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consulenza pedagogica

  • La diversità spiegata ai bambini: alcuni spunti e consigli

    la diversità spiegata ai bambini

    Nei precedenti articoli abbiamo parlato della diversità e dell’importanza di educare i bambini a scuola, e a casa, al rispetto delle differenze.

    Fondamentale, dunque, è spiegare ai bambini la diversità, in modo semplice e sincero.

    Non siamo tutti uguali: ognuno di noi ha le proprie caratteristiche, peculiarità che lo rendono unico (per fortuna 😉 ).

    Ed è proprio questo che dovete insegnare ai vostri figli: a vivere in un mondo pieno di diversità, a condividerle e a rispettarle.

    La diversità spiegata ai bambini

    I bambini notano le differenze: non accettano, infatti, tutto e tutti, senza porsi domande.

    Sono, attenti osservatori e notano, come noi adulti, il colore della pelle, un difetto fisico, un comportamento che si discosta da quello che hanno la maggior parte delle persone.

    I bambini percepiscono odori diversi, colori diversi, forme diverse.

    Però non giudicano.

    Fanno domande perché sono curiosi, e vogliono sapere: perché io sono bianco e lui è marrone? Perché io cammino e lui usa la carrozzina? Perché a casa mia non vive un papà e a casa sua sì?

    Come parlare di diversità

    Negare le diversità è una mancanza di rispetto nei confronti di tutti.

    Rispondete alle domande che ti vengono poste in modo semplice e rispettoso, la comprensione dei bambini vi stupirà.

    Iniziate con esempi in cui ci si possa facilmente immedesimare: tu hai tanti capelli mentre il nonno è pelato, tu hai due braccia e quel bambino con emiplegia ha un braccio solo funzionante.

    Dalle differenze possono nascere opportunità.

    Cercate di suggerire momenti di interazione: aiuta il tuo amico che usa solo un braccio a prendere la palla e lui ti mostrerà come allacciarti le scarpe con una mano sola.

    Ricordate sempre ai vostri figli: è impossibile trovare due persone uguali!

    Siamo tutti unici: diverso aspetto, diversi gusti, diversi modi di fare, diversi interessi e diverse abilità.

    Come anticipato i bambini sono curiosi di natura, fanno un sacco di domande.

    Rispondetegli sempre, usando un linguaggio adatto alla loro età.

    Alcuni consigli

    E’ fondamentale iniziare a parlare ai bambini di diversità e, allo stesso tempo, di disabilità, con la stessa naturalezza che usiamo per parlare di altre cose.

    • Parla a tuo figlio delle cose che bambini con o senza disabilità hanno in comune.

    Parti da concetti facili da capire: hanno un naso e una bocca? Indossano una felpa coi personaggi preferiti? Gli piace il gelato oppure la focaccia? Hanno dei gusti proprio come te!

    Guida la discussione per arrivare a bisogni meno materiali come amici, rispetto ed inclusione.

    • I bambini con disabilità possono fare moltissime delle cose che fanno gli altri bambini.

    Magari ci mettono più tempo o hanno bisogno di un aiuto da parte di un ausilio o di un’altra persona.

    Spiegaglielo con un esempio: forse anche tu hai bisogno degli occhiali (ausilio) per vedere meglio o di qualcuno più alto di te (un’altra persona) per prendere i giochi dalla mensola più alta.

    • Fingere che le diversità non esistano serve solo a creare confusione.

    I bambini notano i particolari più incredibili, riconoscono tutti i personaggi dei cartoni che a noi adulti sembrano identici, credete davvero che non si accorgano che un altro bambino non cammini, non parli o che si comporti in modo diverso da loro?

    Diverso significa uguale

    In questo libro, Leone ha 6 anni e detesta mangiare i piselli. Gli piace camminare a testa in giù perché tutto sembra diverso.

    Leone guarda il mondo da un’altra prospettiva e ci presenta i suoi amici.

    Tutti bambini, tutti diversi, tutti uguali. Tutti come lui.

    Uguali perché ognuno di loro ha una peculiarità: paraplegico, cieco, down, rifugiato, diabetico, con due papà.

    Peculiarità narrate con la semplicità e la saggezza che solo i bambini hanno.

    Altre volte invece la disabilità diventa il canale per acquisire super poteri, e così Agata, bambina diabetica, viene presentata come una lottatrice di wrestling con due penne speciali che evitano di far perdere tempo al suo pancreas.

    E la prospettiva cambia. Cambia perché la diversità diventa un dettaglio, una peculiarità di ognuno dei personaggi di questo libro. Una peculiarità come le altre.

    Questo libro, in maniera delicata e potente, sovverte il reale. O forse no.

    Forse è il nostro sguardo a sovvertire il reale.

    La domanda che sorge spontanea è quanto spesso la disabilità diventi il filtro attraverso il quale una persona viene giudicata.

    Forse l’etichetta della disabilità è un costrutto comodo che utilizziamo per interpretare qualcosa di scomodo? Qualcosa nei confronti della quale non sappiamo reagire.

    Questo libro è interessante perché mette sullo stesso piano disabilità, differenze razziali e culturali.

    E lo fa senza paura, con la delicatezza del punto di vista dei bambini.

    E’ proprio così che va affrontato con i bambini il tema della diversità.

  • Per una educazione democratica, attiva e responsabile

    educazione democratica

    L’educazione democratica è un insieme di principi ed esperienze unite ad una pratica organizzativa di tipo democratico che riconosce ai ragazzi la capacità di decidere in modo attivo e autonomo.

    Decidere come, quando, cosa, dove e con chi imparare e condividere in modo paritario le scelte che riguardano i loro ambiti organizzativi.

    Inevitabilmente, il contesto privilegiato per la messa in opera di principi e pratiche democratiche così intesi è la scuola.

    Cosa è l’educazione democratica

    L’educazione democratica, o educazione libertaria, è una teoria che pone al centro del processo educativo la persona e non i meri concetti da apprendere.

    Al centro vi è la persona con le proprie capacità e interessi personali.

    In tale sistema, infatti, non esiste un’idea predefinita di buon adulto che si cerca di inculcare ai bambini.

    L’intento è, anzi, quello di spingerli a diventare se stessi e ad essere felici seguendo le proprie inclinazioni e coltivando i propri talenti.

    Il bambino merita ed è in grado di comprendere spiegazioni sin da quando è piccolissimo.

    Al centro del processo educativo c’è, dunque, la persona in tutta la sua individualità.

    Tale educazione insegna l’autonomia e l’indipendenza e spinge a nutrire la fiducia in se stessi partendo dalle proprie risorse interiori, senza cercare motivazione e sostegno nell’approvazione esterna.

    La scuola democratica

    ll contesto privilegiato per l’attuazione di tali principi e pratiche democratiche, come anticipato, è la scuola.

    La scuola è, infatti, la prima esperienza sociale del bambino.

    Affinché sia veramente tale è necessario che sia aperta a tutti e dunque a persone di diverse origini sociali, religiose, familiari.

