All Posts By:

Giulia Piazza

  • L’educazione alla libertà come pratica di educazione alla vita

    educazione alla libertà

    Maria Montessori nel 1909 pubblica “Il metodo della pedagogia scientifica applicato all’educazione infantile nelle Case dei Bambini” che rimarrà alla base di tutta la pedagogia moderna.

    Questo metodo mette al centro il rispetto per la spontaneità del bambino ed è il primo a offrire un’alternativa all’educazione autoritaria dell’epoca.

    Di seguito vengono presentate le caratteristiche e i principi di questa “educazione alla libertà” proposta da Maria Montessori nel suo famoso Metodo.

    Il Metodo Montessori ha, infatti, rivoluzionato completamente la concezione d’istruzione ed educazione del bambino, dimostrandosi, ancora oggi, estremamente attuale ed efficace.

    Il metodo Montessori

    E’ una disciplina il cui obiettivo è quello di dare libertà al bambino di manifestare la sua spontaneità.

    La vera salute fisica e mentale è il risultato della “liberazione dell’anima”: in questo percorso di liberalizzazione del bambino, l’adulto deve intervenire solo per aiutarlo a conquistarla.

    L’adulto, dunque, deve essere un “angelo custode” che osserva e non interviene quasi mai: deve rispettare il bambino che commette errori e guidarlo a migliorarsi da solo.

    Interferendo sul suo operato, l’adulto gli toglierà la dignità e la libertà di riuscirci da solo e non gli darà la possibilità di correggersi in autonomia.

    Non interferire permetterà al bambino di autocorreggersi e pensare a soluzioni per risolvere eventuali ostacoli.

    Mai aiutare un bambino mentre sta svolgendo un compito nel quale sente di poter avere successo!

    L’educazione alla libertà come educazione di vita

    Il principio fondamentale dell’educazione è quello della libertà, dell’autonomia e dell’indipendenza.

    Secondo questa prospettiva il bambino viene visto come un essere completo, dotato naturalmente di una energia creativa, innata e affettiva: un piccolo adulto e una persona pensante già da piccolissimo.

    I bambini non devono essere semplicemente indirizzati e guidati dagli adulti; devono piuttosto essere lasciati liberi di esplorare e scoprire da soli il mondo circostante.

    Devono, cioè, essere educati all’indipendenza, per allenare le proprie capacità ed inclinazioni personali.

    Fondamentale è lasciarli liberi di esplorare, scoprire e imparare da soli, senza forzarli in alcun modo.

    Per educare i bambini ad essere autonomi, gli adulti, infatti, non devono intervenire ed aiutarli mentre stanno svolgendo un compito.

    Ciò significa vigilare sulla loro sicurezza ma intervenire il meno possibile: guidarli senza condurli in ogni azione e movimento.

    I bambini non devono essere “serviti” dai genitori, bensì educati a fare da soli e a compiere da soli le loro conquiste.

    Devono imparare a responsabilizzarsi, per prendere coscienza delle loro azioni.

    Educare i bambini al silenzio

    Il silenzio nella pedagogia ha un valore molto importante e profondo, ed è un mezzo molto prezioso per crescere ed educare i bambini.

    Ogni individuo, adulto o piccolo che sia, ha bisogno del silenzio per riposare, rigenerarsi ma anche riflettere, concentrarsi e capire.

    Il silenzio è, infatti, la quiete dei sensi: trasmette quella “giusta” tranquillità che permette al corpo e alla mente di rigenerarsi.

    Il rumore, al contrario, ha degli effetti devastanti sul nostro organismo: ci distrae, ci stanca, ci confonde e ci agita.

    Nei bambini tali effetti sono amplificati e il rumore rappresenta un pesante ostacolo, non solo al loro stesso sviluppo sensitivo ma anche al loro benessere generale.

    Il silenzio permette così ai bambini di riequilibrarsi.

    Fargli vivere ogni giorno un pò di sano silenzio gli permette di apprezzarlo, di capirne il significato e il valore e sopratutto gli permette di riflettere sul rapporto che hanno con loro stessi e con gli altri.

    I bambini non devono temerlo, ma conoscerlo e apprezzarlo per saperne trarre tutti i benefici che esso comporta, ovvero:

    • La concentrazione;
    • Il saper ascoltare;
    • La meditazione;
    • Il rapportarsi con gli altri;
    • La comprensione;
    • La calma.

    Educare i bambini al contatto con la natura

    La natura può fortemente influenzare e potenziare lo sviluppo e l’educazione dei bambini.

    Nella società l’uomo “civilizzato” è costretto in limiti e restrizioni che si ripercuotono inevitabilmente anche nella vita del bambino.

    Grazie alla natura è possibile riportare agli occhi del bambino la vita libera che segue la natura stessa.

    Osservare, studiare e vivere la natura sono gli obiettivi del Metodo Montessori.

    Il bambino a contatto con la natura riesce a sviluppare le percezioni su ciò che lo circonda e instaura una moralità importante verso la cura e la vita della natura stessa.

    Nell’infanzia il bambino è un vero ed ottimo osservatore che può assimilare moltissimo da un contatto importante e diretto con la natura.

    Permettere al bambino di curare la natura risponde ad uno dei suoi desideri ed istinti più forti: rendersi pienamente attivo alle cure di qualcosa.

    Moltissime sono le attività che possono essere utilizzate per permettere un contatto diretto con la natura, quali:

    • Ripulire lo spazio esterno dalle foglie secche cadute;
    • Ripulire le aiuole da foglie, fiori o rami rovinati;
    • Raccogliere i frutti da alberi e piante;
    • Raccogliere, riconoscendo gli odori, diverse erbe aromatiche;
    • Seminare e curare un piccolo orto dove raccogliere poi i suoi frutti e imparare a conoscerli.

    L’ambiente a misura di bambino e i materiali sensoriali

    La predisposizione dell’ambiente educativo riveste un ruolo primario per lo sviluppo, con l’utilizzo di materiali selezionati sempre a portata del bambino.

    Un ambiente che riproduce quello di vita naturale, assecondando il movimento, la scoperta, la libertà di scelta del materiale da utilizzare, svincolato dalla necessità di imposizione dell’educatore o da vincoli di tipo strutturale.

    Ciò consente il rispetto dei tempi di sviluppo di ciascuno e accompagna una solida acquisizione di competenze fondata sulla conquista attraverso le proprie capacità personali.

    Maria Montessori iniziò col progettare e preparare diversi materiali sensoriali: oggetti aventi lo scopo specifico di favorire l’esercizio e lo sviluppo dei cinque sensi dei bambini.

    I materiali sono diversificati in base alla fascia d’età dei bambini e sono proposti gradualmente a seconda delle capacità acquisite.

    Per un “corretto utilizzo” di questi oggetti, rimane fondamentale sempre il ruolo dell’adulto che deve lasciare libero il bambino di manifestare la sua spontaneità senza interferire sul suo operato.

    Sarà la manipolazionel’esplorazione e la concentrazione stessa del bambino sull’oggetto a sviluppare le sue abilità.

    L’adulto deve rispettare sempre le sue scelte, i suoi tempi e i suoi ritmi. Deve permettere al bambino di muoversi liberamente e in “autonomia” di autocorreggersi.

    Di seguito, vengono presentati e proposti  alcuni esempi di materiali che potete utilizzare per lo sviluppo sensoriale dei vostri bambini, sulla base dei cinque sensi.

    Lo sviluppo della vista

    Il senso della vista riveste un ruolo primario nella comunicazione.

    L’occhio riesce a percepire le forme, la profondità, la distanza, i colori, il movimento stesso attraverso gli oggetti che lo circondano.

    Vi propongo la torre rosa, composta da dieci cubi decrescenti, in grado di coadiuvare lo sviluppo percettivo della tridimensionalità, della geometria e dell’impatto del colore.

    Lo sviluppo del tatto

    Il tatto per il bambino è un altro importante strumento che gli permette di conoscere ed esplorare sé stesso e l’ambiente circostante.

    Come materiale vi propongo le tavolette tattili, del liscio e del ruvido, molto utili per stimolare i bambini a riconoscere le caratteristiche fisiche dei vari materiali.

    Lo sviluppo dell’udito

    I bambini amano ascoltare i suoni già da quando sono neonati.

    E’ molto importante per loro affinare l’udito e imparare a riconoscere i diversi suoni presenti nell’ambiente.

    Per sviluppare tale senso vi propongo i cilindri dei rumori, che permettono di sviluppare e affinare la percezione sulla differenza di un suono.

    Lo sviluppo dell’olfatto e del gusto

    Affinare questi sensi permetterà al bambino di imparare a riconoscere i vari odori e ad apprezzare ogni sapore.

    Come materiali sensoriali molto interessanti sono le boccette degli odori o sacchetti profumati, con odori differenti che il bambino dovrà riconoscere e associare tra loro.

    Similmente troviamo le boccette del gusto, contenenti i quattro sapori principali, dove il bambino deve assaggiare i sapori, riconoscerli e abbinare le bottigliette con lo stesso sapore.

    Rispettare la spontaneità del bambino è uno snodo cruciale per una buona educazione ed una crescita armoniosa di vostro figlio.

  • L’educazione tra pari a scuola: caratteristiche e vantaggi

    l'educazione tra pari

    L’educazione tra pari, o peer education, può essere definita come la nuova frontiera dell’apprendimento che vede i giovani al centro del processo educativo.

    E’ una proposta innovativa ed alternativa, che rende possibile un maggiore coinvolgimento degli studenti mediante pratiche partecipative e stimolanti.

    Conoscerla, proporla e utilizzarla a scuola può influenzare notevolmente l’apprendimento degli studenti, sia in termini di didattica sia di abilità sociali e relazionali.

    Cosa è l’educazione tra pari

    Con tale termine intendiamo un metodo d’intervento particolarmente utilizzato in ambito educativo e in particolare nella prevenzione dei comportamenti a rischio.

    E’ una proposta educativa in base alla quale alcuni membri di un gruppo vengono formati per svolgere il ruolo di educatore e tutor per il gruppo dei propri pari.

    Essendo un metodo prevede obiettivi, tempi, modi, ruoli e materiali strutturati.

    Può essere anche definito come un processo di comunicazione globale, caratterizzato da un’esperienza profonda ed intensa e da un forte atteggiamento di ricerca di autenticità e di sintonia tra i soggetti coinvolti.

    L’educazione tra pari comporta un radicale cambio di prospettiva nel processo di apprendimento, ponendo gli studenti al centro del sistema educativo.

    Il gruppo dei pari costituisce, dunque, una sorta di laboratorio sociale dove sviluppare dinamiche, sperimentare attività, progettare, condividere, migliorando l’autostima, le abilità relazionali e comunicative.

    L’importanza delle relazioni tra i pari

    Le relazioni tra pari, soprattutto tra gli adolescenti all’interno della scuola, hanno una grande influenza sul loro sviluppo sociale e sulla loro crescita complessiva.

    I processi di socializzazione, in tutta la loro ricchezza e complessità, sono favoriti dalla partecipazione del ragazzo alla vita del gruppo dei pari, che gli permette di sperimentare esperienze diversificate di relazione.

    Per gli adolescenti, in particolare, il contesto sociale è essenziale ai fini della costruzione di un’identità e più complessivamente della personalità.

    La possibilità di vivere bene nel gruppo dei pari consente di affrontare meglio i compiti difficili e peculiari di questa età.

    Fondamentale per i ragazzi è riuscire ad attivare rapporti di amicizia e sapersi inserire nella vita di gruppo, in maniera da poter sviluppare una maggiore indipendenza ed autonomia dal mondo degli adulti (genitori ed insegnanti).

