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Giulia Piazza

  • Educare alla diversità a scuola: spunti pratici e buone pratiche

    diversità a scuola

    La diversità a scuola è una componente intrinseca a tutte le attività e a tutti i rapporti, tra alunni e tra insegnanti.

    Ognuno è, infatti, portatore di una propria diversità poiché possiede delle caratteristiche che lo rendono differente dagli altri, unico e speciale.

    Oggi una delle sfide più difficili da affrontare a scuola non è quella di annullare ogni distinzione ma di includere le caratteristiche specifiche di ognuno in un disegno collettivo e condiviso.

    In questo modo, le differenze possono rappresentare una grande risorsa e arricchimento.

    Ma, come educare alla diversità a scuola? Quali strategie e pratiche utilizzare?

    La diversità a scuola

    Oggi più che mai la scuola deve educare gli studenti a considerare il diverso non come un pericolo per la propria sicurezza, ma come risorsa per la crescita.

    Una vera pedagogia della differenza non si esprime in prediche o in tecniche di persuasione, ma sperimentando quotidianamente la realtà di una scuola come una comunità di diversi, che non emargina chi non è uguale o chi non è in grado di seguire il ritmo dei migliori.

    È chiaro che, perché tutto ciò avvenga, è necessario porre come elementi centrali della relazione educativa:

    • L’ascolto;
    • Il dialogo;
    • La ricerca comune;
    • L’utilizzo di metodologie attive.

    Queste ultime, in particolare, sono in grado di sviluppare le capacità critiche di porsi delle domande, di imparare a mettersi nei panni altrui, di attivare delle reti di discussione, di uscire dagli schemi, di essere creativi e divergenti.

    Non è impossibile: basta soltanto una buona dose di volontà e tanta creatività 😉

    Educare alla diversità

    La scuola è il luogo d’incontro e di relazione; è, del resto, l’esperienza formativa di ciascuno di noi è caratterizzata da continue presenze dell’altro.

    Entrare in relazione con l’altro ovviamente significa entrare in contatto con un’altra identità, cioè con qualcuno che è diverso da me. 

    In questo modo, oltre a conoscere maggiormente la mia identità, posso anche arricchirmi grazie all’alterità.

    La  scuola ha proprio la caratteristica  di essere il luogo di incontro di tutti.

    Un luogo in cui si producono le diversità, dove diversità significa estrema ricchezza data dalle peculiarità di ciascuno, senza omologare o assimilare l’altro nel  gruppo o  conformare.

    Raccontarsi e ascoltarsi a scuola, renderebbe più fluide le relazioni, il confronto e la crescita.

    Per una didattica interculturale

    Vi starete chiedendo in quale modo promuovere una didattica inclusiva per educare alle diversità a scuola.

    Innanzitutto, occorre tenere presente questi obiettivi:

    • Imparare il significato di stereotipo;
    • Riconoscere uno stereotipo;
    • Scoprire la cultura altrui;
    • Rappresentare le peculiarità della cultura degli altri;
    • Capire e condividere la propria cultura;
    • Comprendere la differenza fra apprendere e giudicare.

    I percorsi interculturali devono prevedere esercizi di gruppo ed esperienze ludiche che intendono promuovere la partecipazione attiva e favorire il pluralismo.

    Ecco qualche esempio.

    Proposte didattiche

    La lettura di libri e brevi racconti, con immagini significative. è sempre un’ottima base di partenza.

    Incentivate poi, prendendo come spunto il libro appena letto, la conversazione e lo scambio di idee, per favorire l’accettazione, il rispetto, la conoscenza dell’altro e la conoscenza di sé e delle proprie peculiarità.

    In questo senso, per incentivare la conoscenza delle proprie capacità, potete realizzare una caccia al tesoro nella quale il tesoro sono i talenti dei compagni.

    Ogni alunno compila una scheda individuale nella quale deve indicare le qualità che riconosce a se stesso e quelle che riconosce in altri compagni a scelta.

    Così, se conosco me stesso, posso mostrare agli altri le mie qualità e nello stesso tempo riconoscere le qualità negli altri e apprezzarne il valore.

    Sempre in relazione alla peculiarità dei talenti di ciascuno è possibile realizzare con gli alunni l’albero dei talenti.

    Ogni bambino disegna un se stesso/albero e come frutti disegna e scrive i propri talenti specifici.

    Ciò che emergerà saranno tanti alberi con tanti frutti diversi: ognuno è diverso, ognuno è unico e speciale, per fortuna 😉

    Fondamentale è utilizzare sempre metodologie didattiche attive, incentrate sul gruppo, che prediligono lo scambio di idee e di opinioni.

    Alcuni libri interessanti

    Il primo che vi propongo è il libro “Qualcos’altro”.

    Racconta la storia di Qualcos’altro che viene messo da parte dai compagni perché lo ritengono diverso da loro.

    Nel corso della storia, Qualcos’altro, dopo aver commesso lo stesso errore nei confronti di un nuovo compagno, comprende che anche nella diversità si può trovare il modo di stare bene insieme.

    Un altro libro si intitola “La scimmia”, che imita gli umani in quanto vuole con tutte le sue forze essere umana, ma poi si rende conto che ciò che importa per stare bene è essere se stessi.

    “E tu di che colore sei?” è un libro nel quale una bambina di sei anni ha una famiglia che le vuole bene, un gatto e tanti amici. Va a scuola volentieri, ma non le piace la matematica, preferisce andare a judo e al parco a giocare.

    Una bambina molto curiosa che si ritrova a farsi tante domande: “Ci sono bambini bianchi, bambini neri, bambini gialli… e allora? Che c’è di strano? Anche i calzini sono di tanti colori diversi, ma nessuno ci trova nulla di male”.

    Un altro libro che vi consiglio è “Va bene se…”, in quanto può essere di grande aiuto ai più piccoli nella comprensione e accettazione delle proprie e altrui diversità.

    Il nasone un po’ più grosso della media non è un problema! Anzi, è davvero simpatico. E se hai gli occhiali? O le rotelle sotto i piedi? E se vieni da un posto lontano lontanissimo? Non importa…

    Va bene essere diversi. Ognuno è speciale, importante, unico. E tu lo sei. Sai perché? Semplicemente perché tu sei tu e vai bene così.

    Affrontate il tema della diversità con i bambini, non evitatelo, non abbiate paura; se vi fanno una domanda rispondete con sincerità.

    Per altri spunti, idee o approfondimenti contattateci 😉

  • Lo spazio dell’incontro e la diversità come risorsa e occasione di crescita

    diversità come risorsa

    Pensare e vivere la diversità come risorsa e come occasione di crescita presuppone comprendere il concetto di intercultura. 

    Tale termine fa riferimento al modello di convivenza e conoscenza delle società attuali tipicamente multiculturali.

    Un modello, cioè, che vede il medesimo spazio abitato da etnie, religioni e culture differenti, con identità proprie, che collaborano e convivono.

    In questo senso, il traguardo non è la semplice accoglienza, bensì la creazione di una cultura condivisa che nasce dal confronto reciproco, dal dialogo e dall’incontro.

    Stereotipi e pregiudizi

    Questi termini sono spesso associati e accomunati, ma in realtà hanno significati completamente differenti.

    Lo stereotipo è un modello fisso di conoscenza e di rappresentazione della realtà.

    Infatti, l’uomo ha una tendenza a classificare, a dare un orientamento, a volere controllare l’ambiente circostante e a volere mantenere quest’ordine il più costante e protetto possibile.

    Una concezione orientata in questo senso è proprio all’origine del concetto di stereotipo, concetto che ci aiuta a semplificare le differenze che incontriamo, per renderle più accettabili e affinché non siano causa di paura o preoccupazione.

    Questa tendenza di “categorizzazione” viene estesa inevitabilmente anche ai popoli, ai gruppi umani e alle persone.

    Possiamo dire che:

    Lo stereotipo è l’anticamera del pregiudizio.

    Il pregiudizio, infatti, è una valutazione che precede l’esperienza, un giudizio formulato a priori, prima di disporre dei dati necessari per conoscere e comprendere la realtà.

    Questa caratteristica del pregiudizio fa sì che esso sia potenzialmente sbagliato, poiché l’informazione risulta insufficiente.

    Un concetto e un giudizio errato sono sempre possibili, ma essi si trasformano in pregiudizio quando rimangono irreversibili nonostante nuovi dati conoscitivi.

    Dunque, lo stereotipo è prevalentemente cognitivo, ovvero ci dice quale concezione le persone hanno di un determinato gruppo, mentre il pregiudizio è un vero e proprio atteggiamento.

    L’unico modo per andare oltre gli stereotipi e i pregiudizi è quello di conoscere e incontrare l’altro: incontrarlo, ascoltarlo, capirlo e accettarlo.

    Contro i pregiudizi

    Ogni cultura è fatta di pregiudizi e agisce attraverso i pregiudizi.

    Essi possono essere molteplici, ma comunque capaci di vincolare il ragionamento e di orientare le scelte d’azione.

    I pregiudizi socio-culturali, connessi all’ideologia, sono custoditi dai gruppi e sono assunti inconsapevolmente dalle persone.

    Agiscono, quasi sempre in modo inconscio, nel linguaggio, nei comportamenti, nelle reazioni, fino alle credenze e ai principi.

    Il pregiudizio è mobile e sottile, si infiltra in ogni dove, ed è proprio lì che va trovato e smascherato.

    La diversità come risorsa

    Tra i tanti compiti educativi quello che forse risulta più difficile è insegnare ad accettare e rispettare l’altro indipendentemente dal colore della pelle, dalla religione, dalle diversità sociali e culturali.

    Spesso la diversità è vista come un problema, un ostacolo, e non come risorsa per il confronto, lo scambio di idee e la crescita personale.

    Accettare la diversità non significa soltanto accettare chi è diverso da noi, ma anche di “vederlo” come un’opportunità di crescita e non come una minaccia.

    Vederlo come un portatore di idee, esperienze e valori che non conosciamo, che in realtà possano arricchirci e aiutarci a comprendere meglio il mondo che ci circonda.

    È proprio attraverso la diversità, infatti, che si arriva alla conoscenza.

    C’è una metafora che spiega tutto molto bene:

    “ciascuno di noi contribuisce con la sua tessera al grande mosaico del sapere umano”.