    Le classi sono formate in modo eterogeneo per favorire la costruzione di uno spazio sociale comune.

    A scuola il ragazzo incontra altri ragazzi che non fanno parte della sua comunità e della sua famiglia.

    Ed è con loro che già a scuola sarà chiamato a costruire un patto di convivenza e di solidarietà.

    Non basta, tuttavia, democratizzare l’accesso alla scuola: è necessario rendere democratico il l’apprendimento scolastico.

    Per raggiungere questo obiettivo la scuola deve favorire l’acquisizione diffusa di strumenti culturali: imparare a pensare e imparare a vivere insieme.

    La scuola che permette a tutti gli allievi di imparare e di costruire un patto di convivenza e cittadinanza è una scuola che non seleziona e non pratica una pedagogia dell’addestramento.

    Ma quali sono i principi pedagogici a cui si deve far riferimento per aiutare tutti ad apprendere?

    I principi pedagogici

    In una scuola democratica gli studenti partecipano attivamente alle decisioni che riguardano la formazione e la vita scolastica.

    Al bambino viene riconosciuta piena capacità di scegliere.

    L’apprendimento nelle scuole democratiche e in tutti i contesti educativi di tipo libertario comprende lo sviluppo di ogni talento e capacità della persona in modo armonico e integrale.

    L’educazione libertaria fonda la relazione educativa adulto-bambino sul riconoscimento di tali capacità quali mezzi per lo sviluppo dell’autonomia e della libertà di scelta dei bambini.

    I bambini sono sempre portatori di esperienze, competenze e inclinazioni dotate di valore.

    L’apprendimento, per essere realmente efficace e significativo, deve partire, o comunque deve connettersi, con le esperienze personali e pregresse, capacità o talenti degli studenti.

    Esso, infatti, deve suscitare e far emergere un’attività mentale, per favorire la comprensione e la competenza.

    In questo senso, è molto importante che, facendo incontrare agli studenti i saperi e le discipline, questi ultimi non vengano presentati come verità definitive, come oggetti compiuti, ma come il parziale risultato di una continua ricerca.

    Gli allievi devono sapere che le conoscenze sono state costruite per rispondere a problemi che ci è trovati storicamente ad affrontare.

    L’educatore-accompagnatore

    Ha il compito di affiancare lo studente in un comune processo di indagine, scoperta e creazione che è alla base del conoscere.

    L’educazione libertaria riconosce nell’esperienza pregressa dell’educatore e del bambino, e nelle domande di quest’ultimo, il patrimonio attraverso il quale può essere generata nuova conoscenza.

    Bambino e adulto, infatti, possono definire dei progetti di apprendimento condivisi.

    Questi devono essere sempre calibrati sulla base degli interessi e capacità dei bambini.

    Lo sviluppo ulteriore dell’apprendimento è guidato dalle domande spontanee poste dai bambini.

    Dunque, l’adulto lavora sulla capacità di sostenere le energie espresse facendosi “neutro”:

    • Privilegiando l’ascolto;
    • Offrendo delle opportunità di indagine ai bambini;
    • Favorendo un impegno interessato, stimolato da esperienze concrete e supportato da dinamiche di mutuo aiuto tra i bambini.

    Incarna un approccio al processo del conoscere che valorizza fatica e riflessione critica per raggiungere i risultati e riconoscere gli errori.

    Gli “errori” vengono identificati come opportunità in un comune processo di riflessione  e rielaborazione al fine di favorire l’autocorrezione.

    L’educatore ha cura di stimolare nel bambino il processo ricerca, autoapprendimento e autovalutazione.

    La logica dell’imparare facendo

    Imparare attraverso il fare.

    Per comprendere e memorizzare, sembra che la strategia migliore sia l’apprendere attraverso il fare, attraverso l’operare, attraverso le azioni.

    Naturalmente, non si apprende attraverso il semplice fare, la semplice attività non accompagnata dal pensiero, dalla riflessione.

    Attraverso le semplici azioni si memorizzano azioni meccaniche.

    Per comprendere, infatti, deve intervenire la riflessione, il pensiero.

    Occorre riflettere, pensare, acquisire consapevolezza delle azioni.

    “Se ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio capisco”

    Com’è nata l’educazione libertaria

    Il primo a teorizzarne i pricipi fu il filosofo e pedagogista statunitense John Dewey.

    La più antica scuola democratica, tuttora esistente, è la in Scuola di Summerhill che fu fondata in Germania da Alexander Neill nel 1921 e poi trasportata a Leiston, nel Regno Unito.

    I numerosi libri scritti da Neill costituiscono la base teorica dell’educazione democratica.

    Un’esperienza di scuola libertaria

    La Scuola di Summerhill è libertaria, non repressiva: si basa sulla libertà e il rispetto assoluto del bambino, senza imposizioni e coercizioni che invece sono alla base della scuola e della famiglia tradizionale.

    E’ una scuola fondata sul rispetto della libertà, degli adulti e dei bambini, che si trovano sullo stesso piano.

    Le lezioni non sono obbligatorie ma facoltative e i bambini le scoprono autonomamente quando iniziano a capire i loro interessi e smettono di essere obbligati a farlo.

    Non c’è autorità e ogni bambino può decidere autonomamente cosa fare: anche solo ed esclusivamente giocare.

    Non ci sono esami né voti, graduatorie e giudizi che hanno lo scopo fin da piccoli di sviluppare competizione e frustrazione, confronto negativo con i compagni, stress, ansia e infelicità.

    Le decisioni sono prese in gruppo, in un’assemblea di ragazzi e adulti dove ciascuno conta esattamente quanto gli altri.

    La pedagogia a cui si riferisce Neill è basata essenzialmente sull’attenzione e sull’ascolto del bambino che in condizioni il più possibile naturali riesce ad esprimersi, a svilupparsi, ad orientarsi, ad autoregolarsi.

    Tali considerazioni possono fornire spunti di riflessione non solo sulla scuola e gli insegnanti ma anche agli stessi come genitori.

    Lasciare libero il bambino di esprimersi, svilupparsi e autoregolarsi, senza fornire regole o limiti eccessivi, ascoltarlo, calibrando le attività sulla base dei suoi interessi e potenzialità, può favorire una crescita armonica e integrale.

  • Educare alla diversità a scuola: spunti pratici e buone pratiche

    diversità a scuola

    La diversità a scuola è una componente intrinseca a tutte le attività e a tutti i rapporti, tra alunni e tra insegnanti.

    Ognuno è, infatti, portatore di una propria diversità poiché possiede delle caratteristiche che lo rendono differente dagli altri, unico e speciale.

    Oggi una delle sfide più difficili da affrontare a scuola non è quella di annullare ogni distinzione ma di includere le caratteristiche specifiche di ognuno in un disegno collettivo e condiviso.

    In questo modo, le differenze possono rappresentare una grande risorsa e arricchimento.

    Ma, come educare alla diversità a scuola? Quali strategie e pratiche utilizzare?

    La diversità a scuola

    Oggi più che mai la scuola deve educare gli studenti a considerare il diverso non come un pericolo per la propria sicurezza, ma come risorsa per la crescita.

