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Giulia Piazza

  • Come parlare ai bambini della guerra: consigli per i genitori

    In questo articolo vogliamo fornirvi alcuni consigli su “come parlare ai bambini della guerra” per aiutarvi ad affrontare questo momento di cambiamento e di incertezza con i vostri bimbi.

    Tutti i periodici anche quelli più leggeri come iitnews, almeno sporadicamente, finiscono col parlare di guerra.

    Il momento che stiamo vivendo è sicuramente molto delicato, per certi versi quasi surreale, per noi adulti ma anche per i nostri bambini.

    Possiamo definirlo proprio come un momento di cambiamento, di transizione.

    Ogni cambiamento può generare preoccupazione, ansia, frustrazione, sentimenti comunque che potrebbero avere conseguenze negative.

    Un cambiamento, infatti, può influenzare il nostro stile di vita, i nostri pensieri, le nostre abitudini, ma anche le nostre certezze e sicurezze.

    Esso influenza noi adulti ma anche i nostri bambini che assistono, sentono e vedono tutto ciò che sta accadendo.

    I bambini hanno bisogno del sostegno dell’adulto per capire ed interpretare quello che sta accadendo.

    In questo, dunque, gli adulti di riferimento hanno una grande responsabilità.

    Come parlare ai bambini della guerra

    Vediamo insieme alcuni suggerimenti su come parlare ai bambini della guerra e come aiutarli ad affrontare questo momento di incertezza e cambiamento.

    1. Adattate la comunicazione al bambino e dite sempre la verità.

    Dipende sempre dall’età del bambino: se molto piccolo, se frequenta già la scuola dell’infanzia o altri gradi di scuola, se è a contatto, dunque, con altre persone (insegnanti, maestre, altri bambini) che potrebbero parlargli di questo tema.

    Se il bambino frequenta già la scuola molto probabilmente parlerà di questo tema con altre persone e, una volta tornato a casa, vi racconterà e avrà sicuramente alcune domande o dubbi da chiarire.

    I bambini, infatti, potrebbero non capire cosa significhi la parola conflitto o guerra e potrebbero aver bisogno di una spiegazione adatta alla loro età.

    Ecco, in questa fase è molto importante essere sinceri con lui e utilizzare un linguaggio semplice, chiaro e a lui comprensibile, sempre in riferimento alla sua età.

    Dire la verità non significa spiegare entrando eccessivamente nei dettagli quello che sta accadendo: i bambini più piccoli potrebbero essere appagati anche soltanto con la spiegazione che a volte i paesi combattono tra loro.

    Le informazioni dei media, infatti, devono sempre essere filtrate adeguatamente dagli adulti: il messaggio funziona se lo adeguiamo a chi lo riceve.

    Dunque, quando parlate con i vostri figli di quello che sta accadendo nel mondo intorno a lui cercate il più possibile di dirgli la verità, utilizzando sempre una modalità comunicativa e un linguaggio adatto alla sua età.

    2. Ascoltate i bambini: cosa pensano e cosa provano

    Prendetevi il tempo per ascoltare i vostri bambini: cosa sanno, cosa pensano, come si sentono, cosa provano, se hanno domande.

    Un tempo importante e dedicato per ascoltarli e parlare con loro di questo argomento.

    Una grande attenzione qui deve essere focalizzata sulle emozioni che i bambini provano a riguardo.

    Paura, tristezza, ansia, preoccupazione, rabbia.

    Incoraggiate i bambini a parlare di quello che sentono.

    Le emozioni non devono mai essere minimizzate o giudicate, bensì accettate, comprese e accolte.

    Sul tema delle emozioni vi suggeriamo di leggere questo nostro articolo!

    Non ignorate i sentimenti di paura e di preoccupazione che un conflitto potrebbe suscitare nei bambini.

    Se notate che il vostro bambino è, ad esempio, pensieroso, chiedetegli cosa c’è che non va, cosa lo turba: “c’è qualcosa che ti preoccupa? Ti ascolto, parliamone insieme” oppure “c’è qualcosa che ti rende triste o preoccupato?”.

    Dedicate del tempo al dialogo.

    3. Create occasioni di dialogo

    Infine, come parlare ai bambini della guerra?

    Create occasioni concrete di dialogo dove, per esempio:

    • Analizzare insieme le notizie lasciando spazio alle loro domande e dubbi;
    • Leggere libri o storie sul tema della guerra, dei conflitti ma anche della pace, sempre adatti all’età dei bambini per approfondire e parlarne insieme;
    • Disegnare insieme ai bambini: a volte le emozioni emergono più nei disegni che nelle parole 😉
    • Incoraggiare i bambini a partecipare insieme a voi ad iniziative (sempre in base all’età) per aiutare i paesi colpiti dalla guerra.

    Ricordatevi sempre di parlare anche del tema della speranza e della pace: esiste sempre una via di uscita all’oscurità della guerra.

  • Come diventare pedagogista: studi, esperienze e prospettive

    In questo articolo vogliamo approfondire il ruolo del pedagogista rispondendo alla domanda “come diventare pedagogista”.

    Quale percorso di studi è necessario intraprendere?

    Quali sono le prospettive e gli obiettivi occupazionali di questa professione?

    Partiamo sfatando un grande mito!

    La pedagogia è la scienza umana che studia l’educazione e la formazione dell’uomo nella sua interezza durante il suo intero ciclo di vita.

    Erroneamente, infatti, si pensa che questa scienza umana si limiti allo studio dei bambini, ma non è così, un pedagogista studia l’educazione e la formazione dell’uomo in ogni fase della vita a partire dalla nascita sino alla vecchiaia.

    La pedagogia ha nel suo massimo scopo non solo la formulazione di teorie sullo sviluppo e la formazione dell’uomo, ma anche e soprattutto la risoluzione dei problemi pratici che l’uomo può affrontare durante il suo percorso educativo e formativo. 

