Categoria:

Affido e adozione

  • Lo sviluppo emotivo dei bambini e il linguaggio delle emozioni

    sviluppo emotivo dei bambini

    Perché è importante studiare lo sviluppo dei bambini?

    Perché è necessario conoscere le tappe e l’evoluzione del loro sviluppo psico-fisico, emotivo e linguistico?

    Quale disciplina si occupa di questo studio?

    Quando si diventa genitori ci si domanda di continuo che cosa aspettarsi dalla crescita del proprio bambino: quando comincerà a camminare, quando dirà le prime parole.

    Esistono delle fasi di crescita, della tappe evolutive, degli intervalli temporali, da non prendere però alla lettera, in cui i bambini tendono ad acquisire determinate capacità.

    Occorre sempre ricordare che ogni bambino ha i propri tempi e i propri ritmi di crescita, non bisogna mettergli fretta, ma aspettare e rispettare i loro tempi, incoraggiandoli e sostenendoli.

    In questo articolo si vuole offrire un approfondimento sullo sviluppo emotivo dei bambini e sul linguaggio delle emozioni, toccando le tappe evolutive di tale sviluppo.

    La psicologia dello sviluppo

    La psicologia dello sviluppo è lo studio scientifico del comportamento e dello sviluppo dei bambini, che ha come obiettivo quello di costruire una base di conoscenze per comprendere la natura dell’infanzia, ma anche le caratteristiche distintive dei bambini.

    L’infanzia è un processo di continuo cambiamento e ciò che si vuole definire sono le tappe dello sviluppo.

    Le pietre miliari dello sviluppo però assumono forme diverse.

    Alcune sono palesi, come l’età in cui i bambini imparare a camminare o a parlare, altre sono meno ovvie, perché si riferiscono ad aspetti meno evidenti.

    Quello che si cerca di stabilire è la fascia di età in cui la maggior parte dei bambini dimostra, per la prima volta, di aver acquisito un’abilità e, sulla base della regola individuata, seguire il progresso dei singoli bambini.

    Tenendo sempre presente che ogni bambino è unico.

    Ciò significa che lo sviluppo delle varie abilità non è uguale per tutti i bambini: alcuni possono essere più precoci, altri più tardivi.

    Per un genitore è indispensabile conoscere l’evoluzione e le fasi di crescita dei bambini, dallo sviluppo emotivo, cognitivo, sociale a quello linguistico.

    Lo sviluppo emotivo dei bambini

    Cominciamo con una definizione dell’emozione: “l’emozione è una reazione soggettiva a un evento saliente, caratterizzata da cambiamenti fisiologici, esperienziali e comportamentali”.

    C’è sempre un evento scatenante specifico per ogni emozione, così come ci sono sempre cambiamenti fisiologici, esperienziali e comportamentali.

    Le emozioni sono il costante sottofondo delle nostre esperienze quotidiane, eppure la scienza ha mostrato sempre un’estrema lentezza a passarle al microscopio.

    Al contrario delle funzioni cognitive, le emozioni riguardano il sistema nervoso autonomo, una parte cioè più primitiva, più remota della nostra struttura.

    Le emozioni sono importanti per lo sviluppo dei bambini, sia dal punto di vista psico-fisico sia dell’adattamento sociale.

    Hanno funzioni positive, non sono elementi di disturbo all’interno del sistema: servono per comunicare i propri bisogni ed esigenze agli altri, hanno una valore di sopravvivenza e svolgono funzioni utili per la regolazione interpersonale.

    I bambini si avvicinano alle emozioni nel contesto relazionale: le relazioni interpersonali sono inevitabilmente questioni emotive.

    E’ proprio durante l’interazione con gli altri che i bambini hanno l’opportunità di osservare come le altre persone maneggiano i propri sentimenti, ma anche, soprattutto, come il loro comportamento emotivo influisce sugli altri.

    La consapevolezza del proprio stato emotivo

    I bambini devono:

    • Imparare che in certe situazioni possono provare rabbia, in altre paura o felicità;
    • Saper identificare queste circostanze;
    • Comprendere cosa si prova interiormente quando si è in preda di certe emozioni, come le si manifesta all’esterno;
    • Riconoscerle per poterle verbalizzare.

    Tutto ciò implica un certo grado di consapevolezza di sé, cioè la capacità di rimanere in disparte e monitorare i propri sentimenti e il proprio comportamento; un traguardo sofisticato nella sua forma più evoluta, sebbene gli inizi si possono osservare già in età precoce.

    Controllare l’espressione delle proprie emozioni

    Lo sviluppo emotivo dei bambini è basato su fondamenta biologiche comuni; il suo corso successivo è forgiato dalle diverse esperienze sociali.

    Il modo in cui le emozioni vengono manifestate può differenziarsi radicalmente da una società all’altra.

    Ogni società ha elaborato regole proprie sulle modalità socialmente accettabili di espressione delle emozioni, sia su quelle negative sia su quelle positive.

    Trasmettere queste regole ai bambini è un aspetto molto importante della socializzazione.

    I bambini, ovviamente, apprendono i primi fondamenti sulle emozioni nel contesto familiare: come esprimerle, come possono manifestarsi e sul tipo di azioni da prendere quando compaiono determinate emozioni.

    Il tipo di relazione che i piccoli instaurano con le figure di attaccamento determinano il modo e la misura in cui avrà luogo la loro socializzazione emotiva.

    Le lezioni impartite dai genitori vengono immagazzinate e trasferite, negli anni successivi, ad altre relazioni, per diventare parte dello stile affettivo di ogni individuo.

    Riflettere sulle emozioni

    I bambini, con gli anni, dedicano una porzione sempre crescente di tempo a riflettere sulle emozioni, oltre che a viverle.

    Cercano di comprendere che cosa significhi per loro stessi e per altre persone, essere coinvolti in episodi emotivi, e di conseguenza formulano teorie sulla natura e sulle cause dei sentimenti.

    All’inizio le teorie sono piuttosto primitive, per poi assumere una forma sempre più sofisticata. i bambini comprendono che le emozioni implicano anche stati emotivi interiori.

    Con l’età, dunque, i bambini passano da una concezione comportamentale a una concezione mentalistica.

    Acquisiscono la cosiddetta teoria della mente: la comprensione del fatto che gli altri hanno un mondo interiore e l’abilità di descrivere quel mondo come tratto distintivo di ciascun individuo.

    Tale comprensione si sviluppa notevolmente nel periodo prescolare perché i bambini sono sempre più abili nel generare teorie che li aiutino a prevedere i sentimenti altrui.

    Al più tardi a sei anni, i bambini hanno acquisito la capacità di comprendere lo stato mentale di un’altra persona.

    Il linguaggio delle emozioni

    Quando imparano a parlare, lo sviluppo emotivo dei bambini assume una dimensione del tutto nuova.

    Ora le emozioni possono diventare oggetto di riflessione: grazie alla capacità di definire i sentimenti che provano, possono separarsene, riflettere su di esse ed esternare quanto avviene nel loro intimo.

    Ora che possiedono le parole delle emozioni, i bambini possono avventurarsi in discussioni sul tema.

    Da un lato, possono comunicare ad altri il proprio stato d’animo, dall’altro possono ascoltare le descrizioni che altre persone fanno dei propri sentimenti.

    Possono dunque condividere le emozioni e comprenderne la natura, le cause, le conseguenze e le modalità per maneggiarle; impresa che diventa più facile quando si dispone dello strumento verbale.

    Verso il secondo anno i bambini iniziano ad utilizzare le parole, come semplice commento, che esprimono i sentimenti: parole come felice, triste, arrabbiato e spaventato compaiono nei discorsi dei bambini.

    Durante il terzo anno di vita, l’uso di termini che indicano lo stato emotivo aumenta di quantità fino ad arrivare ai sei anni in cui usano abitualmente parole come agitato, spaventato o infastidito.

    Già a tre anni inoltre i bambini sono in grado di parlare non solo dei propri sentimenti, ma anche delle emozioni di altre persone.

    Nel periodo prescolare, la verbalizzazione delle emozioni acquista rapidamente accuratezza, chiarezza e complessità, iniziando a riferire le cause dei sentimenti di altre persone.

    I bambini già dai due anni si interessano alla comprensione delle emozioni, indagando il motivo per cui le persone si comportano in un determinato modo.

    Questo interesse a conversare sulle emozioni si sviluppa durante l’interazione sociale e svolge numerose funzioni:

    • Permette ai bambini di affrontare le proprie emozioni;
    • Favorisce la comprensione di una vasta gamma di sentimenti;
    • Consente di comprendere la natura e le circostanze delle relazioni interpersonali;
    • Permette di condividere le esperienze emotive con altre persone;
    • Spiega il comportamento proprio e degli altri.