    Una vera pedagogia della differenza non si esprime in prediche o in tecniche di persuasione, ma sperimentando quotidianamente la realtà di una scuola come una comunità di diversi, che non emargina chi non è uguale o chi non è in grado di seguire il ritmo dei migliori.

    È chiaro che, perché tutto ciò avvenga, è necessario porre come elementi centrali della relazione educativa:

    • L’ascolto;
    • Il dialogo;
    • La ricerca comune;
    • L’utilizzo di metodologie attive.

    Queste ultime, in particolare, sono in grado di sviluppare le capacità critiche di porsi delle domande, di imparare a mettersi nei panni altrui, di attivare delle reti di discussione, di uscire dagli schemi, di essere creativi e divergenti.

    Non è impossibile: basta soltanto una buona dose di volontà e tanta creatività 😉

    Educare alla diversità

    La scuola è il luogo d’incontro e di relazione; è, del resto, l’esperienza formativa di ciascuno di noi è caratterizzata da continue presenze dell’altro.

    Entrare in relazione con l’altro ovviamente significa entrare in contatto con un’altra identità, cioè con qualcuno che è diverso da me. 

    In questo modo, oltre a conoscere maggiormente la mia identità, posso anche arricchirmi grazie all’alterità.

    La  scuola ha proprio la caratteristica  di essere il luogo di incontro di tutti.

    Un luogo in cui si producono le diversità, dove diversità significa estrema ricchezza data dalle peculiarità di ciascuno, senza omologare o assimilare l’altro nel  gruppo o  conformare.

    Raccontarsi e ascoltarsi a scuola, renderebbe più fluide le relazioni, il confronto e la crescita.

    Per una didattica interculturale

    Vi starete chiedendo in quale modo promuovere una didattica inclusiva per educare alle diversità a scuola.

    Innanzitutto, occorre tenere presente questi obiettivi:

    • Imparare il significato di stereotipo;
    • Riconoscere uno stereotipo;
    • Scoprire la cultura altrui;
    • Rappresentare le peculiarità della cultura degli altri;
    • Capire e condividere la propria cultura;
    • Comprendere la differenza fra apprendere e giudicare.

    I percorsi interculturali devono prevedere esercizi di gruppo ed esperienze ludiche che intendono promuovere la partecipazione attiva e favorire il pluralismo.

    Ecco qualche esempio.

    Proposte didattiche

    La lettura di libri e brevi racconti, con immagini significative. è sempre un’ottima base di partenza.

    Incentivate poi, prendendo come spunto il libro appena letto, la conversazione e lo scambio di idee, per favorire l’accettazione, il rispetto, la conoscenza dell’altro e la conoscenza di sé e delle proprie peculiarità.

    In questo senso, per incentivare la conoscenza delle proprie capacità, potete realizzare una caccia al tesoro nella quale il tesoro sono i talenti dei compagni.

    Ogni alunno compila una scheda individuale nella quale deve indicare le qualità che riconosce a se stesso e quelle che riconosce in altri compagni a scelta.

    Così, se conosco me stesso, posso mostrare agli altri le mie qualità e nello stesso tempo riconoscere le qualità negli altri e apprezzarne il valore.

    Sempre in relazione alla peculiarità dei talenti di ciascuno è possibile realizzare con gli alunni l’albero dei talenti.

    Ogni bambino disegna un se stesso/albero e come frutti disegna e scrive i propri talenti specifici.

    Ciò che emergerà saranno tanti alberi con tanti frutti diversi: ognuno è diverso, ognuno è unico e speciale, per fortuna 😉

    Fondamentale è utilizzare sempre metodologie didattiche attive, incentrate sul gruppo, che prediligono lo scambio di idee e di opinioni.

    Alcuni libri interessanti

    Il primo che vi propongo è il libro “Qualcos’altro”.

    Racconta la storia di Qualcos’altro che viene messo da parte dai compagni perché lo ritengono diverso da loro.

    Nel corso della storia, Qualcos’altro, dopo aver commesso lo stesso errore nei confronti di un nuovo compagno, comprende che anche nella diversità si può trovare il modo di stare bene insieme.

    Un altro libro si intitola “La scimmia”, che imita gli umani in quanto vuole con tutte le sue forze essere umana, ma poi si rende conto che ciò che importa per stare bene è essere se stessi.

    “E tu di che colore sei?” è un libro nel quale una bambina di sei anni ha una famiglia che le vuole bene, un gatto e tanti amici. Va a scuola volentieri, ma non le piace la matematica, preferisce andare a judo e al parco a giocare.

    Una bambina molto curiosa che si ritrova a farsi tante domande: “Ci sono bambini bianchi, bambini neri, bambini gialli… e allora? Che c’è di strano? Anche i calzini sono di tanti colori diversi, ma nessuno ci trova nulla di male”.

    Un altro libro che vi consiglio è “Va bene se…”, in quanto può essere di grande aiuto ai più piccoli nella comprensione e accettazione delle proprie e altrui diversità.

    Il nasone un po’ più grosso della media non è un problema! Anzi, è davvero simpatico. E se hai gli occhiali? O le rotelle sotto i piedi? E se vieni da un posto lontano lontanissimo? Non importa…

    Va bene essere diversi. Ognuno è speciale, importante, unico. E tu lo sei. Sai perché? Semplicemente perché tu sei tu e vai bene così.

    Affrontate il tema della diversità con i bambini, non evitatelo, non abbiate paura; se vi fanno una domanda rispondete con sincerità.

    Per altri spunti, idee o approfondimenti contattateci 😉

  • Lo spazio dell’incontro e la diversità come risorsa e occasione di crescita

    diversità come risorsa

    Pensare e vivere la diversità come risorsa e come occasione di crescita presuppone comprendere il concetto di intercultura. 

    Tale termine fa riferimento al modello di convivenza e conoscenza delle società attuali tipicamente multiculturali.

    Un modello, cioè, che vede il medesimo spazio abitato da etnie, religioni e culture differenti, con identità proprie, che collaborano e convivono.

    In questo senso, il traguardo non è la semplice accoglienza, bensì la creazione di una cultura condivisa che nasce dal confronto reciproco, dal dialogo e dall’incontro.

    Stereotipi e pregiudizi

    Questi termini sono spesso associati e accomunati, ma in realtà hanno significati completamente differenti.

    Lo stereotipo è un modello fisso di conoscenza e di rappresentazione della realtà.

    Infatti, l’uomo ha una tendenza a classificare, a dare un orientamento, a volere controllare l’ambiente circostante e a volere mantenere quest’ordine il più costante e protetto possibile.

    Una concezione orientata in questo senso è proprio all’origine del concetto di stereotipo, concetto che ci aiuta a semplificare le differenze che incontriamo, per renderle più accettabili e affinché non siano causa di paura o preoccupazione.

    Questa tendenza di “categorizzazione” viene estesa inevitabilmente anche ai popoli, ai gruppi umani e alle persone.

    Possiamo dire che:

    Lo stereotipo è l’anticamera del pregiudizio.