    Anche senza una sola tessera il mosaico sarebbe incompleto.

    Le tessere del mosaico possono avere varie forme, colori e dimensioni.

    Proprio per questo il mosaico alla fine è così bello 😉

    Il valore della diversità

    Il suo valore sta proprio nell’accettazione dell’altro, nell’amicizia autentica, nello scambio e nel rispetto reciproco, dove ognuno è portatore di conoscenze e comportamenti propri.

    Ognuno è portatore di un proprio bagaglio di risorse e conoscenze, ognuno è un talento, una capacità, un valore da rispettare, da scoprire proprio nell’incontro con le diversità.

    La scoperta del valore educativo della diversità sa attivare atteggiamenti di ascolto-conoscenza di sé e modulare relazioni positive con gli altri, nelle quali ci si confronta, ci si libera da ogni forma di pregiudizio, facendo vivere due dimensioni: il rispetto e la condivisione.

    Dunque, la diversità è ricchezza.

    Lo spazio dell’incontro

    L’intercultura ha il compito di sfidare i pregiudizi, i canoni cognitivi, e ci conduce oltre le identità, pur non negandole, e verso un nuovo orizzonte costruito sull’incontro e sul dialogo.

    Ci conduce verso un orizzonte nuovo, di vita, di relazione, di scambio in cui la regola è porsi con gli altri, accordarsi insieme e far maturare spazi comuni, rispettosi delle differenze.

    Tale orizzonte, però, la maggior parte delle volte, rimane fermo al pluralismo e non si innalza a risorsa, a occasione di crescita.

    Per pensare la diversità come risorsa e occasione di crescita, è necessario sviluppare quattro percorsi ideali:

    • La teorizzazione dell’incontro come spazio fisico e mentale, che si apre al riconoscimento reciproco delle differenze;
    • L’individuazione del dialogo come linea guida, che sia aperto, critico e autocritico;
    • Il riconoscimento della dimensione mondiale e planetaria dell’uomo che vive in una società multiculturale, e la sua relativa formazione;
    • L’importanza della scuola per fare intercultura, sia nelle relazioni sia negli apprendimenti.

    In questo senso, l’educazione e la formazione risultano essere l’unico mezzo per oltrepassare l’appartenenza, i pregiudizi, le chiusure, ed entrare, invece, nello spazio del pluralismo, di incontro e di dialogo.

    Educare alla diversità a scuola

    La scuola è il luogo privilegiato in cui ci avviamo alla costruzione del nostro futuro e alla scoperta del mondo che ci aspetta, oltre i confini dei nostri amici e della nostra famiglia.

    E’ il luogo nel quale entriamo in relazione con l’altro e facciamo le prime esperienze di socializzazione.

    Entrare in relazione con l’altro vuol dire entrare in contatto con un’altra identità, cioè con qualcuno che è diverso da sé.

    Il contesto scolastico rappresenta, infatti, il luogo in cui bambini e ragazzi iniziano a strutturare la propria personalità, i propri valori.

    Uno dei compiti della scuola dovrebbe essere quello di educare alla differenza, all’altro, per creare i presupposti di una cultura dell’accoglienza e aiutare a percepire la differenza non come un limite alla relazione, ma come un valore e una ricchezza.

    Ma, quali strategie e tecniche utilizzare per educare alla diversità come risorsa?

    Seguiteci: tanti consigli e spunti pratici saranno presentati nei prossimi articoli 😉

  • Diversità e integrazione. Le basi per un’educazione interculturale

    diversità e integrazione

    Negli ultimi decenni, la società in cui viviamo ha assistito a grandi trasformazioni e cambiamenti in senso multiculturale.

    La causa è da attribuire ai processi migratori, agli scambi tra culture diverse e alla globalizzazione.

    Tali fenomeni hanno, infatti, posto alla società attuale nuove problematiche e nuove emergenze educative e sociali.

    Concetti come diversità e integrazione, accoglienza e spazio dell’incontro, dialogo costruttivo sono divenuti fondamentali per fronteggiare tali emergenze.

    L’educazione interculturale riguarda proprio questo: teorie e strategie per incontrare, accogliere e rapportarsi con le diversità, etniche e culturali.

    Vediamo insieme, in questo articolo, quali sono le basi della pedagogia interculturale, da conoscere e da promuovere sia a scuola che in famiglia.

    Multicultura e intercultura

    Ogni cultura non ha confini netti e separati, non coincide necessariamente con un determinato territorio, ma si presenta come un insieme complesso caratterizzato da incroci e scambi.

    Da sempre infatti le culture si sono intrecciate le une alle altre e sono state sottoposte a varie influenze, dovute a scambi, commerci, guerre, migrazioni.

    A maggior ragione, oggi, con l’aumento dei flussi migratori e della globalizzazione non si può pensare ad un territorio costituito da un’unica cultura chiusa in se stessa.

    Gli scambi e i contatti con differenti culture sono inevitabili.

    Tuttavia, non è più sufficiente un approccio multiculturale, che mette in atto soltanto una netta separazione fra le diverse culture, senza riconoscerle e valorizzarle.

    È proprio in questa situazione che risulta fondamentale promuovere un approccio pedagogico interculturale.

    Una pedagogia, cioè, attenta alle diversità fra le culture, volta all’interazione reciproca e all’integrazione.

    In questo senso, occorre affrontare il rapporto con le altre culture e con la differenza su due registri distinti:

    • L’accoglienza all’altro come incontro/scontro democratico e non violento;
    • La convivenza con le differenze per contribuire allo sviluppo dei processi di globalizzazione, interdipendenza e comunicazione interpersonale.

    Da una società multiculturale a una società interculturale

    Passare da una società multiculturale a una interculturale non è però automatico, per il semplice motivo che la cultura multiculturale risulta ormai da tempo consolidata.

    Ad impedire la costruzione di una società disponibile al confronto e allo scambio culturale, vi sono  atteggiamenti contradditori e resistenze messe in atto dalla popolazione autoctona.

    Infatti, il passaggio da una società multiculturale, caratterizzata dalla presenza di culture tra loro separate, ad una società interculturale, caratterizzata invece da interazione e integrazione delle differenze fra le varie culture, richiede un preciso progetto pedagogico.

    Un progetto cioè finalizzato alla costruzione e allo sviluppo di un pensiero:

    • Aperto e flessibile;
    • Problematico;
    • Antidogmatico;
    • Decentrato dai propri riferimenti mentali e morali.

    Tale pensiero sarà in grado di riconoscere e comprendere le differenze e le analogie con le altre culture.

    Oggi l’intercultura rappresenta il più alto grado di civilizzazione e va perseguita, nella società e nelle scuole, secondo l’approccio che assume la “diversità come normalità”, capace di introdurre l’educazione interculturale come progetto trasversale e interdisciplinare, a scuola e in famiglia.

    L’intercultura

    Il termine interculturale indica:

    una situazione di interazione e di integrazione fra le diverse culture, caratterizzata da pluralismo culturale, incontro e confronto democratico.

    Non indica, dunque, soltanto una compresenza su uno stesso territorio, di popoli diversi per etnia, lingua e cultura.

    Non è una realtà statica del fenomeno migratorio, che vede l’esistenza di una pluralità di popolazioni su uno stesso territorio, senza comportare necessariamente confronto, apertura, scambio, reciprocità e incontro.

    L’intercultura presuppone l’idea e l’impegno a ricercare forme, strumenti ed occasioni per sviluppare un confronto e un dialogo costruttivo e creativo.

    E’ infatti un concetto dinamico, che vede la volontà di riconoscere e accogliere le differenze e le diversità senza annullarle, bensì valorizzandole.

    Confronto, dialogo e ascolto

    Pluralismo e differenza possono costituire la base su cui è possibile costruire l’incontro e il confronto con l’altro che, se autentici, scaturiscono nel dialogo, che è insieme capacità di ascolto e di interazione.

    Il dialogo presuppone l’ascolto, vale a dire la capacità di intendere i problemi dell’altro attraverso le “sue” parole e i “suoi” bisogni.

    L’ascolto richiede la capacità di empatia, ossia la capacità di indossare i panni degli altri per vivere l’esperienza dall’altro punto di vista.

    In questo senso, si parla di ascolto attivo, capace, cioè, di porre attenzione alla comunicazione dell’altro senza formulare giudizi.

    È un atto intenzionale che impegna la nostra attenzione a cogliere quanto l’altro ci riferisce sia in modo esplicito che implicito, sia a livello verbale che non verbale.

    Il pensiero interculturale

    L’intercultura è un vero e proprio un modo di essere del pensiero che si conquista a livello di conoscenza, comprensione ed interpretazione dell’alterità.

    Essa infatti implica, e comporta, la pratica di un pensiero plurale e di una relazione ricca e creativa.

    Un pensiero complesso: disponibile a conoscere e a confrontarsi con una pluralità di approcci e punti di vista, non dando niente per scontato e rimettendo in discussione quanto già acquisito.

    Richiede necessariamente apertura e flessibilità.

    Così attrezzato il pensiero costituisce uno strumento efficace per esplorare i livelli di interazione e di integrazione tra le varie lingue e culture.

    Il pensiero interculturale è, dunque, fondamentale per reggere la sfida della complessità e del cambiamento, utilizzando le categorie del confronto e della cooperazione piuttosto che quelle del conflitto e della chiusura.

    La pedagogia interculturale

    Si pone come obiettivo la riflessione sulla diversità culturale e, più in generale, sul tema dell’alterità.

    Si preoccupa di facilitare la conoscenza reciproca e la disponibilità allo scambio e all’incontro, secondo un’ottica di cambiamento.

    Essa lavora, infatti, non solo per l’integrazione, ma anche per l’interazione, riconoscendo così il ruolo ineliminabile delle differenze, per fare in modo che culture diverse convivano senza ignorarsi.

    La pedagogia interculturale educa alla flessibilità cognitiva, aiutando la decostruzione di schemi mentali rigidi, al riconoscimento e all’interazione positiva con la diversità, ed infine alla capacità di convivere con l’incertezza.

    Ha come meta la formazione di persone con le seguenti competenze:

    • Mentali, quali capacità di problem solving, consapevolezza della relatività, contestualità e storicità delle culture;
    • Relazionali, ovvero capacità di confronto e dialogo con l’alterità, interesse per le diversità, capacità di empatia e di messa in discussione;
    • Valoriali, ossia solidarietà, coesistenza pacifica e responsabilità.