    Come funziona: principi e punti di forza

    Innanzitutto, la trasmissione di conoscenze deve avvenire tra “pari grado”, cioè tra persone simili, per età, status e problematiche.

    Il primo passo è, dunque, proprio quello di individuare questi “peer“, cioè questi pari grado, che non hanno un ruolo di insegnanti nei confronti dei loro coetanei, bensì di tutor, persone con cui intraprendere uno scambio attivo di idee ed esperienze.

    Formati i giovani peer, si passa poi al lavoro di gruppo con i coetanei.

    Il loro punto di forza è quello di utilizzare la comunicazione paritaria, vale a dire lo stesso linguaggio dei destinatari, che può essere perfettamente compreso e accettato.

    Nel gruppo, i peer sono agenti di cambiamento e, pur essendo protagonisti dell’azione di trasmissione della conoscenza, non instaurano un rapporto gerarchico con gli altri studenti, non giudicano, non tengono lezioni: continuano a stare sullo stesso piano.

    I peer sono dunque chiamati ad aiutare e a supportare i coetanei durante i laboratori o le attività di gruppo organizzate dagli educatori in qualità di facilitatori.

    Ciò comporta un principio molto importante per l’educazione: il “learning by doing”, ovvero imparare attraverso l’azione.

    Studi scientifici dimostrano che questa è la miglior tecnica per comprendere a fondo tematiche e concetti complessi.

    I pari facilitano anche la riflessione che segue l’azione, permettendo agli altri studenti di acquisire la consapevolezza delle proprie azioni.

    Questo metodo, comunque, non annulla in alcun modo l’autorità degli adulti (insegnanti, formatori, educatori), che hanno il ruolo di supervisori e di facilitatori dell’interazione tra giovani.

    Considerato l’obiettivo finale che è quello di rinforzare l’autostima degli studenti, oltre che accrescere le loro conoscenze, il docente dovrà imparare a non essere l’unico dispensatore del sapere per i propri discenti, rimanendo in disparte e lasciando spazio e tempo agli alunni.

    Perché utilizzare l’educazione tra pari a scuola

    E’ una modalità di apprendimento informale in grado di potenziare maggiormente l’apprendimento degli studenti, rispetto alla lezione frontale.

    Gli obiettivi di questo sistema sono diversi:

    • Il potenziamento delle abilità individuali degli studenti;
    • La prevenzione di comportamenti socialmente negativi, come il bullismo, attraverso meccanismi di influenza sociale ed emozionale;
    • Il miglioramento dell’autostima e delle abilità sociali e relazionali, così come della fiducia e della collaborazione;
    • L’incremento dell’apprendimento.

    Questo sistema di trasmissione delle conoscenze ha numerosi vantaggi, sia per i peer, sia per i coetanei.

    L’insegnamento reciproco consente agli studenti di accrescere e perfezionare le proprie conoscenze, i metodi di studio e la capacità di problem solving.

    Migliora l’autostima dei peer, li mette alla prova, migliora le loro abilità relazionali e di comunicazione.

    I coetanei apprendono meglio in un ambiente di lavoro in cui si sentono a proprio agio, senza voti o giudizi, sviluppando competenze e risorse.

    Favorisce relazioni migliori all’interno del gruppo e promuove l’instaurarsi di un rapporto di educazione reciproca, come evidenzia la moderna psicologia dello sviluppo.

    L’educazione tra pari, infine, è da considerarsi anche un sistema di prevenzione, soprattutto negli adolescenti, verso fenomeni negativi, come il bullismo.

    Una strategia preventiva nell’adolescenza

    Il gruppo dei pari rappresenta un riferimento importantissimo nel processo di crescita e di conquista dell’autonomia: fornisce sostegno, protezione, rassicurazione e confronto.

    Al suo interno i ragazzi possono sperimentare e consolidare la propria autoefficacia, condividere esperienze e sviluppare le proprie capacità di socializzazione.

    Il gruppo influenza notevolmente i ragazzi, orientandoli verso atteggiamenti positivi o negativi.

    Il metodo dell’educazione tra pari si rivela particolarmente indicato nella prevenzione di comportamenti a rischio nell’adolescenza.

    Uno degli scopi del metodo è proprio quello di permettere agli adolescenti di acquistare l’autoefficacia, intesa come capacità di assumere un ruolo attivo e positivo nelle scelte della propria vita.

    Gli interventi sono strutturati per far vivere ai ragazzi l’esperienza dell’autonomia, ovvero del portare avanti da soli le attività, unita all’esperienza di essere guidati dagli adulti in modo non intrusivo.

    Per approfondire questo metodo di apprendimento innovativo, contattateci!

  • Educare alle emozioni a scuola: attività e metodologie

    educare alle emozioni a scuola

    Le emozioni svolgono un ruolo essenziale nella vita di tutti noi, influenzando il nostro comportamento e i nostri modi di agire.

    Per questo motivo, è fondamentale educare i bambini a riconoscere e gestire la propria emotività: aiutarli cioè nella scoperta delle loro emozioni.

    I bambini devono imparare a riconoscere tutti i tipi di emozioni, anche quelle negative, come rabbia e tristezza, dare loro un nome, accettarle ed esprimerle.

    Questo contributo si rivolge sia agli insegnanti che ai genitori, per offrire consigli, buone pratiche, attività per educare i bambini alle emozioni a scuola e a casa.

    Le emozioni: cosa sono e a cosa servono

    Le emozioni nascono e si manifestano in maniera spontanea e involontaria, “capitano” senza lasciare alla persona la possibilità di decidere quale provare e quando

    Si generano in base ai significati e ai valori che ognuno di noi attribuisce ad un determinato evento e divengono così la conseguenza di un processo di valutazione.

    Dunque, possiedono una forte componente situazionale che pone in evidenza la dimensione soggettiva e personale dell’esperienza.

    Per questo variano da persona a persona e possono cambiare.

    Inducono un’attivazione generale dell’organismo con la comparsa di reazioni motorie, fisiologiche ed espressive precise e rilevanti.

    Possono essere definite, infatti, come uno schema composto da aspetti fisiologici, comportamentali e da aspetti di pensiero.

    Le emozioni esercitano le funzioni di:

    • Preparare il soggetto all’emergenza o ad affrontare le situazioni impreviste;
    • Far percepire alla persona le sensazioni buone o cattive provocate da alcuni eventi;
    • Far conoscere agli altri il proprio stato emotivo.

    Le emozioni ci aiutano a leggere cosa ci succede: sono la nostra prima finestra sul mondo.

    La capacità di riconoscere le nostre emozioni, di viverle in modo consapevole, ci permette di comprendere non solo quello che accade dentro di noi, ma anche quello che accade attorno a noi.

    Una parte importante del vantaggio delle emozioni, sta nella capacità di nominarle e descriverle.

    La consapevolezza aiuta la conoscenza del mondo e di se stessi nella misura in cui io riesco, attraverso di essa, a dare parole alle emozioni stesse.

    Le emozioni primarie e secondarie

    Le emozioni primarie sono una risposta automatica e istintiva agli stimoli esterni e vengono espresse da tutti allo stesso modo: sono innate e universali.

    Quelle secondarie invece hanno origine dalla combinazione delle emozioni primarie, e si sviluppano con la crescita e l’interazione sociale: sono complesse e sociali.

    Sono, quindi, delle emozioni più complesse e hanno bisogno di più elementi esterni o pensieri eterogenei per essere attivate.

    Le emozioni primarie o di base sono:

    1. Rabbia, generata dalla frustrazione che si può manifestare attraverso l’aggressività;

    2. Paura, emozione che ha come obiettivo la sopravvivenza del soggetto ad una situazione pericolosa;

    3. Tristezza, si origina a seguito di una perdita o da uno scopo non raggiunto;

    4. Gioia, stato d’animo positivo di chi ritiene soddisfatti tutti i propri desideri;

    5. Sorpresa, si origina da un evento inaspettato, seguito da paura o gioia;

    6. Disprezzo, sentimento e atteggiamento di totale mancanza di stima e disdegnato rifiuto verso persone o cose, considerate prive di dignità morale o intellettuale;

    7. Disgusto, risposta repulsiva caratterizzata da un’espressione facciale specifica.

    L’importanza di educare alle emozioni

    Le emozioni determinano la nostra relazione con il mondo.

    Quando nasciamo, non abbiamo sviluppato né il pensiero né il linguaggio, né tanto meno possiamo pianificare quello che facciamo, ma nonostante questo, le emozioni ci permettono di comunicare e di identificare quello che è positivo e negativo per noi stessi.

    Attraverso il pianto, il sorriso o dei comportamenti rudimentali ci relazioniamo con il mondo e con il resto delle persone.

    Le emozioni ci apportano informazioni sulla relazione che abbiamo con l’ambiente circostante.

    Le emozioni sono come un sistema di allarme che si attiva quando individuiamo qualche cambiamento nella situazione che ci circonda.

    Durante l’infanzia provare emozioni positive spesso favorisce il possibile sviluppo di una personalità ottimista, confidente ed estroversa, mentre avviene il contrario se si provano emozioni negative.

    Un’adeguata educazione emotiva, dunque, permetterà di acquisire destrezza per la gestione degli stati emotivi, di ridurre le emozioni negative e di aumentare in buona parte le emozioni positive.

    In questo senso possiamo citare, ad esempio, il saper risolvere in maniera positiva i conflitti, il mettere da parte una frustrazione a breve termine in cambio di una ricompensa a lungo termine, e il gestire gli stati d’animo per motivarci.

    Educare alle emozioni a scuola

    La scuola ha un ruolo centrale nell’educazione emotiva.

    Per educazione emotiva si intende la capacità di riconoscere e comprendere le emozioni, dominarle senza reprimerle, a trasformarle in uno strumento prezioso per la conoscenza dell’altro da sé, in sintesi, a gestirle.

    La formazione emotiva avviene inizialmente in famiglia ed in stretta collaborazione, poi, con la scuola.

    La scuola è lo spazio ideale per lavorare sulle emozioni, perché è il luogo in cui la maggior parte degli individui passa più tempo negli anni fondamentali della propria formazione e perché quel tempo è molto significativo in termini di trasmissione di valori, oltre che di conoscenze.

    L’educazione emotiva in aula non deve diventare una disciplina a sé, rigidamente intesa, da aggiungere alle materie curricolari e per la quale l’insegnante sia chiamato a trovare il tempo, il luogo e i materiali necessari al fine di sviluppare e portare a termine il programma.

    Deve e può, invece, diventare una compagna di strada dei saperi cognitivi, dello sviluppo delle competenze e delle abilità.

    In tutto questo il compito fondamentale spetta agli insegnanti che devono essere in grado di attivare, costruire, implementare nei bambini le capacità di identificare, gestire e modulare il loro mondo emozionale interno.

    Consigli e buone pratiche

    Ancora una volta le storie, le fiabe, sono protagoniste.

    Le storie sono strumenti molto utili per arrivare al cuore dei bambini, per mettere in atto l’educazione emotiva e promuovere l’apprendimento del linguaggio delle emozioni.

    Una risorsa per me molto innovativa che vi propongo è il libro l’Emozionario: dimmi cosa senti, nell’edizione del 2015 di Scalabrini e Pereira, in versione illustrata.

    E’un libro pensato per adulti e bambini da utilizzare come risorsa didattica per aiutarci a definire quello che proviamo, le sue cause e la sua influenza.

    E’ una sorta di dizionario delle emozioni, contenente 42 voci, ciascuna riferita ad una emozione e accompagnata da un’illustrazione che rappresenta l’emozione e da una breve descrizione delle caratteristiche della stessa.

