eliminarli, evitarli o esserne spaventati.

    Quello che possiamo fare è imparare a conviverci, utilizzando tutte questo nuove tecnologie in modo educativo, critico, consapevole, positivo.

    E’ fondamentale per i genitori, così come per gli insegnanti o gli adulti che hanno a che fare con minori, conoscerlo in tutte le sue potenzialità ed essere pratici di alcuni aspetti di alcuni aspetti, per poter educare i propri figli ad un uso consapevole di tutte le tecnologie. 

    Ecco perché Privacy, funzionamento di Facebook, educazione ai media e sicurezza informatica devono essere concetti che tutti i genitori con figli, bambini e adolescenti, dovrebbero conoscere e padroneggiare.

    Vogliamo dedicare questo approfondimento al tema attualissimo dei videogiochi.

    I videogiochi e il loro utilizzo

    Negli ultimi anni sono sempre più numerosi i bambini e i ragazzi che si appassionano ai videogiochi e che vengono calamitati dagli schermi, trascorrendo moltissime ore, anche consecutive, a giocare.

    I videogiochi si sono enormemente evoluti dal punto di vista tecnologico, hanno ambientazioni realistiche e modalità interattive che permettono di giocare online con amici o sconosciuti anche dall’altra parte del mondo.

    L’uso dei videogiochi però non è in sé nocivo, come si crede, anzi, un utilizzo adeguato può anche favorire tutta una serie di abilità importanti come:

    • Il problem solving;
    • La risoluzione dei problemi;
    • L’attenzione prolungata;
    • La capacità di concentrazione;
    • La reattività.

    Un uso adeguato dei videogiochi può fare tranquillamente parte della crescita di vostro figlio.

    Ricordate sempre che:

    Non è lo strumento in sé ad essere un problema, ma il suo utilizzo.

    Se vostro figlio riesce a portare a termine tutti i compiti e le attività extrascolastiche in programma, alterna anche con attività non virtuali e ha delle relazioni amicali anche offline, non ci si deve eccessivamente preoccupare se trascorre un po’ di tempo a giocare ai videogiochi.

    Il problema può manifestarsi quando il videogioco arriva a sostituire i momenti dedicati alle attività quotidiane, annullando le relazioni e favorendo l’isolamento.

    Quando è presente, cioè, un condizionamento da un punto di vista emotivo e comportamentale.

    Cosa deve fare il genitore

    Di seguito trovate alcuni consigli pratici che potranno permettervi di promuovere una buona educazione ai media e ai videogiochi.

    Solo così sarà possibile educare i vostri figli ad un utilizzo critico e attivo delle nuove tecnologie.

    La vera sfida per un genitore non sta nel vietare assolutamente i videogiochi, ma nell’aiutare il figlio a bilanciare le proprie attività di svago e ad essere consapevole del valore del tempo che ha a disposizione.

    Non tutti i videogiochi sono negativi

    Per prima cosa, non demonizzate i videogiochi.

    Non tutti i videogiochi sono uguali, non sono tutti rischiosi e pericolosi.

    Alcuni permettono anche di stimolare lo sviluppo di abilità cognitive, il ragionamento, la presa di decisioni e lo sviluppo degli obiettivi.

    Parlate con loro dei rischi e delle pericolosità

    Il dialogo con i vostri figli è sempre la migliore arma da utilizzare.

    Dialogate con loro, dite loro quali sono i rischi e i pericoli delle nuove tecnologie, dei social, dei videogiochi.

    Siate sempre sinceri con loro, capiranno e vi ascolteranno.

    Promuovete un dialogo positivo, chiedendo proprio a loro se conoscono i rischi e quali sono.

    Ricordatevi di evitare le domande inquisitorie o giudicanti, non deve essere mai un interrogatorio.

    Avvicinatevi al mondo dei vostri figli

    Dovete cercare di cogliere, nel rapporto con la tecnologia, il loro punto di vista e avvicinarvi a questo mondo che rappresenta comunque una parte della loro vita.

    Stategli vicino, dialogate con loro, fate loro molte domande.

    Domande, mi raccomando, positive, interessate, non giudicanti o inquisitorie.

    Non dovete indagare, ma parlare con loro.

    Proponete anche di giocare insieme a loro, fatevi insegnare a giocare. Perché no 😉

    Concordate insieme il tempo di gioco

    E’ importante stabilire insieme un tempo da trascorrere a giocare, magari utilizzando anche un orologio in modo che si rendano conto del tempo che hanno passato davanti allo schermo e mantengano un filo con la realtà.

    Molto utile può essere posizionare l’orologio proprio di fianco alla televisione, per responsabilizzarli, renderli sempre più autonomi e dargli fiducia.

    Stabilite insieme il tempo di gioco: parlatene insieme, definite una regola che deve essere condivisa.

    Le regole, ricordate, devono sempre essere condivise, chiare, comprensibile e motivate.

    A tal proposito, vi consiglio di leggere il nostro articolo proprio dedicato alle regole!

    Integrate i videogiochi con le interazioni sociali

    Fondamentale è integrare sempre il tempo trascorso sui videogiochi e il tempo dedicato allo sport, alle attività del tempo libero e alle interazioni sociali.

    Proponetegli delle valide alternative, in base naturalmente all’età e agli interessi, per stimolarli e spronarli ad uscire per svolgere delle positive attività di aggregazione con i coetanei.

    Per approfondire queste tematiche e consigli che riguardano l’educazione ai media e ai videogiochi, non esitate a contattarci!

  • Bullismo a scuola: per un piano di prevenzione e contrasto

    bullismo a scuola

    Nella nostra pratica quotidiana e lavorativa, ci troviamo sempre più di fronte a casi di bullismo a scuola.

    Sono sempre di più i genitori o gli insegnanti che ci contattano, chiedendoci di fare qualcosa, chiedendoci di agire in prevenzione.

    Ormai, i nostri lettori fedeli, sanno di cosa ci occupiamo, ma facciamo un po’ di chiarezza per chi ci legge per la prima volta 😉

    Noi siamo Non Solo Pedagogia, una società di consulenza, che lavora in prima linea nell’ambito del sostegno famigliare e della tutela minorile.

    Ma, entriamo più nel dettaglio.

    Una pedagogista e una criminologa

    Ebbene sì, noi siamo una Pedagogista e una Criminologa, due professionalità diverse ma che si completano alla perfezione per offrirvi una tutela e un sostegno a 360 gradi.