    L’obiettivo della pedagogia è quello di analizzare le situazioni problematiche al fine di scoprirne e testarne una possibile soluzione.

    Dunque, parliamo di ricerca e applicazione allo stesso tempo.

    La pedagogia, come e forse più di altre scienze umane, si contraddistingue per le sue radici profondamente legate ad altri studi umanistici come la Filosofia, la Letteratura, l’Arte e la Storia.

    Come diventare pedagogista: il percorso di studi

    Per diventare pedagogista è necessario intraprendere un percorso di formazione specifico.

    Serve, sicuramente il superamento dell’esame di maturità, che sia presso un liceo, quindi che porti al raggiungimento di un diploma di liceo scientifico, classico o artistico, o un istituto tecnico.

    Successivamente si può iniziare un percorso di laurea triennale in ambito educativo, sociologico o psicologico.

    Il corso di laurea più coerente è la Laurea L-19 in Scienze dell’Educazione.

    E’ possibile intraprendere anche altri corsi di laurea in ambito psicologico o sociologico.

    Il rischio, in quest’ultimo caso, potrebbe essere quello di dover poi integrare alcuni esami per potersi iscrivere al corso di laurea magistrale.

    Per diventare pedagogista occorre iscriversi ad uno dei seguenti corsi di Laurea magistrale:

    • LM-50 Programmazione e gestione dei servizi educativi;
    • LM-57 Scienze dell’educazione degli adulti e della formazione continua;
    • LM-85 Scienze pedagogiche;
    • LM-93 Teorie e metodologie dell’e-learning e della media education.

    Successivamente è possibile specializzarsi con master di specializzazione o seguire dei corsi di perfezionamento in base all’ambito in cui si intende operare e all’utenza alla quale ci si vuole rivolgere.

    Infine, per sopperire la mancanza di un ordine vero e proprio o di un collegio, è consigliabile iscriversi ad un’associazione di categoria per attenersi ad un codice deontologico ben preciso.

    Le prospettive occupazionali del pedagogista

    Vediamo ora le prospettive occupazionali del pedagogista, ovvero “lo specialista dei processi educativi e formativi”.

    Il pedagogista può lavorare come:

    • Libero professionista;
    • Dipendente in scuole pubbliche o private;
    • Coordinatore pedagogico di servizi educativi e formativa presso gli Enti locali;
    • Coordinatore o Consulente presso i Servizi del Ministero della Giustizia;
    • Docente presso l’Università;
    • Coordinatore presso l’ASL;
    • Formatore presso Aziende o Enti privati e pubblici.

    Nello specifico, il pedagogista può occuparsi delle seguenti attività.

    In primis, la consulenza pedagogica, rivolta a tutte le persone, alle coppie, ai genitori, alle famiglie, ai bambini e agli adolescenti, agli educatori e agli insegnanti, agli anziani e ai disabili.

    La consulenza pedagogica offre un affiancamento temporaneo, grazie al quale creare nuove basi relazionali per riuscire a utilizzare le proprie risorse in modo efficace, tirando fuori cioè gli strumenti necessari ad affrontare situazioni difficili, per un possibile cambiamento.

    Il pedagogista può poi occuparsi dell’attività di progettazione, gestione e verifica in ambito educativo e formativo, ad esempio nelle scuole.

    Inoltre, può occuparsi di ricerca e sperimentazione in ambito educativo-pedagogico e di formazione su temi educativo-pedagogici.

    Per approfondimenti su come diventare pedagogista vi consiglio di dare un’occhiata al nostro corso specifico, ecco il link!

  • Sicurezza online, come salvaguardare i bambini

    In questo articolo vogliamo approfondire il tema della sicurezza online in riferimento all’utilizzo delle nuove tecnologie da parte dei bambini.

    Il rapporto tra nuove tecnologie, o nuovi media, e bambini impone inevitabilmente una sfida educativa per i genitori e per tutti gli adulti di riferimento che si occupano della loro educazione.

    Siamo consapevoli di quanto i nuovi media permeano la nostra quotidianità e di quanto influenzano lo sviluppo e la crescita di bambini e adolescenti.

    I media, infatti, sono presenti nella vita di tutti noi, praticamente in ogni contesto e in ogni situazione: a scuola, in famiglia, nelle attività extra scolastiche, nelle attività di tempo libero.

    Sulla base di questa grande presenza e influenza sorge spontaneamente una domanda: quale ruolo hanno le tecnologie sull’educazione dei bambini?

    E ancora, hanno un ruolo positivo o negativo?

    Quanto è importante tutelare la sicurezza online dei bambini? E come è possibile farlo?

    Cerchiamo insieme di rispondere a queste domande!

    Il ruolo delle nuove tecnologie

    Innanzitutto è opportuno specificare cosa intendiamo con il termine nuove tecnologie.

    Intendiamo i nuovi media, i nuovi strumenti mediali, tra cui Internet, Smartphone, Pc, Tablet, Social Network, videogiochi (anche online).

    Le nuove generazioni sono in contatto fin dalla prima infanzia con le tecnologie: i dispositivi digitali (computer, tablet, smartphone) entrano quotidianamente nella vita di bambini e ragazzi, in quanto strumenti di comunicazione e relazione.

    È impossibile tenere lontani i bambini dal mondo di internet: tutti hanno una SIM, alcuni possiedono perfino una SIM dati con internet illimitato e, se non ce l’hanno, possono comunque accedere a una connessione ADSL o Fibra.

    In questo senso sentiamo spesso parlare dei “nativi digitali”, ovvero di coloro che nascono e crescono a contatto con le tecnologie digitali.

    La loro conoscenza, infatti, deriva da un utilizzo costante e da una esposizione quotidiana a tali strumenti che permette loro di acquistare una vera e proprio padronanza.

    Le nuove tecnologie, dunque, hanno un ruolo fondamentale nella crescita e nello sviluppo dei bambini.