    Può essere molto utile come strumento di supporto all’educazione emotiva sia per i genitori che per gli insegnanti.

    In questo modo, i bambini inizieranno a comprendere, dare un senso, riconoscere le emozioni ed imparano piano piano, con il sostegno degli adulti, a gestirle, verbalizzarle ma soprattutto a regolarle.

  • Come responsabilizzare i bambini a scuola e in famiglia

    responsabilizzare i bambini a scuola

    Senso di responsabilità e autonomia sono due concetti molto importanti nel processo di educazione dei bambini.

    Educarli ad assumersi le proprie responsabilità e a comprendere le conseguenze delle proprie azioni, così come educarli ad essere autonomi non è certamente un compito facile.

    Responsabilizzare i bambini a scuola e in famiglia è, però, un compito fondamentale che spetta a insegnanti e genitori per promuovere uno sviluppo completo e integrato.

    Educare alla responsabilità

    Con il termine “responsabilità” si intende la capacità di:

    • Dare risposte in merito alle proprie scelte o azioni intraprese;
    • Rendere conto delle proprie scelte e decisioni;
    • Assumersi le conseguenze delle proprie azioni.

    Educare un bambino alla responsabilità non è un compito semplice, ma è qualcosa che nasce e cresce giorno dopo giorno, fin da piccoli.

    Responsabilizzare un bambino lo farà crescere meglio e lo renderà consapevole che diritti e doveri vanno di pari passo nella vita.

    A qualsiasi età, condizione sociale e cultura, non possiamo sottrarci alle nostre responsabilità, ai doveri nei confronti di noi stessi ma anche degli altri, in particolare delle persone che ci stanno accanto: i nostri familiari.

    Far credere ai più piccoli che possano essere esenti da tutto questo è un torto che facciamo loro perché li priviamo della grande esperienza di dare qualcosa di sé, di lasciare un segno negli altri, oltre che di limitarsi a ricevere.

    Equivale cioè a non fornire loro le fondamenta di quel vivere civile necessario per muoversi nel mondo e per costruire relazioni autentiche.

    La strada che conduce ad un’esistenza piena e soddisfacente è quella che passa attraverso il senso di responsabilità verso se stessi e verso gli altri.

    Come responsabilizzare i bambini

    Responsabilità significa essere in grado di intercettare autonomamente i bisogni altrui, di saperli cogliere con autentico rispetto per la vita, per la libertà, e saper modulare le proprie azioni in virtù del rispetto per il prossimo, rendendosi conto che possono recare vantaggio o danneggiare chi ci circonda.

    Ha dunque poco a che vedere con la disciplina e nulla con la sottomissione.

    In altre parole significa essere coscienti di ciò che si fa: la responsabilità è quindi un moto che viene da dentro,e che non viene imposto.

    Dare il buon esempio

    Fondamentale, per favorire il senso di responsabilità, è senza dubbio il buon esempio.

    Se i genitori agiscono in tal senso, se per primi si rispettano tra loro, rispettano i figli e il prossimo, sicuramente un primo passo è compiuto.

    Fare esperienze personali

    Altrettanto fondamentale è evitare di impartire ordini, dare regole, tracciare percorsi, in continuazione, bensì lasciare al bambino la possibilità, la fiducia e la libertà di scegliere.

    Il bambino deve imparare a pensare con la propria testa, deve fare esperienze personali.

    Il senso di responsabilità non può essere che il risultato di decisioni autonome, di scelte libere frutto di un sentire profondo.

    Il genitore non deve sostituirsi al figlio nella risoluzione dei problemi, altrimenti, quest’ultimo, non guadagnerà mai una vera indipendenza.

    Fare sperimentare le conseguenze delle loro azioni

    Bisogna aiutare i bambini a comprendere che i loro gesti, le loro azioni, ma anche le loro parole e i loro atteggiamenti hanno un peso e determinano delle conseguenze.

    E’ importante fargli sperimentare quello che accade dopo un loro determinato comportamento,senza intervenire o modificare la situazione, prima che possano da soli comprendere dove hanno sbagliato.

    Devono imparare a comprendere il valore e la potenza dei loro gesti, delle loro parole e dei loro comportamenti.

    Pretendere che portino sempre a termine ciò che hanno iniziato

    Quando si affidano loro dei compiti è importante pretendere sempre che li portino a termine e che non lascino in sospeso ciò che hanno iniziato.

    Solo dopo avere ultimato il loro compito potranno passare a fare ciò che desiderano.

    In questo senso, occorre affidare loro pochi compiti e alla loro portata, ovvero non troppo difficili.

    Piuttosto può essere utile richiedere loro di svolgere azioni molto semplici, perché ciò che interessa non è la prestazione in sé ma il fatto che la svolgano con cura e responsabilità.

    Come responsabilizzare i bambini a scuola

    L’educazione è il motore principale per lo sviluppo della società, e deve aiutare i ragazzi a diventare persone migliori.

    In questo senso, l’educazione scolastica deve essere orientata alla motivazione, responsabilizzazione e preparazione alla vita reale.

    L’approccio pedagogico non deve essere impostato esclusivamente sulla didattica tradizionale e sull’apprendimento frontale.

    Deve essere bensì orientato al pensiero critico, alla creatività e al lavoro di gruppo, con l’intento di sviluppare negli studenti la partecipazione attiva, l’integrazione e il senso di responsabilità.

    Bisogna, dunque, cercare di limitare le lezioni frontali e privilegiare invece i laboratori.

    Laboratori basati sull’attivazione di progetti e ricerche che partono dalle domande legittime degli alunni, dai problemi concreti che permettono di utilizzare le varie materie in funzione della risoluzione.

    L’apprendimento passivo non aiuta i ragazzi ad imparare: hanno bisogno di attivazione, coinvolgimento e partecipazione.

    Fondamentale è l’orientamento alla motivazione, incoraggiando gli alunni a migliorare in tutte le materie con fiducia, attenzione e sostegno.

    La frase “sbagliando si impara” vale anche a scuola: imparare facendo, anche commettendo errori, è il miglior modo per imparare e responsabilizzarsi.

    Solo così è possibile responsabilizzare i bambini a scuola e educarli al rispetto degli altri e alle diversità.

    La scuola deve essere una palestra di vita, un luogo in cui si impara a costruire delle relazioni.

    Per questo motivo sono importanti i lavori di gruppo, in cui tutti devono lavorare senza che nessuno si faccia trascinare passivamente dal compagno più attivo. Ognuno deve poter dare il suo apporto e avere un suo ruolo.

    I docenti devono essere capaci di riconoscere l’individualità di ogni alunno e curare i rapporti tra gli studenti.

    Ciò permette anche di limitare episodi di bullismo.

    L’educazione all’autonomia

    Il raggiungimento dell’autonomia per il bambino è molto importante: è il primo passo verso una sviluppo sereno ed armonico della sua personalità.

    Per promuovere l’autonomia è importante che il genitore sappia guidare, dare consigli, stimolare e porsi come modello di comportamento per il bambino.

    Deve anche essere in grado, allo stesso tempo, di lasciare al bambino degli spazi e dei momenti in cui possa prendere l’iniziativa, senza interferenze e possa anche sbagliare e andare incontro a piccole frustrazioni.

    Fondamentale è l’introduzione di regole per contenere le richieste del bambino ed educarlo alla socialità: non si può concedere e ottenere tutto.

    Il bambino, grazie alle regole introdotte dal genitore, comincerà a sviluppare un personale senso della giustizia, del rispetto per gli altri e nel frattempo comincerà, attraverso l’esperienza della frustrazione, a coltivare il desiderio.

    Si sentirà inoltre protetto e nel frattempo libero di muoversi all’interno dello spazio delimitato dal genitore.

    Infine, gradualmente, attraverso piccole trasgressioni comincerà a sperimentare cosa voglia dire assumersi delle responsabilità ed essere protagonisti della propria vita.

    Possiamo affermare che l’educazione alla responsabilità e all’autonomia vanno di pari passo e hanno un’incidenza fondamentale nello sviluppo dei bambini.

    In quanto consulenti e progettiste, ci occupiamo di seguire e sostenere interventi alla genitorialità, sia ordinari che in emergenza.

    Scrivici per chiederci un consiglio 😉

    _________________

    La foto di oggi è tratta dal film “Scialla – Stai Sereno” del 2011, con Fabrizio Bentivoglio. E’ la storia di un padre e di un figlio che si confrontano attraverso diversi avvenimenti: Luca, con il sostegno del padre, sarà in grado di aumentare il proprio rendimento scolastico ed essere promosso?

    Consigliato!!

  • Diversità e inclusione: due concetti da insegnare ai bambini

    diversità e inclusione

    Sentiamo spesso parlare di diversità, inclusione e integrazione, a scuola ma anche nella vita di tutti i giorni.

    Sono concetti fondamentali per l’educazione e per la società, che devono essere conosciuti, padroneggiati ed utilizzati da tutti noi, giovani e adulti.

    Ma cosa significano realmente? Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza.

    La diversità

    La “diversità” è una componente intrinseca alla natura dell’uomo: ognuno di noi ha una propria diversità poiché possiede delle caratteristiche che lo rendono differente dagli altri, unico e speciale.

    Non si può comprendere la diversità senza prima definire il concetto di uguaglianza, secondo il quale tutti gli uomini e le donne nascono tra loro uguali.

    Al di là della famiglia di appartenenza, dell’etnia, della religione, degli orientamenti sessuali e del ceto sociale, siamo tutti uguali.

    L’uguaglianza implica, quindi, pari dignità e pari opportunità, senza distinzioni dovute alla ricchezza, all’opinione politica o alla nazionalità.

    Ma gli uguali sono diversi, per definizione.

    La diversità di cultura, di carattere, di gusti, di attitudini e di ingegno sono l’espressione evidente della nostra uguaglianza.

    Sono il segno che l’uguaglianza vive nella diversità.

    E che dobbiamo trovare non dei valori condivisi, bensì trovare la convivenza anche con valori diversi.

    Valori che ci permettano di convivere nonostante la diversità, di vivere insieme nonostante e grazie alle nostre diversità.

    Abbiamo diversità e non differenze. Nessuna differenza è accettabile perché le differenze producono disuguaglianza.

    Le differenze dividono e creano disuguaglianze, la diversità, invece, unisce ed arricchisce la collettività: il principio di uguaglianza, perciò, tutela i diversi e combatte le differenze.

    La diversità come risorsa e ricchezza

    Essere aperto, ospitare la diversità, accoglierla, utilizzarla come metro di giudizio e modo di pensare, ci fa diventare veramente cittadini del mondo.

    Ci fa apprezzare le culture, le tradizioni, le abitudini di persone che vivono quotidianità diverse dalle nostre.

    Una nostra tendenza naturale, invece, ci fa guardare con sospetto e paure, o per meglio dire, con delle “barriere” ciò che è diverso: dobbiamo superarle e guardare oltre.

    Questo modo di “guardare oltre” può aiutarci ad eliminare i pregiudizi che sono alla base delle discriminazioni e dell’intolleranza.

    Assumendo quindi punti di vista diversi, proviamo infatti a calarci nella prospettiva di qualcuno che è diverso da noi e riusciamo a vedere il mondo più vario e sfumato.

    Riusciamo così a cogliere le sfumature, si, che ci caratterizzano e rendono ognuno di noi speciale e unico: la diversità ci rende unici e irripetibili.

    Educare alla diversità i propri figli

    Uno dei valori di cui la civiltà occidentale parla molto, oggi, è proprio l’accettazione delle diversità.