    Per questi motivi, l’educazione interculturale deve essere promossa a scuola e in famiglia, per educare le giovani generazioni ad accogliere e riconoscere le diversità.

    Nei prossimi articoli affronteremo sempre il tema della diversità, proponendo strategie e tecniche pratiche per educare alla diversità e viverla come ricchezza e risorsa.

    Seguiteci 😉

  • Il progetto di vita delle persone con disabilità

    progetto di vita

    Quando parliamo di progetto di vita, intendiamo il progetto individuale di una persona disabile.

    Un progetto volto all’esclusiva ricerca del benessere per tale persona, secondo un’ottica migliorativa ed inclusiva.

    Consiste, infatti, proprio nella costruzione e nella pianificazione del suo futuro, sulla base di tappe di vita progettate e pensate sulle sue necessità e bisogni.

    Aspetti normativi

    La Legge n 328/2000 “Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali” prevede che, affinché si ottenga in pieno l’integrazione scolastica, lavorativa, sociale e familiare della persona con disabilità, si predisponga un progetto individuale per ogni singola “persona con disabilità fisica, psichica e/o sensoriale, stabilizzata o progressiva (art. 3 L. 104/92).

    Attraverso tale progetto è possibile creare percorsi personalizzati in cui i vari interventi siano coordinati in maniera mirata, massimizzando così i benefici effetti degli stessi.

    Nello specifico, il Comune è tenuto a predisporre, d’intesa con la A.S.L, un progetto individuale, indicando i vari interventi sanitari, socio-sanitari e socio-assistenziali di necessita la persona con disabilità, nonché le modalità di una loro interazione.

    Il progetto individuale, infatti, è un atto di pianificazione che si articola nel tempo e sulla cui base le Istituzioni, la persona, la famiglia e la stessa Comunità territoriale possono/devono cercare di creare le condizioni affinché quegli interventi, quei servizi e quelle azioni positive si possano effettivamente compiere.

    Il progetto di vita

    Il Progetto Individuale ha una grande importanza e persone con disabilità: è’ un loro vero e proprio diritto per le persone.

    Nel Progetto Individuale infatti vengono scritti tutti i desideri e i bisogni delle persone con disabilità e in questo modo si possono creare dei supporti per aiutarle a fare ciò che desiderano.

    Può essere definito come un piano d’azione. una intenzione, che richiede una capacità di valutare il futuro, anche in base ad una valutazione del passato e del presente, ed una conseguente capacità metodologica volta alla scelta e alla predisposizione dei mezzi necessari per la concreta realizzazione del piano stesso.

    Tracciare un progetto individuale però non è affatto un’impresa semplice.

    Gli impedimenti, gli ostacoli che quotidianamente si presentano, fanno comprendere la difficoltà di poter progettare percorsi orientati all’autonomia, cognitiva, sociale, lavorativa, della persona disabile.

    Cosa è e cosa comporta

    E’ un documento programmatico a medio-lungo termine che pianifica la piena realizzazione esistenziale della persona con disabilità.

    Nello specifico, si tratta di organizzare l’insieme dei sostegni e delle opportunità che la accompagnano nel corso complessivo della vita, sulla base:

    • Dell’evoluzione dei bisogni, delle aspettative e dei desideri personali;
    • Del funzionamento individuale che agli ecosistemi in cui è inserita.

    Il piano individuale dovrà essere fortemente ancorato alle competenze richieste da adulto, per potersi considerare esaustivo e orientato alla globalità della persona.

    Infatti, assume rilevanza soltanto se è in grado di sviluppare nello studente un percorso identitario autonomo.

    Lo studente con bisogni educativi speciali che, spesso, incontra difficoltà nel compiere scelte consapevoli deve essere costantemente supportato affinché il suo diritto di autodeterminazione si concretizzi nello spazio e nel tempo educativo e orienti il Progetto.

    Il progetto di vita e la scuola

    A scuola si presta sempre più attenzione ai concetti di inclusione, diversità e disabilità.

    Insieme all’attenzione verso la diversità  e alla valorizzazione di un contesto che favorisca l’inclusione, la progettazione didattica diviene l’occasione e la modalità per ripensare a diverse forme di allineamento.

    Lo sviluppo negli ultimi anni del costrutto della Qualità della Vita offre un potenziale scenario per ripensare percorsi personalizzati volti alla realizzazione della migliore condizione di vita per tutti i soggetti e, in particolare, per le persone con disabilità.

    Parlare di Qualità della Vita significa adottare una prospettiva longitudinale, poiché quest’ultima si modula nello spazio e nel tempo coinvolgendo l’intero arco di vita e tutti i contesti significativi per la persona.

    Tale costrutto permette di pensare alla progettazione in termini di Progetto di Vita.

    Si parla, a tal proposito, di presa in carico dell’alunno con esigenze speciali, al fine di sottolineare la necessità di un approccio globale e multidimensionale nella costruzione di una progettualità.

    Una progettualità esistenziale che sia ancorata all’essenza della persona (peculiarità, bisogni, desideri, aspettative ecc.) e che tenda alla promozione e allo sviluppo consapevole dell’identità personale.

    Pensare alla Qualità della Vita per uno studente con disabilità corrisponde a un:

    “pensare doppio, nel senso dell’immaginare, fantasticare, desiderare, aspirare e volere e contemporaneamente anche del preparare le azioni necessarie, prevedere le varie fasi, gestire i tempi, valutare i pro e i contro e comprendere la fattibilità”.

    Si tratta, cioè, di predisporre interventi educativi, organizzare ambienti adeguati, strutturare attività e individuare obiettivi educativi.

    Nella stesura e realizzazione del progetto individuale, dunque, la scuola svolge un ruolo fondamentale.

    In questo senso, gli insegnanti e gli educatori devono essere preparati a progettare un percorso di vita con la persona disabile, in stretta connessione con la famiglia e i servizi.

    Se avete dubbi o necessitate di approfondimenti non esitate a scriverci!

  • Per una educazione alle emozioni e all’affettività nei bambini

    educazione alle emozioni

    Il tema delle emozioni è senza dubbio uno dei più ampi nel campo delle scienze umane.

    Soprattutto da quando, grazie al contributo degli studi sociologici e psicologici, si è iniziato a considerare le emozioni come la base del comportamento individuale e sociale.

    Le emozioni, infatti, regolano e governano tutti i rapporti umani, permettendo alle persone di aprirsi al mondo e di entrare in relazione con gli altri.

    Per questo motivo, l’educazione alle emozioni è di vitale importanza per promuovere lo sviluppo dei bambini e degli adolescenti.

    Emozioni e sentimenti

    Le emozioni possono essere definite come uno stato complesso di sentimenti che si traducono in cambiamenti fisici e psicologici che influenzano il pensiero e il comportamento.

    Innanzitutto, è fondamentale distinguere tra emozioni e sentimenti.

    Hanno entrambi componenti cognitive e motivazionali, ma le prime sono meno stabili nel tempo rispetto ai sentimenti.

    I sentimenti sono composti da più emozioni insieme e sono la parte privata delle emozioni che durano più a lungo.

    Le emozioni, dunque, sono reazioni a uno stimolo ambientale, più brevi rispetto ai sentimenti, e provocano cambiamenti su tre differenti livelli:

    • Fisiologico, comprendendo fenomeni fisici in tutto il corpo;
    • Comportamentale, determinando svariate espressioni facciali, modifiche alla postura, al tono della voce;
    • Psicologico, provocando una sensazione soggettiva, un’alterazione del controllo di sé e delle proprie abilità cognitive.

    La componente cognitiva delle emozioni

    Nelle situazioni emotive la mente elabora gli stimoli e controlla le reazioni.

    Le emozioni si trasformano così nel movente che si pone alla base dei nostri comportamenti: fondano la nostra identità, determinando le scelte e il pensiero, influendo anche sulle conoscenze.

    Ragione ed emozione, infatti, non sono due poli opposti.

    Ogni funzione cognitiva racchiude componenti emotive, e viceversa: conoscere e valutare le emozioni significa pensare e decidere meglio.

    L’emozione influisce nel processo di apprendimento in quanto agisce come guida nella presa di decisioni e nella formulazione delle idee.

    L’aspetto emotivo ed affettivo è, dunque, fondamentale nella comunicazione e nelle interazioni sociali.

    L’essere umano è una totalità di razionalità ed emotività.

    Lo stesso Jean Piaget afferma l’esistenza di uno stretto parallelismo fra lo sviluppo dell’affettività e quello delle funzioni intellettuali, in quanto si tratta di due aspetti indissolubili di ogni azione.

    L’intelligenza emotiva

    L’intelligenza emotiva si riferisce alla capacità di riconoscere i propri sentimenti e quelli degli altri, di gestire positivamente le proprie emozioni, tanto interiormente, quanto nelle relazioni sociali.

    I nostri comportamenti non sono direttamente correlati alla situazione ma sono legati alle emozioni che da quella medesima circostanza sono scaturite.

    In questo senso, l’intelligenza emotiva pone l’accento sulla capacità di armonizzare pensiero e sentimento, parola e vissuti emotivi, dimensione mentale e dimensione affettiva.

    Essere consapevoli di sé vuol dire essere consapevoli sia dei nostri sentimenti che dei nostri pensieri su di essi.

    La consapevolezza sul proprio stato emotivo è fondamentale: conoscere e saper esprimere i propri sentimenti apertamente e con assertività, conoscere i propri punti deboli e punti di forza.

    Ciò presuppone autocontrollo, nel riuscire a dominare i turbamenti forti e trasformarli in qualcosa di costruttivo, ed empatia, ossia la capacità di percepire e riconoscere i sentimenti degli altri, di sintonizzarsi emotivamente con loro e adottare la loro prospettiva.

    Naturalmente, essere in grado di gestire le emozioni nelle relazioni e saper leggere accuratamente le situazioni sociali permette di trattare con efficacia le interazioni, i conflitti, i problemi comunicativi.

    La competenza emotiva

    Con tale termine si intende l’insieme delle abilità pratiche necessarie per l’autoefficacia dell’individuo nelle interazioni sociali che suscitano emozioni.