    Il pregiudizio, infatti, è una valutazione che precede l’esperienza, un giudizio formulato a priori, prima di disporre dei dati necessari per conoscere e comprendere la realtà.

    Questa caratteristica del pregiudizio fa sì che esso sia potenzialmente sbagliato, poiché l’informazione risulta insufficiente.

    Un concetto e un giudizio errato sono sempre possibili, ma essi si trasformano in pregiudizio quando rimangono irreversibili nonostante nuovi dati conoscitivi.

    Dunque, lo stereotipo è prevalentemente cognitivo, ovvero ci dice quale concezione le persone hanno di un determinato gruppo, mentre il pregiudizio è un vero e proprio atteggiamento.

    L’unico modo per andare oltre gli stereotipi e i pregiudizi è quello di conoscere e incontrare l’altro: incontrarlo, ascoltarlo, capirlo e accettarlo.

    Contro i pregiudizi

    Ogni cultura è fatta di pregiudizi e agisce attraverso i pregiudizi.

    Essi possono essere molteplici, ma comunque capaci di vincolare il ragionamento e di orientare le scelte d’azione.

    I pregiudizi socio-culturali, connessi all’ideologia, sono custoditi dai gruppi e sono assunti inconsapevolmente dalle persone.

    Agiscono, quasi sempre in modo inconscio, nel linguaggio, nei comportamenti, nelle reazioni, fino alle credenze e ai principi.

    Il pregiudizio è mobile e sottile, si infiltra in ogni dove, ed è proprio lì che va trovato e smascherato.

    La diversità come risorsa

    Tra i tanti compiti educativi quello che forse risulta più difficile è insegnare ad accettare e rispettare l’altro indipendentemente dal colore della pelle, dalla religione, dalle diversità sociali e culturali.

    Spesso la diversità è vista come un problema, un ostacolo, e non come risorsa per il confronto, lo scambio di idee e la crescita personale.

    Accettare la diversità non significa soltanto accettare chi è diverso da noi, ma anche di “vederlo” come un’opportunità di crescita e non come una minaccia.

    Vederlo come un portatore di idee, esperienze e valori che non conosciamo, che in realtà possano arricchirci e aiutarci a comprendere meglio il mondo che ci circonda.

    È proprio attraverso la diversità, infatti, che si arriva alla conoscenza.

    C’è una metafora che spiega tutto molto bene:

    “ciascuno di noi contribuisce con la sua tessera al grande mosaico del sapere umano”.

    Anche senza una sola tessera il mosaico sarebbe incompleto.

    Le tessere del mosaico possono avere varie forme, colori e dimensioni.

    Proprio per questo il mosaico alla fine è così bello 😉

    Il valore della diversità

    Il suo valore sta proprio nell’accettazione dell’altro, nell’amicizia autentica, nello scambio e nel rispetto reciproco, dove ognuno è portatore di conoscenze e comportamenti propri.

    Ognuno è portatore di un proprio bagaglio di risorse e conoscenze, ognuno è un talento, una capacità, un valore da rispettare, da scoprire proprio nell’incontro con le diversità.

    La scoperta del valore educativo della diversità sa attivare atteggiamenti di ascolto-conoscenza di sé e modulare relazioni positive con gli altri, nelle quali ci si confronta, ci si libera da ogni forma di pregiudizio, facendo vivere due dimensioni: il rispetto e la condivisione.

    Dunque, la diversità è ricchezza.

    Lo spazio dell’incontro

    L’intercultura ha il compito di sfidare i pregiudizi, i canoni cognitivi, e ci conduce oltre le identità, pur non negandole, e verso un nuovo orizzonte costruito sull’incontro e sul dialogo.

    Ci conduce verso un orizzonte nuovo, di vita, di relazione, di scambio in cui la regola è porsi con gli altri, accordarsi insieme e far maturare spazi comuni, rispettosi delle differenze.

    Tale orizzonte, però, la maggior parte delle volte, rimane fermo al pluralismo e non si innalza a risorsa, a occasione di crescita.

    Per pensare la diversità come risorsa e occasione di crescita, è necessario sviluppare quattro percorsi ideali:

    • La teorizzazione dell’incontro come spazio fisico e mentale, che si apre al riconoscimento reciproco delle differenze;
    • L’individuazione del dialogo come linea guida, che sia aperto, critico e autocritico;
    • Il riconoscimento della dimensione mondiale e planetaria dell’uomo che vive in una società multiculturale, e la sua relativa formazione;
    • L’importanza della scuola per fare intercultura, sia nelle relazioni sia negli apprendimenti.

    In questo senso, l’educazione e la formazione risultano essere l’unico mezzo per oltrepassare l’appartenenza, i pregiudizi, le chiusure, ed entrare, invece, nello spazio del pluralismo, di incontro e di dialogo.

    Educare alla diversità a scuola

    La scuola è il luogo privilegiato in cui ci avviamo alla costruzione del nostro futuro e alla scoperta del mondo che ci aspetta, oltre i confini dei nostri amici e della nostra famiglia.

    E’ il luogo nel quale entriamo in relazione con l’altro e facciamo le prime esperienze di socializzazione.

    Entrare in relazione con l’altro vuol dire entrare in contatto con un’altra identità, cioè con qualcuno che è diverso da sé.

    Il contesto scolastico rappresenta, infatti, il luogo in cui bambini e ragazzi iniziano a strutturare la propria personalità, i propri valori.

    Uno dei compiti della scuola dovrebbe essere quello di educare alla differenza, all’altro, per creare i presupposti di una cultura dell’accoglienza e aiutare a percepire la differenza non come un limite alla relazione, ma come un valore e una ricchezza.

    Ma, quali strategie e tecniche utilizzare per educare alla diversità come risorsa?

    Seguiteci: tanti consigli e spunti pratici saranno presentati nei prossimi articoli 😉

  • Diversità e integrazione. Le basi per un’educazione interculturale

    diversità e integrazione

    Negli ultimi decenni, la società in cui viviamo ha assistito a grandi trasformazioni e cambiamenti in senso multiculturale.

    La causa è da attribuire ai processi migratori, agli scambi tra culture diverse e alla globalizzazione.

    Tali fenomeni hanno, infatti, posto alla società attuale nuove problematiche e nuove emergenze educative e sociali.

    Concetti come diversità e integrazione, accoglienza e spazio dell’incontro, dialogo costruttivo sono divenuti fondamentali per fronteggiare tali emergenze.

    L’educazione interculturale riguarda proprio questo: teorie e strategie per incontrare, accogliere e rapportarsi con le diversità, etniche e culturali.

    Vediamo insieme, in questo articolo, quali sono le basi della pedagogia interculturale, da conoscere e da promuovere sia a scuola che in famiglia.

    Multicultura e intercultura

    Ogni cultura non ha confini netti e separati, non coincide necessariamente con un determinato territorio, ma si presenta come un insieme complesso caratterizzato da incroci e scambi.