    A tempo debito i bambini devono apprendere la competenza emotiva; è un concetto usato per definire l’abilità di maneggiare le proprie emozioni e riconoscere e affrontare le emozioni altrui.

    Essere in grado di maneggiare le proprie emozioni, regolarle, controllarle, modificare i propri impulsi è essenziale per un corretto e adeguato funzionamento emotivo.

    Naturalmente la competenza emotiva deve essere sempre valutata in base all’età della persona, segue cioè delle tappe specifiche di sviluppo, fino a raggiungere la piena maturità.

    Bibliografia

    Shaffer R. H, (2004), Psicologia dello sviluppo. Un’introduzione, Raffaello Cortina Editore

  • Lo sviluppo affettivo del bambino nel percorso di crescita

    lo sviluppo affettivo del bambino

    In un precedente articolo abbiamo parlato dello sviluppo cognitivo di un minore, le cui abilità e capacità si rafforzano durante la crescita, in modo più o meno omogeneo e strutturato in tutti i bambini.

    Sono state individuate alcune tappe di età durante le quali l’intelligenza, la capacità di ragionamento, di organizzazione, di comprensione della realtà cominciano a svilupparsi.

    In questo articolo vedremo che anche lo sviluppo affettivo del bambino è strutturato in passaggi: dal primo attaccamento alla figura materna, il bambino comincerà poco a poco a riconoscere e provare sentimenti nei confronti di altre figure famigliari.

    È molto importante, per il piccolo, riuscire a sviluppare una buona rete di amicizie, imparare a relazionarsi e ad impostare da subito delle relazioni “sane” per il futuro.

    Per permettere ciò, è indispensabile una educazione affettiva coerente, fornendo sempre ai vostri bambini un buon esempio affettivo.

    Le emozioni permeano in tutte le nostre relazioni. Ogni rapporto con gli altri (sul posto di lavoro, a scuola, in famiglia, ecc..) presuppone una comunicazione che trasmette emozioni, sia positive che negative, con le quali abbiamo a che fare quotidianamente.

    Conoscere il linguaggio emotivo, riuscire a mostrare il nostro stato d’animo in maniera opportuna ed averne una gestione responsabile e cosciente, può aiutarci nelle interazioni con gli altri.

    Non tutti i bambini sono in grado allo stesso modo di verbalizzare o di mostrare i propri stati emotivi ed i propri sentimenti; spesso, dietro a reazioni violente, rabbiose o di chiusura, possono nascondersi motivazioni importanti.

    Neurobiologia dell’emozione

    Alla base delle relazioni affettive si trovano le emozioni.

    Ma dove nascono le emozioni? A cosa servono?

    Alcuni studiosi (McLean, 1970) sottolineano che nel nostro cervello sia presente un’area molto antica, specializzata proprio nella gestione delle emozioni.

    Questo “cervello emotivo” è la casa di tutti i nostri sentimenti; si tratta della parte più vecchia del nostro cervello, quella irrazionale ed istintiva.

    E’ il luogo dove si formano le prime emozioni, le quali si sviluppano, in seguito, nell’interazione con gli altri.

    In un neonato è possibile notare fin da subito come le emozioni giochino un ruolo fondamentale nella comunicazione con l’adulto e con la figura di riferimento, generalmente la madre, presentandosi come un istinto di sopravvivenza.

    Ecco che il pianto di un neonato è un grido alla sopravvivenza, in una situazione di disagio causata, ad esempio, dal sonno o dalla fame, mentre il sorriso è inizialmente un’azione muscolare inconscia, prima di trasformarsi in una risposta sociale.

    Lo sviluppo affettivo del bambino va di pari passo con quello cognitivo, del pensiero logico e razionale.

    Entrambe le “partizioni” del cervello, quella emozionale e quella intellettiva, sono necessarie per un percorso di crescita armonioso.

    Secondo Ekman e Friesen, alcune famiglie di emozioni sono innate e spontanee, uguali in tutti gli esseri umani e negli animali più sviluppati.

    Le emozioni primarie

    Gioia, tristezza, rabbia, paura, disgusto e sorpresa sono le emozioni presenti fin dalla nascita in un neonato, le quali si associano a diversi stimoli ricevuti.

    • La gioia è legata all’interesse o alla sorpresa, ad una situazione piacevole, provocando benessere in generale. È dapprima un sorriso spontaneo, poi un sorriso sociale.
    • Il disgusto è legato ad una situazione spiacevole, ad uno stimolo che provoca disagio.
    • La rabbia, che a volte può essere vera angoscia, è legata a stati di insoddisfazione, delusione, collegate ad esigenze che non trovano risposta nella figura di accudimento o, ancora, disagio provocato da sonno o necessità di mangiare.
    • La paura è un’emozione successiva, che si prova soprattutto a causa del distacco dalla madre, dalla principale figura di accudimento. Si intensifica con l’inclusione di altre figure estranee. È collegata a disappunto e circospezione.
    • La delusione, si verifica intorno ai 3-4 anni, ad esempio in seguito ad una promessa non mantenuta.
    • La vergogna e la timidezza non sono emozioni primarie, si verificano nel bambino quando il suo sviluppo cognitivo è maggiormente consapevole ed evoluto.

    Le tappe dello sviluppo affettivo

    • 0-1 anni

    Come già anticipato, nel bambino molto piccolo le emozioni sono legate all’istinto di sopravvivenza e a meccanismi di difesa inconsci, presenti fin dalla nascita, nella struttura del “cervello emotivo”.

    Le prime manifestazioni emozionali si verificano con lo scopo di soddisfare i propri bisogni fondamentali che non sono solo bisogni materiali o di cura, bensì anche, e soprattutto, bisogni affettivi.

    Il primo legame di affetto che si crea è quello con la mamma, biologica o adottiva che sia, la quale rappresenta la prima figura importante, una parte di sé da cui dipende la propria vita. In questa fase pianti, gridolini e lamenti sono collegati al disagio e al dolore.

    • 1-2 anni

    Crescendo, il bambino comincia a riconoscere le figure più presenti durante la propria quotidianità, la madre e il padre.

    La comunicazione delle emozioni, collegata all’affettività per le figure genitoriali o di accudimento, comincia a svilupparsi non solo nell’aspetto non verbale, con gesti, espressioni, ma anche in quello verbale.

    • 3-4 anni

    Verso i quattro anni, lo sviluppo affettivo del bambino è più articolato: altre figure come i nonni e i fratelli vengono incluse nella propria cerchia di affetto e, successivamente, grazie all’inserimento all’asilo e il contatto con gli altri vengono sviluppate le abilità relazionali.

    In questa fase, la paura dell’estraneo e per l’allontanamento della figura materna dovrebbero lasciare il posto a sentimenti positivi di gioia, importanti per lo sviluppo della propria autonomia ed indipendenza.

    Con il contatto con gli altri bambini o con diverse figure adulte, piano piano vostro figlio comincerà a dare un nome ai sentimenti che prova, a riconoscere le proprie emozioni e quelle degli altri.

    • 4- 8 anni

    In questa fase i bambini cominciano a comprendere il senso dei propri stati d’animo, iniziano a domandarsi quali sono le cause alla base di ciò che si prova e riescono ad abbinare un’espressione emotiva alle diverse situazioni in modo coerente.

    Lo sviluppo affettivo del bambino, di pari passo con quello cognitivo, necessita dell’aiuto e del sostegno dell’adulto, nella forma in cui i genitori rispondono in modo giusto e pronto alle manifestazioni emotive del piccolo, cercando di comprendere quali sono le sue esigenze e comunicando con lui.

    L’evoluzione del ricordo

    In questo paragrafo vedremo come si accompagna l’evoluzione del ricordo nel bambino, allo sviluppo della sfera emotiva e delle abilità cognitive.

    Sapere quando un ricordo comincia a strutturarsi è importante soprattutto quando abbiamo la necessità di ascoltare e sentire un minore, nella vita di tutti i giorni ma anche in caso di procedimento di separazione dei genitori.

    Diverse ricerche mostrano che tra i 3 e i 5 anni si instaurano i primi ricordi, legati però ancora solo ad un concetto o ad un’immagine, sono confusi e raccontarli richiede molta concentrazione.

    È dopo i 5 anni di età che alcuni episodi vissuti possono imprimersi nella memoria, soprattutto se collegati ad emozioni forti. Raccontarli può essere ancora un’impresa difficile, con il rischio di fare confusione se sollecitati dagli altri.