    Essa si basa sulle seguenti dimensioni:

    • L’espressione emozionale, che consiste nell’utilizzo dei gesti per esprimere messaggi emotivi non verbali, dimostrare coinvolgimento empatico, manifestare emozioni sociali;
    • La comprensione emozionale, ovvero la capacità di discernere i propri stati emotivi e quelli altrui e la capacità di verbalizzare le emozioni;
    • La regolazione emozionale, che consiste nella capacità di fronteggiare le emozioni negative e quelle positive o le situazioni che le suscitano, regolando strategicamente l’esperienza e l’espressione delle emozioni.

    L’alfabetizzazione emozionale

    Insegnare l’alfabeto delle emozioni è un processo simile a quello in cui si impara a leggere, poiché comporta la promozione della capacità di leggere e comprendere le proprie ed altrui emozioni.

    Si tratta di una tipologia di intervento educativo volto a promuovere il benessere socio-emozionale dell’individuo, attraverso l’insegnamento delle abilità necessarie per la competenza emotiva.

    Le abilità fondamentali sono:

    • Identificare e denominare le emozioni;
    • Esprimere le emozioni;
    • Valutare l’intensità delle emozioni;
    • Gestire le emozioni;
    • Rimandare la gratificazione per perseguire l’obiettivo;
    • Aumentare la resistenza allo stress;
    • Conoscere la differenza tra emozioni e azioni.

    L’educazione alle emozioni

    Per molti anni, l’educazione emotiva è stata trascurata.

    Oggi le neuroscienze indicano una sovrapposizione tra sviluppo intellettivo e sviluppo emotivo-affettivo, per cui non si può pensare di intraprendere un percorso di apprendimento tralasciando l’aspetto emozionale.

    Partiamo dal presupposto che la conoscenza del proprio sentire è davvero un percorso complesso, che va di pari passo alla maturazione fisica e psicologica di un individuo.

    Dare un nome ai sentimenti è più facile quando si ha la possibilità di attingere ad un vocabolario ampio e articolato.

    Gli adulti, infatti, attraverso l’esperienza e la maturazione del linguaggio, riescono a definire meglio il proprio stato emotivo e ad intuire, spesso, anche quello altrui.

    Costruire un percorso di educazione alle emozioni ha una valenza grandissima: avvicinare alla consapevolezza del sé, significa portare contemporaneamente alla conoscenza dell’altro.

    In ogni momento i bambini possono sperimentare, attraverso varie situazioni, una molteplicità di sentimenti, anche contrastanti, che possono confonderli, impaurirli, proprio perché non ne hanno piena padronanza.

    Conoscere il proprio stato d’animo e capire quali conseguenze esso possa avere sul comportamento, significa anche prendere coscienza dei propri bisogni e di quelli altrui.

    Come promuovere l’educazione alle emozioni?

    Ecco alcuni consigli pratici da utilizzare sia a casa che a scuola.

    La drammatizzazione e la narrazione

    La recitazione è uno strumento privilegiato per sperimentare completamente le emozioni.

    Recitare vuol dire fingere, fingere significa immedesimarsi, ci si può immedesimare solo se si è empatici.

    La drammatizzazione aiuta i bambini a socializzare tra di loro, a lavorare in gruppo, a collaborare e ad aiutarsi.

    Allo stesso modo, la narrazione può essere uno dei momenti più importanti per sviluppare la competenza emotiva del bambino.

    Attraverso la lettura di libri i bambini possono esplorare ed entrare in contatto con il mondo delle emozioni.

    E’ compito dei genitori e degli insegnanti stimolarli nella lettura, con domande costruttive per comprendere le varie emozioni che si incontrano nei personaggi delle storie.

    Il diario delle emozioni

    Attività che può essere svolta sia a casa che a scuola, ma anche in continuità.

    Si richiede ai bambini di annotare su un diario le emozioni che provano, in modo tale che, a fine giornata, è possibile stimolarli con domande, quali: come ti senti? come ti sei sentito in quel momento? cosa hai provato?

    Le domande sulle emozioni provate sono fondamentali per incrementare la comprensione e la verbalizzazione delle emozioni.

    Con i bambini più grandi, invece, si può anche pensare di creare una vera e propria cartellina delle emozioni, in cui possono descrivere le emozioni provate, le cause e le conseguenze.

    Sul diario si annotano, a fine giornata, le emozioni più intense che hanno provato, divise in due colonne: positive e negative.

    Lo scopo è poi sempre quello di capire le cause ed imparare a riconoscere e a gestire le proprie emozioni.

    Contattaci per tanti altri consigli e attività pratiche 😉

  • Per un sostegno alla genitorialità: la consulenza pedagogica

    sostegno alla genitorialità

    Come abbiamo detto il mestiere del genitore non è sicuramente facile, anzi possiamo dire che è uno dei più difficili e complessi.

    Capita molto spesso ai genitori di sentirsi inadeguati nello svolgimento delle proprie modalità genitoriali, così come non mancano mai dubbi, ostacoli o difficoltà da affrontare.

    Niente paura, è più che normale: nessuno è nato capace di fare tutto 😉

    Riconoscere di non essere in grado e richiedere un sostegno, un consiglio, un aiuto su come svolgere al meglio il ruolo del genitore non è sintomo di debolezza, bensì di grande coraggio.

    La qualità delle cure genitoriali e lo stile educativo sono fondamentali nel processo di crescita e di formazione dell’identità del bambino. 

    In questo senso, la consulenza pedagogica o la mediazione familiare sono due strumenti molto efficaci come sostegno alla genitorialità.

    Diventare genitori

    Quando un figlio viene concepito e, poi, dato alla luce, avviene una profondo mutamento nei due individui che da uomo e donna si trasformano in padre e madre, ossia in genitori.

    Una trasformazione che riguarda anche la coppia che adotta un figlio, che diventa coppia di genitori non per atto biologico, ma giuridico.

    La genitorialità non si riduce al solo evento fisico della procreazione e della nascita, o del riconoscimento legale, ma ha un significato molto più profondo.

    L’arrivo di un figlio comporta un atto di responsabilità e il riconoscimento di un nuovo ruolo da parte dei genitori che si trovano a dover svolgere una nuova funzione, compiere scelte, elaborare decisioni, individuare obiettivi e traguardi in un’ottica comune.

    La genitorialità è, quindi, un processo dinamico rappresentato dalla nascita non solo di un figlio, ma di una nuova relazione, in perenne trasformazione, e di nuove identità.

    La coppia modifica le proprie dinamiche interne, dovendo riconoscere il cambiamento dei reciproci ruoli, e delle modalità di dialogo tra gli elementi che la compongono, in vista di nuovi obiettivi comuni.

    La genitorialità è, proprio, l’insieme delle scelte educative e delle modalità di dialogo che i genitori decidono di instaurare con il proprio figlio.

    La genitorialità

    Il significato di questo termine è, in questi ultimi anni, continuamente in evoluzione.

    Sempre maggiore diventa la sua complessità e sempre più ramificato il suo intrecciarsi con altri aspetti della ricerca pedagogica e clinica.

    La concezione pedagogica vede la genitorialità come il lungo e continuo apprendistato per imparare l’arte di essere genitori.

    E’, dunque, il processo dinamico attraverso il quale si impara a diventare genitori capaci di prendersi cura e di rispondere in modo sufficientemente adeguato ai bisogni dei figli.

    Bisogni estremamente diversi a seconda dell’età evolutiva.

    La genitorialità è, infatti, dinamica: cambia nel tempo, e nel contesto sociale in cui cresce, ma cambia anche all’interno della stessa relazione, in base alle varie fasi della crescita del figlio.

    Non si può essere genitori sempre allo stesso modo, e con ciascun figlio.

    In questo senso, la genitorialità può essere definita come la capacità di espletare il ruolo di genitore.

    Un compito estremamente complesso che si realizza attraverso l’adozione di un assetto comportamentale che richiede diverse competenze e abilità finalizzate a:

    • Nutrire;
    • Accudire;
    • Proteggere;
    • Dare affetto e sostegno;
    • Promuovere l’autonomia e l’indipendenza;
    • Garantire un buon adattamento tra stadio evolutivo del minore e ambiente.

    Vale a dire, tutti quei comportamenti volti all’educazione, alla protezione e al sostegno del bambino, che possono essere definiti anche “parenting“.

    Alcuni consigli pratici per i genitori

    Nel momento in cui si diventa genitori si devono affrontare problematiche, incertezze, dilemmi riguardanti l’educazione dei propri figli.

    Diventa quindi importante essere in grado di gestire queste situazioni.

    Le domande più frequenti sono: scegliere per loro o consigliare? Aiutare od ostacolare? Farli sperimentare o evitare l’errore? Ignorare o ascoltare? Fare o insegnare a fare? Punire o lasciare correre?

    Ovviamente non esiste una risposta giusta o sbagliata ma andrebbe valutata ogni singola situazione.

    Per questo motivo, la figura del  consulente pedagogico può essere di grande aiuto e sostegno nell’affrontare e risolvere tali situazioni.

    Ecco alcuni semplici consigli, che potete utilizzare fin da subito nell’educazione dei vostri figli 😉

    Stabilite delle regole a seconda delle loro esigenze e fate seguire i fatti alle parole: non promettete qualcosa, sia positiva che negativa, e poi non rispettate tale promessa.

    Parlate in modo chiaro, fate richieste precise, controllate il tono di voce e il modo in cui comunicate le cose; se necessario, ripetete anche più volte e chiaramente quello che gli chiedete di fare.

    Ascoltateli e accogliete le loro esigenze, parlandogli in prima persona: devono sapere che li ascoltate e comprendete profondamente le loro richieste.

    Incentivateli piuttosto che minacciarli con punizione: credetemi troppe punizioni, per ogni cosa, sono controproducenti.

    Una punizione, comunque, deve essere misurata, coerente ed essere accompagnata da una spiegazione.

    Insegnate sempre ai vostri figli ad assumersi le proprie responsabilità e ad essere autonomi ed indipendenti.

    Devono imparare a fare le cose da soli e a prendere autonomamente le loro decisioni, senza sentirsi abbandonati.

    Loro sanno che voi siete al loro fianco, pronti ad aiutarli, ma sanno anche di poter decidere da soli.

    Per un sostegno alla genitorialità

    In questo senso, di grande aiuto sono i percorsi educativi di sostegno e di accompagnamento propri della consulenza pedagogica.