    Da sempre infatti le culture si sono intrecciate le une alle altre e sono state sottoposte a varie influenze, dovute a scambi, commerci, guerre, migrazioni.

    A maggior ragione, oggi, con l’aumento dei flussi migratori e della globalizzazione non si può pensare ad un territorio costituito da un’unica cultura chiusa in se stessa.

    Gli scambi e i contatti con differenti culture sono inevitabili.

    Tuttavia, non è più sufficiente un approccio multiculturale, che mette in atto soltanto una netta separazione fra le diverse culture, senza riconoscerle e valorizzarle.

    È proprio in questa situazione che risulta fondamentale promuovere un approccio pedagogico interculturale.

    Una pedagogia, cioè, attenta alle diversità fra le culture, volta all’interazione reciproca e all’integrazione.

    In questo senso, occorre affrontare il rapporto con le altre culture e con la differenza su due registri distinti:

    • L’accoglienza all’altro come incontro/scontro democratico e non violento;
    • La convivenza con le differenze per contribuire allo sviluppo dei processi di globalizzazione, interdipendenza e comunicazione interpersonale.

    Da una società multiculturale a una società interculturale

    Passare da una società multiculturale a una interculturale non è però automatico, per il semplice motivo che la cultura multiculturale risulta ormai da tempo consolidata.

    Ad impedire la costruzione di una società disponibile al confronto e allo scambio culturale, vi sono  atteggiamenti contradditori e resistenze messe in atto dalla popolazione autoctona.

    Infatti, il passaggio da una società multiculturale, caratterizzata dalla presenza di culture tra loro separate, ad una società interculturale, caratterizzata invece da interazione e integrazione delle differenze fra le varie culture, richiede un preciso progetto pedagogico.

    Un progetto cioè finalizzato alla costruzione e allo sviluppo di un pensiero:

    • Aperto e flessibile;
    • Problematico;
    • Antidogmatico;
    • Decentrato dai propri riferimenti mentali e morali.

    Tale pensiero sarà in grado di riconoscere e comprendere le differenze e le analogie con le altre culture.

    Oggi l’intercultura rappresenta il più alto grado di civilizzazione e va perseguita, nella società e nelle scuole, secondo l’approccio che assume la “diversità come normalità”, capace di introdurre l’educazione interculturale come progetto trasversale e interdisciplinare, a scuola e in famiglia.

    L’intercultura

    Il termine interculturale indica:

    una situazione di interazione e di integrazione fra le diverse culture, caratterizzata da pluralismo culturale, incontro e confronto democratico.

    Non indica, dunque, soltanto una compresenza su uno stesso territorio, di popoli diversi per etnia, lingua e cultura.

    Non è una realtà statica del fenomeno migratorio, che vede l’esistenza di una pluralità di popolazioni su uno stesso territorio, senza comportare necessariamente confronto, apertura, scambio, reciprocità e incontro.

    L’intercultura presuppone l’idea e l’impegno a ricercare forme, strumenti ed occasioni per sviluppare un confronto e un dialogo costruttivo e creativo.

    E’ infatti un concetto dinamico, che vede la volontà di riconoscere e accogliere le differenze e le diversità senza annullarle, bensì valorizzandole.

    Confronto, dialogo e ascolto

    Pluralismo e differenza possono costituire la base su cui è possibile costruire l’incontro e il confronto con l’altro che, se autentici, scaturiscono nel dialogo, che è insieme capacità di ascolto e di interazione.

    Il dialogo presuppone l’ascolto, vale a dire la capacità di intendere i problemi dell’altro attraverso le “sue” parole e i “suoi” bisogni.

    L’ascolto richiede la capacità di empatia, ossia la capacità di indossare i panni degli altri per vivere l’esperienza dall’altro punto di vista.

    In questo senso, si parla di ascolto attivo, capace, cioè, di porre attenzione alla comunicazione dell’altro senza formulare giudizi.

    È un atto intenzionale che impegna la nostra attenzione a cogliere quanto l’altro ci riferisce sia in modo esplicito che implicito, sia a livello verbale che non verbale.

    Il pensiero interculturale

    L’intercultura è un vero e proprio un modo di essere del pensiero che si conquista a livello di conoscenza, comprensione ed interpretazione dell’alterità.

    Essa infatti implica, e comporta, la pratica di un pensiero plurale e di una relazione ricca e creativa.

    Un pensiero complesso: disponibile a conoscere e a confrontarsi con una pluralità di approcci e punti di vista, non dando niente per scontato e rimettendo in discussione quanto già acquisito.

    Richiede necessariamente apertura e flessibilità.

    Così attrezzato il pensiero costituisce uno strumento efficace per esplorare i livelli di interazione e di integrazione tra le varie lingue e culture.

    Il pensiero interculturale è, dunque, fondamentale per reggere la sfida della complessità e del cambiamento, utilizzando le categorie del confronto e della cooperazione piuttosto che quelle del conflitto e della chiusura.

    La pedagogia interculturale

    Si pone come obiettivo la riflessione sulla diversità culturale e, più in generale, sul tema dell’alterità.

    Si preoccupa di facilitare la conoscenza reciproca e la disponibilità allo scambio e all’incontro, secondo un’ottica di cambiamento.

    Essa lavora, infatti, non solo per l’integrazione, ma anche per l’interazione, riconoscendo così il ruolo ineliminabile delle differenze, per fare in modo che culture diverse convivano senza ignorarsi.

    La pedagogia interculturale educa alla flessibilità cognitiva, aiutando la decostruzione di schemi mentali rigidi, al riconoscimento e all’interazione positiva con la diversità, ed infine alla capacità di convivere con l’incertezza.

    Ha come meta la formazione di persone con le seguenti competenze:

    • Mentali, quali capacità di problem solving, consapevolezza della relatività, contestualità e storicità delle culture;
    • Relazionali, ovvero capacità di confronto e dialogo con l’alterità, interesse per le diversità, capacità di empatia e di messa in discussione;
    • Valoriali, ossia solidarietà, coesistenza pacifica e responsabilità.

    Per questi motivi, l’educazione interculturale deve essere promossa a scuola e in famiglia, per educare le giovani generazioni ad accogliere e riconoscere le diversità.

    Nei prossimi articoli affronteremo sempre il tema della diversità, proponendo strategie e tecniche pratiche per educare alla diversità e viverla come ricchezza e risorsa.

    Seguiteci 😉

  • Il progetto di vita delle persone con disabilità

    progetto di vita

    Quando parliamo di progetto di vita, intendiamo il progetto individuale di una persona disabile.

    Un progetto volto all’esclusiva ricerca del benessere per tale persona, secondo un’ottica migliorativa ed inclusiva.

    Consiste, infatti, proprio nella costruzione e nella pianificazione del suo futuro, sulla base di tappe di vita progettate e pensate sulle sue necessità e bisogni.

    Aspetti normativi

    La Legge n 328/2000 “Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali” prevede che, affinché si ottenga in pieno l’integrazione scolastica, lavorativa, sociale e familiare della persona con disabilità, si predisponga un progetto individuale per ogni singola “persona con disabilità fisica, psichica e/o sensoriale, stabilizzata o progressiva (art. 3 L. 104/92).