    Verso i 9 anni il bambino che acquisisce il senso morale, è in grado di comprendere i fatti e di analizzare le situazioni collegandole ai propri stati d’animo. La narrativa è più fluida e dettagliata.

    Nelle tappe di sviluppo successive il bambino sarà sempre più in grado di separare la realtà dall’invenzione.

    Il ruolo dei genitori

    È bene sapere e ricordare che il bambino apprende dai comportamenti osservati.

    Mantenere delle buone relazioni in famiglia, un ambiente sereno e disteso, rapporti positivi, può trasmettere al figlio la capacità di sviluppare, a sua volta, relazioni positive.

    Anche l’educazione alle emozioni è importante, cercando di rispondere sempre in modo coerente a tutte le manifestazioni emotive ed affettive del piccolo, fornendo così una rete di protezione e sicurezza necessaria per rendere il bambino autonomo ed indipendente.

    Saper riconoscere ed esprimere lo stato emotivo degli altri e dei vostri figli  è fondamentale per creare delle relazioni vere, sincere e forti, per garantire una situazione di benessere psicologico e fornire l’esempio per educare ad un sano sviluppo affettivo.

  • Lo sviluppo cognitivo del bambino: step di crescita e problemi evolutivi

    sviluppo cognitivo del bambino

    Quali sono gli step di crescita dello sviluppo cognitivo del bambino?

    Sono uguali per tutti? Oppure possono essere differenti e mostrarsi anche in momenti diversi?

    Quando è opportuno preoccuparsi pensando a problemi evolutivi e contattare un esperto?

    E’ importante sapere che non tutti i bambini presentano gli stessi schemi ed acquisiscono allo stesso modo le loro abilità: alcuni richiederanno più tempo di altri, ma non per questo è necessario preoccuparsi.

    Occorre conoscere le varie fasi dello sviluppo cognitivo del bambino per essere in grado di notare eventuali difficoltà e ritardi per rivolgersi ad un esperto che possa chiarirvi in merito allo sviluppo del vostro bambino.

    Il bambino e i primi bisogni

    Alla nascita tutti quanti siamo caratterizzati da alcuni meccanismi che ci proteggono dalla realtà esterna e ci difendono, in modo naturale ed innato.

    Alcuni comportamenti sono spontanei e possono rappresentare delle reazioni agli stimoli di risposta all’ambiente circostante. Ad esempio starnutire, singhiozzare, sbadigliare, piangere.

    In questa fase l’interpretazione dei bisogni fondamentali e affettivi del bambino è compito del genitore, poiché il piccolo non è ancora in grado di verbalizzare le proprie esigenze.

    Osservare e capire quali possono essere le motivazioni ed i bisogni del bambino è la chiave per operare una giusta ed equilibrata educazione.

    • Il Sorriso

    Nei primi 3 mesi di vita, noterete che il vostro bambino comincia a riconoscere i volti famigliari, come quello materno, imparando piano piano a rispondere al vostro sorriso.

    È importante sottolineare che alcuni sorrisi sono rivolti maggiormente alle figure di accadimento, poiché le emozioni non sono ancora ben sviluppate, si tratta di un sorriso di “ringraziamento” per le cure ricevute.

    Insieme al sorriso anche il pianto è un comportamento che fin da subito possiamo osservare già in un neonato.

    • Il Pianto

    L’azione del pianto può essere motivata da sensazioni di fame, dolore o disagio.

    Quando il pianto è motivato dal bisogno di ottenere una determinata cosa, il genitore ha una grande responsabilità: accontentando il bambino rafforzerà anche l’attività di piangere.

    In questo modo, il piccolo imparerà che quando vuole qualcosa deve piangere. Si tratta di una strategia educativa a doppio taglio, che durante la crescita può rivelarsi controproducente.

    Comprendere quale è il bisogno alla base del pianto è fondamentale, cercando di dare precedenza alle attenzioni affettive, alle dimostrazioni di vicinanza ed al dialogo.

    In questa fase di sviluppo è bene parlare al proprio bambino, tenendolo in braccio, consolarlo.

    Infatti, il contatto fisico rafforza il senso di protezione e di sicurezza di vostro figlio, aiutandolo a sviluppare le proprie capacità empatiche ed emotive.

    Gli step di crescita dello sviluppo cognitivo del bambino

    • Tra i 3 e i 6 mesi

    Il vostro bambino comincia a mettere in atto quello che viene definito “rispecchiamento emotivo”.

    Noterete che il bambino comincerà a riconoscere e a rispondere alle emozioni degli altri, mostrandosi più socievole e aperto soprattutto con i genitori.

    Questo tentativo di socialità si sviluppa sempre di più al contatto con gli altri, poichè il senso di vicinanza fisica, di gioco reciproco, attenzione e protezione rassicurano il piccolo.

    In questa fase aumenta la consapevolezza del proprio essere, del proprio nome e delle figure che si hanno attorno. In presenza di estranei il piccolo può manifestare comportamenti di paura e spavento.

    Gli stimoli esterni cominciano ad essere molto importante per vostro figlio, che comincia a catalogarli, riconoscerli e farli propri.

    In questa fase di crescita il bambino emette alcune vocalizzazioni, si tratta di suoni grazie ai quali si prende coscienza delle proprie capacità.

    Un consiglio educativo è quello di sostenere e rinforzare con gesti ed atteggiamenti i vocalizzi del piccolo, per aumentare le sue capacità empatiche e farlo sentire riconosciuto ed apprezzato.

    • Ad un anno di età

    Il bambino è in grado di utilizzare abilità cognitive più sviluppate, interagisce con le proprie figure di accadimento soprattutto grazie ad un precoce inserimento all’asilo.

    Il piccolo fa capire ciò che desidera, comincia a fare i primi passi, ripetere le parole ed utilizzare gli oggetti semplici.

    In presenza dei genitori si sente a proprio agio, ma prova ancora timore quando essi si allontanano, soprattutto in presenza di estranei.

    • Fino a due anni

    Il bambino mostra sempre maggiore autonomia, si sposta nello spazio e gioca da solo, interagisce volentieri con i coetanei e con gli adulti.

    Comincia quindi a fare le cose quotidiane da solo, incrementando la sua autonomia.

    A livello affettivo è possibile che il piccolo cominci a mostrare il proprio affetto verso i famigliari.

    In seguito, soprattutto se inserito in un contesto come l’asilo in cui è possibile socializzare con gli altri, mostrerà cooperazione.

    Prende coscienza di sé, del concetto di diversità, oltre che si può giocare con forme, colori e concetti diversi.

    Con la crescita il bambino avrà sempre maggiore inventiva nei giochi liberi e con il “fare finta che”, sviluppando la concezione del tempo e del conteggio.

    Con l’età le capacità cognitive sviluppate favoriscono lo sviluppo della memoria, vostro figlio ricorderà alcuni episodi vissuti.

    In questa fase, però, la fantasia può essere inserita ed integrata con la realtà.

    • Fino ai 6 anni

    Con la maturazione delle capacità motorie, anche la capacità di scrittura si sviluppa e comincia a stabilizzarsi.

    È a cinque anni che il bambino comincia a scrivere il proprio nome, migliorando in tutte le proprie abilità con l’inserimento alla scuola primaria.

    Con i sei anni si sviluppano anche le capacità socio-relazionali con il proprio gruppo di coetanei, il senso di curiosità, fa tante domande e comincia a rispettare le regole.

    Problemi evolutivi di sviluppo

    Lo sviluppo cognitivo del bambino, come descritto, segue delle fasi specifiche di maturazione, che è opportuno conoscere, per notare eventuali problemi e difficoltà evolutive.

    Tale sviluppo non è però uguale per tutti, bensì può svilupparsi in modo diverso, e qualche ritardo può essere normale.

    E’ comunque fondamentale prestare molta attenzione a tutte le difficoltà che possono presentarsi nello sviluppo cognitivo di vostro figlio.

    Ad esempio, quando l’attività del camminare avviene più tardi, questo può influire negativamente nello sviluppo delle attività successive.

    Oppure, un ritardo nello sviluppo motorio può portare a disortografie verso i 7 e 8 anni.

    A sua volta, un ritardo nella scrittura può fare pensare a qualche ritardo, instabilità dell’attenzione o dislessie.

    Sono tutti segnali che vanno immediatamente colti, senza però saltare a conclusioni affrettate, ma avvalendosi dell’aiuto di un esperto per capirne la causa e perfezionare le abilità.