    La Criminologia studia i comportamenti a rischio, i reati, gli autori e le vittime dei reati, promuovendo interventi di prevenzione, di sensibilizzazione e di contrasto, soprattutto in riferimento ai minori.

    La Pedagogia studia, invece, l’educazione e i problemi relativi all’educazione, occupandosi di elaborare progetti e percorsi di rieducazione per risolvere un problema specifico, lavorando con il minore, i genitori o l’intero nucleo famigliare

    Il Criminologo lavora sul prima, il Pedagogista lavora sul dopo: ecco perché ci integriamo alla perfezione!

    Cosa possiamo fare per il bullismo a scuola

    Unendo le nostre professionalità siamo in grado di agire per prevenire e contrastare i comportamenti a rischio e le condotte devianti a scuola.

    Come?

    Con progetti ed interventi specifici di prevenzione, contrasto e sensibilizzazione.

    Interventi e percorsi che progettiamo ad hoc e realizziamo nelle scuole, di vario grado di istruzione, rivolti agli studenti, agli insegnanti e ai genitori.

    Ogni percorso progettuale è diverso, viene costruito ad hoc sulla realtà della scuola, le esigenze e i problemi riscontrati.

    Solo così, infatti, l’intervento riesce ad essere efficace.

    Ora vi presento il nostro Progetto “Noi Siamo Insieme”, volto proprio a contrastare e prevenire ogni forma di devianza e di bullismo a scuola.

    Il Progetto “Noi Siamo Insieme”

    Questo progetto nasce dall’esigenza di fare qualcosa per contrastare una serie di atti vandalici e condotte devianti avvenuti nella Provincia di Ferrara.

    Siamo state chiamate, in qualità di esperte in progettazione, a trovare una soluzione, a pensare e fare qualcosa, per rispondere a questa particolare situazione.

    Ci siamo trovate e confrontate a lungo per ideare una proposta progettuale in grado di rappresentare una reale soluzione, con i giusti tempi e le giuste modalità di attuazione.

    E così, in una giornata senza soste e senza pausa, è nato il Progetto “Noi Siamo Insieme”.

    Un Progetto articolato, innovativo, che vede scendere in campo diversi soggetti e diverse realtà, con competenze e professionalità specifiche, che però lavorano insieme.

    “Noi Siamo Insieme” significa, infatti, Unione, Compattezza, mettere assieme i propri pezzi, in un puzzle, in un meccanismo.

    Significa Appartenere, Condividere le proprie conoscenze e le forze verso un unico obiettivo, guardando nella stessa direzione.

    Insieme siamo più forti.

    Obiettivi e caratteristiche innovative

    “Noi Siamo Insieme” nasce da un’idea comune: difendere, proteggere e sostenere la realtà territoriale e le famiglie che vi appartengono, da tutte le fragilità educative che possono essere presenti.

    Sostenere le famiglie, i genitori, i figli, con momenti formativi ed informativi che stimolano la partecipazione e l’interazione.

    Per i ragazzi, laboratori all’interno delle classi, con lo scopo di incrementare in loro la conoscenza dei comportamenti a rischio con attività partecipative e progettate ad hoc.

    Al di fuori della scuola, invece, sono previsti laboratori extrascolastici che si svolgono nel pomeriggio, su tematiche educative e modalità innovative.

    In questo modo offriamo ai ragazzi la possibilità di trascorrere il pomeriggio facendo qualcosa di divertente e di educativo insieme ai loro coetanei 😉

    E’ previsto, infine, un grande coinvolgimento degli adulti: genitori e adulti di riferimento, che hanno un ruolo fondamentale nell’educazione dei ragazzi.

    Incontri formativi rivolti proprio ai genitori, su vari argomenti di attualità, in chiave completamente pratica.

    Modalità necessaria per fornire ai genitori conoscenze, competenze e strumenti che possono usare nella loro pratica educativa.

    Questo è uno dei tanti nostri progetti.

    Seguiteci per approfondimenti e aggiornamenti e contattateci per pensare insieme percorsi progettuali!

  • Mio figlio è la vittima del bullismo: cosa fare e come comportarsi

    vittima del bullismo

    Molti genitori, nei nostri incontri formativi, ci domandano come possono accorgersi che loro figlio è la vittima del bullismo a scuola.

    E, una volta compreso, come devono comportarsi, cosa devono fare per aiutarlo e sostenerlo.

    Ormai, quasi ogni giorno la cronaca affronta il delicato tema del bullismo, nelle sue molteplici manifestazioni.

    L’importanza della prevenzione

    Nel caso del bullismo la prevenzione non è affatto un luogo comune; il primo passo consiste proprio
    nell’acquisire gli strumenti per riconoscere il fenomeno.

    Il bullismo, infatti, si manifesta attraverso una serie di campanelli d’allarme che possono essere
    identificati precocemente.

    Se non individuati per tempo o non riconosciuti, le conseguenze legate al bullismo possono
    accrescersi: lo sviluppo e l’integrazione sociale essere irreparabilmente compromessi.

    Vediamo insieme quali sono i segnali che dovete notare….

    Le caratteristiche della vittima

    Solitamente, è’ un soggetto più debole della media dei coetanei, ansioso, insicuro, sensibile, tranquillo.

    Ha una bassa autostima, un’opinione negativa di se stesso e delle proprie competenze, che
    viene ulteriormente svalutata dalle continue prevaricazioni subite.

    A scuola spesso è solo, escluso dal gruppo dei coetanei.

    Tende a negare l’esistenza del problema e la propria sofferenza e finisce per accettare passivamente
    quanto accade.

    Molto spesso si auto colpevolizza.

    Alla domanda “c’è qualcosa che non va scuola?” risponderà sempre con “niente”.

    Comportamenti tipici della vittima

    Il primo passo che puoi fare, per capire se tuoi figlio può essere vittima del bullismo, è osservare e prestare attenzione ad alcuni “campanelli d’allarme”.

    Se ritrovi alcuni di questi segnali in tuo figlio, potrebbe essere esposto a bullismo.

    • E’ spesso triste o scontento quando torna a casa;
    • Manifesta disagi ricorrenti prima di andare a scuola;
    • Si ammala con facilità e ha scarso appetito;
    • Presenta disturbi e dolori che non ha mai avuto prima;
    • Dimentica o perde spesso il materiale scolastico, ha il diario o i libri rovinati;
    • Può avere lividi, ferite, vestiti strappati;
    • Ha un sonno agitato con incubi ricorrenti;
    • Fatica a comunicare in casa;
    •  Potrebbe avere un legame protettivo molto forte con un genitore;
    • Perde interesse nelle attività scolastiche e il suo rendimento cala;
    • Ha frequenti sbalzi d’umore;
    • Perdita di interesse verso le passioni e gli hobby e ritiro sociale.