    Tali percorsi sono rivolti a genitori con figli di tutte le fasce d’età e hanno i seguenti obiettivi:

    • Sostenere i genitori nel loro ruolo;
    • Promuovere la consapevolezza dell’importanza di tale compito;
    • Accrescere e rafforzare le proprie competenze educative.

    Offrono, dunque, uno spazio di riflessione sugli atteggiamenti educativi e comunicativi messi in gioco nel rapporto tra genitori e figli.

    Come abbiamo già detto, una corretta pratica educativa e una comunicazione efficace sono strumenti fondamentali nell’educazione dei vostri figli.

    Questi percorsi, infatti, non sono solo rivolti a famiglie problematiche, o in situazioni particolarmente conflittuali, ma possono essere un cammino utile a qualsiasi genitore per migliorare la relazione e la comunicazione con i propri figli e le dinamiche familiari.

    Lo scopo è proprio quello di fornire ai genitori strumenti operativi per affrontare in maniera più adeguata i problemi evolutivi ed educativi che riguardano i propri figli.

    Contattaci per condividere i tuoi dubbi e risolvere, col nostro sostegno, le situazioni problematiche.

  • Educare e responsabilizzare i figli adolescenti: istruzioni per l’uso

    responsabilizzare i figli

    L’adolescenza è un periodo di transizione tra la fanciullezza e l’età adulta, durante il quale si verificano notevoli cambiamenti fisici e psicologici.

    Possiamo definirla come un momento di svolta, caratterizzato da cambiamenti e sperimentazioni.

    E’, dunque, un momento molto difficile e critico per i vostri figli, ma anche per voi genitori.

    Educare e responsabilizzare i figli adolescenti non è un compito facile: richiede tempo, pazienza, energia.

    In questo articolo cercheremo di far luce sul periodo adolescenziale, fornendovi alcune “istruzioni per l’uso” che potranno aiutarvi a fronteggiare, insieme a vostro figlio, i cambiamenti di questo particolare momento.

    Lo sviluppo adolescenziale

    L’adolescenza è un periodo dello sviluppo che rappresenta il passaggio dall’età infantile a quella adulta.

    Il termine, infatti, significa crescere.

    E’una fase caratterizzata da cambiamenti profondi, sia dal punto di vista fisico che emozionale e comportamentale.

    Si tratta, infatti, di un cambiamento completo, che tocca diverse sfere della natura umana: dall’ambito della fisicità, a quello delle emozioni e delle relazioni.

    Un sentimento tipico degli adolescenti consiste nel sentirsi disorientati, proprio perché è questa la fase in cui si inizia la ricerca della propria identità.

    Gli adolescenti si trovano a vivere una vera e propria tempesta di umori, di cambi repentini di opinione, di gusti, preferenze, valori, desideri, aspirazioni.

    Da un lato c’è la spinta a costruire, sperimentare, mettersi in gioco, e dall’altro la necessità di omologarsi al gruppo, nascondersi e confondersi, per non essere esclusi o considerati estranei.

    Le esperienze in adolescenza sono perciò essenziali per la formazione della personalità, anche quelle negative di rifiuto e di frustrazione.

    In questa delicata fase possono emergere pensieri e comportamenti trasgressivi e devianti, di fuga o di rottura di certi schemi, così come di isolamento.

    I comportamenti tipici

    Ogni fase dello sviluppo di un individuo è caratterizzata da atteggiamenti e comportamenti tipici.

    Per quanto riguarda l’adolescenza sono, principalmente, i seguenti:

    • La tendenza all’indipendenza e a voler trascorrere molto tempo con i coetanei;
    • La necessità di sperimentare situazioni ed emozioni nuove;
    • Repentini cambiamenti di umore e di atteggiamento;
    • Frequenti discussioni e liti con i genitori;
    • La ricerca di una propria identità.

    Vediamo nello specifico questi comportamenti tipici lungo le varie fasi dell’adolescenza.

    Fase iniziale

    In questa prima fase il ragazzo comincia ad essere alla ricerca di una propria identità ed inizia ad esprimere i propri sentimenti attraverso le azioni, più che con le parole.

    Attribuisce molta importanza agli amici e al gruppo di coetanei, dando sempre meno attenzioni ai genitori, verso i quali può mostrare anche sentimenti negativi.

    Il gruppo dei coetanei ha una grande influenza sulle sue scelte e decisioni, sul modo di comportarsi e sul modo di vestire.

    Il ragazzo potrebbe iniziare a sfidare le regole e a misurarsi con i propri limiti, fino a compiere le prime esperienze occasionali con particolari sostanze.

    Fase intermedia

    In questa fase il ragazzo comincia a costruirsi la propria identità ma è ancora in confusione: alterna, infatti, momenti di grandi e irrealistiche aspettative di sé a momenti di bassa autostima.

    E’ sempre più alla ricerca della propria indipendenza e autonomia, affidando una grande importanza al gruppo di amici.

    E’ molto volubile, cambia spesso idea, mostra sentimenti ambivalenti, a volte si mostra forte e coraggioso, altre volte timido e insicuro.

    Dal punto di vista emozionale, inizia a distaccarsi dai genitori, lamentando la loro interferenza nella sua vita e riducendo la stima nei loro confronti.

    Fase finale

    In quest’ultima fase il ragazzo rafforza la sua identità personale e comincia ad acquisire una maggiore consapevolezza di sé.

    Ragiona autonomamente ed è in grado di prendere decisioni da solo, esprimendo le proprie opinioni tramite le parole e giungendo a compromessi.

    I suoi interessi e le sue emozioni sono più stabili ed ha maggiore fiducia in se stesso.

    In lui cresce l’attenzione verso il futuro: comincia a pensare a quale sarà il suo ruolo nella vita ed è coinvolto in relazioni importanti.

    L’autostima è ora più legata al giudizio personale piuttosto che ha quello degli altri, è più maturo e comincia a sentirsi, e a comportarsi, come un adulto.

    Il rapporto genitori-figli

    Discussioni e liti tra genitori e figli sono molto frequenti nel periodo adolescenziale.

    La conflittualità genitori-figli durante il periodo adolescenziale è sicuramente più bassa nelle famiglie in cui si è sempre respirato un clima di rispetto reciproco e di collaborazione.

    La comunicazione efficace in famiglia è sempre fondamentale e aiuta a risolvere conflitti e incomprensioni.

    Infatti, la possibilità di parlare apertamente in famiglia dei propri problemi è uno degli aspetti più importanti del rapporto tra genitori e figli.

    Buoni rapporti e livelli di comunicazione, però, non s’improvvisano, ma richiedono attenzione, energie e tempo da parte dei genitori.

    Istruzioni per l’uso

    Il passaggio dei figli attraverso l’adolescenza è generalmente fonte di stress per i genitori: si sentono inadeguati, rifiutati, esclusi e, di conseguenza, non sanno come comportarsi.

    Ecco alcuni consigli e strategie che possono aiutarvi a fronteggiare questo delicato momento della vita dei vostri figli.

    Cercate di instaurare in famiglia un clima di onestà, rispetto reciproco e mutua collaborazione tra voi e vostro figlio.

    Favorite l’autonomia e l’affermazione di sentimenti ed aspirazioni: insegnate ai vostri figli a fare da soli e a prendere le decisioni da soli.

    In questo senso, fondamentale è anche l’educazione alla responsabilità.

    Responsabilizzare i figli, da piccoli e nell’adolescenza, non è di certo un compito facile ma è di vitale importanza per la loro crescita e per il passaggi all’età adulta.

    Stabilite poi regole chiare e precise, non troppo restrittive, da concordare in anticipo con i vostri figli.

    Dovete essere flessibili nei comportamenti: regole definite ma coerenti e contestuali alle varie situazioni.

    Mostratevi sempre comprensivi e vicini ai vostri figli senza, però, essere troppo invadenti.

    Il periodo adolescenziale è uno dei periodi più difficili da affrontare, sia per i vostri figli sia per voi genitori, ma non spaventatevi e non sentitevi sempre inadeguati, potete farcela!! 😉

    Nella speranza che i nostri consigli possano aiutarvi a fronteggiare il periodo adolescenziale, non esitate a contattarci per chiarimenti!

  • Autonomia personale bambini: consigli e buone pratiche per svilupparla

    autonomia personale bambini

    Abbiamo parlato in un precedente articolo dell’autonomia e dell’importanza di responsabilizzare i bambini per favorirne uno sviluppo completo ed integrato.

    E’, infatti, fondamentale educarli al senso di responsabilità e all’autonomia, due concetti fondamentali per l’educazione.

    L’autonomia personale bambini è un tema di grande importanza che deve essere conosciuto, e compreso, dai genitori per essere conseguentemente promosso e sviluppato nei bambini.

    I genitori devono educare i propri figli all’autonomia fin da subito, quando sono piccoli, e continuare quando sono più grandi.

    In questo contributo vi forniremo dei consigli molto utili che potrete utilizzare nella vostra pratica educativa per favorire un’adeguata educazione all’autonomia.

    Educare i bambini all’autonomia

    L’autonomia è un aspetto importante della personalità che bisogna adeguatamente stimolare per permettere uno sviluppo armonioso e coerente.

    Le vostre richieste, in termini di autonomia, devono essere adeguate allo sviluppo cognitivo e linguistico dei bambini.

    Non si può, infatti, pretendere lo stesso livello di autonomia in tutte le fasi evolutive e a tutte le età.

    I bambini poi non sono tutti uguali: lo sviluppo dell’autonomia, così come lo sviluppo cognitivo, emotivo e linguistico possono svilupparsi in momenti diversi.

    Ecco alcune cose che dovete sempre tenere presenti.

    • Mantenete obiettivi realisti: ad ogni specifica età corrispondono compiti, attività e richieste ben precise, e ogni bambino è diverso;
    • Perseverate e rimanete costanti: quando richiedete a vostro figlio di svolgere un compito o un’attività, dovete spiegare la richiesta in modo chiaro e dovete essere costanti;
    • Incoraggiate senza imporre: le richieste devono essere sempre incoraggiate, mai imposte, e non devono essere eccessive.
    • Create delle routine: è necessario avere delle routine, per fornire al bambino un senso di sicurezza in quello che deve fare, soprattutto per quanto riguarda l’indipendenza nei pasti, nel sonno e nell’igiene personale;
    • Sosteneteli nei loro progressi e negli errori: è fondamentale supportare i bambini sia nei progressi ma anche negli errori, utilizzando sempre un linguaggio comunicativo chiaro.