    Infatti, i media hanno un forte impatto sulla mente, sull’identità, sul modo di comunicare e socializzare, sul percorso di crescita dei bambini e ragazzi.

    E’ oggettivo quanto i media stessi siano generatori di cambiamento in grado, cioè, di plasmare il modo di apprendere, di comunicare e di relazionarsi con gli altri.

    Tutto sta nella modalità di utilizzo.

    Non è lo strumento in sé ad essere un problema, ma il suo utilizzo.

    Il problema, infatti, può insorgere quando l’utilizzo diventa abuso, ovvero un utilizzo costante e non equilibrato.

    Ciò può comportare diverse problematiche fisiche e psicologiche fino a generare una vera e propria dipendenza.

    Sicurezza online: le sfide educative per i genitori

    Tra le sfide educative dei genitori di oggi riveste un ruolo importante il tema della sicurezza online in riferimento al rapporto dei bambini con la tecnologia.

    Ciò comporta la necessità da parte dei genitori e degli adulti di  riferimento di assumere un ruolo di guida nell’uso della rete e dei dispositivi digitali.

    Non dobbiamo eliminare o vietare in assoluto l’utilizzo degli strumenti digitali, bensì educare i bambini ad un utilizzo consapevole, critico e responsabile.

    Fondamentale, dunque, in questo processo educativo è il ruolo del genitore che deve condurre e i bambini guidare i bambini alla conoscenza dei rischi e dei temi di sicurezza online.

    Per fare ciò i genitori devono conoscere le nuove tecnologie in tutti i loro rischi e le loro potenzialità; parliamo di:

    • Privacy;
    • Funzionamento dei social;
    • Limitazioni di età per i social e per i videgiochi;
    • Sicurezza online (parental control).

    I genitori, infatti, devono essere proprio una guida digitale per i loro figli: l’obiettivo è quello di accompagnarli nella scoperta e nella conoscenza dei nuovi media.

    Il loro confine, però, deve sempre essere rispettato per aiutarli a diventare sempre più autonomi e responsabili.

    Un consiglio è quello di utilizzare il dialogo come strumento di avvicinamento ai bambini e ragazzi: parlate con loro creando occasioni dove confrontarvi sui temi delle nuove tecnologie.

    Il dialogo deve sempre essere positivo con domande stimolanti e mai giudicanti.

    Fondamentale poi è renderli autonomi nei tempi di utilizzo delle tecnologie concordando con loro i tempi e integrando le diverse attività della giornata: dallo studio, allo sport, al tempo libero, ai videogiochi 😉

    Non esitate a contattarci per approfondimenti, consigli o domande sul tema della sicurezza online e dell’educazione ai media.

  • Dai libri di scuola ai libri di fantasia: il grande potere della lettura

    Perché leggere è così importante? Leggere qualsiasi libro, dai libri per l’infanzia ai libri di diverso genere fino ai libri di scuola.

    In primis, leggere permette di acquisire nuove conoscenze e nuove competenze che influiscono su ogni aspetto della vita.

    Diverse ricerche hanno dimostrato che leggere aumenta le nostre capacità cognitive e stimola i nostri pensieri, la nostra creatività e soprattutto la nostra immaginazione.

    Un libro, infatti, può influire sul nostro modo di pensare e ragionare, sul nostro umore e sul nostro modo di agire, sulla nostra creatività e sulle nostre emozioni.

    Ognuno di noi naturalmente sceglierà il genere che più lo appassiona.

    Dai libri gialli, ai thriller, ai romanzi, ai libri storici, fino anche, perché no, ai libri di scuola per i ragazzi.

    Ebbene sì, ogni libro può essere considerato un libro da leggere 😊

    La lettura aiuta a migliorare l’umore, a ridurre l’ansia e lo stress, aiuta, infatti, a rilassarsi durante la giornata e a distogliere la mente da situazioni particolarmente complesse o stressanti.

    Questo avviene perché il lettore si immerge talmente tanto nella storia che sta leggendo da sentirsi parte integrante di essa.

    È proprio per questo che leggendo riesce a rilassarsi e a distogliere il pensiero da problemi o situazioni stressanti.

    Libri e sviluppo dei bambini

    La lettura è una delle competenze più importanti per un bambino, in quanto porta allo sviluppo di aree importanti per la sua crescita.

    Per questo è molto importante stimolare nei bambini la voglia di leggere un libro!

    Nella realtà, però, e purtroppo, la lettura non rientra nelle attività preferite dalla maggior parte di ragazzi e ragazze.

    Nell’età della preadolescenza e dell’adolescenza la loro lettura è rivolta principalmente a quella richiesta dal sistema scolastico, ovvero alla lettura dei libri di scuola con testi da leggere ed esercizi da svolgere.

    Clicca qui per scoprire come ordinare i libri di scuola su Amazon.

    Secondo gli ultimi dati ISTAT aggiornati nel mese di gennaio del 2022, il 60% degli italiani non legge un libro in un anno con una media di 3,3 milioni di lettori persi in circa sei anni.

    La lettura deve essere appresa a partire dalla famiglia e dalla scuola, per diventare una “sana” abitudine per bambini e ragazzi.

    Cominciare insieme ai bambini, anche molto piccoli, a leggere dei libri, anche solo con delle immagini, a sfogliarli insieme a loro, li avvicina al mondo della lettura.

    Molti studi, infatti, affermano l’importanza di stimolare la lettura già dalla prima infanzia.

    Aspetti positivi della lettura

    Vediamo ora insieme quali sono gli aspetti positivi della lettura sulle seguenti aree di sviluppo:

    • Cognitiva;
    • Emotiva;
    • Relazionale.

    La lettura è da considerarsi una vera e propria palestra in cui si può “allenare” la mente: aiuta i bambini a pensare, ad immaginare a realtà diverse dalla propria, a navigare nella fantasia ed immergersi in mondi fantastici, ad anticipare con l’immaginazione cosa accadrà e a mettersi nei panni dei personaggi.