    Non raccontiamo bugie ai bambini, affermando che siamo tutti uguali e identici: loro si rendono conto delle differenze fisiche tra un bambino e l’altro, come anche di quelle comportamentali.

    Bisogna dire loro che gli esseri umani sono molto diversi tra loro, e spiegare bene in che cosa sono diversi.

    La cosa fondamentale è, però, mostrare che queste diversità possono essere una fonte di ricchezza, e non di chiusura.

    Non esistono, infatti, bambini diversi ma esistono bambini con le proprie specificità: è questo il presupposto da tenere a mente per educare i bambini alla diversità, che sia fisica, etnica, culturale o di genere.

    L’educazione alla diversità può essere di grande aiuto anche per prevenire episodi di violenza come bullismo e cyberbullismo.

    Il ruolo degli adulti

    Gli adulti, nel processo di educazione alle diversità, hanno un ruolo fondamentale: i bambini quando nascono sono come una tabula rasa: non hanno preconcetti che gli consentano di esprimere cosa sia simile e cosa sia diverso.

    Per i più piccoli non è tanto importante, ad esempio, il colore della pelle, soprattutto se fin da piccoli sono cresciuti in un ambiente multiculturale.

    Notano le differenze ma non giudicano, si domandano per capire e non per puntare il dito.

    Sono i genitori, insieme agli insegnanti, in questo primo periodo di vita, a contribuire a formare il modo di considerare la diversità dei bambini.

    Potrebbero dunque essere i genitori a costruire i pregiudizi nei propri figli o, per dirla in altro modo, ad influenzarli.

    Il bambino non ha preconcetti né ha una comprensione a priori di cosa sia la normalità.

    Il bambino fa riferimento all’adulto come modello e punto di riferimento; è per questo che i genitori dovrebbero stare attenti a non fornire opinioni preconfezionate o a trasmettere paure immotivate: i bambini assorbono come spugne.

    Per i grandi la diversità è spesso vista come un pericolo e questa idea può essere trasmessa ai più piccoli.

    È importante invece spiegare loro che la diversità tra gli essere umani è soltanto un concetto, ed educarli allo stesso tempo al rispetto reciproco e alla valorizzazione e al rispetto delle caratteristiche di ciascuno.

    Cercate di trasmettere il messaggio che essere diversi è normale, che ha in sé qualcosa di potente, perché essere diversi è quello che ci definisce e ci rende unici!

    E questa diversità va cercata, valorizzata, amata.

    La sincerità e l’ascolto come stile educativo

    In questo percorso “onestà” è una parola importante.

    Se il bambino comincia a fare domande sul perché il compagno di classe si muove con una sedia a rotelle o perché la sua pelle è nera e non bianca, il genitore non deve assolutamente sottrarsi, girare intorno all’argomento o edulcorare il concetto.

    In caso contrario si rischia di rendere strano qualcosa che in realtà è normale e fa parte del mondo in cui sta crescendo il bambino.

    È raro che i bambini siano preoccupati dalla diversità, piuttosto dietro alle domande dei piccoli si nasconde curiosità.

    Qualora il bambino presentasse degli atteggiamenti o delle forme di discriminazione o razzismo nei confronti di un compagno, sarebbe opportuno prima di tutto fermarsi ad ascoltarlo per arrivare a conoscere in quale contesto si è avuto il comportamento e da dove si è originato.

    Parlando con il bambino si possono approfondire le motivazioni, per poi affrontarle insieme.

    È preferibile non tanto fare una ramanzina, quanto aiutarlo a vedere le cose sotto la giusta luce.

    Elmer, l’elefante variopinto: un modo per spiegare la diversità ai bambini

    E’ il capostipite di una serie di libri per bambini  che ha per protagonista l’allegro elefantino a colori di nome Elmer.

    Il colore diventa sinonimo di diversità e la diversità è ciò che rende speciale il nostro amico.

    Elmer, infatti, invece di essere del solito color elefante come tutti i suoi simili, è di tutti i colori: rosa, rosso, arancione, verde, blu… e questo lo rende immediatamente riconoscibile dagli altri abitanti della savana.

    Quando passeggia fra i baobab, con tutti quei colori, Elmer trasmette buonumore e allegria.

    Un giorno, però, Elmer si sveglia e viene assalito da un dubbio: non sarebbe meglio essere del colore di tutti gli altri elefanti?

    Forse gli altri ridono di lui perché è così diverso. Elmer è triste, ma solo perché non ha ancora capito che i suoi amici ridono con lui e non di lui.

    Questo è solo una delle tante illustrazioni per bambini che possono essere utilizzate per spiegare temi importanti come la diversità: ce ne sono tantissimi, usateli!

    Essi sono molto utili per acquisire uno sguardo interculturale, o per meglio dire un atteggiamento curioso, accogliente, aperto a tutto ciò che è diverso, divergente, nuovo.

    Contattateci per condividere o richiedere progetti ad hoc sui temi della diversità! 😉

  • Per un uso consapevole dei social network: buone pratiche e strategie

    uso consapevole dei social network

    Siamo ormai consapevoli della grande diffusione e della grande influenza che i media hanno su ognuno di noi, anche su bambini e adolescenti.

    Negli articoli precedenti abbiamo affrontato i rischi dei social network, primo fra tutti il cyberbullismo, ma anche potenzialità e i benefici.

    Se usati coscientemente, infatti, i social media possono aiutarci in molti aspetti della vita quotidiana: la ricerca di informazioni, la condivisione e la comunicazione.

    Per questi motivi è fondamentale educare i giovani ad un uso consapevole dei social network, imparando a districarsi tra i vari linguaggi dei media ed imparare ad approcciarsi con essi in maniera corretta.

    Educare ad un uso consapevole dei social network

    Fondamentale, per raggiungere questo scopo, è conoscere la Media Education, ampiamente trattata negli articoli precedenti, che vi consiglio di leggere! 😉

    Con Media Education si intende un’attività di tipo didattico ed educativo finalizzata a sviluppare negli studenti la capacità di:

    • Comprendere i diversi media e le varie tipologie di messaggi;
    • Utilizzarli correttamente, saper interpretare in maniera critica il messaggio;
    • Essere in grado di generare un messaggio e quindi usare in maniera propositiva i media.

    Ciò comporta la promozione di un ruolo attivo e di un atteggiamento critico negli studenti, con lo scopo di formarli alla necessaria competenza mediale.

    La Media Education è “esplosa” con la diffusione, su scala mondiale, di Internet e dei social media, ormai onnipresenti e indispensabili.

    Siamo tutti ormai consapevoli del fatto che Internet è uno strumento indispensabile, che non dobbiamo guardare con sospetto o con atteggiamenti di chiusura.

    Possiamo invece parlarne, conoscerlo e “imparare a conviverci” utilizzandolo in modo educativo, critico e consapevole.

    Studiare e vedere Internet non tanto come qualcosa da cui proteggersi, ma piuttosto come un ambiente da frequentare e per il quale bisogna prepararsi adeguatamente.

    E’ fondamentale per i genitori, così come per gli insegnanti o gli adulti che hanno a che fare con minori, conoscerlo in tutte le sue potenzialità ed essere pratici di alcuni aspetti che non possono più essere relegati agli “addetti ai lavori”, per poter educare i propri figli ad un uso consapevole dei social network.

    Ecco perché Privacy, funzionamento di Facebook, Media Education e sicurezza informatica devono essere concetti che tutti i genitori con figli, bambini e adolescenti, dovrebbero conoscere e padroneggiare.

    Utilizzare il web in famiglia: consigli e buone pratiche

    Vogliamo ora fornirvi alcuni consigli che potete utilizzare in casa con i vostri figli, per educarli ad un utilizzo consapevole di Internet.

    Il dialogo è fondamentale: parlate sempre, spiegate come funziona la Rete internet ed il web, rispondete sempre ai dubbi dei vostri figli, non fate di Internet un tabù!

    Stabilite delle regole chiare e precise sull’utilizzo di Internet, definite dei momenti e rispettateli.

    Educateli a non utilizzarlo tutto il giorno come passatempo o solo per giocare.

    Va utilizzato per un motivo specifico, in modo consapevole e utile: fare una ricerca per la scuola, come sostegno allo studio, condividere informazioni utili, documentarsi su un argomento.

    Non permettete poi che l’utilizzo del web vi isoli, ritagliatevi dei momenti e rispettateli: questo vale sia per voi che per i vostri figli!

    Piuttosto fate della navigazione in rete una esperienza di famiglia, esattamente come viene fatto per la Televisione.

    Perché no, posizionando il computer in un luogo comune, in salotto per esempio, così da educare da subito i minori a cosa e come si cerca online.

    Educateli alle diverse situazioni che potrebbero trovare in rete, così da evitare che si imbattano in pericoli o rischi nei loro percorsi di navigazione.

    Create condivisione

    Sostituite la parola “controllo” con i poteri della condivisione: ciò favorisce autostima e capacità di indipendenza, fiducia e senso di comunità.

    Insegnate ai vostri figli una gestione equilibrata e serena dei mezzi tecnologici.

    I filtri, come il parental control, possono essere utili, ma il vero filtro da attivare è la capacità critica, di adulti e bambini: dedicare tempo a navigare insieme è un’ottima idea.

    Condividere tempo insieme aiuta a conoscere i propri figli e ad usare meglio gli strumenti tecnologici, evitando di abbandonare i minori in balia della rete.

    Solo in questo modo imparare a “filtrare” diventerà un’operazione interna, ovvero una capacità della persona e non una questione di impostazioni del computer.

    Insegnate a navigare

    Aiutate i vostri figli a fare buon uso della curiosità e creatività, imparate insieme a navigare e scaricare materiali interessanti e utili.

    Insegnate loro a orientarsi fra i siti più autorevoli, così come a distinguere i siti dannosi e pericolosi, non adatti ai minori.

    Utilizzare Internet per una ricerca scolastica o per integrare lo studio è un ottimo modo di utilizzo: insegnate a ricercare contenuti e ad utilizzarli nel modo adeguato.

    In altre parole, date voi il buon esempio.

    Date il buon esempio

    Tutto parte da voi: un bambino non potrà mai capire e apprezzare le incredibili risorse della rete se gli adulti che lo circondano usano internet solo per fare gossip su Facebook o controllare le email.

    Utilizzate Internet in modo consapevole e date ai vostri figli il buon esempio.

    Solo quando gli adulti impareranno in maniera profonda e usare la tecnologia in modo intelligente, potranno insegnare ai più piccoli a fare lo stesso.

    I rischi dei social media: come evitarli

    I social network, come sappiamo, nascondono rischi e pericoli e richiedono accortezze particolari.

    Innanzitutto, educate i vostri figli a non fornire mai informazioni personali su Internet, in nessuna occasione.

    Le password vanno condivise con i genitori e con nessun altro: siate sempre a conoscenza delle password dei vostri figli minori.

    Assicuratevi che i vostri figli rispettino i limiti di età nell’utilizzo dei social network.

    Spiegate loro cosa significa la sicurezza informatica: formare adolescenti a questa tematica significa avere, domani, adulti consapevoli ed in grado di gestire al meglio degli strumenti di accesso ad Internet.

    Allo stesso modo, parlate con i vostri figli di cyberbullismo, fornite loro tutte le informazioni e gli strumenti per riconoscerlo e discutete dei fatti di cronaca, non nascondetegli nulla.

    Il dialogo resta il consiglio per eccellenza: parlate sempre con vostri figli di tutti i rischi della Rete e dei social media.

    La verità e la conoscenza sono le migliori armi di prevenzione e di protezione.

    Se volete approfondire con noi queste tematiche, contattateci o scriveteci!