    Le tappe di sviluppo dell’autonomia

    Come anticipato, dovete sempre considerare le fasi evolutive dei bambini per capire quali richieste è possibile fargli.

    Intorno ai 15 mesi il bambino è in grado tenere in mano il cucchiaio e comincia a desiderare di mangiare da solo.

    Tra i 18 e i 20 mesi egli inizia a spostare gli oggetti da un luogo ad un’altro.

    A 24 mesi il bambino è capace di lavarsi e asciugarsi da solo le mani e la faccia.

    Intorno ai 3-4 anni è in grado di vestirsi da solo.

    A 4-5 anni, infine, comincia a voler fare le stesse cose dei genitori.

    Durante tutte queste fasi il genitore deve essere in grado di guidare, dare consigli, stimolare e porsi come modello di comportamento per il bambino.

    Allo stesso tempo, deve anche essere in grado di lasciare al bambino degli spazi e dei momenti in cui possa prendere l’iniziativa, senza interferenze.

    Come si raggiunge l’autonomia nei bambini

    Il bambino deve essere educato a fare da solo, a risolvere i problemi quotidiani e ad affrontare le difficoltà.

    E’ fondamentale insegnargli prontamente a “fare le cose”, ovvero a mangiare da solo, a vestirsi da solo, a sistemare da solo i giochi, a curare l’igiene personale, e così via.

    Come dice Maria Montessori, infatti, “insegnare ad un bambino a mangiare, a lavarsi e a vestirsi, è un lavoro ben più lungo, difficile e paziente che imboccarlo, lavarlo e vestirlo”.

    Più difficile e più lungo certamente, ma fondamentale e di gran lunga più soddisfacente.

    Affinché un bambino acquisisca le competenze in maniera autonoma è indispensabile che abbia a disposizione gli strumenti giusti per realizzare materialmente la sua indipendenza.

    In questo senso, anche l’ambiente domestico deve essere arredato in modo da garantire al bambino di praticare effettivamente la sua autonomia.

    Fondamentale è garantirgli un ambiente a “misura di bambino”, con arredi da lui facilmente accessibili ed utilizzabili.

    Di seguito, troverete alcuni consigli pratici per promuovere l’autonomia.

    Stimolare l’autonomia in relazione all’igiene personale

    Il bambino impara a lavarsi da solo più facilmente, e con più soddisfazione, se accede liberamente al lavandino.

    Se riesce ad arrivare da solo a prendere lo spazzolino o il dentifricio, arrivare alla saponetta o prendere da solo l’asciugamano, avere a disposizione la spazzola e il pettine, sarà più stimolato ad agire.

    In questo modo può liberamente, e in autonomia, fare esperienza ed imitare l’adulto nei gesti relativi l’igiene personale.

    Il mio consiglio è quello di acquistare uno sgabello che permetta al bambino di raggiungere il lavandino, sul quale, poi, egli troverà tutto l’occorrente per l’igiene personale avendo ogni cosa a disposizione.

    E’ fondamentale che il bambino capisca la funzione dello sgabello e senta di possederlo come strumento che gli appartiene: solo così comprenderà l’importanza dell’igiene personale come routine quotidiana.

    La routine, in questo caso, è di vitale importanza: ogni mattina e ogni sera dovete svolgere assieme a lui queste attività, e poco a poco vedrete che le farà da solo e di sua spontanea volontà.

    Stimolare l’autonomia in relazione al vestirsi da solo

    Un bambino che si veste da solo è un bimbo che prova piacere nel vedersi vestito.

    Per ottenere questo grado di autonomia sono necessarie poche condizioni.

    Innanzitutto, il piccolo deve avere il consenso di mamma e papà, che devono elogiarlo, e mai sgridarlo o criticarlo, magari per una scelta di abbinamento un po’ eccentrica 😉

    In casa deve esserci una specchiera ad altezza di bambino, perché deve potersi specchiare da solo.

    Deve poi poter gestire da solo il suo guardaroba:  i vestiti e l’armadio devono “misurarsi” con l’altezza e le sue abilità motorie.

    Il consiglio è quello di sistemare gli indumenti ad altezza di bambino.

    Dunque, fate in modo che possa accedere alle grucce e destinategli e i cassetti bassi, ovvero quelli che può aprire e chiudere da solo, ed, eventualmente, utilizzata cestoni o cassettiere a misura di bambino.

    Educare il bambino a mangiare da solo

    La prima autonomia che va insegnata a un bambino è quella di mangiare da solo.

    Si inizia durante lo svezzamento mettendogli piccoli pezzi di cibo nel piattino, in modo che se li porti da solo alla bocca.

    Ricordatevi di imboccarlo il meno possibile, deve imparare a fare da solo!

    Quando è più grande si passa all’uso del cucchiaino e della forchetta, fino al coltello (per bambini) per tagliare i cibi più morbidi o spalmabili.

    In parallelo bisogna insegnargli a portare il bicchiere alla bocca e a pulirsi da solo con il tovagliolo.

    Tutte queste attività sviluppano la manualità e l’imparare a maneggiare le posate, come gli adulti, fa crescere l’immagine di sé e l’autostima.

    Tutte queste attenzioni aiuteranno il vostro bambino ad essere autonomo, inizialmente nelle piccole cose e poi, crescendo, in tutte le attività quotidiane.

    Il mestiere del genitore è uno dei più difficili e dei più belli in assoluto, l’importante è conoscere e comprendere le regole dell’educazione.

    In questo possiamo aiutarvi 😉

    Non esitate a contattarci per altri consigli o domande!

  • Gli stili educativi genitoriali e lo sviluppo del bambino

    stili educativi genitoriali

    Cosa sono gli stili educativi genitoriali? Quali sono le caratteristiche di ogni stile?

    Quanto influenzano la crescita e lo sviluppo dei bambini?

    Sono tutte domande che sicuramente vi sarete posti almeno una volta.

    Vediamo di dare una risposta a questi interrogativi, presentando gli stili educativi e indicando quale può essere quello più consono ad una crescita armonica dei vostri bambini.

    Gli stili educativi genitoriali

    Sono l’insieme delle modalità educative che ognuno di noi, consapevolmente o meno, si trova ad utilizzare con i propri figli.

    Ad ogni stile educativo corrispondono modalità specifiche che comportano possibili esiti a lungo termine sulla personalità dei figli.

    Infatti, i modelli educativi genitoriali, così come lo stile di attaccamento del bambino, influiscono sul suo modo di relazionarsi all’interno della famiglia e nel mondo sociale.

    Questo perché genitori e figli si influenzano reciprocamente.

    Naturalmente, ogni genitore è portatore di esperienze passate e vive il ruolo genitoriale con una propria specificità.

    Nonostante tali specificità, è fondamentale che entrambi i genitori imparino a collaborare e a combinare le loro diversità per creare un approccio coerente e funzionale.

    Dal punto di vista educativo, infatti, è fortemente confusionario per il bambino il comportamento di due genitori che forniscono indicazioni e richieste molto diverse fra di loro e a volte contraddittorie.

    Gli stili educativi dei genitori contribuiscono e possono avere effetti, positivi o negativi, sulla crescita e sullo sviluppo dei bambini, anche a lungo termine.

    Per questo motivo, risulta di fondamentale importanza conoscere e mettere in atto lo stile migliore per favorire uno sviluppo armonioso e coerente.

    Individuare lo stile educativo genitoriale più adatto per l’educazione dei propri figli, spesso diventa uno dei compiti più ardui e difficili per i genitori.

    Le componenti degli stili educativi

    Gli stili educativi derivano dalla combinazione di due livelli:

    • Di controllo, riferito alle pressioni esercitate dei genitori per stimolare comportamenti socialmente adeguati nei figli, attivando meccanismi di controllo e di supervisione;
    • Di supporto, riferito al sostegno, alla vicinanza emotiva e alla disponibilità a soddisfare i bisogni dei figli, attivando meccanismi che stimolano l’autoregolazione e l’affermazione di sé.

    Dalla combinazione di queste due dimensioni nascono tre stili educativi genitoriali, molto diversi tra loro, per non dire opposti.

    Questi tre stili si sviluppano lungo un continuum che va dallo stile educativo autoritario allo stile educativo permissivo passando per lo stile educativo autorevole.

    Vediamoli insieme.

    Lo stile educativo permissivo

    E’ caratterizzato da basse aspettative nei confronti del figlio, soprattutto in termini di maturità ed autocontrollo.

    Il genitore permissivo è aperto al dialogo e affettuoso, soddisfa le richieste e i bisogni del bambino, senza però fornire regole e modelli di condotta.

    Offre, quindi, molto nutrimento affettivo, ma spesso si relaziona al figlio più come un “amico” che come una figura genitoriale.

    Le caratteristiche di un genitore permissivo sono le seguenti:

    • Fornisce poche regole o norme di comportamento;
    • Quando offre regole spesso risulta incoerente o non le mantiene con fermezza;
    • Si relaziona come figura amica piuttosto che genitoriale;
    • Usa la corruzione per ottenere dal bambino i comportamenti desiderati (ad esempio fare troppi regali e assecondare i capricci).

    Gli effetti di uno stile parentale permissivo sul bambino si ritrovano nella mancanza di disciplina, scarse abilità sociali e relazionali, insicurezza a causa della mancanza di confini e modelli di comportamento a cui fare riferimento.

    Uno stile educativo troppo permissivo può essere pericoloso per il processo di crescita di vostro figlio!

    Come fare se vi identificate in esso?

    Lavorate su voi stessi affinché siate una figura di rispetto e di riferimento per i vostri figli, ma senza cambiare improvvisamente stile, altrimenti genererete confusione e rabbia nel bambino: acquisite un punto di vista differente, confrontatevi anche con parenti o altri genitori!

    Se il bambino imparerà che può fare e ottenere tutto ciò di cui ha voglia, senza limiti, anche da adulto non temerà di incorrere in alcuna sanzione o punizione.

    Tanto affetto va bene ma attenzione alla cultura delle regole e del rispetto per gli altri!

    Stile educativo autoritario

    Il genitore autoritario ha elevate aspettative nei confronti del figlio, è rigido e inflessibile, molto esigente: non riesce a sentire i bisogni dei figli e ad ascoltarli.