    Infatti, la lettura permette ai bambini di esercitare la capacità di problem solving, ad esempio quando, sempre con l’immaginazione, provano a pensare a come risolverebbero i problemi dei personaggi delle storie che stanno leggendo.

    La lettura stimola proprio la loro fantasia.

    Per quanto riguarda, invece, l’area di sviluppo emotivo, la lettura aiuta il bambino a riconoscere, dare un nome e gestire le diverse emozioni.

    È proprio attraverso la lettura che si può parlare ai bambini di emozioni “difficili” sia da comprendere sia da accettare come la rabbia, la tristezza o la paura.

    Le storie dei protagonisti infatti permettono di trattare di stati d’animo particolari anche molto intensi e in alcuni casi dolorosi.

    Ad esempio, alcuni libri specificatamente scritti per parlare ai bambini della morte, della perdita di una persona casa o del suo allontanamento.

    In questi libri i personaggi fungono da “filtro” per parlare ai bambini di tali situazioni attraverso le storie.

    Il libro può anche avere la funzione di preparare il bambino ad affrontare una situazione nuova, diversa o sconosciuta, sempre utilizzando le storie e i personaggi.

    Nella lettura il bambino inizia anche a sviluppare l’empatia in quanto inizia ad avvicinarsi e a comprendere le emozioni altrui, ovvero dei personaggi, per poi comprendere le proprie emozioni.

    Ciò permette al bambino di sviluppare le capacità relazionali e sociali.

    Come stimolare i bambini alla lettura

    Prima regola: non trasformate la lettura in obbligo o in una punizione.

    Quando parliamo di lettura, infatti, non dobbiamo riferirci esclusivamente ai libri di scuola, importanti e fondamentali, ma anche ai cosiddetti libri di fantasia.

    Se la lettura diventa un obbligo, infatti, probabilmente nei bambini scatterà un meccanismo di rifiuto.

    Leggete libri ai e con i vostri bimbi, per far scoprire loro il piacere della lettura 😉

    Ad esempio, per i bambini già dalla scuola dell’infanzia, molto utile potrebbe essere trascorrere un pomeriggio alla settimana con la mamma e il papà in biblioteca.

    Andare insieme ai genitori in biblioteca, infatti, diventa per il bambino un importante momento di condivisione con i genitori dove scegliere insieme il libro da leggere quella settimana per poi riportarlo e prendere un altro.

    L’attesa e il piacere di leggere un libro, ecco qui celato il segreto della lettura!

    Non esitare a contattarci per approfondimenti, consigli o per una consulenza dedicata al tema della lettura con i tuoi figli.

  • Giochi sulle emozioni..sotto l’ombrellone

    Scoprite l’importanza delle emozioni con i giochi sulle emozioni che abbiamo pensato per voi e i vostri bimbi da fare insieme quest’estate 😉

    La gestione delle emozioni è molto importante nella crescita e nello sviluppo dei bambini.

    Un’emozione può essere definita come “una reazione soggettiva a un evento saliente, caratterizzata da cambiamenti fisiologici, esperienziali e comportamentali”.

    C’è sempre un evento scatenante specifico per ogni emozione, così come ci sono sempre cambiamenti fisiologici, esperienziali e comportamentali.

    Le emozioni ci accompagnano quotidianamente: alla base di ogni comportamento, infatti, si cela sempre un’emozione!

    Hanno funzioni positive e servono per comunicare i propri bisogni ed esigenze agli altri, hanno una valore di sopravvivenza e svolgono funzioni utili per la regolazione interpersonale.

    Le emozioni: cosa sono e a cosa servono

    Le emozioni nascono e si manifestano in maniera spontanea e involontaria, “capitano” senza lasciare alla persona la possibilità di decidere quale provare e quando

    Si generano in base ai significati e ai valori che ognuno di noi attribuisce ad un determinato evento e divengono così la conseguenza di un processo di valutazione.

    Dunque, possiedono una forte componente situazionale che pone in evidenza la dimensione soggettiva e personale dell’esperienza.

    Per questo variano da persona a persona e possono cambiare.

    Inducono un’attivazione generale dell’organismo con la comparsa di reazioni motorie, fisiologiche ed espressive precise e rilevanti.

    Possono essere definite, infatti, come uno schema composto da aspetti fisiologici, comportamentali e da aspetti di pensiero.

    Le emozioni esercitano le funzioni di:

    • Preparare il soggetto all’emergenza o ad affrontare le situazioni impreviste;
    • Far percepire alla persona le sensazioni buone o cattive provocate da alcuni eventi;
    • Far conoscere agli altri il proprio stato emotivo.

    Le emozioni ci aiutano a leggere cosa ci succede: sono la nostra prima finestra sul mondo.

    La capacità di riconoscere le nostre emozioni, di viverle in modo consapevole, ci permette di comprendere non solo quello che accade dentro di noi, ma anche quello che accade attorno a noi.

    Una parte importante del vantaggio delle emozioni, sta nella capacità di nominarle e descriverle.

    La consapevolezza aiuta la conoscenza del mondo e di se stessi nella misura in cui io riesco, attraverso di essa, a dare parole alle emozioni stesse.

    Le emozioni primarie e secondarie

    Le emozioni primarie sono una risposta automatica e istintiva agli stimoli esterni e vengono espresse da tutti allo stesso modo: sono innate e universali.

    Quelle secondarie invece hanno origine dalla combinazione delle emozioni primarie, e si sviluppano con la crescita e l’interazione sociale: sono complesse e sociali.

    Sono, quindi, delle emozioni più complesse e hanno bisogno di più elementi esterni o pensieri eterogenei per essere attivate.