    Le conseguenze per la vittima

    La vittima, nell’immediato, può manifestare disturbi di vario genere, a livello sia fisico che
    psicologico, e può sperimentare il desiderio di non frequentare più i luoghi dove solitamente incontra il suo persecutore, percepiti come pericolosi e quindi da evitare.

    Vive una sofferenza molto profonda, che implica spesso una svalutazione della propria identità, con tratti di personalità insicura.

    Nell’immediato può manifestare alcuni comportamenti specifici, quali:

    • Sintomi fisici: mal di pancia o mal di testa;
    • Disturbi del sonno o incubi;
    • Problemi di rendimento scolastico;
    • Disinteresse per la scuola e per le attività;
    • Bassa autostima e svalutazione di sé.

    A lungo termine, invece:

    • Comportamenti autodistruttivi e autolesivi;
    • Abbandono scolastico;
    • Insicurezza e bassa autostima;
    • Difficoltà relazionali;
    • Ritiro, solitudine.

    Cosa fare e come comportarsi

    Se avete scoperto che vostro figlio è vittima di bullismo, ecco alcuni consigli e strategie utili che potete utilizzare da subito: provare per credere 😉

    Date loro ascolto e vicinanza

    Sono fondamentali l’ascolto e la vicinanza, rispettando sempre i loro spazi.

    E’ indispensabile mantenere aperto il dialogo, rispettando sempre il suo silenzio.

    Non dovete, in nessun modo, mettere il ragazzo sotto pressione.

    Niente frasi, tipo: “Ma dai, parla, insomma, cosa sta succedendo a scuola?” Un atteggiamento del
    genere lo farebbe chiudere ancora di più.

    Vostro figlio deve capire che siete sempre presenti per lui, in ogni situazione, anche se difficile.

    Con il tempo, questa fase può essere superata e arriverà a confidarsi.

    Comprendete i vostri figli e adattate le vostre aspettative alle loro capacità.

    Per esempio, provate a fare una lista di ciò che è importante per loro: la musica, lo sport, gli interessi, le passioni, e partite da lì, incoraggiateli in queste attività.

    Potenziate la loro autostima

    Insegnate loro ad essere resilienti.

    Ad essere forti, ad affrontare le difficoltà con proprie risorse e proprie strategie.

    Affiancateli, ma lasciategli sperimentare in modo autonomo.

    Insegnate loro a scegliere per sé stessi e prendersi le proprie responsabilità.

    Se vostro figlio non ottiene il risultato desiderato, rispondi con un feedback costruttivo e aiutalo
    chiedendo “Come puoi migliorare? Come potresti farlo in modo diverso?”.

    Ha bisogno di cadere, per imparare e, soprattutto, di trovare le proprie soluzioni.

    Favorite momenti di socializzazione positiva

    Invitate gli amici di tuo figlio a giocare a casa.

    Parlate con gli altri genitori, proponendo che trascorrano insieme una giornata.

    Conoscete gli amici dei vostri figli.

    Ricordate sempre che:

    Agire prima è di vitale importanza per prevenire le situazioni di bullismo.

    Per qualsiasi approfondimento, dubbio, consiglio, non esitate a chiedere un nostro parere.

  • Chi sono i bulli di scuola? Caratteristiche e comportamenti

    bulli di scuola

    Ogni giorno la cronaca affronta il delicato tema del bullismo, nelle sue molteplici manifestazioni.

    Noi ne abbiamo parlato a lungo, in vari articoli e approfondimenti, ma non è mai abbastanza.

    Con il termine bullismo intendiamo l’insieme di abusi e condotte oppressive, perpetrate in modo fisico o psicologico, ripetute per settimane, mesi o perfino anni.

    Il principale luogo in cui esso si manifesta è la scuola.

    Vediamo ora le caratteristiche e i comportamenti dei bulli e delle vittime.

    Chi sono i bulli di scuola

    Il bullo è una persona che usa la propria forza o la propria posizione di superiorità per fare del male a qualcun altro in modo fisico, verbale o psicologico.

    Con il termine bullo ci si riferisce a un ragazzo o un bambino che prende di mira un coetaneo e ogni giorno, per lungo tempo lo “bullizza”.

    Ovvero mette in atto nei suoi confronti violenze di vario genere alle quali non riesce a difendersi.

    Caratteristiche del bullo

    I bulli di scuola possono presentare le seguenti caratteristiche.

    • Ha un forte bisogno di potere, di dominio e di autoaffermazione: prova soddisfazione nel
      sottomettere, nel controllare e nell’umiliare gli altri;
    • E’ impulsivo e irascibile: ha difficoltà nel controllo delle pulsioni e una bassa tolleranza alle
      frustrazioni;
    • Ha difficoltà nel rispettare le regole;
    • Assume comportamenti aggressivi non solo verso i coetanei, ma anche verso gli adulti;
    • Mostra scarsa empatia e manca di comportamenti pro sociali;
    • Ha scarsa consapevolezza delle conseguenze delle prepotenze commesse, non mostra sensi
      di colpa ed è sempre pronto a giustificare i propri comportamenti, rifiutando di assumersene
      le responsabilità.

    Caratteristiche della vittima

    • E’ un soggetto più debole della media dei coetanei;
    • E’ ansioso, insicuro, sensibile, tranquillo;
    • Ha una bassa autostima, un’opinione negativa di se stesso e delle proprie competenze, che
      viene ulteriormente svalutata dalle continue prevaricazioni subite;
    • A scuola spesso è solo, escluso dal gruppo dei coetanei;
    • Nega l’esistenza del problema e la propria sofferenza e finisce per accettare passivamente
      quanto accade: spesso si auto colpevolizza.

    Comportamenti tipici del bullo

    Il primo passo che può essere fatto da un genitore è quello di saper riconoscere il bullismo, senza
    confonderlo con altri tipi di comportamento.

    Se ritrovi alcuni di questi segnali in tuo figlio, potrebbe attuare atti di bullismo:

    • Può essere poco presente in casa, fare ritardo e non rispettare le regole;
    • Può essere stato bocciato o essere in classe con compagni di età inferiore;
    • Presenta un rendimento scolastico basso;
    • Può avere un gruppo stabile di amici e rapporto stretto con uno o due coetanei;
    • Tiene comportamenti spericolati;
    • Non comunica e non condivide in casa;
    • Può avere problemi famigliari;
    • Fatica a fare progetti e preferisce vivere alla giornata;
    • Può presentare impulsività, propensione alla violenza e aggressività verso gli adulti;
    • Può presentare un disturbo della condotta, iperattività o problemi di ADHD certificati, con
      sostegno scolastico.