    Il figlio deve rispettare delle regole rigide e imposte, il cui mancato rispetto comporta punizioni di tipo fisico o verbale.

    Non suggerisce, infatti, al bambino come gestire i propri comportamenti, non lo aiuta a identificare alternative e valutare le conseguenze delle proprie azioni.

    Anziché premiare i comportamenti positivi e socialmente desiderabili, fornisce solo feedback negativi sotto forma di punizioni per comportamento scorretti adottati.

    Dunque, il genitore autoritario:

    • Impone regole severe ed ha alte aspettative;
    • E’ molto esigente ma non offre spiegazioni in merito alle richieste ed ai divieti imposti;
    • Non esprime molto calore e nutrimento;
    • Utilizza punizioni e controllo;
    • Non offre alternative o opzioni al bambino affinché possa imparare a ragionare e scegliere.

    I bambini cresciuti da genitori con stile autoritario non vengono stimolati ad essere indipendenti, autonomi e a conoscere i propri limiti, ma viene loro insegnato ad aderire passivamente alle richieste e alle aspettative della società.

    Gli effetti di questo stile sul bambino si riscontrano in una bassa autostima e in una forte difficoltà nella socializzazione e nella relazione.

    Un bambino cresciuto in un ambiente autoritario impara che anche quel tipo di relazione è una forma di amore.

    In questi bambini è più elevato il rischio di porre in essere comportamenti devianti nel futuro, soprattutto se cresciuti in un ambiente maltrattante o con episodi di violenza assistita.

    Aumenta la probabilità di sviluppare, da adulti, profili ad alto rischio di vittimizzazione o, al contrario, di bullismo.

    Stile educativo autorevole

    Il genitore autorevole stabilisce regole e linee guida che il figlio è tenuto a seguire in modo democratico.

    Infatti, è in grado di adattare, per mezzo del confronto e dell’ascolto, tali regole alle esigenze e alle richieste del minore.

    Quando il bambino non riesce a soddisfare le aspettative, il genitore offre nutrimento, conforto piuttosto che punizioni.

    Si tratta di un genitore capace di impartire poche ma chiare norme di comportamento con un atteggiamento assertivo non invadente o restrittivo.

    Il genitore autorevole valorizza l’indipendenza, l’autonomia ed al tempo stesso fa anche valere l’autorità.

    Si tratta del modello educativo più adeguato poiché permette di fornire al bambino regole chiare, coerenti e adeguate al livello di sviluppo del figlio attraverso la spiegazione dei motivi per cui sussistono divieti o proibizioni.

    E’ un genitore aperto alla negoziazione e disponibile a mettere in discussione il proprio punto di vista.

    Le caratteristiche di un genitore autorevole sono:

    • Esprime le regole in modo positivo, chiaro, sintetico e concreto: meno divieti (“Non…”), più permessi (“Puoi…”);
    • Rispetta i desideri del bambino;
    • Ha aspettative nei confronti del bambino realistiche ed in linea con l’età;
    • E’ caloroso, sollecita le opinioni e i sentimenti del bambino;
    • Fornisce spiegazioni per le decisioni che prende e le regole che fissa;
    • Manifesta stima e fiducia verso sé e verso il figlio;
    • Ascolta il figlio valorizzando le sue parole, sentimenti ed esperienze.

    Gli effetti positivi sulla crescita del bambino

    Gli effetti di un’educazione autorevole sul bambino sono molto positivi, e ne permettono uno sviluppo coerente ed armonioso.

    Il bambino è in grado di sviluppare le seguenti caratteristiche:

    • Autonomia, responsabilità e indipendenza;
    • Competenza sul piano delle relazioni sociali, apertura al dialogo con i genitori ed i coetanei;
    • Assertività, ovvero più competenza nell’espressione delle proprie idee ed opinioni;
    • Buona fiducia in sé e nelle proprie capacità;
    • Rispetto delle regole che però non segue passivamente ma solo dopo averle comprese, interiorizzate e fatte proprie.
    • Sviluppo del senso critico e buone capacità di adattamento.

    Appare chiaramente che lo stile educativo autorevole è quello più idoneo per garantire lo sviluppo emotivo, sociale e relazionale dei bambini.

    Per domande, dubbi o consigli sullo stile che state utilizzando o che vorreste utilizzare, non esitate a contattarci.

    Possiamo aiutarvi a trovare ed utilizzare lo stile educativo più adatto nell’educazione dei vostri bambini.

  • Bisogni educativi speciali e disabilità. Le basi per una didattica inclusiva

    Bisogni educativi speciali e disabilità

    Sempre più spesso, in ambito scolastico, sentiamo parlare di BES, ADHD, DSA.

    Ma, realmente, cosa significano queste sigle? Come riconoscerle e distinguerle? Quando è il momento di rivolgersi agli esperti e chiedere aiuto?

    In questo articolo cercheremo di far luce sul mondo dei Bisogni Educativi Speciali, o BES, ponendo le basi per una didattica inclusiva e personalizzata.

    La didattica inclusiva è, infatti, l’unica strada da percorrere con i Bisogni Educativi Speciali.

    I Bisogni Educativi Speciali

    Con tale termine ci riferiamo all’attenzione speciale richiesta dagli alunni che, per varie ragioni, possono presentare condizioni di:

    • Disabilità fisica, psichica e/o sensoriale;
    • Disturbi evolutivi e specifici dell’apprendimento;
    • Difficoltà o svantaggi legati a condizioni ambientali, culturali, linguistiche o socioeconomiche.

    Indicano, dunque, una qualunque difficoltà dell’apprendimento, permanente o transitoria, che necessita di un intervento di educazione speciale e individualizzato.

    L’acronimo BES  è entrato in uso in Italia dopo la Direttiva Ministeriale del 27/12/2012: “Strumenti di intervento per alunni con Bisogni Educativi Speciali e organizzazione territoriale per l’inclusione scolastica“.

    Vediamo ora nel dettaglio le tre grandi aree dei Bisogni Educativi Speciali.

    Disabilità motorie, cognitive e sensoriali

    Queste disabilità sono certificate dal Servizio Sanitario Nazionale e indicano la necessità dell’insegnante di sostegno e di un Piano Educativo Individualizzato (PEI).

    Il PEI è il documento contenente la sintesi coordinata dei tre progetti: didattico-educativi, riabilitativi e di socializzazione.

    Deve essere, dunque, il frutto di un lavoro collegiale condiviso tra tutti gli operatori coinvolti nel progetto di vita dell’allievo disabile.

    Esso è, infatti, lo “strumento fondamentale” che deve contraddistinguere la scuola che vuole essere veramente inclusiva e il cui obiettivo principale è quello di favorire il successo formativo degli alunni, secondo i propri punti di forza e debolezza e i propri tempi e stili d’apprendimento.

    La differenza tra Bisogni Educativi Speciali e disabilità la troviamo, dunque, nella necessità di una diagnosi certificata e nell’elaborazione e piena realizzazione dei Piano Educativo Individualizzato.

    Disturbi evolutivi specifici

    Rientrano in questa categoria i Disturbi Specifici dell’Apprendimento, DSA, e i Disturbi da Deficit di Attenzione e Iperattività, ADHD.

    Entrambi richiedono una diagnosi, da parte del settore sanitario, e l’elaborazione, da parte di un pedagogista, del Piano Didattico Personalizzato che metta in contatto la scuola, l’alunno e la famiglia.

    I Disturbi Specifici dell’apprendimento

    Si tratta di una categoria specifica di Disturbi dell’Apprendimento nei quali rientrano:

    • La dislessia, marcata difficoltà nell’apprendimento della lettura in presenza di normale intelligenza;
    • La disortografia, marcata difficoltà nell’apprendimento della scrittura in presenza di normale intelligenza;
    • La disgrafia, marcata difficoltà nell’esecuzione della scrittura in presenza di quoziente intellettivo nella norma e assenza di deficit sensoriali;
    • La discalculia, marcata difficoltà negli apprendimenti matematici

    Tali disturbi sono diagnosticati da psicologi e/o neuropsichiatri e la loro identificazione è di pertinenza del settore sanitario.

    Dunque, sulla base di una diagnosi di DSA la scuola poi dovrà adottare le strategie didattiche opportune e dovrà elaborare un Piano Didattico Personalizzato.

    Nella maggior parte dei casi, in seguito a tale diagnosi, il lavoro della scuola viene integrato con interventi e strumenti didattici dispensativi e compensativi, da parte di un pedagogista, con un percorso didattico personalizzato ad hoc.

    I Disturbi da Deficit di Attenzione e Iperattività

    La sua caratteristica fondamentale è la persistente presenza di un quadro caratterizzato da disattenzione, disorganizzazione e/o iperattività-impulsività che interferisce con lo sviluppo e il funzionamento.

    La disattenzione si evidenzia, sul piano comportamentale, con divagazione dal compito, mancanza di perseveranza, difficoltà nel mantenimento dell’attenzione, disorganizzazione non imputabili ad atteggiamenti di sfida o da mancata comprensione.

    L’iperattività implica, invece, un’eccessiva attività motoria, un dimenarsi, una eccessiva loquacità. Tali comportamenti si manifestano in momenti e situazioni non appropriati.

    Infine, l’impulsività si manifesta con azioni estremamente affrettate, prese all’istante con comportamenti invadenti, come interrompere gli altri in modo eccessivo o prendere decisioni importanti, senza riflettere sulle possibili conseguenze nel lungo termine.

    In questo senso, i programmi educativi prevedono il trattamento individuale del bambino, ma possono anche rivolgersi alla famiglia e alla scuola.

    programmi di intervento diretti ai genitori hanno lo scopo di incrementare la consapevolezza e la conoscenza del disturbo ADHD, sviluppando capacità di gestione da parte dei genitori e modificano i comportamenti disfunzionali messi in atto nella relazione con il bambino.

    L’intervento con il bambino con ADHD si indirizza in modo sinergico verso tutte le aree implicate nel disturbo e deficitarie, sviluppando la capacità di problem solving e di autoregolazione.

    Disturbi legati a fattori socio-economici, linguistici e culturali

    Rientrano in questa categoria i disturbi legati a forme di svantaggio, per lo più transitorie, come la non conoscenza della lingua e della cultura italiana e alcune difficoltà di tipo comportamentale e relazionale.