    Attraverso tale progetto è possibile creare percorsi personalizzati in cui i vari interventi siano coordinati in maniera mirata, massimizzando così i benefici effetti degli stessi.

    Nello specifico, il Comune è tenuto a predisporre, d’intesa con la A.S.L, un progetto individuale, indicando i vari interventi sanitari, socio-sanitari e socio-assistenziali di necessita la persona con disabilità, nonché le modalità di una loro interazione.

    Il progetto individuale, infatti, è un atto di pianificazione che si articola nel tempo e sulla cui base le Istituzioni, la persona, la famiglia e la stessa Comunità territoriale possono/devono cercare di creare le condizioni affinché quegli interventi, quei servizi e quelle azioni positive si possano effettivamente compiere.

    Il progetto di vita

    Il Progetto Individuale ha una grande importanza e persone con disabilità: è’ un loro vero e proprio diritto per le persone.

    Nel Progetto Individuale infatti vengono scritti tutti i desideri e i bisogni delle persone con disabilità e in questo modo si possono creare dei supporti per aiutarle a fare ciò che desiderano.

    Può essere definito come un piano d’azione. una intenzione, che richiede una capacità di valutare il futuro, anche in base ad una valutazione del passato e del presente, ed una conseguente capacità metodologica volta alla scelta e alla predisposizione dei mezzi necessari per la concreta realizzazione del piano stesso.

    Tracciare un progetto individuale però non è affatto un’impresa semplice.

    Gli impedimenti, gli ostacoli che quotidianamente si presentano, fanno comprendere la difficoltà di poter progettare percorsi orientati all’autonomia, cognitiva, sociale, lavorativa, della persona disabile.

    Cosa è e cosa comporta

    E’ un documento programmatico a medio-lungo termine che pianifica la piena realizzazione esistenziale della persona con disabilità.

    Nello specifico, si tratta di organizzare l’insieme dei sostegni e delle opportunità che la accompagnano nel corso complessivo della vita, sulla base:

    • Dell’evoluzione dei bisogni, delle aspettative e dei desideri personali;
    • Del funzionamento individuale che agli ecosistemi in cui è inserita.

    Il piano individuale dovrà essere fortemente ancorato alle competenze richieste da adulto, per potersi considerare esaustivo e orientato alla globalità della persona.

    Infatti, assume rilevanza soltanto se è in grado di sviluppare nello studente un percorso identitario autonomo.

    Lo studente con bisogni educativi speciali che, spesso, incontra difficoltà nel compiere scelte consapevoli deve essere costantemente supportato affinché il suo diritto di autodeterminazione si concretizzi nello spazio e nel tempo educativo e orienti il Progetto.

    Il progetto di vita e la scuola

    A scuola si presta sempre più attenzione ai concetti di inclusione, diversità e disabilità.

    Insieme all’attenzione verso la diversità  e alla valorizzazione di un contesto che favorisca l’inclusione, la progettazione didattica diviene l’occasione e la modalità per ripensare a diverse forme di allineamento.

    Lo sviluppo negli ultimi anni del costrutto della Qualità della Vita offre un potenziale scenario per ripensare percorsi personalizzati volti alla realizzazione della migliore condizione di vita per tutti i soggetti e, in particolare, per le persone con disabilità.

    Parlare di Qualità della Vita significa adottare una prospettiva longitudinale, poiché quest’ultima si modula nello spazio e nel tempo coinvolgendo l’intero arco di vita e tutti i contesti significativi per la persona.

    Tale costrutto permette di pensare alla progettazione in termini di Progetto di Vita.

    Si parla, a tal proposito, di presa in carico dell’alunno con esigenze speciali, al fine di sottolineare la necessità di un approccio globale e multidimensionale nella costruzione di una progettualità.

    Una progettualità esistenziale che sia ancorata all’essenza della persona (peculiarità, bisogni, desideri, aspettative ecc.) e che tenda alla promozione e allo sviluppo consapevole dell’identità personale.

    Pensare alla Qualità della Vita per uno studente con disabilità corrisponde a un:

    “pensare doppio, nel senso dell’immaginare, fantasticare, desiderare, aspirare e volere e contemporaneamente anche del preparare le azioni necessarie, prevedere le varie fasi, gestire i tempi, valutare i pro e i contro e comprendere la fattibilità”.

    Si tratta, cioè, di predisporre interventi educativi, organizzare ambienti adeguati, strutturare attività e individuare obiettivi educativi.

    Nella stesura e realizzazione del progetto individuale, dunque, la scuola svolge un ruolo fondamentale.

    In questo senso, gli insegnanti e gli educatori devono essere preparati a progettare un percorso di vita con la persona disabile, in stretta connessione con la famiglia e i servizi.

    Se avete dubbi o necessitate di approfondimenti non esitate a scriverci!

  • La crescita personale di genitori e figli per superare le difficoltà

    la crescita personale

    Responsabilità, autostima, controllo e pensiero positivo sono ingredienti segreti per implementare la crescita personale di un genitore ma anche per sostenere la crescita dei figli, nel loro percorso di vita.

    Vediamo insieme ciascuno di questi elementi, così come influenza le nostre performance, i nostri comportamenti e le nostre emozioni.

    Come interpretiamo gli eventi

    Nell’articolo sul cambiamento personale abbiamo già visto in che maniera i nostri pensieri influiscono su ciò che ci accade, nel bene e nel male.

    Esiste questo atteggiamento mentale grazie al quale, o a causa del quale, interpretiamo gli avvenimenti e ne determiniamo anche i risultati.

    La potenza del nostro pensiero è davvero importante!

    Pensate a volere smettere di fumare: l’elemento determinante per uscire da una dipendenza è la convinzione mentale.

    Se tuo figlio va sempre male nelle interrogazioni di matematica è possibile che non investa tempo nella preparazione, tanto “andrà male, perché è sempre così”.

    Beh allora spieghiamo ai figli che cambiando alcune convinzioni cristallizzate, anche le loro performance potrebbero cambiare!

    La crescita personale di un genitore deve tenere conto di questo principio, anche per meglio indirizzare il figlio verso una propria crescita a sua volta.

    Pensate positivo!

    Pensate all’effetto placebo: se sono convinto di bere acqua con vitamine mi sentirò più stimolato anche se non c’è nulla dentro a quel bicchiere se non semplice acqua frizzantina!

    Ricordate le profezie che si auto-avverano? Ne abbiamo parlato nell’articolo sulle risorse personali; le nostre percezioni sugli eventi e le convinzioni influenzano gli eventi. Ma in che modo?

    1. Associamo uno stimolo ad una reazione che si ripete in base alla nostra esperienza (davanti al compito di matematica reagisco con chiusura e rifiuto, perché “tanto non va mai bene”);
    2. La percezione che ho del compito è negativa e la mia emozione sarà negativa, provo tristezza, disgusto, paura, rabbia;
    3. Le emozioni provate provocano modificazioni fisiologiche di stress, ansia, tensione;
    4. Vi è una modifica del funzionamento biochimico del cervello, in conseguenza all’attivazione di tali emozioni;
    5. In conclusione, la mia mente e il mio corpo portano ad un fallimento nel compito di matematica!!!