  • Il cyberbullismo a scuola: l’aggressività e le nuove tecnologie

    cyberbullismo a scuola

    Abbiamo visto, negli articoli precedenti, come la diffusione delle nuove tecnologie, in particolare di Internet, è accompagnata da messaggi ambivalenti.

    Da una parte si sottolinea la sua utilità per migliorare le pratiche quotidiane, dall’altra, invece, si enfatizzano i rischi implicati nel loro utilizzo.

    Il maggiore di questi rischi è senz’altro rappresentato dal cosiddetto bullismo elettronico, meglio conosciuto come cyberbullismo.

    In questo articolo approfondiremo il cyberbullismo a scuola, confrontandolo con il bullismo tradizionale, cercando di capire quali sono i fattori determinanti e le caratteristiche.

    Le relazioni tra pari e i comportamenti antisociali

    Le relazioni tra pari hanno una grande influenza sullo sviluppo, soprattutto durante l’adolescenza.

    Influenzano, infatti, il benessere emotivo e l’integrazione sociale dell’individuo, anche a lungo termine.

    Relazioni positive tra pari sono correlate ad un senso di identità positivo, ad un senso di valore, di fiducia e di autostima, oltre che allo sviluppo di competenze affettive.

    L’identificazione con il gruppo gioca un ruolo cruciale durante l’adolescenza: i pari rappresentano infatti dei modelli significativi in grado di influenzare desideri, aspirazioni e comportamenti.

    In adolescenza il gruppo dei pari può, allo stesso tempo, essere:

    • Un regolatore e mediatore dei processi di socializzazione, con funzioni protettive e promozionali;
    • Un amplificatore di rischio verso comportamenti antisociali e condotte delinquenziali.

    Può, dunque, influenzare positivamente il benessere psicologico delle persone, ma può anche agire negativamente sfociando in comportamenti devianti e fenomeni di bullismo.

    Ricerche mostrano che i comportamenti a rischio e antisociali possono assolvere le seguenti funzioni:

    • Trasgressione: la necessità di affermare la propria indipendenza e autonomia;
    • Identità: il tentativo di affermazione e sperimentazione di sé e delle proprie capacità attraverso forme e comportamenti vistosi;
    • Costruzione di un legame sociale con i pari: con comportamenti e atteggiamenti ritualizzati;
    • Fuga dalla realtà: per far fronte a disagi e conflitti:
    • Visibilità sociale: per essere notati e riconosciuti.

    Tutte queste caratteristiche le ritroviamo anche nelle forme di bullismo.

    Il bullismo tradizionale

    Il termine bullismo è definito con quei comportamenti offensivi e/o aggressivi che, un singolo individuo o più persone in gruppo, mettono in atto, ripetutamente nel corso del tempo, ai danni di una persona con lo scopo di esercitare un potere sulla vittima.

    In tale definizione è implicito il concetto di intenzionalità da parte dell’autore delle offese.

    Le offese sono vere e proprie forme di abuso che creano disagio e un danno fisico o psicologico nelle vittime.

    Caratteristica fondamentale è la predeterminazione e l’intenzionalità, così come la ripetitività nel tempo.

    Le forme di bullismo possono essere:

    • Fisiche: botte, spinte, prepotenze fisiche;
    • Verbali: ingiurie, ricatti, intimidazioni, insulti, offese;
    • Indirette: manipolazione sociale con pettegolezzi fastidiosi e offensivi, l’esclusione sistematica di una persona dal gruppo.

    L’aggressività indiretta può essere sia relazionale che sociale.

    Quella di tipo relazionale danneggia i coetanei e consiste nell’escludere un compagno, nel ricattare la vittima e nel diffondere dicerie e maldicenze.

    Invece, quella di tipo sociale, mira a danneggiare l’autostima di un altro o il suo status sociale, o entrambi.

    Il bullismo elettronico

    Gli adolescenti di oggi vivono anche in “mondi virtuali“, e non solo nei contesti reali, scolastici e extrascolastici, che diventano sempre più accattivanti con il progredire delle tecnologie.

    Quella attuale è, a tutti gli effetti, la prima generazione di adolescenti cresciuta in una società in cui l’essere connessi rappresenta un dato di fatto, un’esperienza quotidiana ed inevitabile.

    Per gli adolescenti di oggi, Internet rappresenta un contesto di esperienze e di socializzazione irrinunciabile: si usa per socializzare, cercare informazioni, discutere. condividere conoscenze.

    Tuttavia, le nuove tecnologie celano anche un “lato oscuro”, il cosiddetto cyberbullismo.

    Con tale termine si intende l’uso distorto e improprio che ne viene fatto per colpire intenzionalmente le persone indifese e arrecare loro un danno emotivo, facilitato dall’anonimato e dalla diffusione planetaria delle offese.

    Le condotte di cyberbullismo a scuola rappresentano proprio un atto aggressivo, intenzionale, condotto da un singolo individuo, o un gruppo, usando varie forme di contatto elettronico, ripetuto nel tempo contro una vittima.

    Il bullo può agire, ad esempio, pubblicando fotografie, video e informazioni private della vittima, spargendo maldicenze attraverso messaggi di testo con il cellulare o la posta elettronica.

    Oppure attraverso atti di persecuzione con l’invio ripetuto di minacce, ma anche attraverso la denigrazione, che si verifica quando vengono pubblicati pettegolezzi e dicerie sulla vittima, con lo scopo di danneggiarne la reputazione e i rapporti sociali.

    Tutti questi comportamenti aggressivi possono infliggere un danno psicologico immediato o a lungo termine alla vittima.

    Caratteristiche e peculiarità

    La peculiarità del cyberbullismo è strettamente legata all’utilizzo delle tecnologie negli atti aggressivi.

    Considerare il bullismo elettronico come un’evoluzione del bullismo che si manifesta in ambienti “reali” è giustificato solo in parte.

    L’elemento della ripetizione nel tempo degli atti aggressivi perpetuati dal bullo deve essere riconsiderato alla luce delle caratteristiche dell’ambiente virtuale.

    Un solo episodio divulgato online può arrecare un potenziale danno alla vittima, anche senza la ripetizione nel tempo: il video su un blog è sempre disponibile, può essere visto da migliaia di persone in tempi diversi.

    Non è quindi necessario che l’atto offensivo venga ripetuto dallo stesso aggressore nel tempo: una vasta platea di spettatori potrà comunque amplificare l’effetto dell’aggressione, con risultati devastanti per la vittima.

    Un altro elemento da considerare è lo squilibrio di potere tra il bullo e la vittima, in quanto il mezzo elettronico non necessita di un potere mediato, ad esempio, dalla forza fisica.

    Infatti, anche una sola persona, nel chiuso della propria stanza e senza particolari doti fisiche, può compiere atti di bullismo su un numero illimitato di vittime.

    La reale disparità di potere tra la vittima e il cyberbullo deriva dall’anonimato dietro cui si cela l’aggressione, e quindi dall’impotenza e dall’impossibilità di fermare le aggressioni.

    Nel bullismo elettronico avvengono due fenomeni paralleli:

    • Attaccare la vittima direttamente, sotto la maschera dell’anonimato;
    • Diffondere immagini, video, notizie, riguardanti la vittima, attraverso la Rete, ad un pubblico vastissimo.

    Diventa quindi molto importante il “farlo sapere al mondo”.

    Il vasto pubblico di spettatori diventa così uno strumento fondamentale che assume un ruolo di responsabilità attiva nei confronti delle vittime.

    Il caso di Alice

    Alice oggi ha 15 anni ma è dall’età di 11 anni che è vittima di comportamenti aggressivi da parte dei suoi compagni di classe.

    E’ una ragazza molto sensibile, timida, introversa; si è sempre sentita a disagio per essere un pò in sovrappeso.

    Va molto bene a scuola, prende buoni voti, risponde sempre alle domande dei professori.

    Circa un mese dopo l’inizio della scuola comincia ad essere presa di mira da un bulletto con il suo gruppo: la disturbano con prese in giro e nomignoli, le lanciano palline di carta in aula, le rompono i quaderni, le svuotano o nascondono l’astuccio.

    Questi comportamenti continuano per mesi, fino a peggiorare passando, come succede nella maggior parte dei casi, dal bullismo tradizionale a quello elettronico.

    Un giorno, durante l’ora di educazione fisica, le scattano una fotografia che viene postata sui social network, con commenti denigranti e offensivi.

    Alice ne soffre tantissimo, non vuole più andare a scuola, comincia a sentirsi inadatta e sbagliata.

    Segue però il prezioso consiglio della sorella maggiore “Alice, più dimostri di essere vulnerabile, più loro continueranno, fagli vedere che sei superiore alle loro prese in giro e smetteranno, fidati”.

    Dopo qualche tempo il gruppo smette di prenderla in giro e Alice comincia a riacquistare fiducia in sè stessa e autostima.

    Oggi Alice frequenta il secondo anno di liceo: è più forte, socievole ed espansiva, va sempre bene a scuola, ha molte amiche e si sente parte della classe.

    Noi possiamo aiutarvi ad affrontare questa situazione: contattateci o scriveteci!!
  • I rischi dei social network per le nuove generazioni

    rischi dei social network

    Negli articoli precedenti abbiamo parlato della grande diffusione e del grande utilizzo dei media da parte di tutti noi, anche dei bambini e degli adolescenti.

    Oggi le tecnologie fanno parte della nostra vita, a tal punto che non possiamo eliminarli: quello che possiamo fare, invece, è educare i bambini ad un loro utilizzo consapevole e critico.

    Per fare ciò occorre conoscere i rischi e i pericoli delle nuove tecnologie ed imparare a navigare coscientemente nella Rete, per non cadere nelle sue trappole.

    In questo articolo approfondiremo i cosiddetti social network, utilizzatissimi dai più giovani, per imparare a conoscerli ed utilizzarli nel modo giusto.

    La società della conoscenza

    Con questo termine ci riferiamo alla società contemporanea, quella attuale, che ha portato al superamento della precedente società dell’informazione.

    Parlare di società della conoscenza mette in risalto la possibilità degli individui non solo di accedere alle informazioni, ma anche di riorganizzare e ristrutturare la propria conoscenza.

    Significa proprio la capacità di dare un senso personale alle informazioni stesse per farle proprie ed elaborare, costruire, produrre e diffondere conoscenze nuove.

    La conoscenza diventa così il nuovo e più importante bene da possedere, produrre, acquisire e consumare.

    Tutto ciò è strettamente legato allo sviluppo e alla diffusione globale delle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione.

    Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione

    Con tale definizione ci riferiamo a tutte quelle tecnologie che permettono la conservazione, la trasformazione e, soprattutto, la trasmissione delle informazioni attraverso i computer e la rete.

    Le cosiddette nuove tecnologie velocizzano e ottimizzano le modalità di comunicazione, e permettono l’accesso alle informazioni a milioni di individui che a loro volta possono ricevere e trasmettere conoscenza.

    Si possono consultare enormi quantità di dati senza limitazioni di tipo spazio-temporale.

    I processi di conoscenza diventano così di tipo reticolare e la fruizione dei saperi è aperta a gruppi allargati di persone.

    Hanno quindi un ruolo importante come strumento democratico che possa garantire a tutti il diritto alla conoscenza e all’informazione.

    Vivere nella rete

    Lo sviluppo dei nuovi strumenti di comunicazione comporta una mutazione, un cambiamento di ampia portata.

    In una parola, siamo diventati nomadi, siamo gli abitanti della “Rete”, uno spazio che è un non luogo, perché non è uno spazio fisico, ma che allo stesso tempo è ovunque.