    Bibliografia

    Shaffer R. H, (2004), Psicologia dello sviluppo. Un’introduzione, Raffaello Cortina Editore

  • Bisogni emotivi del bambino e dell’adolescente durante la crescita

    bisogni emotivi

    Nell’articolo precedente abbiamo parlato dei bisogni fondamentali dei bambini da un punto di vista fisiologico e psicologico.

    In questo articolo voglio approfondire un altro tipo di bisogno da soddisfare durante il periodo di crescita di un bambino all’interno del nucleo famigliare. Si tratta dei bisogni emotivi ed affettivi.

    Rafforzare le risorse personali con la vicinanza emotiva

    L’infanzia e l’adolescenza sono considerate dagli esperti fasi molto delicate di sviluppo. È in questo periodo che si formano le risorse personali necessarie per fronteggiare le difficoltà della vita e difendersi dai momenti critici.

    Tante sono le risorse richieste per affrontare la crescita in modo armonioso e per sviluppare la propria forza, autostima ed indipendenza dai genitori e dalle figure di riferimento.

    Il giusto equilibrio tra autonomia e fiducia viene acquisito con il tempo da un bambino che ha la possibilità di crescere in un determinato ambiente e contesto sociale e famigliare.

    I fattori di protezione sono definiti come gli elementi che favoriscono lo sviluppo, nel minore, di queste caratteristiche positive.

    Essi vengono implementati da tutti gli adulti con cui il piccolo cresce, dalla scuola e dal gruppo di amici.

    È soprattutto attraverso la famiglia, tramite gli atteggiamenti, l’educazione e i valori che si trasmette al bambino la forza e l’esempio per poter acquisire determinate caratteristiche e risorse personali.

    Nello specifico, il fattore di protezione più importante è riuscire a soddisfare i bisogni emotivi dei bambini durante la loro crescita, proteggendoli e, allo stesso tempo, spianando loro la strada per la vita nel mondo degli adulti.

    Grazie all’amore, alle attenzioni, alla vicinanza emotiva e, soprattutto, al dialogo partecipato ed al confronto, è possibile cogliere nel minore, soprattutto se adolescente, campanelli di allarme o segnali di disagio.

    Bisogni emotivi e disagio durante la crescita

    Prestare attenzione ai comportamenti di vostro figlio può rivelarsi davvero fondamentale al fine di attuare una prevenzione di situazioni a rischio.

    Nell’adolescenza, se il minore non ha sviluppato solide risorse personali, è possibile che in situazioni difficoltose e di incertezza, il ragazzo non disponga di forze adeguate e le affronti avvicinandosi al mondo delle dipendenze.

    Se notate che voglio figlio mette in atto stranezze comportamentali, che includono:

    • La ricerca di sensazioni forti
    • La ricerca di stimoli sempre nuovi
    • Annoiarsi facilmente
    • Ottenere scarsi risultati a scuola
    • Marinare la scuola
    • Rimanere fuori casa per lunghi periodi
    • Presentare disturbi alimentari o depressioni
    • Dimostrare ansie e preoccupazioni senza motivo
    • L’essere vittima di violenze, bullismo
    • Mettere in atto atteggiamenti prevaricanti e violenti

    può essere il segnale di un disagio interiore sviluppato.

    Tra le cause di un disagio interiore nel bambino si trova spesso la trascuratezza affettiva ed il disagio emotivo, causato da una mancata o scorretta educazione alle emozioni da parte della famiglia.

    Ma cosa può aumentare la vulnerabilità di un figlio?

    Come si possono rafforzare le sue risorse personali?

    Le cure affettive durante la crescita

    Come già trattato in articoli precedenti sulla capacità genitoriale, un consiglio che mi sento di dare a tutti i genitori è di fare attenzione alle cure affettive date al piccolo, oltre alle attenzioni materiali.

    Creare una rete di protezione attorno al bambino, da un lato, lasciandogli però scoprire il mondo in autonomia, dall’altro, sono i punti di forza di una educazione che stimola le risorse personali di un figlio.

    Per fare questo è importante instaurare un rapporto di fiducia ed amicizia con vostro figlio.

    La comunicazione, sempre attenta, premurosa e presente, è fondamentale al fine di individuare eventuali problemi e stati d’animo che possano causare insicurezze e fragilità nel minore.

    Vediamo ora insieme alcune buone prassi educative da tenere:

    • Fornire una educazione non autoritaria ma autorevole, con regole chiare
    • Dare indicazioni sulle conseguenze di un’azione contraria alle regole
    • Supportare e fornire rinforzi positivi per ogni risultato o obiettivo raggiunto
    • Sostenere, aiutare in caso di difficoltà fornendo le indicazioni di come migliorarsi
    • Effettuare ragionamenti, fornire sempre spiegazioni concrete e comprensibili
    • Lasciare che il bambino effettui scelte proprie e intraprenda azioni da solo, fornendo solo una supervisione
    • Indicare e spiegare ciò che è sbagliato, fornendo alternative da poter scegliere
    • Educare in modo coerente nel nucleo famigliare
    • Indirizzare il bambino nelle attività e nei compiti, lasciandolo protagonista

    Se guardando questo modello educativo c’è qualcosa che vi sentite di migliorare nel rapporto con vostro figlio, è consigliabile rivolgersi ad un esperto che possa fornirvi le linee guida giuste per sostenere i bisogni emotivi dei vostri bambini.

    Come incentivare l’empatia

    L’affetto può essere dimostrato e raccontato ad un figlio, attraverso il proprio comportamento e le proprie parole.

    Anche il comportamento non verbale formato da gesti e espressioni del volto è importante per trasmettere ed insegnare sensazioni e stati d’animo al bambino.

    Attenzione anche alle sgridate!

    Usare un tono di voce calmo, sereno, con parole positive e calorose trasmette tranquillità e può più facilmente portare ad un cambiamento nel comportamento.

    Urlare, sgridare con tono di voce alto, usando termini forti e decisivi, non fa altro che fare aumentare la rabbia nel bambino, sarà più difficile per lui comprendere il proprio errore.

    Avvicinarsi fisicamente al piccolo, accostarsi alla sua altezza e spiegare in modo chiaro e sereno un comportamento sbagliato è la soluzione migliore per ottenere rispetto e comprensione, diventando un esempio educativo ed un punto di riferimento.

    L’empatia dei bambini si forma osservando il modo in cui le altre persone attorno a lui reagiscono alla sofferenza altrui, essi infatti imitano l’esempio che osservano.

    Una maggiore sensibilità ed emotività nella famiglia di origine può incentivare lo sviluppo dell’emotività e dell’empatia nel bambino.

    I ripetuti scambi tra genitori e figli promuovono lo sviluppo delle capacità affettive dei bambini.

    Ad esempio, se vostro figlio si sente triste è bene fargli sentire che capite ciò che sta provando.

    Se il bambino si sente in colpa per qualcosa, è vostro compito “sintonizzarvi” sulla sua frequenza emotiva, mostrandogli che capite ciò che gli sta succedendo.

    Questo processo viene definito con il nome di “sintonizzazione affettiva”.

    Tramite questo passaggio il bambino si sente compreso, può imparare l’alfabeto delle emozioni e sviluppa la propria empatia verso gli stati d’animo altrui e le loro sofferenze.

    Trascurare i bisogni emotivi di un figlio può predisporre un bambino ad atteggiamenti di freddezza emotiva, evitamento ed allontanamento.

  • I bisogni fondamentali dei bambini: conoscerli per soddisfarli

    Bisogni fondamentali dei bambini

    Quali sono i bisogni fondamentali dei bambini? Quali sono i bisogni che devono essere soddisfatti?

    E’ necessario conoscere i bisogni fondamentali ed irrinunciabili dei bambini per essere in grado di soddisfarli.

    La soddisfazione di questi bisogni vitali permette ai bambini di crescere in modo armonioso e sereno, verso l’autonomia e l’auto-realizzazione.

    Naturalmente non è possibile soddisfare tutti i bisogni, non si richiede la perfezione, e ciò non fa di voi dei cattivi genitori.

    Quello che tentiamo di fare, in questa sede, è offrirvi degli spunti di riflessione e consigli pratici per fare del vostro meglio per i vostri figli.

    I bisogni fondamentali secondo Maslow

    Per introdurre l’argomento illustriamo i bisogni individuati da uno psicoterapeuta umanista, A. Maslow, che li ha paragonati a una serie di strati che compongono una piramide dal basso verso l’alto.

    Una gerarchia di bisogni, da quelli più basilari ed elementari a quelli più astratti e complessi.

    Una volta soddisfatto e assicurato il primo strato si può passare alla realizzazione di quello successivo.