    Percezioni, convinzioni e neuroscienze

    Le convinzioni negative dunque agiscono sul nostro cervello!

    L’emozione comporta cambiamenti nell’organismo animale e umano, che fanno riferimento al sistema nervoso: amigdala ed ippocampo sono le parti del cervello più fortemente influenzate.

    Gli stati d’animo e le emozioni veicolano neurotrasmettitori che modificano il corpo.

    Gli stimoli agiscono sul cervello ed esso si adatta alle esperienze creando continuamente nuovi neuroni.

    L’esperienza crea nel cervello nuove strutture neurali, perciò in ogni situazione simile reagiamo allo stesso modo e col tempo cristallizziamo i nostri comportamenti!

    Consigli pratici per agire sul pensiero

    Nel processo del cambiamento, la crescita personale può partire dai concetti della Mindfulness: i pensieri vanno e vengono, cerchiamo di non reagire ad essi!

    Provate a cercare di distanziarvi dal pensiero negativo per vederlo sparire…

    Proviamo a decentrarci, accettiamo i sentimenti spiacevoli, non ci identifichiamo con essi!

    La crescita personale vostra e dei vostri figli deve proseguire in questa direzione, per riconoscere ed affrontare le difficoltà. Pensate al compito di matematica tanto temuto:

    “Provate a modificare la vostra convinzione, trasformate la percezione e la paura del fallimento in determinazione, e osserverete un cambiamento nel risultato!”

    In soldoni dobbiamo essere convinti che ce la faremo e che le cose andranno bene!! 😉

    Abbiamo parlato del pensiero. Ma per rafforzare la crescita personale di ciascuno di noi, vediamo insieme altri capisaldi: responsabilità, autostima e controllo.

    La responsabilità è nostra

    Per crescere e migliorare le nostre prestazioni dobbiamo avere la convinzione che esse dipendano da noi e dunque la responsabilità degli eventi che ci capitano è esclusivamente nostra.

    Se la causa del nostro fallimento nel compito di matematica è del professore, del poco tempo a disposizione, di un compagno che mi ha distratto, non potrò mai responsabilizzarmi e portare avanti con fermezza il mio cambiamento.

    La crescita personale comincia sempre con un processo di consapevolezza sulle proprie responsabilità.

    Possiamo cambiare e condizionare gli eventi che siamo convinti dipendano da noi.

    Dobbiamo trovare dentro di noi, nel nostro atteggiamento, le cause di un fallimento, per cominciare a cambiare le cose!

    Non c’entra la fortuna, il fato, il caso, una serie di coincidenze che si susseguono.

    Cominciamo da questo, per rafforzare la nostra responsabilità genitoriale e sostenere la crescita personale dei nostri figli.

    D’altro canto, dobbiamo accettare che ci sono delle cose che non possiamo controllare ed è necessario fare intervenire un aiuto esterno, se la situazione è fuori dal nostro controllo; il rischio è un senso di frustrazione e stress e ricordate che ne risponde anche il vostro corpo!

    Forza e coraggio, autostima e auto-efficacia

    Dalla nascita tutti noi sviluppiamo una forte motivazione ad impegnarci nel controllare le cose e ad acquisire nuove capacità.

    È molto importante che i genitori sostengano questo processo nei piccoli, la voglia di scoprire, la curiosità, fare esperienza.

    Come abbiamo detto in un articolo sulla resilienza nei bambini, è importante cadere e rialzarsi da soli, alcune volte, per rafforzare la propria convinzione di farcela.

    È questo il significato del concetto di auto-efficacia, è la convinzione di farcela, di essere efficaci.

    I bambini imparano presto se possono ottenere qualche risultato, oppure no. Come sostengono i pedagogisti:

    “L’auto-efficacia viene trasmessa già ai lattanti, è la fiducia a superare i propri problemi”

    Per favorire la crescita personale di un bambino, questo non deve essere mai inibito o può generare un futuro individuo passivo, scarsamente resistente.

    “Questa responsabilizzazione precoce favorisce lo sviluppo dell’auto-efficacia e della perseveranza”

    Sapere di potere risolvere le cose, di valere, aumenta la propria autostima e motiva al rendimento, aiutando a superare le sconfitte.

    L’impotenza appresa

    Se prendiamo continuamente il controllo delle situazioni difficili che riguardano i nostri figli, non lasceremo mai loro spazio per imparare ad affrontare le difficoltà e una volta nel mondo esterno, non protetto, non saranno in grado di reagire.

    In mancanza di resistenza psichica, un ragazzo prova apatia, azzeramento di auto-efficacia, aumenta la sua vulnerabilità fisiologica: anche in condizione di disagio non fa niente per salvarsi!

    Questo concetto si chiama impotenza appresa: è ciò che imparano i figli in un ambiente spesso iperprotettivo, in cui i genitori impediscono qualsiasi esperienza possa esporli a pericolo, stress e frustrazione.

    Sviluppo dell’autostima, resistenza psicologica, coraggio, responsabilità e pensiero positivo costituiscono la ricetta per un percorso di cambiamento personale.

    Modellare e sviluppare queste caratteristiche già da bambini è il segreto per affrontare serenamente le difficoltà quotidiane, soprattutto nel periodo delicatissimo dell’adolescenza.

  • Risorse personali ed educazione alla resistenza psicologica

    risorse personali

    Il tema delle nostre risorse personali va di pari passo con quello della resilienza o resistenza psicologica.

    Tante sono le difficoltà legate a questa condizione, ma la buona notizia è che noi siamo stati progettati per affrontarla con successo!

    Innata o no, la seconda buona notizia è che si tratta di una capacità che si può sempre migliorare e fortificare.

    È dunque per noi stessi, per il nostro cambiamento personale e per l’educazione ed il sostegno verso i nostri figli che è necessario acquisire questa caratteristica.

    Tra le risorse personali la più… particolare è proprio questa Resilienza, definita come la capacità di piegarsi senza spezzarsi.

    Ed è la mia preferita! 😉

    Conoscete la resilienza….

    Tante sono le risorse personali necessarie per affrontare i momenti più difficili della nostra quotidianità, ma è importante ricordare che dietro ogni “Crisi” si nasconde una “Opportunità”.

    Una Crisi comporta sempre una “Scelta”: singole frustrazioni quotidiane a scuola tormentano i vostri figli oppure hanno dovuto affrontare traumi non da poco, è bene, da genitori, sapere che c’è sempre una via di uscita!

    Una forza che si trova dentro di noi, dentro a ciascun genitore che sta attraversando un periodo di separazione o di divorzio, dinamiche familiari conflittuali o perdite, dentro a ciascun bambino coinvolto in violenza assistita o ragazzo vittima di bullismo.

    Siamo accanto e dentro ai nostri figli: noi conosciamo lo stress lavorativo e loro lo stress scolastico, noi ci misuriamo con le richieste articolate del capo e loro con i risultati scolastici.