    Siamo compagni di viaggio, abitanti dello stesso luogo, secondo forme di socialità nuove, diverse da quelle sperimentata nella vita reale.

    Forme di socialità che però ci consentono di comunicare con sconosciuti, di condividere, di sentirci parte della stessa collettività.

    E’ un mondo, quello della Rete, che viene definito virtuale ma che è fatto di persone collegate tra loro.

    Un nodo, una persona: il suo punto di vista, i suoi pensieri, la sua visione del mondo, per costituire un’autobiografia intellettuale a disposizione di chi è interessato alla conoscenza e al confronto.

    I collegamenti tra un nodo e l’altro sono le relazioni tra le persone.

    E i collegamenti di un nodo rimandano ad altri nodi, in un reticolato di relazioni, di scambi, che virtualmente mettono in comunicazione un vastissimo numero di persone.

    Un reticolato che prende il nome di rete sociale o social network.

    Le reti sociali

    Con questo termine si intendono tutti quei programmi utilizzabili tramite web che consentono l’interazione, la collaborazione e la condivisione di contenuti tra utenti.

    Sono, dunque, strutture costituite da gruppi di persone connesse tra loro da diversi tipi di relazioni.

    Sono social software MySpace, Facebook, Twitter, ma anche i blog, le chat e i forum.

    Essi, da soli, non generano contenuti ma offrono una serie di strumenti utili per creare le condizioni di un’equa collaborazione.

    Forniscono sistemi che possono essere organizzati e riconfigurati ad hoc secondo le esigenze della comunità, creando ambienti collaborativi e dando vita a delle reti sociali online, i cosiddetti social network.

    Tutti qui sono spinti da una semplice motivazione: il piacere di condividere la conoscenza, le risorse, le informazioni.

    Il social network rende possibile un nuovo modo di organizzare la produzione:

    • Decentralizzato;
    • Collaborativo;
    • Non proprietario;
    • Fondato sulla condivisione di risorse e di informazioni equamente distribuite;
    • Basato sulla connessione di individui che liberamente collaborano senza che vi sia un comando dall’alto, una gerarchia.

    La “verità” non è l’opinione del singolo, ma la molteplicità dei punti di vista, delle prospettive, degli sguardi della collettività.

    Lo scopo non è tanto di raggiungere un’opinione comune, ma di tenere conto delle diverse rappresentazioni della conoscenza e formulare poi la propria interpretazione.

    Dunque, i social network sono la nostra piazza virtuale dove possiamo incontrarci, conoscerci, scambiare opinioni e informazioni utili, cercare anche lavoro, e condividere esperienze.

    I rischi dei social network

    Il grande vantaggio di condividere, collaborare, trasmettere informazioni e conoscenze, è solo una faccia della medaglia dei social network.

    Vediamo insieme quali sono i rischi, i pericoli, di questa realtà virtuale.

    Uno dei principali svantaggi è quello di creare una realtà basata sull’apparenza, sull’immagine, in cui tutti cercano di dare un’immagine migliore di sé che non sempre, purtroppo, corrisponde alla realtà.

    Si creano, così, identità virtuali, immagini fittizie in un mondo astratto e parallelo.

    Con i social network siamo tutti, possiamo dire, in vetrina: i contorni tra ciò che è pubblico e privato si assottigliano, la privacy non esiste quasi più e tutti possono vedere tutto, dove utenti virtuali spiano altri utenti.

    Uno dei principali contro dei social è che si può sviluppare una vera e propria dipendenza, con l’impulso continuo a dover pubblicare qualcosa, a dover far vedere agli altri cosa stiamo facendo o dove siamo.

    Essi possono darci l’illusione di avere tanti amici e di non essere soli, ma bisogna saper sempre distinguere tra amici reali e virtuali.

    Essere popolari e seguiti sui social è diventato un bisogno primario dei ragazzi per sentirsi accettati e accettarsi, per la sensazione di essere qualcuno, di essere parte di un grande gruppo.

    I social network nascono con lo scopo di avvicinare le persone, ma in realtà le dividono e le allontanano.

    Le amicizie virtuali hanno preso il posto di quelle reali e le emozioni vengono condivise con un’emoticon e non con le parole.

    I social network ci dividono ogni volta che una persona viene presa di mira, insultata, derisa da cyberbulli che si sentono forti dietro uno schermo.

    Essi sono infatti il luogo ideale per la diffusione del cyberbullismo in quanto le persone si sentono protette dall’anonimato e scrivono cattiverie e insulti senza riflettere sulle conseguenze.

    Le sfide educative

    La Rete ci consente di collaborare, condividere e lavorare in gruppo, considerando sempre la diversità come un valore aggiunto.

    Internet deve riportare gli individui verso una partecipazione attiva nella costruzione della società, della cultura, della politica.

    In tutto questo, l’educazione ha il compito di formare gli individui a “essere digitali” e non creare ulteriori divari digitali, enfatizzando la collaborazione e partecipazione di tutti.

    Innanzitutto, vi è la necessità di formare all’uso dei social network, ad un utilizzo critico e consapevole delle informazioni.

    Si tratta di educare a sapere:

    • Leggere nel modo corretto i contenuti, sapendo che essi son di natura collaborativa;
    • Valutare e comparare i diversi contenuti;
    • Cercare in modo critico.

    Ciò comporta una alfabetizzazione ad un uso consapevole, fornendo le competenze necessarie a comprendere e a utilizzare le informazioni e i contenuti fino ad arrivare ad una forma più produttiva.

    In secondo luogo, occorre formare alla produzione di contenuti, allo sviluppo delle capacità necessarie per partecipare attivamente al processo di utilizzo e produzione delle conoscenze.

    Si tratta, in questo caso, di educare a sapere:

    • Rappresentare ed esprimere le proprie idee;
    • Organizzare i contenuti, condividere e comunicare in modo critico;
    • Ragione per obiettivi e compiere sintesi del proprio pensiero, per creare contenuti innovativi;
    • Sollecitare una partecipazione attiva e una collaborazione responsabile che sia rispettosa del singolo.

    Infine, vi è la necessità di formare a diventare davvero parte della realtà virtuale, stimolando una produzione e un utilizzo creativo e soggettivo.

    Educare, dunque, all’abilità di sapere:

    • Essere flessibili nel proprio ruolo di utilizzatori e produttori;
    • Collaborare e condividere con gli altri le proprie competenze e conoscenze.

    Sono sfide molto importanti per l’educazione ma necessarie, o per meglio dire, inevitabili, in funzione della crescente diffusione dei media.

    In questo senso, noi proponiamo corsi di formazione rivolti a insegnanti e genitori: solo così, solo conoscendo e padroneggiando le nuove tecnologie, sarete in grado di educare i vostri figli e i vostri alunni ad un loro utilizzo critico e consapevole.

  • La media education a scuola: buone pratiche e strategie didattiche

    media education a scuola

    Nell’articolo precedente abbiamo introdotto la Media Education a scuola in tutti i suoi aspetti teorici e formativi, spiegando la sua importanza e le sue peculiarità.

    Ora invece entriamo nel vivo dell’argomento fornendovi consigli, buone pratiche e strategie didattiche per proporre l’educazione ai media a scuola.

    Il fondamentale scopo della scuola è proprio quello di promuovere un ruolo attivo e un atteggiamento critico negli studenti e formarli anche alla competenza mediale.

    Per fare ciò occorre una progettazione mirata, competenze specifiche ed una conoscenza ampia dell’argomento da parte degli insegnanti, ma anche dei genitori, per garantire un’educazione parallela scuola-famiglia.

    Perché insegnare la Media Education a scuola

    Innanzitutto, per l’attuale consumo di media: i mezzi di comunicazione sono una parte fondamentale ed innegabile dell’ambiente culturale di ciascun individuo, compresi i bambini e gli adolescenti.

    Significativo non è soltanto il volume di saturazione prodotto dai media, ma anche il ruolo di queste influenze sociali nella comprensione del mondo e nella costruzione del senso d’identità.

    I bambini sono continuamente esposti ed influenzati dalle informazioni che ottengono dalle nuove tecnologie e ciò può portare a conseguenze molto negative, anche al cyberbullismo.

    Ciò che possiamo fare è incoraggiarli a decostruire i testi mediali per analizzare, indagare e giudicare i valori trasmessi, sia quelli manifesti sia quelli nascosti.

    In secondo luogo, perché l’approccio pedagogico della Media Education valorizza alcuni principi fondamentali per l’educazione, quali:

    • L’educazione alla cittadinanza e alla partecipazione attiva;
    • L’apprendimento centrato sul bambino;
    • L’imparare ad imparare;
    • L’apprendimento di tipo trasversale.

    Dunque, è un approccio non autoritario, orientato all’azione, basato sui processi, cooperativo e caratterizzato da un clima che consente di prendere decisioni su basi democratiche.

    Promuove un esercizio critico da parte del bambino ponendolo al centro del suo apprendimento, e non in una posizione subalterna.

    Favorisce la motivazione degli studenti attraverso un insegnamento significativo e piacevole, per stimolare la loro naturale curiosità e criticità, mettendo in discussione le loro conoscenze e credenze.

    Aiuta i bambini ad imparare a imparare, ovvero aiutarli ad indagare e riflettere e a pensare da soli.

    E’ un approccio che cerca di generare l’atteggiamento interrogativo, accompagnato dal dialogo e dal pensiero critico.

    Possiamo così affermare che la Media Education persegue le stesse finalità della scuola: formare cittadini autonomi, critici, democratici e responsabili.

    Per tutti questi motivi è così importante.

    Un curricolo di Media Education

    L’educazione ai media deve essere intesa come insegnamento di tipo trasversale, in quanto non vuole ottenere un posto a sé nel programma scolastico.

    I media possono, e devono, essere pensati come trasversali al programma, come elementi imprescindibili e come dimensione aggiuntiva, valorizzante e ispiratrice.

    In questo senso, l’educazione ai media dovrebbe essere inclusa come curricolo trasversale a tutte le discipline di insegnamento, per incrementare e migliorare l’insegnamento e l’educazione.

    Deve essere garantita agli studenti con sistematicità e continuità da insegnanti interessati e capaci, e non in modo estemporaneo, sporadico, nelle ore di laboratorio.

    Il passo da compiere, dunque, è quello di passare da una programmazione per singoli laboratori alla progettazione di un curricolo di Media Education, cosa che richiede uno sforzo di riflessione e progettazione.

    Per fare ciò occorre:

    • Riflettere su quali siano le competenze necessarie oggi per vivere da cittadini nel mondo dei media;
    • Pensare a quali attività educative siano necessarie per sviluppare tali competenze in maniera completa e organica;
    • Disporre tali attività in ordine logico lungo i diversi anni di scolarità, in modo che la competenza mediale vada di pari passo con la crescita e con le altre esperienze di apprendimento offerte dalla scuola.

    Così facendo sarà possibile accrescere la confidenza dei bambini con i linguaggi e le tecnologie dei media.

    Le buone pratiche dell’educazione ai media

    I percorsi di Media Education, intesi come l’esperienza di accompagnamento dei bambini all’incontro e alla scoperta dei media, richiedono una grande complicità tra pedagogisti, educatori, insegnanti e genitori.

    Per una concreta, positiva ed efficace realizzazione dei percorsi, è necessaria un’attenzione organizzativa e relazionale che ne permetta e ne agevoli l’attuazione.

    A questo fine vengono di seguito riportate alcune “buone pratiche“, ampiamente sperimentate e irrinunciabili, che potete utilizzare nella realizzazione dei vostri percorsi di insegnamento ai media a scuola.