    Le emozioni primarie o di base sono:

    1. Rabbia, generata dalla frustrazione che si può manifestare attraverso l’aggressività;

    2. Paura, emozione che ha come obiettivo la sopravvivenza del soggetto ad una situazione pericolosa;

    3. Tristezza, si origina a seguito di una perdita o da uno scopo non raggiunto;

    4. Gioia, stato d’animo positivo di chi ritiene soddisfatti tutti i propri desideri;

    5. Sorpresa, si origina da un evento inaspettato, seguito da paura o gioia;

    6. Disprezzo, sentimento e atteggiamento di totale mancanza di stima e disdegnato rifiuto verso persone o cose, considerate prive di dignità morale o intellettuale;

    7. Disgusto, risposta repulsiva caratterizzata da un’espressione facciale specifica.

    Accompagnate i vostri figli nella conoscenza e nella comprensione delle proprie emozioni.

    Scoprite le emozioni nei nostri “giochi sulle emozioni”!

    I giochi sulle emozioni

    Ecco il primo gioco sulle emozioni che vi proponiamo di scaricare, stampare e di provare subito con i vostri bimbi 🙂

    Parlare con loro di emozioni sarà divertente e anche estremamente educativo.

    Cliccate su questi link per scaricare la versione PDF da stampare e utilizzare subito!

  • Sostegno all’apprendimento: i valori del Doposcuola Pedagogico

    Il nostro Doposcuola Pedagogico nasce con l’obiettivo di fornire un reale sostegno all’apprendimento ai ragazzi nel loro percorso di studi.

    Tale percorso , infatti, spesso può presentarsi tortuoso e piò necessitare di un aiuto esterno che deve essere mirato e personalizzato.

    Il Doposcuola Pedagogico segue alcuni valori e principi educativi e pedagogici che sono alla base dell’approccio e del metodo che viene proposto e perseguito con gli studenti. 

    Vediamoli insieme.

    La personalizzazione

    La personalizzazione attiene sempre alla proposta di strategie didattiche volte a permettere a ogni studente di sviluppare le proprie peculiari potenzialità, differenti per ognuno.

    Dunque, le proposte e le strategie didattiche sono peculiari per ciascuno studente.

    L’intento è proprio quello di raggiungere traguardi diversi e personali per ciascuno studente.

    Non è, dunque, un intervento educativo e didattico tradizionale e standardizzato, uguale per tutti, bensì realizzato ad hoc, su misura, sulla base, cioè, delle esigenze, delle diversità e delle peculiarità di ciascuno studente, che devono essere valorizzate.

    La personalizzazione punta a consolidare e sviluppare i punti di forza e i talenti personali del soggetto.

    Ciò è di fondamentale importanza per favorire un reale ed efficace sostegno all’apprendimento.

    La motivazione ad apprendere

    La motivazione è la spinta che ci porta a raggiungere i nostri obiettivi di apprendimento e ad ottenere risultati positivi.

    Essa consente di spiegare: la direzione, l’intensità e la persistenza di un comportamento diretto al raggiungimento di uno scopo.

    Dunque, spiega perché una persona svolge un compito e lo fa in un determinato modo, quanto insiste e le ragioni per cui mantiene interesse e impegno.

    È, dunque, un “qualche cosa” che spinge una persona a comportarsi in un certo modo, non è uguale per tutti, può avere diverse ragioni alla base, estrinseche o intrinseche.

    La “dose” di motivazione, infatti, è variabile.

    Sarà notevole se la persona nutre un forte interesse e piacere verso quell’attività, ridotta, invece, se alla persona viene imposta un’esperienza lontana dagli interessi e predisposizioni personali.

    Le motivazioni riguardano proprio la scelta di affrontare o di evitare il compito.

    In tutto questo gioca un ruolo fondamentale il concetto di interesse.

    Esso viene inteso come un forte fattore motivazionale, che genera una particolare attenzione e focalizzazione su un argomento o un’attività.

    La metacognizione

    Nel raggiungimento dei propri obiettivi molto importante è la metacognizione, ovvero la conoscenza del proprio funzionamento cognitivo.

    Con particolare riferimento alla memoria, alla comprensione, allo studio, e la capacità di controllo che si riferisce all’abilità di valutazione e di monitoraggio della propria attività cognitiva.

    All’interno delle conoscenze metacognitive troviamo:

    • Le convinzioni circa le personali capacità;
    • La consapevolezza dell’esistenza di problemi cognitivi;
    • La conoscenza dell’efficacia e dell’uso delle strategie personali.

    Ad un maggiore livello metacognitivo corrisponde sicuramente una migliore prestazione, poiché il compito è svolto con maggiore competenza e impegno, ma soprattutto controllo e monitoraggio.

    Nell’attività di sostegno all’apprendimento gioca un ruolo fondamentale l’attenzione alla metacognizione.

    L’autonomia

    Il concetto di autonomia riveste una grande importanza nel processo di studio e nel sostegno all’apprendimento.

    Essere autonomi significa padroneggiare l’attività che si sta svolgendo, riuscendo a svolgere senza richiedere un aiuto esterno ma utilizzando le proprie risorse e competenze personali, anche in presenza di difficoltà o ostacoli.

    Significa, cioè, affrontare e dominare con padronanza le diverse situazioni di apprendimento, trovare soluzioni a problemi legati alla realtà esterna.

    L’autonomia è strettamente legata alla capacità di organizzazione nella gestione dei compiti a casa o dello studio per un compito in classe o per un’interrogazione, considerando tutte le scadenze e i tempi richiesti.

    Ecco i principi alla base dell’approccio educativo-pedagogico di sostegno all’apprendimento che viene utilizzato nel nostro Doposcuola Pedagogico.

    Scrivici per saperne di più 🙂

  • L’inclusione in classe e la differenziazione: strategie teoriche e pratiche

    In questo articolo vogliamo parlarvi di inclusione in classe e dell’importanza di promuovere la differenziazione didattica.

    Iniziamo 😉

    Con la constatazione che ogni studente possiede bisogni personali diversificati e specifici, si impone l’esigenza di adottare metodi di insegnamento specifici e peculiari.

    Una soluzione può essere proprio la differenziazione didattica.