    Le conseguenze del bullismo

    Nonostante il problema sia da molti sottovalutato, il bullismo produce effetti che si protraggono nel
    tempo e che comportano dei rischi evolutivi tanto per chi agisce quanto per chi subisce prepotenze.

    I bulli acquisiscono modalità relazionali non appropriate in quanto caratterizzate da forte aggressività
    e dal bisogno di dominare sugli altri.

    Tale atteggiamento può diventare trasversale ai vari contesti di vita poiché il soggetto tenderà a riproporre in tutte le situazioni lo stesso stile comportamentale.

    Di conseguenza, a lungo termine si delinea per i bulli di scuola il rischio di sviluppare condotte antisociali e devianti in età adolescenziale e adulta.

    Nel breve termine:

    • Basso rendimento scolastico;
    • Incapacità a rispettare le regole;
    • Difficoltà relazionali.

    A lungo termine:

    • Abbandono scolastico;
    • Comportamenti devianti e antisociali;
    • Violenza e aggressività.

    Nel caso del bullismo la prevenzione non è affatto un luogo comune; il primo passo consiste nell’acquisire gli strumenti per riconoscere il fenomeno.

    Il bullismo, infatti, si manifesta attraverso una serie di campanelli d’allarme che possono essere
    identificati precocemente.

    Se non individuati per tempo o non riconosciuti, le conseguenze legate al bullismo possono
    accrescersi, lo sviluppo e l’integrazione sociale essere irreparabilmente compromessi.

    La rilevazione dei segnali di disagio deve riguardare ogni soggetto della rete sociale e coinvolgere
    più discipline e professioni, poiché è necessario studiare sia fattori socioculturali che psicologici.

    La famiglia, il mondo della scuola e degli amici possono costituire, in questo senso, una risorsa
    preziosa.

    La prevenzione è dunque possibile, a condizione che esista un sistema (familiare e sociale) attento
    ai segnali del disagio, ma anche capace di promuovere risorse, potenzialità, competenze.

    Agire subito, e insieme, è fondamentale per fare prevenzione.

  • Bullismo in classe: proposte di intervento pedagogico

    bullismo in classe

    In questo articolo, parliamo di bullismo in classe, proponendo alcune strategie e proposte di intervento pedagogico che potete svolgere.

    In articoli precedenti abbiamo ampiamente trattato il fenomeno del bullismo, ponendo l’attenzione sulle caratteristiche e sui ruoli di vittima e bullo, come riconoscere il fenomeno.

    Il nostro intento è sempre quello di fornire strumenti  buone pratiche a genitori e  insegnanti, per riconoscere, contrastare e prevenire atti di bullismo.

    Il bullismo in classe

    Sappiamo bene che il bullismo è un fenomeno che si attua principalmente all’interno della classe.

    La collaborazione tra i genitori e gli insegnanti si rivela fondamentale per non essere vittima di bullismo e la prevenzione del fenomeno.

    In classe, è necessario prestare molta attenzione ai bambini soli, senza amici, con i quali l’insegnante dovrebbe instaurare un rapporto di fiducia, per comprendere ciò che provano.

    Comprendere gli stati d’animo degli alunni è, per gli insegnanti, un compito tanto importante quanto difficile.

    Gli studenti si aspettano che gli insegnanti li giudichino solo in base al rendimento scolastico e non, invece, per come si comportano, alimentando, soprattutto nei bulli, sentimenti di rancore e rabbia.

    Difatti, la bassa produttività dei bambini bulli è spesso influenzata dal loro stato d’animo.

    Il muro del silenzio della vittima-bambino che prova vergogna e non vuole che nulla sia raccontato deve essere infranto. La cooperazione scuola-genitori è un’arma vincente.

    Alcune proposte pedagogiche

    Promuovere la cooperazione

    I bambini più cooperativi presentano minori difficoltà relazionali: sono meno prepotenti e più accettati dai compagni.

    Secondo alcune ricerche, infatti, i bulli e le vittime risultano essere meno cooperativi rispetto ad altri bambini.

    La scarsa cooperazione del bullo dipenderebbe dalla sua scarsa empatia e dall’atteggiamento ostile nei confronti degli altri; mentre nella vittima può derivare dalla scarsa accettazione sociale.

    L’approccio migliore per contrastare il fenomeno del bullismo a scuola sarebbe quello di potenziare i comportamenti cooperativi tra i bambini e, a tale scopo, è di fondamentale importanza il ruolo dei docenti.

    La cooperazione comporta necessariamente la presenza di un obiettivo comune e condiviso tra tutte le persone coinvolte, bambini e insegnanti.

    Creare una classe cooperativa non è certamente un compito semplice, in quanto non basta far lavorare insieme più bambini.

    L’approccio cooperativo permette di modificare il clima e la qualità delle relazioni nella classe.

    I giochi cooperativi

    I giochi cooperativi sono utili per contrastare il fenomeno del bullismo in quanto si fondano sul lavoro di
    squadra in cui i partecipanti devono collaborare tra loro per assolvere ai compiti ludici, migliorando la
    qualità dei risultati con il livello di cooperazione che si basa sull’aiuto reciproco.

    Nei giochi cooperativi, infatti, i compiti possono essere realizzati solo se i componenti del gruppo uniscono le loro abilità facendo la fondamentale esperienza di apprendimento prosociale.

    Il valore pratico del lavoro di gruppo si evidenzia quando nei giochi affiorano dei conflitti conseguenti al
    dover prendere decisioni difficili o quando vi sono diverse strategie di soluzione.

    Questo sono importanti occasioni di apprendimento in cui aiutando gli altri e lasciando che essi ci aiutino si manifesta l’impegno verso di loro, ma anche la disponibilità a riconoscere i propri limiti permettendo loro di esserci di aiuto.

    Cosa può fare la scuola

    Ciò che la scuola può fare è fornire una formazione specifica al proprio personale: agli insegnanti, educatori e chiunque lavori all’interno della scuola.

    I corsi di sensibilizzazione sulle tematiche del bullismo si rivelano molto importanti per sapere riconoscere il fenomeno e prevenirlo.

    È necessario attuare un piano anti-bullismo ben definito e strutturato, con regole chiare da rispettare, da fornire a tutte le classi.