    1. E’ una partita da giocare in squadra: deve costituirsi un gruppo docenti, in cui ognuno possiede un ruolo e competenze specifiche, dove regna la collaborazione e la condivisione per perseguire uno scopo comune;
    2. Il Dirigente Scolastico deve promuovere, agevolare e stimolare l’attuazione del curricolo di Media Education;
    3. E’ necessario definire chiaramente tempi e spazi per la realizzazione delle attività;
    4. Fondamentale è la documentazione dell’esperienza e la sua valutazione;
    5. Così come la condivisione con i genitori, per favorire una costruttiva collaborazione scuola-famiglia;
    6. E’ opportuno che gli studenti tengano un loro quaderno di Media Education, nel quale raccogliere tutti i materiali, le informazioni e le riflessioni, per raccogliere i saperi e le pratiche;
    7. Ogni percorso prevede un prodotto di comunicazione (cartaceo, filmico o digitale) che deve essere condiviso con la comunità scolastica: deve essere socializzato.

    Queste buone pratiche possono rivelarsi di grande utilità agli insegnanti che intendono avventurarsi in questo terreno.

    L’importante è avventurarsi convinti negli obiettivi, consapevoli dei contenuti, organizzati nelle pratiche, mantenendo vivo lo spirito di scoperta e di novità.

    Le strategie didattiche

    Una strategia didattica è l’applicazione di un insieme di azioni intenzionali, coerenti e coordinate, volte al raggiungimento di un obiettivo educativo.

    Non ha però soltanto l’obiettivo di raggiungere lo scopo prefissato, ma anche di farlo bene: deve cioè essere efficace per quella situazione specifica.

    Per quanto riguarda la Media Education, le strategie didattiche devono trovare un equilibrio tra pratiche trasmissive della conoscenza e forme di costruzione sociale dei messaggi del sapere.

    Nell’uso quotidiano i media sono spesso legati al gioco, al piacere, alla relazione sociale, pertanto è opportuno utilizzare metodologie che non trasgrediscano tali modelli.

    Di seguito, riportiamo le tecniche di insegnamento specifiche e applicabili all’educazione ai media.

    L’analisi del testo e del contenuto

    Sono tecniche molto utili per l’insegnamento dei media, in quanto è essenziale avviare gli studenti alla conoscenza dei media tramite l’analisi sia testuale che di contenuto, per sviluppare la conoscenza della grammatica mediale.

    L’analisi del contenuto implica l’analisi quantitativa di un numero ampio di materiali, utilizzando codici e categorie stabiliti; ad esempio misurando le proporzioni tra testo e immagini, o la quantità di spazio dedicata alla pubblicità nei giornali.

    L’analisi del testo, invece, implica una maggiore profondità, concentrandosi sui dettagli del singolo testo per comprendere e giudicare.

    Entrambe, per avere senso, devono essere applicate a testi reali in reali contesti.

    Il Case study

    E’ lo studio di un caso specifico, in cui gli studenti sono incoraggiati a condurre una ricerca approfondita su un argomento di loro scelta relativo ai media.

    Si può chiedere ai ragazzi di studiare il lancio di un programma televisivo o di una rivista di giornale, o una campagna pubblicitaria, raccogliendo tutte le informazioni necessarie allo studio.

    Questo approccio richiede che gli studenti sviluppino abilità come “ricercatori”, incentivando così il giudizio critico e la valutazione dell’affidabilità delle informazioni raccolte.

    La simulazione

    E’ una tecnica molto nota e molto utilizzata nell’insegnamento dei media, in cui la sfida e il gioco di ruolo agiscono sia sulla motivazione sia sulla conoscenza.

    La simulazione è proprio una forma di gioco di ruolo, una simulazione, facendo assumere agli studenti il ruolo di produttori, in modo ovviamente immaginario.

    Viene infatti presentata una serie di scelte da fare o di problemi da risolvere, incoraggiandoli a riflettere sulle conseguenze delle proprie azioni e decisioni, confrontandole anche con quelle degli altri gruppi all’interno della classe.

    Tale tecnica consente un approccio attivo e accessibile, garantendo l’esperienza diretta e concreta e la partecipazione personale.

    La produzione

    E’ l’aspetto centrale e indispensabile della Media Education, in quanto comporta l’uso pratico, coinvolgente e diretto delle tecnologie.

    Il lavoro pratico offre uno spazio in cui i ragazzi sono messi nelle condizioni di esplorare il proprio investimento emotivo nei media, e di rappresentare i propri interessi.

    L’attività di produzione ha un forte valore educativo, garantendo una comprensione chiara e critica del linguaggio mediale, così come una sistematica riflessione e autovalutazione.

    Consapevolezze ed interrogativi aperti

    La vera educazione ai giorni nostri non può non comprendere la Media Education e, per tale motivo, dovrebbe essere inclusa nel programma scolastico.

    Si è ormai diffusa la consapevolezza che il libro sia soltanto uno, e non più l’unico, mezzo di comunicazione disponibile per trarre le informazioni.

    Questo perché i bambini trarranno sempre più informazioni e dati dalla televisione, dai giornali, dai film, dai computer e da altri mezzi tecnologici.

    Un numero crescente di insegnanti sta già iniziando a riconoscere l’importanza di incoraggiare gli studenti allo studio dei mezzi di comunicazione, in modo che essi possano:

    • Analizzare la natura dei messaggi e delle informazioni che ricevono;
    • De costruire i messaggi mediali;
    • Selezionare e giudicare i messaggi.

    Nonostante tale consapevolezza dell’importanza, se non della necessità, di promuovere la Media Education a scuola, essa risulta essere ancora relativamente sviluppata.

    Negli insegnanti rimangono ancora degli interrogativi aperti e delle perplessità: come tutto questo possa essere realizzato; quali sono le risorse necessarie; a chi rivolgere questo lavoro; come ottenere il coinvolgimento dei genitori.

    Tutto ciò è più che normale, la novità spaventa sempre, soprattutto se non si padroneggiano le tecniche e gli strumenti necessari; ecco perché si rende necessaria una continua formazione per gli insegnanti.

    In questo senso noi possiamo aiutarvi: contattateci per avere maggiori informazioni su come educare i vostri studenti o i vostri figli all’educazione ai media.

  • Un primo sguardo alla media education tra formazione e scuola

    media education tra formazione e scuola

    I nuovi media occupano gran parte del nostro tempo sociale e sono fortemente presenti, ed utilizzati, anche a scuola da bambini e adolescenti.

    Spesso e purtroppo, però, li utilizziamo in modo spropositato ed errato e ciò può avere gravi conseguenze per le persone e per la società.

    Ora più che mai è importante parlare delle nuove tecnologie: solo così sarà possibile conoscerle, comprenderle, per utilizzarle in modo consapevole, critico e cosciente.

    Ciò deve avvenire sia a scuola che in famiglia, allo stesso modo e nello stesso tempo, per educare i bambini e gli adolescenti alla cosiddetta Media Education.

    In questo articolo viene approfondita la Media Education tra formazione e scuola, offrendone un primo sguardo, un’introduzione, focalizzando l’attenzione sui suoi aspetti teorici.

    Perché educare ai media

    La grande diffusione dei media e del loro utilizzo, negli ultimi vent’anni, ha posto alla società attuale, una vera e propria emergenza pedagogica.

    Viviamo ormai da tempo in quella che possiamo chiamare era dell’immagine, dell’informazione, della comunicazione, della multimedialità.

    I media sono diventati parte integrante dei nostri processi di costruzione delle conoscenze, orientando i nostri comportamenti e mutando le tradizionali modalità di comunicare.

    Le nuove tecnologie permeano, nel bene o nel male, ogni aspetto della nostra vita quotidiana, modificando sempre più le dimensioni relazionali, familiari, professionali, scolastiche e del tempo libero.

    Ciò non implica naturalmente che sono onnipotenti, ma piuttosto che sono onnipresenti ed inevitabili.

    Dunque, siamo tutti consapevoli della loro presenza e del fatto che non possiamo eliminarli o smettere di utilizzarli.

    Ciò che possiamo fare è parlarne, conoscerli e “imparare a conviverci” utilizzando i media in modo educativo, critico e consapevole.

    Studiare e vedere le nuove tecnologie non tanto come qualcosa da cui proteggersi, ma piuttosto come un ambiente da frequentare e per il quale bisogna prepararsi adeguatamente.

    Tutto ciò anche per prevenire fenomeni di cyberbullismo, ormai troppo presenti nelle nostre scuole.

    Una possibile risposta a tutto ciò la possiamo trovare nella Media Education.

    Cosa è la Media Education

    Nasce come forma di educazione degli allievi, ad un uso critico e consapevole dei mezzi di comunicazione.

    E’ un ambito d’intervento educativo che punta a migliorare la conoscenza e la consapevolezza dei media negli individui.

    Possiamo definirla anche come un processo di insegnamento e apprendimento centrato sulle nuove tecnologie.

    Dunque, non è soltanto riferita ad un incremento della loro capacità di utilizzo, bensì ad un incremento della loro conoscenza e comprensione, in senso critico e consapevole.

    Ecco perché parliamo di Media Education tra formazione e scuola: per il forte collegamento all’ambiente formativo, proprio della scuola.

    I destinatari privilegiati sono senz’altro i minori, ma anche gli adulti, genitori, insegnanti, educatori, che a loro volta andranno ad educare le nuove generazioni.

    E’ possibile riferirsi alla Media Education in qualità di educazione con i media e educazione ai media.

    Educazione con i media: il contesto metodologico

    Di questa categoria fanno parte quelle attività in cui le tecnologie assumono il carattere strumentale di “supporti didattici”, ovvero come oggetti e linguaggi che facilitano l’azione di insegnare ed apprendere.

    Ad esempio, quando l’insegnante o l’educatore utilizza strumenti specifici, come il videoproiettore e le Lavagne Multimediali, per amplificare e supportare il proprio intervento.

    L’educazione con i media non ha come oggetto di apprendimento le tecnologie, ma le utilizza come strumenti utili per facilitare e promuovere l’apprendimento.

    Educazione ai media: il contesto critico

    Questo contesto si ha quando l’intervento educativo mira ad una comprensione dei media intesi come fenomeno complesso che include aspetti linguistici, sociali e psicologici.

    Le finalità principali sono la promozione di un ruolo attivo e di un atteggiamento critico in chi fruisce delle tecnologie.

    Qui i media sono posti come oggetto di studio privilegiato, in modo che ciò che si insegna e si apprende riguardi specificatamente il mondo della comunicazione.

    L’educazione ai media si concentra dunque sui contenuti: studiare e capire i modi con cui un telegiornale viene prodotto, capire come funziona la pubblicità, produrre e realizzare un cortometraggio, raccontare una storia.

    Le nuove tecnologie non solo vengono utilizzate, ma c’è uno sforzo di comprensione delle stesse che, in quanto oggetti culturali, fanno parte del nostro mondo e devono essere conosciute.

    I principi base della Media Education

    L’educazione ai media si basa sui seguenti concetti e principi fondamentali.

    1. Rappresentazione: i media, essendo sistemi simbolici, non riflettono la realtà ma la rappresentano;
    2. Investigazione: mira ad accrescere la comprensione da parte degli studenti dei modi in cui i media rappresentano la realtà, incoraggiandoli ad esplorare e ad esaminare le fonti e gli effetti;
    3. Lifelong learning: è un processo di apprendimento a lungo termine, che dura per tutta la vita;
    4. Motivazione, coinvolgimento e interesse: deve garantire un’esperienza divertente e appagante, stimolante, oltre che istruttiva, per non ridurre le sue potenzialità;
    5. Comprensione, consapevolezza e autonomia critica: deve stimolare la fiducia in se stessi, il giudizio critico, così come autonomia e comprensione;
    6. Utilizzo di temi di attualità per suscitare l’interesse e l’entusiasmo, illuminando le situazioni di vita quotidiana;
    7. Riflessione e dialogo nel rapporto tra docente e studente;
    8. Partecipazione attiva e democratica: incoraggia gli studenti ad assumersi maggiore responsabilità e controllo sul proprio apprendimento;
    9. Apprendimento cooperativo: preferisce il lavoro in gruppo;
    10. Cambiamento continuo della realtà circostante.