    “Una strada obbligata e, nello stesso tempo, esaltante per arrivare a dare a ognuno dei nostri bambini, ragazzi, giovani presenti a scuola tutto ciò che la loro condizione richiede” (D’Alonzo).

    Può essere, infatti, definita come una prospettiva metodologica di base capace di promuovere processi di apprendimento significativi per tutti gli allievi presenti in classe.

    Adattare, cioè. l’insegnamento alle differenze degli studenti.

    La differenziazione didattica, se ben condotta, può essere la chiave di accesso per permettere a ogni allievo di raggiungere i migliori risultati possibili sul piano delle conoscenze, delle abilità e delle competenze.

    Come? Proponendo in aula:

    • Percorsi alternativi;
    • Piani individualizzati;
    • Esperienze di apprendimento diversificate.

    Il tutto con l’obiettivo di stimolare l’acquisizione di conoscenze, competenze e abilità.

    L’inclusione in classe

    Il concetto di differenziazione didattica è alla base del processo inclusivo della scuola.

    Se un docente vuole offrire un vero aiuto, essere autenticamente insegnante, quindi lasciare il segno, progetta un percorso differenziato specifico, ma collegato al percorso della classe, si adopera per conoscere le abilità dello studente, si attiva per comprendere le sue potenzialità, adotta metodi e procedure volte a incontrate le sue esigenze speciali (D’Alonzo).

    Si può differenziare, infatti, solamente se si conoscono le caratteristiche, le peculiarità, le potenzialità, le capacità, il bagaglio personale dei nostri ragazzi.

    È molto importante anche che l’insegnante capisca se la proposta formativa incontra le motivazioni degli studenti, le loro curiosità, le loro attenzioni, i loro interessi.

    Sapere, ad esempio, come impiegano il tempo libero, quali sport praticano, se sono spontaneamente portati per un lavoro comunitario oppure individuale, se sono più o meno curiosi; tutto questo è fondamentale per ancorare l’esperienza scolastica alla vita personale.

    Inoltre, occorre capire il profilo personale dell’apprendimento degli allievi, ovvero il loro stile di apprendimento.

    Se riusciamo a comprendere come funzionano al meglio gli allievi, quali sono le loro specifiche peculiarità, potremmo declinare la nostra proposta formativa modellandola sulle caratteristiche delle diverse intelligenze per permettere a tutti di apprendere meglio.

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    D’Alonzo Luigi, La differenziazione didattica per l’inclusione. Metodi, strategie e attività, Erickson, Trento, 2017

    Cornoldi Cesare, De Beni Rossana, Gruppo MT, Imparare a studiare. Strategie, stili cognitivi, metacognizione e atteggiamenti nello studio, Erickson, Trento, 2015

  • Motivazione ad apprendere: quanto è importante per gli studenti

    In questo articolo voglio parlarvi della motivazione ad apprendere e della sua importanza nell’apprendimento degli studenti.

    La motivazione è quella spinta, quell’energia che orienta e mantiene costante il proprio orientamento nel raggiungimento di obiettivi specifici, anche ovviamente obiettivi di apprendimento.

    Essa spiega, infatti, l’inizio, la direzione, l’intensità e la persistenza d un comportamento diretto ad uno scopo.

    Il concetto di motivazione, dunque, è utilizzato per comprendere perché una persona svolge un determinato compito.

    Non è però un processo unitario in quanto può essere considerata come un insieme di esperienze soggettive, quali gli obiettivi, le aspettative, i valori, i processi emotivi, gli interessi personali.

    Lo sviluppo della motivazione ad apprendere

    Come si sviluppa la motivazione?

    Come si modificano le relazioni fra motivazione e apprendimento?

    La motivazione può dipendere da cause intrinseche, ovvero l’interesse, la curiosità, il piacere di imparare, oppure da cause estrinseche, i premi.

    Con la crescita il bambino acquisisce una maggiore capacità di selezione d alcuni ambiti di interesse o di competenza.

    Alcuni ambiti verso cui si sente particolarmente abile, che distingue dagli altri, verso cui prova una maggiore attrazione e motivazione.

    La spinta motivazionale è certamente importante per l’apprendimento, però è altresì fondamentale che la motivazione venga diretta verso mete più o meno specifiche e sostenuta dalla conoscenza di “come” i traguardi prefissi possono essere raggiunti.

    Questo “come” si riferisce alle strategie di apprendimento, che consentono di realizzare concretamente la situazione verso cui la motivazione è espressa.

    Le strategie nell’apprendimento

    Lo studio è un tipo di apprendimento particolare consiste nella lettura attenta e selettiva, mirata a comprendere e a memorizzare le informazioni utili per eseguire una prova.

    Nello specifico, è lo studente che decide tempi e modalità dello studiare, in base alle proprie conoscenze strategiche e ai personali obiettivi e valori.

    È possibile definire tre fasi differenti nello studio:

    • La prima implica l’organizzazione e la definizione degli obiettivi;
    • La seconda prevede la lettura, la comprensione e l’elaborazione dei contenuti;
    • La terza implica la memorizzazione e la successiva rievocazione del materiale studiato.

    Per ognuna di queste fasi è possibile utilizzare diversi tipi di strategie che possono rendere più efficace, e meno difficoltosa, l’esperienza di apprendimento, con un’elaborazione profonda e personale, sostenuta da concentrazione e interesse.

    Nella fase di organizzazione posso suggerire alcune modalità per programmare il tempo di studio, concentrarsi, scegliere il luogo dove studiare e le ore del giorno con maggiore profitto.

    Per la fase di lettura, comprensione ed elaborazione posso suggerire l’utilizzo di strategie per leggere più velocemente, per sottolineare, schematizzare o prendere appunti.

    Infine, per la memorizzazione e il ripasso posso presentare strategie per ricordare più a lungo e più efficacemente, organizzare il momento del ripasso, gestire l’ansia d’esame, anticipare le domande e le possibili risposte.