    E, ancora:

    • È bene non tollerare né sottovalutare episodi di bullismo ma intervenire sempre
    • Favorire momenti di riflessione in gruppo e attività pro-sociali
    • Essere aperti al dialogo, individuare soggetti a rischio
    • Preparare questionari anonimi nelle classi
    • Organizzare laboratori che valorizzino le differenze individuali, la conoscenza reciproca

    In questo senso, progettiamo percorsi di formazione, proprio su queste tematiche, rivolti alle scuole di grado con lo scopo di informare gli studenti, sensibilizzarli, prevenire e contrastare fenomeni devianti.

    Progettiamo anche percorsi di formazione rivolti agli insegnanti, per fornire gli strumenti necessari per riconoscere e contrastare i fenomeni di bullismo.

    Se interessati ad approfondire, non esitate a contattarci 😉

  • Educare alle regole e al compromesso: istruzioni per l’uso

    educare alle regole

    Educare alle regole rispettando i bisogni e i desideri del bambino non solo è possibile, ma è anche più efficace.

    Porre i limiti, dunque, attraverso l’ascolto e il rispetto.

    Vediamo insieme l’importanza di educare alle regole i vostri figli con qualche consiglio del pedagogista 🙂

    Educare alle regole e al compromesso

    Mettere regole e confini chiari ai comportamenti dei figli è sicuramente il compito più difficile che i genitori son chiamati ad affrontare, specialmente quando si trovano davanti a figli in età adolescenziale.

    Acquisire le regole vuol dire diventare persone costruttive e sviluppare una sensazione di sicurezza e non di dispersione o di assenza di punti di riferimento.

    A che cosa servono le regole? 

    Spesso, infatti, di esse prevale una visione puramente limitativa, in base alla quale vengono identificate con una serie di divieti ai quali il bambino cerca di sottrarsi.

    Viceversa, se recuperiamo l’etimologia del termine, scopriamo che la parola deriva da règere, ossia “guidare”.

    In questo senso, allora, la prima funzione delle regole è quella di fornire una guida al comportamento del bambino.

    Si tratta di un compito critico, soprattutto in soggetti che hanno ancora una conoscenza limitata del mondo circostante. C

    ome si può facilmente intuire, l’assenza di regole significa lasciare il bambino privo di guida, il che aumenta il rischio di comportamenti problematici.

    Una seconda fondamentale funzione delle regole è quella di rendere l’ambiente prevedibile.

    Spesso, infatti, i bambini manifestano i comportamenti più problematici nel momento in cui non riescono a trovare un ordine e una prevedibilità nel contesto di vita, sperimentando sensazioni di disorientamento e di ansia.

    In terzo luogo, la presenza di regole condivise è il prerequisito essenziale per fondare l’appartenenza al gruppo.

    L’importanza delle regole

    Condotte educative autorevoli (non autoritarie!) basate su regole e divieti, stabiliti in modo opportuno, fanno bene al cervello dei figli, aumentando addirittura numero, grandezza e funzionalità dei neuroni.

    I bambini abituati fin da piccoli a regole e impegni, ad aspettare e rispettare, diventeranno adulti sereni e sicuri.

    Mentre un’educazione basata sul permissivismo rischia di crescere bambini fragili e adolescenti a rischio.

    Inoltre attraverso l’educazione emotiva i bambini sviluppano l’autonomia e l’autostima, la capacità di relazionarsi con gli altri.

    Strumenti fondamentali per vivere bene e realizzarsi da adulti.

    I no aiutano a crescere e hanno un forte valore educativo.

    I problemi dovuti alla mancanza di regole

    Qualcuno può pensare che risparmiando ai bambini le regole si diventi automaticamente dei “buoni genitori”, apprezzati dai piccoli.

    A livello educativo non è così.

    Il genitore non dovrebbe mai essere un caporale, ma unicamente un leader; quella figura autorevole che spiega al bambino cosa può fare, che lo indirizza ad esplorare i suoi interessi e che, quando fa qualcosa di sbagliato, sa correggerlo, anche con decisione.

    Ed è proprio la figura di guida, di esperto, di base sicura che fa bene ai bambini e li aiuta a crescere.

    Un bambino senza regole vive con disagio, è sottoposto a un grande stress: deve imparare a vivere come un adulto, ad arrangiarsi, a fare tutto da sé.

    Con il piccolo particolare che il suo sistema cognitivo non è quello di un adulto, che non ha ancora le risorse per gestirsi in autonomia.

    Bambini sregolati sono sottoposti a fonti maggiori di stress, rischiano di sviluppare patologie comportamentali e sono più a rischio degli altri.

    Al contrario, avere delle norme, sapere quali regole bisogna rispettare, sapere che c’è una figura buona ma decisa che corregge gli errori e guida nella giusta direzione è un incentivo notevole, ma anche un aiuto a crescere.

    • Ricordatevi che i bambini senza regole sono più stressati e rischiano problemi comportamentali seri;
    • Le regole, se sono ragionevoli, aiutano il bambino a vivere meglio, più sicuro;
    • Il buon genitore non è quello che lascia fare di tutto, ma quello che sa essere un leader.

    Il consiglio del pedagogista

    Educare alle regole è uno dei compiti genitoriali più importanti.

    Ecco qualche consiglio.

    Date regole chiare e comprensibili.

    Molti genitori oscillano tra un atteggiamento passivo a uno aggressivo: dal chiedere ai figli di fare qualcosa in modo equivoco, per poi sfociare in un atteggiamento aggressivo se il bambino non risponde a queste richieste.

    Fino a ricorrere a minacce esagerate: “non ti faccio più uscire con i tuoi amici” o addirittura a punizioni fisiche.

    Non è così però che riuscirete a farvi ascoltare dai vostri figli.

    Evitate gli ordini in forma di domande retoriche, l’uso del “sei sempre…”, “sei il solito…” e il ricorso alle minacce.

    Per essere ancora più efficaci quando date una regola, avvicinatevi a vostro figlio, aspettate che vi guardie ditegli “ecco” e poi spiegategli bene che cosa deve fare.

    Spiegate cosa succede se decide di disobbedire.

    Davanti a un comportamento volontariamente sbagliato non dovete avere né un atteggiamento permissivo (non permette di imparare dall’errore), né un atteggiamento punitivo (rischia solo di far sentire il bambino in colpa).

    Spiegate le conseguenze delle azioni, invece, sviluppano nei figli il valore della responsabilità e la capacità di rispondere in modo adeguato alle situazioni.

    Conseguenze, però, che non devono essere delle minacce: spiegategli quello cosa può succedere se agisce in un certo modo.