    I primi bisogni fondamentali sono quelli fisiologici:

    • La respirazione;
    • L’alimentazione;
    • Il sonno.

    Rappresentano per i bambini i punti focali intorno ai quali gravita la soddisfazione di tutti gli altri bisogni divenendo forti mezzi di comunicazione tra i genitori e il bambino.

    Seguono tutti gli altri bisogni che assumono un importantissimo significato psicologico:

    • Sicurezza, che motivano a ricercare protezione e contatto;
    • Appartenenza e amore, che conducono a comportamenti volti a dare e ricevere amore;
    • Stima e riconoscimento, con comportamenti e atteggiamenti tesi a ottenere il riconoscimento da parte degli altri per le nostre azioni, influenzando la nostra autostima;
    • Auto-realizzazione, che portano a comportamenti e atteggiamenti volti ad esprimere le nostre potenzialità, la creatività, la spontaneità, anche al fine di poter comprendere meglio noi stessi e il mondo che ci circonda.

    I bisogni psicologici dei bambini e buone pratiche

    Rispetto per la personalità del bambino

    Rispetto significa molte cose: avere riguardo per i suoi tempi di crescita, ascoltarlo e rispondere alle sue richieste con sincerità, riconoscere i suoi sentimenti di rabbia, collera o tristezza senza negarli, lasciarlo libero di esprimere la propria personalità senza imposizioni.

    Ai bambini infatti piace che qualche volta i grandi siano affettuosi e gentili con lui, che evitino le critiche distruttive e, allo stesso tempo, che mostrino di tanto in tanto interesse per quello che fanno.

    I bambini si rendono facilmente conto se un adulto è bene o mal disposto nei loro confronti, se è sincero o se li inganna.

    Se si vuole stabilire un clima di fiducia è quindi necessario che la comunicazione non venga continuamente banalizzata o svuotata della sua autenticità.

    La qualità del tempo degli adulti

    La qualità del tempo trascorso con i figli è più importante della quantità, sicuramente.

    Se però la quantità di tempo si abbassa troppo anche la qualità si riduce.

    I bambini, infatti, sono molto sensibili alla presenza fisica delle proprie figure di attaccamento.

    Un attaccamento sicuro: il genitore deve essere in grado di offrire al bambino la propria base sicura e, allo stesso tempo, deve garantirgli la possibilità di esplorare e sperimentare la realtà circostante.

    Rispetto per i tempi dei bambini

    E’ necessario rispettare la gradualità dello sviluppo dei bambini, sia per non metterli di fronte a situazioni che non sono ancora in grado di gestire, in riferimento alle loro capacità.

    Rispettare i loro tempi significa fare attenzione e riconoscere i tempi del loro sviluppo e della loro maturazione.

    Il diritto al gioco

    Il bambino, sin dai primi mesi di vita, interagisce con il mondo circostante attraverso il gioco.

    I bambini hanno bisogno di giocare, nel vero senso della parola, è proprio un loro bisogno fondamentale in riferimento alla possibilità di esprimersi e sviluppare abilità e competenze sociali, relazionali, affettive e cognitive.

    Bibliografia

    Maslow A, (2010), Motivazione e personalità, Armando Editore

    Brazelton B. T, Greenspan I. S, (2001), I bisogni irrinunciabili dei bambini, Cortina Raffaello

  • Disturbi comportamentali nei figli adottivi: manuale di istruzioni per genitori

    disturbi comportamentaliOgni cambiamento comporta sempre un certo stress: un bambino in balìa degli eventi può essere coinvolto in emozioni differenti: dalla paura alla rabbia, sentendosi frustrato, insofferente, spaventato o confuso.

    Appena arrivato a casa, il bambino potrebbe mostrare sintomi di disturbi comportamentali, come avere un sonno agitato, dire sempre di no, essere sempre contrariato, fare pipì a letto, divincolarsi dagli abbracci o rifiutare il cibo.

    Alcuni bambini si abituano in fretta alle regole della nuova famiglia, ai volti nuovi, alle nuove abitudini, altri invece potrebbero avere bisogno di più tempo per adeguarsi agli orari, gli spazi, gli abiti, i linguaggi ed i cibi della nuova famiglia.

    Le difficoltà di adattamento. Cosa fare

    Le difficoltà di adattamento di un bambino appena arrivato nella nuova casa, possono presentare tali disturbi:

    1. Difficoltà e disturbi del sonno.

    Un bambino che attraversa un momento di cambiamento può vivere in uno stato continuo di allerta, che lo porta ad esperire uno stato di vigilanza, provocato dalla paura, che rende difficile l’addomentamento o il sonno ristoratore.

    La vicinanza, l’affetto e le dimostrazioni di amore sono fondamentali per rassicurare il piccolo che le sue paure non hanno motivo di esistere, trovandosi in un ambiente sicuro e protettivo.

    2.Terrori notturni e incubi.

    Un bambino che fa fatica ad addormentarsi è più incline agli incubi notturni. Il piccolo può svegliarsi in preda al pianto e avere bisogno di un adulto accanto per riaddormentarsi.

    I sogni d’angoscia insorgono nell’età prescolare, dai 2 anni, con apice tra i 3 e i 4 anni.

    Ma non fatevi prendere dal panico! I problemi collegati al sonno tendono a scomparire con il tempo, ma è possibile che riemergano, in concomitanza ad uno stress che comporta tensione.

    3.Enuresi.

    Fare pipì a letto è molto più frequente di quel che si pensi, in tutti i bambini. Ricerche hanno dimostrato che il 15% dei bambini di 5 anni presenta questo disturbo almeno una volta al mese.

    Alla base di questo disturbo vi sono diverse motivazioni psicologiche, come sentimenti di inferiorità, rabbia repressa, risentimento.

    Bambini che hanno subìto maltrattamenti e trascuratezze gravi possono soffrire di enuresi in una forma più acuta e persistente.

    Non ci si deve scoraggiare, spaventarsi o preoccuparsi se il disturbo persiste nel tempo: le rassicurazioni e un ambiente sereno e amorevole saranno fattori protettivi rispetto al problema.

    Le difficoltà comportamentali. Come riconoscerle e gestirle

    In un figlio adottivo è possibile riscontrare, già in tenera età, difficoltà comportamentali, causate da trascuratezze, indisponibilità di affetto da parte dei genitori biologici nei confronti del neonato o violenze subite.

    Non è infrequente trovare, in bambini con un passato tormentato alle spalle, elementi comportamentali di isolamento, rifiuto rabbioso, scarsa autostima, aggressività ed ostilità ma soprattutto rabbia.

    Disturbi comportamentali possono manifestarsi all’asilo nido, alla materna, ma anche in età prescolare con depressioni e pianti.

    Il contatto con le nuove figure genitoriali adottive, la frequenza scolastica, la conoscenza dei nuovi amici ed un ambiente protettivo, sono esperienze necessarie per favorire una crescita armoniosa di un bambino con un passato difficile.

    Tra le difficoltà comportamentali, si possono trovare:

    1. Disturbi dell’attenzione o da iperattività caratterizzati da:

    • Difficoltà di apprendimento;
    • Rendimento scolastico compromesso;
    • Eccessiva attività motoria;
    • Difficoltà a mantenere una posizione;
    • Incapacità a rimanere seduti;
    • Parlare troppo e fuori luogo;
    • Interrompere gli altri con grande impazienza.

    2. Disturbo oppositivo provocatorio associato a:

    • Atteggiamenti oppostivi, di ostilità;
    • Perdita di controllo sui propri impulsi;
    • Alta litigiosità con i pari;
    • Atteggiamenti di sfida verso le regole e il mondo degli adulti;
    • Rifiuto con irritabilità;
    • Intolleranza e rancore.

    3. Disturbi della condotta caratterizzati da:

    • Comportamenti ripetitivi e persistenti;
    • Violazione di norme e regole societarie;
    • Condotte aggressive nei confronti di proprietà, persone o animali;
    • Reati di frode e furto;
    • Marinare la scuola, rientrare a casa molto tardi, fughe reiterate.

    L’osservazione di tali atteggiamenti da parte dei genitori e degli insegnanti si rivela importante, allo scopo di riconoscere tali disturbi che possono terminare, grazie all’intervento ed al sostegno esperto di un pedagogista.

    Ciò che è bene fare è insegnare al bambino a svolgere le attività seguendo le istruzioni per piccoli passi, sostenendo sempre i comportamenti corretti, sottolineando i progressi, permettendo di svolgere alcuni compiti in movimento o in piedi, senza forzarlo.