    Il media educator: ruolo e competenze

    Questa figura professionale, dotata di alte competenze specifiche, esiste e risulta necessaria nella società attuale.

    Quello che ancora manca è il riconoscimento istituzionale di una figura responsabile di interventi di educazione ai media.

    Occorre superare la prospettiva secondo la quale chiunque possa fare interventi di Media Education, per passare ad una nuova prospettiva in cui essa richieda una figura professionale specifica: il media educator.

    Egli è dotato sia di competenze specifiche di comprensione e fruizione dei media, sia di competenze formative:

    • Strategie didattiche specifiche;
    • Metodi di lettura dei contesti;
    • Competenze relative alla progettazione di interventi formativi;
    • Tecniche di gestione dell’aula e dei gruppi;
    • Competenze di supervisione e valutazione;
    • Conoscenza dei linguaggi e dei processi dei media;
    • Padronanza delle metodologie e delle pratiche didattiche.

    Dunque, una figura complessa, dotata di un ruolo preciso e di alte competenze specialistiche, che però necessita di un riconoscimento formale per essere presa sul serio all’interno dei contesti scolastici e formativi.

    Concludiamo così questa panoramica dell’educazione ai media, nella speranza che possa avervi stimolato l’interesse e la voglia di conoscere e comprendere le nuove tecnologie.

    Nel prossimo articolo affronteremo nello specifico le strategie didattiche e le buone pratiche per promuovere la Media Education a scuola.

  • La violenza psicologica sui figli e le condotte lesive

    violenza psicologica sui figli

    Nei precedenti articoli abbiamo parlato di quali sono le forme e le conseguenze della violenza, approfondendo quella assistita e intrafamiliare.

    Essa è una particolare forma di violenza e di maltrattamento che avviene tra le mure domestiche e coinvolge l’intero nucleo familiare, anche i figli.

    Quando questi atti di violenza si svolgono all’interno della famiglia ed in presenza di minori, si parla di “violenza assistita”, una forma molto pericolosa per lo sviluppo del bambino.

    Può infatti essere la causa di gravi conseguenze emotive, cognitive e comportamentali, ma anche uno sviluppo e una crescita disfunzionali.

    In questo articolo affronteremo le cosiddette “condotte lesive”, ovvero le forme di violenza psicologica causata dai genitori nei confronti dei figli.

    Le condotte lesive

    La violenza psicologica, così come la violenza assistita, non prevede necessariamente azioni fisiche e dirette, bensì può riguardare anche azioni indirette.

    Rientrano infatti nei casi di violenza psicologica tutte quelle azioni e comportamenti che, indirettamente, hanno una influenza negativa e violenta sui figli.

    Questi casi, purtroppo, sono ancora nascosti e poco conosciuti, in quanto la violenza psicologica agisce nell’ombra e passa spesso inosservata, lasciando lo spazio solo alla violenza puramente fisica.

    Vediamoli insieme e iniziamo a conoscerli.

    PAS: la sindrome di alienazione parentale

    Con questo termine si intende una forma di violenza psicologica sui figli che coinvolge direttamente sia figli che genitori.

    E’ una dinamica psicologica disfunzionale che può avere effetti gravissimi: emotivi, comportamentali, di sviluppo e di crescita.

    Può avvenire in presenza di una coppia coniugata e convivente, ma anche e soprattutto in presenza di genitori separati, o in procinto di separarsi.

    Ricordate che nella maggior parte dei casi la PAS si verifica proprio nel momento in cui i genitori si stanno separando o si sono appena separati.

    Una situazione molto comune vede un genitore che vuole controllare il coniuge e l’intera situazione familiare, attraverso il figlio. E’ il caso di un padre violento che vuole controllare la madre.

    Si tratta di condotte e comportamenti manipolatori, che causano una vera e propria violenza psicologica sui figli.

    Il minore diventa, così, un mezzo di sfogo per genitori in conflitto: per un padre violento e manipolatorio, da un lato, e per una madre vittimizzata che cerca sostegno, dall’altro.

    Attenzione!

    In questa situazione, vostro figlio non riuscirà ad instaurare un legame significativo, reale e concreto con nessuno dei due genitori, perché non in grado di sostenerlo per un sereno ed equilibrato sviluppo.

    L’abbandono di minore

    Parlerò adesso di una fattispecie violenta nei confronti dei figli, di cui purtroppo sentiamo parlare, ogni tanto, anche dai media.

    Nell’articolo 591 del codice penale si fa riferimento all’abbandono di persone deboli: i minori e i soggetti incapaci.

    Tale condotta fa riferimento ad un’azione o ad un’omissione a carico dei soggetti che devono avere cura e garantire protezione dei cosiddetti soggetti deboli.

    Per poter parlare di abbandono, da questa omissione deve derivare uno stato di pericolo, anche potenziale, che necessita di essere dimostrato.

    L’abbandono non è dunque una violenza fisica, ma è una trascuratezza che rientra nelle forme di violenza psicologica.

    Il termine trascuratezza fa riferimento ad una inadeguata attenzione da parte delle figure genitoriali nei confronti dei bisogni evolutivi e delle necessità del bambino.

    E‘ quindi una particolare forma di maltrattamento e di abuso.

    A sostegno di ciò troviamo diverse Sentenze della Cassazione che, nei doveri genitoriali, annoverano quello di “essere presenti” per i propri figli.

    Importante sottolineare che l’articolo 591 del codice penale è strettamente in correlazione con i maltrattamenti sui minori.

    L’iperprotezione

    Con iperprotezione si intende un eccesso di cure, di protezione, di paure e di ansie da parte del genitore verso i figli: è proprio il contrario della trascuratezza!

    Non è un reato, bensì è una errata modalità educativa, che può  portare a gravi conseguenze per lo sviluppo del minore.

    E’ generalmente la madre, il genitore più iperprotettivo, prima figura di rifermento per il piccolo.

    I genitori che crescono i figli (dis-educano, possiamo dire) usando una educazione di questo tipo, sono generalmente genitori spaventati, ansiosi a loro volta, chiusi, critici e autoreferenziali.

    E’ una modalità educativa che può includere fare regali costosi, promettere di diventare come la mamma da grandi, bandire attività più libere o vacanze a contatto con molta gente.

    Il bambino così cresce con un eccesso di ansie, preoccupazioni e paure nei confronti del mondo esterno e degli altri, da non permettergli una corretta crescita psico-fisica.

    L’eccesso di accudimento e di attenzioni comporta un isolamento del minore dalle attività scolastiche e ricreative, impedendo i rapporti sociali con i coetanei.

    Così facendo vengono violati i diritti del bambini, causando una vera e proprio violenza psicologica sui figli.

    La violenza psicologica e il reato di maltrattamento

    La violenza psicologica è punibile dalla legge perché rientra nell’articolo 572 del codice penale “Maltrattamenti contro familiari o conviventi”.

    Il reato di maltrattamenti si configura quando ci sono comportamenti vessatori, che coinvolgono anche indirettamente i figli, come involontari spettatori delle liti tra i genitori.

    Non prevede dunque necessariamente azioni fisiche dirette sui figli, ma offende ugualmente l’interesse del minore, in quanto lo costringe ad essere presente e testimone di queste manifestazioni violente.

    A conferma di ciò cito la Sentenza n. 1833 del 2018, che inserisce la violenza assistita indirettamente dai figli, nel reato di maltrattamenti.

    Il caso di Riccardo

    Riportiamo ora un caso realmente accaduto, il caso di Riccardo, un adolescente il cui nome è naturalmente fittizio, per farvi capire in che modo la violenza assistita rientra nei reati di maltrattamenti.

    I genitori di Riccardo non vanno più d’accordo, litigano sempre più spesso, anche davanti al figlio.

    Il padre, violento, aggredisce verbalmente la madre, spaventata e silenziosa.

    Riccardo assiste a tutto ciò. Spesso è costretto a chiudersi nella sua camera o ascoltare la musica ad alto volume per non sentire.

    Nonostante ciò non manifesta particolari segnali di disagio, palesi, se non alcune forme di “imbarazzo”, come verrà riferito poi in sede di giudizio.

    Il clima in casa è ormai irrespirabile, colmo di violenza, paura e tensione, ma i genitori, non rendendosi conto del problema, e di quanto Riccardo stia soffrendo, continuano a litigare.

    A seguito di una denuncia, i genitori vengono imputati del reato di maltrattamento sul figlio, per averlo costretto ad assistere alle reiterate manifestazioni di conflittualità e ripetuti episodi di violenza psicologica.

    E’ emerso che la condotta del genitore ha causato disprezzo, offesa alla dignità e sofferenza morale del figlio minore.

    Il figlio ha dovuto vivere in una famiglia, anche se per un lasso di tempo limitato, nella quale regnava timore, paura e supremazia.

    Il tempo non ha importanza, anche se è stato limitato ha comunque provocato una grave sofferenza nel figlio.

    Quando e come fare causa a un genitore

    E’ consentito fare causa a un genitore. o ad entrambi, quando viene a mancare la responsabilità genitoriale.

    Quando cioè non vengono rispettati i doveri genitoriali, espressi dall’articolo 315 bis del codice civile.

    Secondo questo articolo, “il figlio ha diritto di essere mantenuto, educato, istruito e assistito moralmente dai genitori, nel rispetto delle sue capacita’, delle sue inclinazioni naturali e delle sue aspirazioni”.

    I principali motivi di cause civili contro i genitori sono i seguenti:

    • Non adempiere all’obbligo di mantenimento dei figlio, anche se maggiorenne;
    • Interferire nelle scelte del figlio, costringendolo a fare qualcosa contro la sua volontà, non rispettando le sue inclinazioni naturali e aspirazioni.
    • Impedire al figlio di frequentare la scuola e di ottenere un’educazione adeguata.

    Il procedimento giudiziario può essere attivato dal Giudice Tutelare, su richiesta da parte degli assistenti sociali o di coloro che assistono a tali violazioni.

    Il Giudice deve accertare che la segnalazione dica il vero, analizzando la situazione della famiglia, sentendo i genitori, ascoltando il minore, sempre sopra i 12 anni di età.

    Se la situazione riscontrata è grave, può prendere provvedimenti urgenti.

    Il Tribunale dei Minori può predisporre l’affidamento temporaneo ai servizi sociali, in attesa della sentenza, e prevedere il decadimento della capacità genitoriale e l’allontanamento definitivo del minore dalla famiglia violenta.

    Ciò non deve, o perlomeno non dovrebbe succedere, fino a quando non si ha la certezza assoluta che i genitori stanno commettendo un reato nei confronti dei figli.

    Allontanare un minore dalla propria famiglia, anche se per poco tempo, è sempre un evento traumatico, e deve essere fatto accertando e comprendendo bene la situazione.

    In questo senso, noi ci occupiamo di segnalare una eventuale situazione di disagio, ma sempre e solo dopo aver accertato le dinamiche e fatto le opportune verifiche, contattando chi di competenza, dopo avere compreso ed ascoltato i genitori.

    Contattateci, possiamo aiutarvi a ritrovare la vostra armonia familiare e superare situazioni di disagio.