    Se volete approfondire l’educazione alle regole, non esitate a contattarci 😉

  • Il mondo delle dipendenze: cosa osservare e come intervenire

    dipendenze

    Durante i nostri seminari e incontri con genitori e figure di riferimento, quando parliamo di dipendenze giovanili, queste sono le domande che ci pongono maggiormente.

    “Come posso fare per accorgermene? Cosa devo osservare?”

    “Come posso intervenire?”

    “A chi devo rivolgermi?

    Vediamo insieme cosa è possibile osservare e come è possibile intervenire.

    Le dipendenze

    Seconda la definizione generale per dipendenza si intende “l’assuefazione di una sostanza, o comportamento, la cui sottrazione induce disturbi fisici e psichici.

    Può trattarsi, infatti, di assuefazione e relativi disturbi da sostanze con potere psicoattivo (droghe, alcol o nicotina) o da abitudini, comportamenti, stili di vita (uso di internet, del cellulare, lavoro, shopping, gioco d’azzardo).

    Le dipendenze sono caratterizzate da:

    • Tolleranza, ossia bisogno di aumentare progressivamente la dose per produrre l’effetto ottenuto originariamente con dosi minori;
    • Dipendenza fisica, stato di adattamento fisiologico a una sostanza che si manifesta con una sindrome da sospensione (astinenza), malessere psicofisico che si manifesta quando si interrompe o si riduce il comportamento o l’uso dello strumento;
    • Dipendenza psicologica, si associa a sensazioni di soddisfazione e al desiderio di ripetere l’esperienza della sostanza o di evitare il disagio di non averla.
    • Conflittualità nei rapporti interpersonali e conflitti intrapersonali; cambiamenti di umore e di comportamento.
    • Dominanza, in quanto la dipendenza domina i pensieri, i sentimenti e i comportamenti dell’individuo, assumendo un valore primario tra tutti i suoi interessi.

    Dipendenze: cosa osservare

    Le diverse forme di dipendenza possono variare secondo l’età e le abitudini.

    Un discorso generale sui “sintomi” da individuare, infatti, non è mai corretto, ma di certo è possibile individuare alcuni comportamenti che accomunano le dipendenze nei ragazzi, come:

    • Difficoltà di concentrazione;
    • Mancanza di interessi variegati o perdita di interesse per particolari hobby;
    • Tratti di aggressività nel comportamento;
    • Disturbi di alimentazione e del sonno;
    • Calo del rendimento scolastico;
    • Isolamento sociale.

    Le dipendenze tecnologiche

    Esse si caratterizzano per un rapporto patologico dell’individuo con i nuovi mezzi tecnologici, il cui continuo diffondersi ed evolversi stanno definendo l’emergere di nuovi sindromi comportamentali e vissuti emotivi.

    Già da alcuni anni si parla del rapporto tra l’uomo e la tecnologia che oggi diventa sempre più complesso ed articolato.

    La grande rete che connette ed avvicina riesce anche talvolta a modificare lo stile di vita, il modo di pensare ed influenza le scelte dei singoli e della collettività.

    Ciò è possibile notarlo soprattutto negli adolescenti, ma anche nei bambini.

    Gli studi riconoscono una serie di comportamenti osservabili che rivelano la caduta nella dipendenza tecnologica:

    • Quantità significativa di ore trascorsa in rete;
    • Connessioni notturne prolungate e problemi con il sonno;
    • Attività fisica ridotta;
    • Evitamento con i familiari;
    • Isolamento sociale;
    • Irritabilità o rabbia;
    • Rinuncia o disinteresse per attività non collegate alla rete.

    Come prevenire le dipendenze

    Ci accorgiamo che i genitori vogliono affrontare le dipendenze con i loro figli, ma spesso non sanno quando o come affrontare l’argomento.

    Ma è immensamente importante che lo facciano.

    I bambini sono molto più esperti oggi, e le conversazioni oneste e aperte che si svolgono ora possono preparare le basi per mantenere le sostanze fuori dal loro futuro.

    Ecco alcune cose che dovete sapere per parlare ai vostri figli di dipendenze.

    Iniziate presto

    E’ importante parlarne con i vostri figli molto prima che ogni bambino sia esposto a sostanze nei suoi gruppi di pari.

    Iniziando la conversazione in anticipo, i genitori possono infondere l’idea che saranno sempre una risorsa e che i loro figli potranno venire da loro con qualsiasi domanda o dubbio.

    Naturalmente, partire presto non significa entrare in tutti i dettagli della dipendenza.

    Occorre sempre mantenere una discussione appropriata all’età.

    Con i bambini più piccoli, la conversazione può iniziare intorno alle vitamine e all’armadietto dei medicinali.

    Siate onesti e rispondete alle loro domande

    L’onestà è la chiave quando i genitori stanno conversando con i loro figli sulla dipendenza.

    La dipendenza potrebbe sembrare un argomento travolgente per un bambino piccolo, quindi lasciate che dirigano gran parte della conversazione.

    Se hanno domande, vi chiederanno loro.

    Fate loro sapere “Sono qui, se commetti un errore, puoi ancora venire da me e parlare con me”.

    Ascoltateli, rispondete alle loro domande e partite da quello che dicono loro.

    Alcuni consigli per i genitori

    Prendetevi il tempo per sedersi accanto ai vostri figli e chiedere loro cosa fanno online, senza giudicarli in anticipo o additarli come nulla facenti.

    Cercate di stabilire un momento di disintossicazione dalle nuove tecnologie condiviso da tutti i membri della famiglia.

    Potrebbe trattarsi di tre ore senza cellulare, anche voi genitori, dove si gioca, si ricorre a strategie creative e si fanno lavori manuali, si va dai nonni o si esce per una passeggiata.

    E’ possibile arrivare ad un uso intelligente e consapevole delle tecnologie: provate a condividere delle regole e rispettatele tutti.

    A tavola durante a cena state tutti senza cellulare e conversate sulla giornata appena trascorsa.

    Per approfondire il tema delle dipendenze giovanili o richiedere una consulenza specifica, non esitate a scriverci!

  • Sostenere la genitorialità: il ruolo e i consigli della pedagogista

    sostenere la genitorialità

    Sostenere la genitorialità è una delle grandi sfide dei professionisti che si occupano di educazione.

    Il pedagogista, infatti, nel proprio lavoro si occupa delle seguenti questioni:

    • Sostenere e aiutare i genitori nell’educazione dei propri figli;
    • Incrementare e rafforzare le competenze educative e genitoriali;
    • Potenziare le situazioni che presentano carenze e difficoltà educative.