    Una educazione incoerente, maltrattamenti, gravi carenze pedagogiche, eccessiva severità, punizioni autoritarie o una eccessiva indulgenza, possono predisporre l’insorgenza di questi disturbi comportamentali, i quali possono aggravarsi con il passare del tempo.

    Lavorare sui sentimenti e sulle emozioni

    Lavorare sulle emozioni è uno dei capisaldi della capacità genitoriale: non solo le cure materiali rientrano in una buona genitorialità, bensì anche e soprattutto le cure affettive e le attenzioni emotive.

    Con l’arrivo di un nuovo elemento in famiglia, che si tratti di un fratellino o una sorellina, tutti i bambini provano un sentimento di gelosia, che rappresenta uno stato d’animo fisiologico e naturale.

    Saperlo riconoscere e gestire è molto importante, e la consulenza pedagogica è importante per non incorrere nel rischio di alimentare tale sentimento con comportamenti educativi sbagliati.

    Un bambino geloso adotterà comportamenti capricciosi, disobbedienti ed aggressivi, ribellandosi a dividere affetti e giochi con il nuovo arrivato.

    Un genitore deve tenere bene a mente che è fondamentale evitare di fare paragoni tra i bambini, mostrando preferenze o disparità di trattamento, rischiando di fare accrescere la conflittualità tra i fratelli.

    Anche la rabbia e il risentimento sono sentimenti che possono presentarsi all’arrivo di un fratello in famiglia: è bene essere preparati per poter prevenire disturbi comportamentali che possono presentarsi durante la crescita.

    Se negati o ignorati, tali sentimenti possono predisporre il bambino a disagi, problemi relazionali con i propri pari e disturbi comportamentali e psicosomatici.

    Aiutare i bambini ad esprimersi attraverso i giochi, le rappresentazioni, i disegni, la scrittura, è una strategia fondamentale per liberare le emozioni, sfogarle e imparare a gestirle.

    È bene aumentare l’autostima del piccolo, sottolineandone i risultati positivi, le piccole vittorie, rassicurandolo sulle proprie qualità e facendolo sentire apprezzato.

    Tra le emozioni esperite da un bambino adottato possono rientrare tristezza, rabbia, ansia da separazione, che sono frequenti e prevedibili nelle prime fasi dell’inserimento nella nuova famiglia.

    Paure improvvise, ingiustificate, possono caratterizzare alcuni bambini, alla luce delle loro esperienze passate.

    È necessario prestare loro molta attenzione, fornire sempre sostegno e disponibilità.

    Le difficoltà che il figlio adottivo ha vissuto nel suo passato emergono attraverso i comportamenti più che attraverso le sue parole.

    Creare un clima accogliente è fondamentale per far sì che possa fidarsi di voi.

  • I disturbi comportamentali e psicologici nei bambini adottati

    bambini adottati

    L’adozione costituisce un momento, o per meglio dire un percorso, molto delicato e problematico per i genitori ma soprattutto per i bambini.

    Per i genitori può essere fonte di dubbi e preoccupazione, di instabilità e debolezze, sia prima che dopo la scelta dell’adozione.

    Per i bambini invece può rappresentare un momento di grande transizione, di incertezza, di instabilità, e può essere fonte di disturbi di varia natura.

    Disturbi comportamentali e psicologici dei bambini adottati

    Alcuni studi affermano che i bambini adottati potrebbero manifestare maggiormente, rispetto ai bambini non adottati, disturbi o problemi comportamentali e psicologici.

    Disturbi che tendono a manifestarsi soprattutto nella fase adolescenziale.

    Gli adolescenti adottati, dunque, possono avere più problemi di vario genere, emotivi e comportamentali, rispetto ai loro coetanei non adottati.

    Problemi e difficoltà che possono essere legati soprattutto alla regolazione emotiva e relazionale, all’adattamento sociale e ai disturbi dell’apprendimento e dell’attenzione.

    Ciò è confermato anche dalla letteratura relativa all’adozione nazionale ed internazionale.

    La predisposizione a tutte queste problematiche può essere ricondotta alle esperienze negative e traumatiche che possono avere vissuto.

    Infatti, l’impatto con esperienze traumatiche in età precoce può avere un’influenza negativa sulla persona e sulla sua organizzazione psicologica.

    Le esperienze dolorose e le carenze affettive hanno una forte incidenza sul bambino.

    Come preparare i genitori adottivi

    La famiglia adottiva, se ben preparata e sostenuta, può rappresentare un fattore di resilienza nel difficile percorso di vita di questi minori.

    Appare dunque chiaramente la necessità di accompagnare da subito la creazione di legami familiari adottivi promuovendo interventi di sostegno e aiuto precoci, per leggere in tempo i segnali di disagio. 

    Programmi di informazione e preparazione dei genitori adottivi possono aumentare il senso di autoefficacia genitoriale e le abilità nel fronteggiare i comportamenti più difficili.

    In questo senso, fondamentale risultano l’accompagnamento e il sostegno nell’adozione, da parte di un esperto pedagogista, in grado di sostenere la famiglia adottiva in tutto il percorso.

  • Figli adottivi e gli altri: i parenti, gli amici, la scuola

    figli adottivi

    Quando sono in arrivo figli adottivi, non ci è possibile sapere quali saranno le reazioni dei nostri amici e parenti, al nostro annuncio.

    Potrebbero giudicarci, allontanarci o accogliere il piccolo ed essere felici per noi.

    Purtroppo anche persone che abbiamo sempre ritenuto comprensive, possono somministrarci dubbi e perplessità, sconsigliarci di intraprendere questo percorso e preferirne altri, come la fecondazione assistita.

    La reazione dei parenti

    Gli zii, i cugini, i futuri nonni, possono accogliere i figli adottivi con serenità, permettendogli a sua volta di inserirsi e di sentirsi amati in famiglia, oppure restare scettici.

    Come in ogni famiglia, anche in quelle adottive si verifica che, se vi sono problemi relazionali preesistenti tra nonni e genitori, anche i figli finiscono per risentirne, anche se si tratta sempre di problemi antecedenti all’adozione.

    Se esiste questo stato di tensione è bene provare a mitigarlo, in modo da preparare un ambiente sereno e disteso per l’arrivo del piccolo adottato, che si troverà catapultato tra persone nuove di cui dovrà imparare a fidarsi.

    La presenza di fratellini o sorelline è un’altra importante sfida: questi devono, infatti, essere sempre rassicurati in merito al fatto che l’affetto nutrito e dimostrato nei loro confronti non cesserà con l’arrivo dei figli adottivi.

    Il timore che i genitori possano amarli di meno, il rischio di perdere le attenzioni, di essere considerati e stare al centro dell’attenzione appartiene a tutti i bambini che aspettano un fratello o una sorella.

    In questo senso la comunicazione e il dialogo si rivelano fondamentali.

    Portare con sé, nel lungo percorso dell’adozione, i propri figli naturali, equivale a renderli partecipi di quella che sarà l’attesa di un evento meraviglioso, condiviso da tutta la famiglia.

    Tra figli naturali e figli adottivi si può scatenare la gelosia: con l’arrivo di un fratello, che sia di sangue o adottivo, è naturale nutrire questo sentimento.

    Le conseguenze del sentimento di gelosia possono manifestarsi con capricci, pianti, liti, che devono essere prontamente gestite dal genitore in modo comprensivo.

    Tale stato d’animo deve essere affrontato dal genitore, che ha il compito di dialogare e comunicare in modo positivo e costruttivo con i bambini, nella loro importante fase di sviluppo, rivelando la sua capacità genitoriale.

    Sbagliato è l’atteggiamento di svalutare e paragonare i bambini tra loro: premiare uno più bravo a discapito dell’altro messo in punizione, costituirebbe una “gara” tra i due aumentando la conflittualità.

    È proprio di fronte a queste sfide che i piccoli cominciano a studiare i modelli proposti dai loro genitori, dalle loro figure di riferimento, con le quali crescono e da cui assorbono le esperienze e le fanno proprie.

    La conflittualità alimentata dai genitori con strategie educative sbagliate può segnare il rapporto tra fratelli anche in età adulta, spesso anche in modo definitivo.

    Bambini adottati e la scuola

    L’ingresso nel mondo dei pari e della scuola è una sfida altrettanto impegnativa che ancora una volta spetta ai genitori adottivi.

    Presentare il nuovo arrivato agli amici, ai parenti ed ai futuri compagni di scuola è una delle fasi più delicate e necessarie per creare attorno al piccolo una rete di accettazione ed affetto importante.

    È sempre bene non lasciare il bambino solo ad affrontare le domande e le questioni poste dai propri pari, a scuola, in merito alla propria situazione di adottato, con il rischio di farlo sentire diverso dagli altri.