    Altre strategie a sostegno dell’apprendimento possono essere, ad esempio:

    • Comprendere a fondo;
    • Rielaborare con parole proprie;
    • Porsi delle domande e riflettere sui concetti;
    • Eliminare le distrazioni;
    • Focalizzare l’attenzione;
    • Provare interesse per i contenuti, anche collegandoli con gli scopi o elementi personali.

    Queste alcune strategie che possono aiutare gli studenti nell’apprendimento e nel sostenere la propria motivazione ad apprendere.

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  • Stili di apprendimento individuali: da “cosa pensi” a “come pensi”

    Oggi vogliamo parlarvi degli stili di apprendimento, ovvero degli stili cognitivi utilizzati da ciascuno studente nel proprio apprendimento.

    Iniziamo dalle origini 😉

    La ricerca sugli stili cognitivi si è sviluppata agli inizi degli anni quaranta, coinvolgendo differenti ambiti teorici.

    Il termine stile cognitivo può essere definito come “un modo di riferirsi a differenti tipi di personalità o di comportamento”.

    Lo stile cognitivo è una modalità di risposta agli stimoli ambientali e costituisce una sorta di guida del processo cognitivo.

    Per stile di apprendimento si intende la tendenza di una persona a preferire un certo modo di apprendere-studiare.

    Esso riguarda, dunque, la sua modalità di percepire e reagire ai compiti legati all’apprendimento, attraverso la quale mette in atto, o sceglie, i comportamenti e le strategie per apprendere.

    Si tratta, infatti, di un prolungamento dello stile intellettivo, di una modalità che si manifesta in modo costante, in più contesti, coinvolgendo non solo aspetti cognitivi, ma anche socio-affettivi, e che influenza l’approccio all’apprendimento di ciascun individuo, nonché la scelta e l’utilizzo di strategie specifiche.

    Ci sono, ad esempio, persone più riflessive, altre persone più curiose, persone con una tendenza all’introversione e alla rigidità, persone estroverse e più flessibili.

    Alcuni studenti preferiscono e acquisiscono più con facilità informazioni riferite a oggetti concreti, come fatti e osservazioni, altri, invece, acquisiscono meglio i concetti astratti.

    Alcuni acquisiscono più facilmente informazioni visive, come figure, schemi, immagini, altri preferiscono, invece, le informazioni verbali.

    È importante conoscere e avere la consapevolezza del proprio stile cognitivo, ovvero della propria modalità di pensare o di agire di fronte a situazioni precise, tenendo però presente che agire con un certo stile non implica necessariamente che lo stesso stile sia usato in tutte le situazioni.

    Vediamo quali sono i diversi stili di apprendimento che possiamo utilizzare nelle varie attività.

    Lo stile cognitivo sistematico/intuitivo

    Questi stili riguardano la modalità di ragionamento verso la scoperta di concetti nuovi.

    Chi predilige un pensiero sistematico prende in considerazione ogni informazione a disposizione, procedendo passo dopo passo nel ragionamento.

    Al contrario chi preferisce un pensiero intuitivo, cerca di verificare l’ipotesi iniziale in vari modi, senza un concreto procedimento.

    Gli studenti sistematici procederanno, dunque, con più lentezza ma avranno una maggiore consapevolezza nel raggiungimento del risultato.

    Al contrario gli studenti intuitivi, saranno più veloci ma faranno fatica a dimostrare nel dettaglio come sono arrivati alla soluzione, ovvero a mostrare i passaggi del loro ragionamento.

    Lo stile cognitivo globale/analitico

    Questi stili riguardano la capacità di percezione delle informazioni dall’ambiente.

    Lo studente con stile globale tenderà a concentrarsi sugli aspetti generali per poi sintetizzare la situazione e vederla nel suo complesso, mentre lo studente con stile analitico si soffermerà sui dettagli, concentrandosi sugli aspetti più particolari e minuziosi.

    Lo stile cognitivo impulsivo/riflessivo

    Riguardano i processi di valutazione e risoluzione dei problemi, in riferimento ai tempi di presa delle decisioni.

    Uno studente impulsivo ha la tendenza a fornire soluzioni precipitose, a volte non ottimali, in tempi molto brevi, mentre uno studente riflessivo fornisce risposte più lente e accurate, analizzando minuziosamente tutti i particolari a disposizione.

    Lo stile cognitivo convergente/divergente

    I convergenti tenderanno a dare risposte simili a situazioni già conosciute o già verificate in precedenza, mentre i divergenti cercheranno risposte nuove, creative, anche fuori dagli schemi.

    Lo stile cognitivo verbale/visuale

    Gli studenti verbalizzatori hanno una buona capacità di recepire le informazioni testuali e preferiscono leggere, sottolineare, prendere appunti in formato di sintesi o riepilogo scritto.

    Gli studenti visualizzatori, invece, preferiscono apprendere creando schemi, mappe, grafici e disegni.



  • Il coordinatore pedagogico: ruolo, funzioni e prospettive

    Il coordinatore pedagogico rappresenta una figura professionale innovativa ed emergente, con un ruolo particolarmente complesso.

    La sua figura si declina in maniera molto differente a seconda dei contesti territoriali ed istituzionali nei quali opera.

    L’impossibilità di definirne in termini assoluti, validi per tutte le realtà, l’identità professionale deriva dalla mancanza di una legislazione condivisa sul piano nazionale.

    Il moltiplicarsi dei servizi educativi per la prima infanzia rende ancora più evidente l’esigenza di coordinare sotto il profilo sia pedagogico-didattico sia organizzativo-gestionale tali contesti.

    Un’esperienza di coordinamento, dunque, molto poliedrica e complessa con diverse funzioni, quali:

    • Supporto pedagogico ed educativo;
    • Salvaguardia della qualità educativa dei servizi;
    • Gestione della formazione degli insegnanti e del rapporto con le famiglie;
    • Gestione di tutti gli aspetti organizzativi inerenti i servizi educativi per l’infanzia.