    Andiamo con ordine e vediamo, dunque, insieme come il pedagogista, con il proprio intervento, può aiutare i genitori nell’educazione dei figli.

    Sostenere i genitori nell’educazione dei propri figli

    Essere genitori ed educare è un compito molto complesso che si modifica durante tutto l’arco della vita perché è inserito all’interno di un percorso evolutivo fisiologico.

    La famiglia, infatti, è centrale nell’educazione dei figli, rappresenta la struttura primaria per la crescita e la sicurezza del bambino.

    Dunque, la comunicazione familiare, il dialogo, l’ascolto, l’attenzione sono gli elementi fondamentali per la crescita, lo sviluppo e la maturità dei figli.

    La funzione genitoriale non equivale semplicemente ad un insieme di pratiche educative riguardo il modo di allevare i figli, bensì essa si configura come qualcosa di più complesso.

    E’, infatti, un qualcosa che comporta delle specifiche abilità che si apprendono nel tempo, comprendendo anche tutte quelle idee ed aspettative che influenzano il modo di agire della coppia genitoriale.

    Nel corso della loro esperienza, genitori e figli, si possono trovare ad affrontare problematiche relative al periodo dell’infanzia, della preadolescenza e dell’adolescenza.

    Partendo dalle situazioni di difficoltà quotidiana si possono individuare dei percorsi  di sostegno genitoriale per:

    • Facilitare la comunicazione nel rapporto educativo con i figli;
    • Entrare in empatia con loro;
    • Acquisire abilità nell’ascolto e nella riformulazione dei messaggi;
    • Saper esprimere i sentimenti;
    • Negoziare le regole, la disciplina;
    • Educare alla gestione dei conflitti.

    I percorsi per sostenere la genitorialità

    Nei momenti di difficoltà, i colloqui di sostegno alla genitorialità hanno le finalità di:

    • Sostenere e promuovere la consapevolezza del ruolo dei genitori, in quanto protagonisti attivi del percorso di crescita dei figli;
    • Accrescere e rafforzare le competenze genitoriali;
    • Rafforzare la comunicazione e la capacità di gestire i conflitti.

    Fornire, dunque, strumenti conoscitivi di comunicazione e ascolto che facilitino le relazioni in ambito familiare, permettendo di acquisire maggiore consapevolezza dei reali bisogni dei figli in relazione all’età.

    Attivare le competenze e le risorse parentali che permettano la gestione delle  difficoltà presenti nell’educazione dei figli e, in particolare nelle situazioni di criticità.

    L’intervento pedagogico, dunque, propone percorsi di approfondimento e miglioramento degli stili educativi e della comunicazione in famiglia attraverso un coinvolgimento attivo e concreto.

    Le competenze educative e genitoriali

    Educare i figli è uno dei compiti più difficili per i genitori.

    Può capitare ai genitori di sentirsi inadeguati o di non sapere come comportarsi.

    La consulenza pedagogica per sostenere la genitorialità, infatti, permette proprio di incrementare e rafforzare le competenze educative dei genitori.

    Vediamo insieme quali sono queste competenze genitoriali.

    Dare regole chiare e comprensibili: l’assertività

    Questa è una delle competenze più importanti che un genitore deve possedere.

    Molti genitori oscillano tra un atteggiamento passivo a uno aggressivo: dal chiedere ai figli di fare qualcosa in modo equivoco, per poi sfociare in un atteggiamento aggressivo se il bambino non risponde a queste richieste.

    Fino a ricorrere a minacce esagerate: “non ti faccio più uscire con i tuoi amici” o addirittura a punizioni fisiche.

    Non è così però che riuscirete a farvi ascoltare dai vostri figli.

    Evitate gli ordini in forma di domande retoriche, l’uso del “sei sempre…”, “sei il solito…” e il ricorso alle minacce.

    Per essere ancora più efficaci quando date una regola, avvicinatevi a vostro figlio, aspettate che vi guardie ditegli “ecco” e poi spiegategli bene che cosa deve fare.

    Spiegategli cosa succede se sceglie di disobbedire

    Questa è la cosiddetta “competenza delle conseguenze”.

    Davanti a un comportamento volontariamente sbagliato non dovete avere né un atteggiamento permissivo (non permette di imparare dall’errore), né un atteggiamento punitivo (rischia solo di far sentire il bambino in colpa).

    Spiegare le conseguenze delle azioni, invece, sviluppano nei figli il valore della responsabilità e la capacità di rispondere in modo adeguato alle situazioni.

    Conseguenze, però, che non devono essere delle minacce: spiegategli quello cosa può succedere se agisce in un certo modo.

    Siate un modello di calma e autocontrollo

    I bambini imparano dai vostri comportamenti e non possono imparare senza un modello concreto positivo, che dovete essere voi!

    Se vostro figlio sta urlando perché non vuole tornare a casa, voi, se volete calmarlo, assolutamente non dovete urlare e perdere, voi stessi, il controllo.

    Lui penserà “beh se si arrabbia anche la mamma posso farlo anche io”.

    Quindi, se vostro figlio urla, prendetevi un momento, calmatevi e aiutatelo ad affrontare la rabbia e il dolore, emozioni che lui ancora può non saper gestire.

    Aiutatelo a superare un capriccio con l’empatia

    Quando entrate in empatia con vostro figlio, lui si accorge che per voi i suoi sentimenti sono importanti.

    La vostra risposta empatica alle sue emozioni lo aiuta a sentirsi approvato e ad acquisire fiducia in sé.

    I capricci non rappresentano un gesto irrispettoso nei vostri confronti, bensì un segnale del fatto che vostro figlio ha difficoltà a gestire una delusione o una frustrazione.

    Aiutatelo a superare un capriccio; come?

    Mantenendo un tono calmo dovete descrivere il comportamento di vostro figlio, dite quello che vedete e quello che secondo voi sta provando, senza mai giudicare.

    Ecco, questi sono alcuni aspetti delle competenze genitoriali che vengono affrontati dal pedagogista nei percorsi educativi e pedagogici per sostenere la genitorialità.

    Se leggendo questo articolo ti sei ritrovato in alcune situazioni e vuoi ricevere un sostegno per migliorare ed incrementare le tue competenze di genitore, contattaci.

    Non significa che sei un cattivo genitore, anzi, sei un genitore che vuole migliorarsi per educare al meglio i propri figli 😉

  • Disabilità e famiglia: il racconto di una mamma

    disabilità e famiglia

    Abbiamo parlato a lungo di disabilità, dei concetti di integrazione e autonomia: oggi parliamo, invece, di disabilità e famiglia.