    Al giorno d’oggi la famiglia non si presenta più come una organizzazione rigida ma essa è il posto in cui c’è amore ed accoglienza per tutti.

    La famiglia può essere formata da amici stretti, colleghi di lavoro a cui vogliamo bene, figli naturali, in affido, adottati, figli del partner.

    I compagni di scuola non sono sempre preparati dalle proprie famiglie di origine ad accogliere un nuovo compagno, accettando e comprendendo la sua provenienza, vista come estranea al nucleo famigliare.

    Spiegare l’adozione ad un pari non è facile, è un passaggio che necessita l’aiuto ed il sostegno degli adulti, siano la famiglia o gli insegnanti a scuola.

    La curiosità può favorire il dialogo e la scoperta ma può anche spaventare, in certi casi. Alcuni bambini potrebbero prendere di mira il nuovo arrivato e colpirlo nella sua diversità per sentirsi superiori ed affermarsi nel gruppo di pari.

    Il ruolo degli insegnanti si rivela importante nel sostenere i bambini nelle classi, facendo lavorare i bambini insieme per favorire l’integrazione dei ragazzi nuovi arrivati.

    Non è necessario ottenere il consenso di tutti i nostri amici e parenti quando prendiamo una decisione importante per noi e per il nostro futuro.

    Come in tutte le cose sarebbe bello essere appoggiati, ma se così non fosse dovremmo imparare ad accettarlo e proseguire per la nostra strada.

    Evitare di portare rancore e di arrabbiarsi è dunque consigliato, l’emotività può condurre a situazioni non chiarite che si protraggono nel tempo e non contemplano soluzioni.

    Prima dell’arrivo del bambino è sempre meglio educare, a nostra volta, le persone che ci circondano, spiegando le nostre motivazioni e fornendo alcune accortezze sulla situazione.

  • Perché preferire l’affidamento ai nonni? Un approfondimento

    affidamento ai nonni

    Nei precedenti articoli abbiamo ampiamente trattato il discorso sull’affidamento, spiegando le caratteristiche e le motivazioni del suo utilizzo.

    L’affidamento familiare è uno strumento temporaneo che prevede, in caso di inadeguatezza genitoriale,  l’affidamento del minore a terzi.

    Il minore può essere affidato, su decisione del giudice, a parenti stretti, nonni o zii, ad un altra famiglia, o ad una comunità, per poi valutare un suo rientro nella famiglia d’origine.

    La scelta migliore sarebbe quella di affidare il bambino all’interno della sua cerchia familiare, o comunque a persone con le quali ha rapporti abituali.

    Il minore rimarrebbe così all’interno del proprio nucleo famigliare, e ciò gli eviterebbe un ulteriore shock.

    L’affidamento ai nonni può essere dunque un’ottima soluzione.

    Diritti e doveri dei nonni

    I nonni hanno tutta una legislazione che li riguarda, con diritti e doveri specifici.

    Il nipote vuole stare con loro anche se i genitori sono separati o lontano dai figli? Ebbene si, può “pretenderlo” perché è un suo diritto.

    I nonni hanno dunque il diritto di conservare rapporti significativi con i nipoti.

    Ma non solo, i nonni hanno l’obbligo di mantenimento dei nipoti se i genitori non sono in grado di farlo.

    ll rapporto di parentela tra nonno e nipote sussiste nel caso in cui la filiazione sia avvenuta all’interno del matrimonio, al di fuori del matrimonio ma anche quando il nipote è un figlio adottivo.

    Il codice civile prevede che «gli ascendenti hanno diritto di mantenere rapporti significativi con i nipoti minorenni»; inoltre, nel caso in cui si verifichi la disgregazione del nucleo familiare si prevede in capo ai nipoti «il diritto di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale».

    Fino al 2006 l’unico aspetto del rapporto tra nonni e nipoti regolato dalla legge era l’obbligo sussidiario, di mantenerli cioè laddove i loro genitori non potessero.

    Viene quindi introdotto con la  L. 54/2006 il diritto dei minori a conservare rapporti significativi con gli ascendenti e i parenti di ciascun ramo genitoriale, pure in caso di separazione dei genitori.

    La riforma della filiazione ha sancito un diritto soggettivo degli ascendenti, stabilendo che gli stessi «hanno diritto di mantenere rapporti significativi con i nipoti minorenni».

    Inoltre «l’ascendente al quale è impedito l’esercizio di tale diritto può ricorrere al giudice del luogo di residenza del minore affinché siano adottati i provvedimenti più idonei nell’esclusivo interesse del minore».

    L’affidamento ai nonni

    Al giorno d’oggi, i nonni accudiscono i nipoti quando i genitori sono assenti e danno spesso un aiuto economico alla famiglia.

    La loro presenza è anche un punto fermo e di conforto quando la famiglia attraversa momenti di difficoltà, che richiedono una separazione o un affidamento temporaneo.

    I nonni, in questi casi, fungono da supporto emotivo per i nipoti in un momento in cui le loro certezze si sgretolano.

    In queste situazioni, rappresentano un importante fattore di protezione proprio per la continuità emotiva che assicurano.

    L’affidamento ai nonni può avvenire solo in quei casi in cui il giudice ritenga che non vi siano le condizioni perché il minore possa vivere e crescere nella propria famiglia di origine, per via di una situazione di abbandono o per mancanza di assistenza materiale e morale, grave e irreversibile.

    Si evita così la dichiarazione dello stato di adottabilità e il minore resta in famiglia.

    I nonni devono però essere giudicati idonei e adeguati ad adempiere a tutti i bisogni del minore: materiali, morali, educativi e di cura.

    Essi devono essere in grado di assicurare  una situazione affettiva, morale e materiale idonea per un adeguato equilibrio psicofisico e armonioso sviluppo della sua personalità.

    Una sentenza della Cassazione, ad esempio, ha escluso l’affidamento ai nonni che si sarebbe risolto nell’esposizione dei bambini a una situazione di pericolo per la loro crescita.

    L’affidamento ai nonni dovrebbe essere visto come la regola generale; naturalmente però bisogna sempre valutare i singoli casi specifici e decidere per il bene di quel minore.

    Il giudice dunque deve valutare sempre prioritariamente i comportamenti che possano recare un pregiudizio al minore e a tutelarne la crescita sana ed equilibrata.

    Bibliografia

    Moro C. A, (2014), Manuale di diritto minorile, Zanichelli Bologna

  • Affidamento e adozione: la continuità affettiva è legge

    affidamento e adozione

    Questo intervento ripercorre affidamento e adozione, quali importanti istituti di presa in carico di un bambino in difficoltà, sottolineandone i punti in comune e le differenze.

    L’attenzione viene poi focalizzata su quella che viene definita “continuità affettiva”, ovvero la possibilità di trasformare un affido in un atto di adozione.

    L’affidamento

    Come già illustrato in precedenza, lo scopo dell’affido di un minore è quello di assicurare al bambino di poter crescere in un ambiente armonioso e sereno, in cui potrà essere amato ed accudito.

    I bambini che per motivi gravi sono costretti ad allontanarsi dalla propria famiglia d’origine sono affidati, in un primo momento, alle cure dei Servizi sociali, i quali hanno il compito di affidarli temporaneamente a parenti o ad altra famiglia.

    Un affido comporta naturalmente la disposizione ad accogliere un bambino nella propria vita, accudirlo, coccolarlo e garantirgli educazione e cure che non ha potuto avere nella propria famiglia di provenienza.

    Vediamo ora quali sono i casi in cui una famiglia non è ritenuta idonea all’educazione del figlio, perdendo così la possibilità di prendersene cura:

    • Atti di noncuranza, trascuratezze, maltrattamenti sul bambino;
    • Un ambiente famigliare caratterizzato da violenza psicologica e fisica;
    • Instabilità economica molto grave;
    • Condizioni sanitarie al limite.

    In questi ed altri casi, gli Assistenti sociali sono i Servizi predisposti per l’aiuto al bambino, ma sarà poi compito del Giudice tutelare prendere una decisione in merito all’allontanamento del piccolo dai genitori naturali ed ad un suo eventuale affidamento.

    Come stabilito dalla legge, i soggetti che possono dare la disponibilità di attivare un affidamento devono essere:

    • Sposati con figli in età minore;
    • Persone singole o coniugi senza figli;
    • Una comunità di tipo famigliare.

    L’affidamento, detto anche consensuale, prevede una serie di consensi tra cui anche quello dei genitori naturali del bambino.

    Ma, in caso di consenso negato da parte di questi, il Tribunale può decidere di procedere con l’affido se esso è nell’interesse, sempre prevalente, del minore.