    Le difficoltà possono essere messe in luce dalla scuola, che osserva lo studente ed esprime le sue considerazioni, o possono essere segnalate dai servizi sociali.

    E’ bene sapere che non è previsto l’insegnante di sostegno e la scuola, con la collaborazione di un pedagogista esperto, si occupa della redazione di un Piano Didattico Personalizzato.

    Per una didattica inclusiva

    Per definizione la didattica inclusiva è quel “modus educandi” che nasce per garantire la comprensione del bisogno educativo del singolo e per mettere in atto soluzioni funzionali, superando le differenze e gli ostacoli.

    Infatti, l’obiettivo è quello di rispettare e  valorizzare le differenze individuali presenti in tutti gli allievi, con una particolare attenzione alle situazioni in cui tali differenze creano consistenti barriere all’apprendimento.

    La didattica dell’inclusione crea le condizioni di apprendimento ottimali ad appianare la difficoltà e le differenze, con la finalità di mettere ogni alunno nelle condizioni di scoprire, valorizzare ed esprimere al massimo il proprio potenziale.

    Essa persegue le seguenti finalità:

    • Cercare, trovare, valorizzare e celebrare tutte le differenze tra gli individui;
    • Differenziare, individualizzare e personalizzare le attività didattiche in base ad esse;
    • Promuovere l’autonomia, la responsabilità e l’autoconsapevolezza dell’alunno

    Dunque, il metodo della didattica inclusiva può essere un’ottima soluzione per gli alunni con Bisogni Educativi Speciali.

    Le strategie per la didattica inclusiva

    Esse devono essere volte a modificare gli schemi e gli standard delle classiche metodologie di insegnamento, volte a far crescere all’interno del gruppo classe l’idea che la diversità non sia un ostacolo ma una risorsa.

    Ecco alcuni esempi di strategie utili:

    • L’integrazione della tecnologia nella didattica;
    • Il cooperative learning;
    • La didattica metacognitiva;
    • L’utilizzo della LIM, la Lavagna Interattiva Multimediale.

    Sarà compito dell’insegnante valutare quale strategia applicare in base alla situazione specifica.

    Per questo è fondamentale che l’insegnante possieda le competenze e le conoscenze necessarie per attuare interventi di didattica inclusiva.

    Come società, ci occupiamo di organizzare laboratori e workshop per approfondire il tema riguardante i Bisogni Educativi Speciali, con lo scopo di fornire gli strumenti necessari per attuare la didattica inclusiva.

    Contattaci per saperne di più!

  • La gestione della rabbia nei bambini: come aiutarli a comprenderla

    gestione della rabbia nei bambini

    In un precedente articolo abbiamo approfondito l’importanza e l’influenza delle emozioni sul nostro comportamento e sui nostri modi di agire, soprattutto nei bambini.

    I bambini devono imparare a riconoscere e gestire la propria emotività, dando un nome a tutte le emozioni, accettarle ed imparare ad esprimerle.

    Prima fra tutte la rabbia, in quanto emozione primaria e fondamentale.

    La gestione della rabbia nei bambini, infatti, acquista una grande importanza nell’educazione e deve essere insegnata con l’aiuto e il sostegno dei genitori e degli educatori.

    Cosa è la rabbia

    E’ un’emozione primaria con una specifica origine funzionale, caratterizzata da manifestazioni espressive precise e prevedibili tendenze all’azione.

    In quanto emozione primitiva può essere osservata anche nei bambini molto piccoli.

    La rabbia, insieme alla gioia e al dolore, è una delle emozioni più precoci e fondamentali.

    E’ un sentimento primordiale, determinato dall’istinto di difendersi per sopravvivere nell’ambiente in cui ci si trova.

    E’, infatti, una delle emozioni innate: si mostra fin da subito ed ha una funzione adattiva.

    La rabbia nei bambini

    La rabbia è un’emozione importante per i bambini ed è parte integrante del loro percorso di crescita.

    Come sostiene Winnicott, infatti, “crescere è di per sé un atto aggressivo“.

    Basta osservare come i bambini si muovono con prontezza verso un giocattolo che suscita il loro interesse: lo afferrano con grinta e quando qualcuno prova a portarglielo via si ribellano con aggressività!

    Nei bambini l’aggressività è una modalità comunicativa e di crescita che si trasforma e si evolve in relazione alle tappe evolutive dello sviluppo e pertanto deve essere valutata in relazione alla sua età.

    Nel primo anno di vita l’aggressività del bambino è una modalità specifica sia di reagire alle frustrazioni sia di dare spazio alla tendenza esplorativa.

    Spinte, morsi, lancio di oggetti, crisi di rabbia sono un tentativo per esplorare le relazioni e anche per verificare l’effetto che tali azioni suscitano sulle persone e sull’ambiente che circonda il bambino.

    La rabbia è una parte integrante della prima infanzia, come l’imparare a camminare e a parlare, mostra che il bambino sta scoprendo il proprio Io.

    Gli attacchi d’ira, infatti, lo aiutano a superare la frustrazione.

    In età prescolare, invece, può derivare dall’incapacità del bambino di esprimere emozioni, desideri e bisogni in modo compiuto, oppure può esprimere un sentimento di inadeguatezza di fronte alle richieste che arrivano dal mondo esterno, di difficoltà ad accettare il proprio limite e a rispettare le regole.

    La gestione della rabbia nei bambini

    I bambini hanno tutto un loro modo di comunicare le emozioni ed è un errore fermarsi solo ed esclusivamente alla loro manifestazione finale e più evidente.

    Capita spesso di sentirsi impotenti e disorientati di fronte alle sfuriate dei propri figli.

    Non si sa bene come comportarsi e come riuscire a contenere quei momenti di rabbia e a calmarli.

    E si viene assaliti da mille interrogativi e sensi di colpa: meglio accontentarli, ignorarli o sgridarli?

    Effettivamente, lo sviluppo emotivo dei figli dipende soprattutto dai genitori, che dovranno affrontare con la massima tranquillità e attraverso il dialogo i problemi di ogni giorno.

    Occorre però far capire al bambino che ci sono dei limiti e che le emozioni non devono diventare troppo violente nella loro espressione.

    Calmare i bambini senza sgridarli

    Innanzitutto, i bambini vanno aiutati a gestire i momenti di rabbia e aggressività con abbracci, carezze, sorrisi e parole gentili.

    Uno dei modi migliori per calmare i bambini è proprio l’abbraccio, che è insieme contenimento e contatto e permette di placare l’agitazione procurata dall’eccesso di rabbia.

    Il gesto affettuoso può essere accompagnato da parole dolci, con voce rassicurante e tranquillizzante.

    In queste situazioni, infatti, la punizione o un tono di voce alto renderebbe il bambino ancora più incline a urlare, battere i piedi, lanciare incautamente oggetti.

    La manifestazione motoria della rabbia di un bambino non va repressa: quando prova rabbia deve scaricarla e istintivamente lo fa con il corpo.

    Va piuttosto aiutato a sfogare la tensione in modo sicuro e non dannoso per sé e per gli altri; ad esempio, incoraggiarlo a saltare velocemente sul posto, fare una corsa in cortile o lanciare per terra un cuscino.

    Dunque, in un momento di collera, non bisogna chiedere al bambino di calmarsi: in quel momento non è in grado di farlo e comunque, probabilmente, lo farebbe infuriare ancora di più.

    Le punizioni o le sgridate sono sempre controproducenti

    È fondamentale evitare di rispondere ai comportamenti negativi dettati dalla rabbia con urla, punizioni, minacce e svalutazioni.

    Il rischio sarebbe quello di rafforzare la rabbia e innescare nel bambino meccanismi che amplificano una percezione negativa di sé.

    Inoltre, quando si verificano episodi di rabbia, non bisogna etichettare i propri figli come rabbiosi e irascibili, ma cercare di capire lo stato d’animo che si annida sotto quel comportamento.

    Non bisogna, dunque, identificare i bambini con la loro rabbia e le loro reazioni impulsive.

    Quando un bambino è molto arrabbiato, è importante stargli accanto: la presenza del genitore gli comunica che lo rispetta e comprende il suo stato d’animo.

    La rabbia oggetto di dialogo

    Per favorire nei bambini le capacità di ascolto di sé e delle proprie emozioni, è importante parlare di quello che è successo e di cosa ha innescato la sua rabbia.

    Affinché infatti i bambini imparino a regolare i propri stati d’animo e le relative manifestazioni, devono capire che l’espressione della rabbia è legittima.

    Come tutte le altre emozioni, infatti, non deve essere inibita, ma ascoltata e gestita.

    Può essere utile incoraggiarlo a identificare questa emozione in un personaggio in carne e ossa, ad esempio nella “Signora Rabbia che a volte arriva, mette tutto a soqquadro, ma poi va via.

    Un altro modo molto utile per parlare della rabbia è leggere insieme libri e storie che abbiano per protagonisti dei personaggi arrabbiati, ce ne sono tantissimi 😉

    Il bambino “manipolando” la rabbia, le sue espressioni e i suoi prodotti, apprende nuove informazioni su questa emozione e acquisisce consapevolezza emotiva.

    La scatola della rabbia

    Un modo molto funzionale e divertente che voglio consigliarvi è quello di costruire, insieme ai bambini, una vera e propria scatola della rabbia.

    Costruirla insieme è fondamentale: il bambino deve personalizzarlo e sentire suo questo oggetto.

    Poi deve scegliere un posto dove tenerlo: sulla scrivania, dentro l’armadio, sopra un mobile.

    Un posto dove possa prenderlo ed utilizzarlo facilmente da solo senza dover chiedere aiuto a nessuno.

    Il bambino ogni volta che si arrabbia, prende la sua rabbia, oppure un oggetto o un disegno che rappresenta la sua rabbia, e la mette nella scatola, chiudendola dentro.

    Oggetti e disegni che poi potranno essere guardati insieme nei momenti di calma per cercare di parlare insieme di quello che ha provato.

    Il potenziale educativo di questo gesto è immenso: il bambino incanala la sua energia distruttiva in un’azione costruttiva.

    La scatola della rabbia non serve tanto per liberarsi della rabbia, piuttosto per aiutare il bambino a dare una forma alla sua rabbia e ad imparare a gestirla.

    Se avete domande o avete bisogno di un sostegno più specifico nella gestione della rabbia dei vostri piccoli, non esitate a contattarci!

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