    La disabilità all’interno di una famiglia è una presenza che va a toccarne tutti i componenti, tutte le dinamiche e il loro funzionamento.

    E’ un evento che irrompe violentemente nella vita di una  famiglia, modificandone, dunque, gli assetti mentali, emotivi e relazionali.

    Disabilità e famiglia

    La disabilità è un terremoto emotivo che cambia per sempre la vita dei genitori.

    Dall’iniziale negazione della realtà, all’accettazione della disabilità, la strada è lunga e faticosa e non sempre si giunge alla reale accettazione.

    Molti genitori, infatti, rimangono nella rassegnazione del“dobbiamo conviverci”.

    Inevitabilmente, la nascita di un figlio disabile pone la famiglia di fronte alla necessità di riorganizzarsi e di modificare i propri equilibri.

    La famiglia è un sistema in evoluzione: affronta perciò compiti evolutivi che richiedono un più o meno vasto processo di riorganizzazione.

    Le famiglie differiscono fra loro per le modalità con cui affrontano tali compiti evolutivi.

    Il modo in cui una famiglia reagisce a circostanze difficili risulta dall’interazione tra diversi fattori:

    • Le dinamiche familiari;
    • La capacità di effettuare una valutazione corretta del problema;
    • Le strategie disponibili per affrontarlo, le risorse materiali e i supporti sociali forniti dall’esterno.

    Il momento della comunicazione della diagnosi

    Un punto cardinale riguarda le modalità con cui la diagnosi viene comunicata.

    La chiarezza e la gradualità delle informazioni, sia nel contenuto che nella modalità di presentazione.

    Essi sembrano essere elementi importanti che non possono naturalmente impedire la sofferenza, ma possono accompagnare la famiglia verso un cammino fatto di speranza e un naturale processo di adattamento, stimolando reazioni di tipo costruttivo, attivo, anziché di rassegnazione.

    La diagnosi può provocare nei genitori un forte trauma, legato alla discrepanza tra il bambino “ideale” che hanno costruito come oggetto d’amore durante l’attesa e il bambino “imperfetto” che la realtà presenta loro.

    Il momento in cui viene data la diagnosi ed il successivo periodo di adattamento della famiglia restano determinanti per avviare una relazione tra il bambino, la famiglia e gli operatori che forniranno un sostegno terapeutico.

    La testimonianza di una mamma

    Oggi vi proponiamo la sincera testimonianza di Alba, mamma di Noemi, una bambina affetta da Autismo che frequenta la seconda elementare.

    Come tutto ebbe inizio

    Tutto è iniziato con un abbraccio, di una neuropsichiatra che stimo tantissimo, e con la frase “la piccola e’nello spettro dell autismo”. Uscendo dalla stanza ho pianto, di quei pianti che partono dalla pancia attraversano il cuore e fermano il battito, ma che alla fine ti danno un senso di liberazione. In quel momento non sapevo nulla della parola Autismo: non ne conoscevo il significato e cosa avrebbe comportato. Poi mi sono detta che l’autismo era solo una parte della mia bambina e che mi sarei concentrata su ciò che c’era e non su ciò che non c’era e che da lì sarei partita. Mi resi conto che dovevo affidarmi, e fidarmi, a persone specializzate che mi avrebbero insegnato a vedere. E così feci: io volevo fare la mamma, e non la terapista di mia figlia.

    L’inizio del percorso

    Cosi è iniziato il percorso. Non dico che è stato semplice, anzi, è stato tortuoso e doloroso ma sostenuta e indirizzata da professionisti siamo riusciti a far partire tutto. Ogni giorno bisogna fare un bilancio: le cose per cui vale la pena investire tempo e fatica e quelle, invece, per le quali è inutile lottare. Noemi mi ha insegnato a pensare prima di agire, c’è sempre bisogno di un pensiero, per proteggersi e per investire il tempo nel modo giusto. Ho, quindi, deciso di condividere la mia esperienza con le persone che frequentavo, e all’asilo ho trovato tante braccia aperte.

    L’importanza della condivisione

    Ho scelto di parlare, di condividere, sono stata ascoltata e,a mia volta, ho ascoltato. Tutti noi abbiamo delle difficoltà, e per ciascuno di noi sembrano enormi e insormontabili. Con questi confronti ho potuto ridimensionare il mio dolore: un dolore condiviso è un dolore dimezzato e questo vale anche per la gioia, una gioia condivisa è una gioia moltiplicata. In fondo da soli non si può fare niente. Come si dice, per educare un bambino ci vuole un intero villaggio ed proprio così: amici, amiche, educatrici, insegnanti, familiari, vicini di casa.

    Un progetto per la socializzazione

    In quel periodo abbiamo pensato ad un progetto, io e una delle educatrice di Noemi, per favorire l’integrazione e la socializzazione. Noi possiamo parlare, spiegare, confrontarci, ma solo vivendoci tutti i giorni possiamo sconfiggere le barriere che ci separano: solo ciò che non si vive e non si conosce ci fa paura. Così abbiamo pensato di creare dei momenti di gioco a casa con i compagni della classe, strutturati con l’aiuto e il sostegno dell’educatrice. Il tutti per dare la possibilità ai bimbi che vengono a casa di giocare con Noemi con fluidità e naturalezza, mentre per lei capire come fare per giocare ed interagire al meglio. Ognuno rispetta i tempi dell altro. Questo progetto è un vero successo, i bimbi fanno a gara per venire e Noemi è felicissima di condividere dei momenti unici con i suoi amici.

    Per una vita possibile

    Ad oggi posso dire che una vita è possibile, anzi ci vuole 😉 La fatica è grande, ma le soddisfazioni sono tantissime. Alla diagnosi ci dissero che Noemi probabilmente non avrebbe parlato; oggi, invece, in seconda elementare inizia a scrivere e leggere. Siamo una famiglia come tante altre, con alti e bassi, e con le nostre difficoltà, ma siamo uniti. E grazie anche a  mio marito che, nonostante per una coppia reagire a tutto questo  è difficilissimo e i tempi di risposta al dolore sono diversissimi, siamo riusciti insieme a cambiare sguardi e direzioni.

    Io sono convinta che l’amore abbatte tutti i muri e tanto amore concentrato è un esplosione miracolosa!

    Un Grazie sincero ad Alba per aver condiviso con noi la sua esperienza e le sue parole 😉

    Quando si parla di disabilità e famiglia, unione e amore sono le parole chiave.

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