    Poiché si tratta di un provvedimento temporaneo, viene stabilito dalla Legge che l’affidamento non può durare più di due mesi.

    Se tale periodo si prolunga, il decreto comunque cessa al compimento del diciottesimo anno di età del bambino.

    In certi casi, l’affido può prolungarsi oltre i termini stabiliti, quando sono in corso progettualità particolari che è necessario portare a termine, sempre in accordo con i Servizi sociali.

    L’istituto dell’affidamento familiare, essendo temporaneo, è un sostegno educativo ed affettivo per il bambino, che non interrompe i rapporti con la famiglia di origine, dalla quale potrà tornare una volta risanati i problemi che li hanno fatti allontanare.

    L’adozione

    Affidamento e adozione sono provvedimenti simili ma diversamente disciplinati, differenti sono infatti i requisiti per poterli richiedere e le conseguenze giuridiche per il bambino e la famiglia.

    L’atto di adottare un bambino non ha solo lo scopo di accogliere un bambino in difficoltà e bisognoso di cure, bensì configura una responsabilità maggiore: si diventa la nuova famiglia del piccolo in modo stabile e duraturo.

    Come già trattato in un precedente intervento, di seguito i requisiti dei futuri genitori adottivi:

    • Essere coniugati da almeno 3 anni o non sposati ma conviventi da almeno 3 anni;
    • Non essere separati;
    • Avere un’età che supera di almeno 18 anni e ma non i 45 anni l’età del bambino adottato;
    • Avere una buona situazione economica e lavorativa;
    • Essere di sana costituzione psico-fisica.

    L’adozione è un provvedimento definitivo che si attiva quando il minore viene dichiarato in stato di abbandono, come previsto dalle normative sull’adozione nazionale.

    La situazione famigliare del bambino è dunque diversa: non si tratta più di un problema temporaneo ma di un evento definitivo con il quale il minore cessa di avere rapporti con la famiglia d’origine.

    Un riassunto delle differenze principali

    Affidamento e adozione sono caratterizzati da alcune differenze, che possono essere riassunte per punti, sulla base di quello descritto in precedenza, nel modo che segue:

    • La durata: L’affido è un atto temporaneo causato da un momento di difficoltà transitorio nella famiglia di origine, l’adozione è un provvedimento definitivo;
    • Lo stato giuridico del minore: con l’adozione, atto permanente, il minore diventa a tutti gli effetti un figlio naturale e legittimo della coppia adottante, assumendone il cognome, cosa che non avviene con l’affidamento;
    • I rapporti con la famiglia d’origine: con l’affidamento il minore resta in contatto con i propri genitori e, al ripristino delle condizioni ottimali, egli potrà rientrare nella propria famiglia. Con l’adozione, invece, non vi è più alcun legame tra essi;
    • L’età dei genitori adottivi: con l’affidamento non vi sono limiti rispetto alla differenza di età tra minore e affidatari, come è invece disciplinato tra i requisiti per l’adozione.

    La continuità affettiva

    La Legge stabilisce che il periodo massimo di un affidamento sia di due mesi ma, come dimostrato e testimoniato dai casi concreti, la realtà è che tali tempistiche sono sempre più lunghe.

    Una nuova normativa ha dunque modificato la Legge n. 149 del 2001 e ha stabilito la possibilità di proseguire l’affidamento oltre i termini previsti, con l’eventualità di trasformare l’istituto in adozione.

    Si tratta della Legge n. 173 del 2015, definita “Legge sulla continuità affettiva”, che introduce una corsia preferenziale per le adozioni da parte delle famiglie affidatarie di minori in stato di abbandono.

    Questo perché, come delineato dalla normativa, il Tribunale dei Minorenni ha il dovere di “tenere conto dei legami affettivi significativi e del rapporto stabile e duraturo consolidatosi tra il minore e la famiglia affidataria”.

    In questa fase fondamentale è l’ascolto del minore, disposto sempre dal Tribunale nell’ottica di rispettare le sue volontà e per il suo esclusivo e prioritario interesse.

    Le famiglie affidatarie che potranno adottare il minore preso in carico dovranno però rientrare nei requisiti richiesti dalla Legge, così come specificati ed elencati in precedenza.

    È molto importante, terminato il periodo di affidamento, valutare la possibilità della permanenza del bambino in famiglia, poiché può essersi creato un  legame , il quale costituisce un riferimento educativo ed affettivo.

  • Ho adottato. E adesso? Consigli, buone pratiche e storie di adozioni

    storie di adozioni

    Ho adottato. E adesso? Come devo comportarmi? Cosa posso fare per essere un buon genitore?

    Tante sono le preoccupazioni, i dubbi, i timori: avrò fatto la scelta giusta? Riuscirò ad essere all’altezza di questa nuova situazione?

    Questo contributo ha l’intento di presentare consigli utili, buone pratiche e storie di adozioni, cercando di rispondere alle vostre preoccupazioni e ai vostri dubbi relativi al momento successivo all’avvenuta adozione.

    Non aspettatevi di trovare una ricetta preconfezionata, da utilizzare sempre e valida per tutti: i consigli e le pratiche devono essere sempre adattate alla vostra situazione specifica.

    Il cammino dell’adozione, come sappiamo, è un cammino lungo, impegnativo, che richiede convinzione e perseveranza, ma che naturalmente non manca di difficoltà.

    L’adozione è un mondo vastissimo e complesso, pieno di leggi, articoli, procedure, iter da seguire, che può certamente spaventare le persone che vogliono adottare.

    Ma, posso assicurarvi che, superata la paura iniziale, l’adozione potrà regalarvi emozioni bellissime e vi renderete conto che ne è valsa assolutamente la pena.

    Negli articoli precedenti abbiamo cercato di rispondere alle domande più frequenti: quali sono i requisiti necessari per adottare? Qual è l’iter per l’adozione nazionale? Come procedere per l’adozione internazionale?

    Abbiamo poi approfondito l’adozione in casi particolari, mostrando che anche per le persone singole, o comunque non coniugate, è possibile adottare un minore.

    Il post-adozione

    Con il rientro a casa della coppia con il bambino, inizia la fase più delicata dell’adozione che prende il nome di “post-adozione”. 

    Fase, cioè, dedicata al delicatissimo inserimento del minore nella nuova famiglia. 

    Tale inserimento del bambino necessita di un sostegno e di un supporto alla famiglia adottiva su tutte quelle che sono le dinamiche educative, comportamentali e comunicative. 

    Il sostegno alle famiglie, infatti, risulta di fondamentale importanza per accompagnare la famiglia adottiva nella crescita del bambino e fornire loro le risposte a dubbi e problematiche di varia natura. 

    In questo senso, di grande aiuto e utilità, sono sicuramente le consulenze pedagogiche, volte al sostegno della genitorialità, o la partecipazione della famiglia adottiva a percorsi individuali o di gruppo per incentivare la messa in discussione e il confronto. 

    I genitori adottivi devono essere sostenuti lungo l’intero cammino dell’adozione, prima, durante e dopo. 

    Consigli utili e buone pratiche

    Sicuramente, tempo e pazienza, prima di tutto. 

    I bambini, soprattutto all’inizio, proveranno tante emozioni, anche diverse e contrastanti tra loro, che devono essere sempre sostenute dai genitori adottivi. 

    Essi devono legittimare i vissuti del bambino, aiutandolo a rileggere la propria storia e le emozioni provate. 

    Di conseguenza, deve esserci un dialogo tra genitori adottivi e figli, in relazione all’età del bambino. 

    Un dialogo sincero sull’adozione, senza bugie, per esempio utilizzando libri, storie, racconti e narrazioni. 

    La lettura è sempre molto importante per affrontare il dialogo sui propri vissuti e sulle proprie emozioni, così come la scrittura della propria storia, per aiutare il bambino a comprendere i propri vissuti interiori. 

    Tutti questi consigli sono stati forniti nella speranza che possano esservi di aiuto per fronteggiare le difficoltà che si possono incontrare nella relazione con un figlio adottivo.

    Naturalmente, però, queste difficoltà e problematiche non sono uguali per tutti ma dipendono dalle singole e personali storie di adozioni ed esperienze.

    Tutto, infatti, dipende dalle singole storie di adozioni.

    Il consiglio ultimo che mi sento di dare ai genitori adottivi è questo: imparare a leggere ed interpretare le emozioni dei bambini, dal punto di vista del bambino stesso.

    Bibliografia

    Moro C. A, (2014), Manuale di diritto minorile, Zanichelli Bologna

× Richiedi una consulenza!