    Il coordinatore pedagogico: genesi ed evoluzione

    Tale figura nasce e si trasforma con lo svilupparsi del nido e degli altri servizi per l’infanzia, tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso.

    In tale periodo, infatti, vi è stata una grande rivoluzione nei ruoli sociali e familiari che ha portato progressivamente ad una nuova visione dell’infanzia.

    In quegli anni, i Comuni più attenti cominciarono ad avvalersi della nuova figura del coordinatore.

    E’ a partire dagli anni Ottanta che si verificarono grandi trasformazioni nel panorama dei servizi per l’infanzia, cambiamenti che producono importanti modificazioni anche sul ruolo del coordinatore.

    Cominciano, infatti, a svilupparsi diverse offerte formative rivolte alle famiglie e all’infanzia che portano il coordinatore pedagogico ad essere visto sempre più come il garante e il promotore di una cultura dell’infanzia.

    Il ruolo del coordinatore pedagogico

    E’ possibile conoscere e comprendere le competenze e le funzioni di questo professionista sociale individuandone specifiche e fondanti che ne delineano l’identità operativa.

    1. Elaborazione della progettualità culturale e pedagogica dei servizi per l’infanzia.
      Individuare gli obiettivi generali e specifici relativi all’apprendimento e definire specifici interventi pedagogici e formativi.
    2. Formazione delle competenze educative degli operatori alla prima infanzia, in riferimento anche alla capacità di elaborare un progetto educativo.
    3. Organizzazione del servizio educativo inteso come spazi, tempi, materiali.
      Questi argomenti sono stati già trattati in precedenti articoli, cliccate su questo link 😉
    4. Elaborazione di diversi progetti educativi e formativi.

    L’interconnessione tra l’aspetto pedagogico e quello organizzativo, che connota sempre più la professionalità del coordinatore, è molto forte.

    Come sostiene Catarsi (2010) “l’aspetto pedagogico e l’aspetto organizzativo sono strettamente connessi e intrecciati: l’organizzazione è la modalità con cui viene dato seguito alle scelte pedagogiche”.

    Il coordinatore pedagogico, dunque, deve avere piena consapevolezza degli aspetti amministrativi e organizzativi per garantire che le scelte organizzative effettuate trovino piena corrispondenza nel Progetto.

    Egli compie scelte sia organizzative sia pedagogiche e deve possedere, in modo integrato, entrambe queste competenze.

    Un corpus di competenze tecnico-scientifiche e di natura psico-pedagogica costituisce la connotazione specifica di questa professionalità.

    Coinvolto in queste innumerevoli e complesse realtà, il coordinatore pedagogico rischia in primo luogo il disorientamento legato alla definizione del proprio sé professionale.

    Una figura, dunque, connotata da una grande complessità, innovazione e poliedricità, che richiede necessariamente di lasciare aperte queste riflessioni.


    Gariboldi A, Maffeo R, Pelloni A, (a cura di) “Sostenere, connettere, promuovere, il coordinatore pedagogico nei servizi educativi per l’infanzia”, Edizioni Junior, 2010

  • Progetto educativo nella scuola dell’infanzia: definizione e caratteristiche

    Il progetto educativo può essere definito come quello strumento che sviluppa un processo educativo all’interno di un contesto di apprendimento.

    E’, dunque, un vero e proprio progetto di lavoro che delinea e descrive un percorso con l’obiettivo di realizzare specifiche finalità educative.

    Per fare ciò un progetto parte sempre dai bisogni di uno specifico gruppo, come ad esempio i bambini della scuola dell’infanzia, bisogni che possono essere impliciti ed espliciti.

    Tutto ciò che è educazione non può prescindere dalla dimensione progettuale.

    Il progetto educativo, infatti, è la struttura fondante e l’elemento indispensabile per ogni situazione che voglia porsi come educativa.

    Esso dà un senso all’esperienza educativa: perché si progetta, quali sono i bisogni iniziali, quali sono le attività che devono essere svolti, quali sono gli obiettivi che si vogliono raggiungere.

    La realizzazione dei progetti educativi segue i seguenti step:

    • Identificazione dei bisogni educativi;
    • Definizione delle finalità educative;
    • Definizione degli obiettivi;
    • Scelta dei contenuti;
    • Individuazione dei metodi;
    • Definizione delle modalità di valutazione e verifica.

    La progettazione richiede una grande capacità di ideazione nonché di riflessione e di sistematicità.

    Essa riguarda, infatti, la capacità del progettista educativo di immergersi nella realtà per modificarla attivando, cioè, un processo di intenzionalità e cambiamento.

    Perché fare un progetto educativo alla scuola dell’infanzia

    Il progetto educativo è l’espressione della necessità di promuovere negli studenti crescita personale e sociale.

    Alla scuola dell’infanzia una grande attenzione è rivolta alla programmazione didattica ma anche alla progettazione educativa.

    Con ciò si intende sicuramente una scuola attenta alle finalità educative e non solo didattiche.

    Dunque, educazione e non solo istruzione.

    La progettazione educativa pianifica prospettive generali e a lungo termine, mentre quella didattica è relativa agli apprendimenti che si intende perseguire in un arco di tempo limitato.

    I progetti educativi sicuramente derivano dal PTOF (il piano triennale dell’offerta formativa) dove sono inseriti i valori perseguiti dalla scuola sulla base dei quali sono definiti i singoli progetti.

    Ogni scuola, dunque, ha la libertà di definire la propria progettazione educativa diventando un vero e proprio cantiere ed inventore di progetti 😉

    In questo senso possiamo dire che ogni azione progettuale è flessibile e coerente con i bisogni individualizzati e specifici.

    La scuola dell’infanzia ha una grande responsabilità, perché ha il compito di promuovere precocemente percorsi che favoriscano un’idea di benessere e puntino alla costruzione del progetto di vita di ogni singolo alunno.

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