    E per affrontare tutto ciò è necessario essere uniti, comunicare in modo funzionale, ascoltarsi ed implementare insieme la resilienza.

    Biogenetica delle risorse personali

    Le risorse personali di ciascuno di noi si apprendono e solidificano attraverso l’esperienza.

    Alcune sono genetiche, ereditarie, trasmesse dai nostri genitori.

    Tutte possono essere potenziate, se ci impegniamo!

    Studi sul cervello

    Bambini che in condizioni iniziali devastate possono sfuggire il destino disastroso, Emmy Werner lo dimostra. Anche se le condizioni di partenza sono tanto brutte, ci sono persone che riescono apprendere il controllo della propria vita.

    Il criminologo Friedrich Losel ha cercato di capire quali possibilità abbiano bambini provenienti da un ambiente sociale difficile di condurre la loro vita in modo diverso nel futuro.

    Ebbene, è stato provato che ci sono bambini che hanno inclinazione a cavarsela bene anche in presenza di condizioni familiari negative!

    Certo, le statistiche sociologiche dimostrano prevalentemente il contrario, ma almeno possiamo negare la correlazione tra maltrattamento in infanzia e disturbi nell’adulto.

    Addirittura è stato dimostrato che alla base di una predisposizione a soffrire più lo stress e dunque ad essere meno resiliente ci sarebbe una modificazione del cervello.

    Da un esperimento su piccoli roditori si è dimostrato che a causa di piccole mutazioni generiche alcuni sono predisposti a male tollerare le avversità della vita, in seguito ad un abuso nell’infanzia.

    Effetti dell’educazione all’affettività

    “La difesa più grande in assoluto nella vita è la formazione”

    I fattori ambientali incidono sulle nostre risorse personali: anche le personalità deboli possono superare le crisi grazie al sostegno del proprio ambiente.

    Anche in un ambiente terribilmente negativo si dà la possibilità di uno sviluppo sano; non tutti i bambini maltrattati diventano a loro volta violenti!

    Questo perché l’educazione ed il sostegno emotivo-affettivo hanno una grandissima potenza nel migliorare la vita dei bambini.

    Una ricerca svolta all’interno di una comunità in Germania ha mostrato che alcuni ragazzi hanno sviluppato, in età adulta, comportamenti violenti o dipendenze.

    Quasi la metà dei ragazzi, quelli che hanno potuto incontrare una buona famiglia affidataria con la quale sviluppare una buona relazione, non ha sviluppato disturbi.

    Di fatti, le maggiori statistiche presentano, in ragazzi abbandonati o cresciuti soli, una maggiore probabilità di diventare vittime croniche o di sviluppare disturbi psichiatrici.

    È negli anni ’80 che i ricercatori sottolineano l’importanza del contatto fisico per un sano sviluppo del bambino!

    Durante un esperimento svolto in un orfanotrofio di Bucarest, alcune famiglie adottive vennero istruite con l’indicazione di dare particolare affetto ed attenzione ai figli adottati.

    Nell’arco di 20 mesi dal Progetto, il Q.I. di questi bambini aumentò e diminuì l’incidenza di disturbi legati a paure e fobie.

    ….Per insegnarla ai vostri figli

    Seneca diceva: “le difficoltà rafforzano la mente, così come il lavoro irrobustisce il corpo”.

    Nella società di oggi siamo concentrati sul tutto e subito, le teorie sociologiche descrivono una società in velocissimo cambiamento, in cui pretendiamo egoisticamente, senza adattarci mai.

    Saper incassare e stringere i denti, incamerare delusioni e sconfitte sono capacità che non esistono quasi più.

    È qui che crescono i bambini di oggi; hanno tutto ciò che vogliono.

    In questa società, sempre più, i genitori adottano modelli educativi di iperprotezione, con la conseguenza di allevare ragazzi impulsivi, aggressivi e insicuri.

    È un istinto naturale del bambino quello di provare a fare le cose da sé: se non sostenuto c’è il rischio che con la crescita egli mostri passività e poca resistenza psicologica.

    Crescendo protetti da tutte le frustrazioni, non sviluppano sufficienti risorse personali; da grandi saranno dunque adulti delusi, che rischiano un vero e proprio trauma a contatto con il mondo esterno.

    Non è necessario per forza privarsi di tutto per coltivare la resilienza, ma come diceva Confucio:

    “Lascia che i figli abbiano sempre un po’ di freddo e un po’ di fame”

    Una certa abitudine e dimestichezza con il disagio e i sacrifici in tenera età aiutano a costruire l’antidoto al senso di frustrazione da adulti.

    Il sostegno delle risorse del bambino si accompagna con il processo di autonomia e responsabilizzazione. Nel mondo reale mamma e papà non ci saranno sempre, dunque:

    “Per ottenere ciò che si desidera è necessario faticare e soffrire un po’. Fattene una ragione, perché non c’è alternativa!”

    Sostenere questo davanti ai vostri figli li aiuta a prepararsi all’adattamento e alle strategie necessarie per fronteggiare tutte le difficoltà della vita.

    La vita non ti vizia!

    Gli studi della psicoanalisi, con Freud, spiegano che, alla nascita, siamo caratterizzati dal “principio del piacere”, per il quale vogliamo vedere realizzati immediatamente tutti i nostri desideri.

    Questo avviene quando un bambino piange e la mamma lo prende in braccio, assecondando il suo bisogno di attenzioni, il bimbo smette di piangere.

    Durante la crescita è necessario però sostituire questo funzionamento con il “principio di realtà”.

    L’educazione genitoriale per lo sviluppo delle proprie risorse personali è davvero determinante per riuscire ad aspettare e sopportare.

    Implementare la capacità di tollerare il disagio e di accettare la fatica è il trucco per aumentare la resistenza psicologica.

    È solo attraverso il lavoro umile, i sacrifici ed i fallimenti, che si impara il rispetto per tutti gli uomini.

  • Cambiamento personale: breve guida per conoscerne i segreti

    cambiamento personale

    In questo articolo vorrei parlarvi di cambiamento personale, sperando di potere rispondere alle vostre necessità personali di cambiamento 🙂

    Parto con un esempio: alcuni genitori ci hanno scritto chiedendoci “mi riconosco come troppo permissivo, come posso fare per modificare questo aspetto?” oppure “come posso rendermi un genitore più aperto e disponibile?”.

    Le nostre caratteristiche di personalità ed i nostri stili comunicativi, di cui abbiamo parlato nell’articolo sulla comunicazione funzionale, in età adulta sono già formati e risultano difficilmente modificabili.

    Quindi, se ho uno stile caratterizzato da reazioni aggressive e mi arrabbio molto quando mio figlio fa i capricci, non potrò mai modificare questo mio atteggiamento?”

    A questa domanda, nello specifico, abbiamo risposto, qualche giorno fa, in questo modo:

    Ogni comportamento può essere modificato in una direzione o in un’altra, ma è importante essere consapevoli che operare un cambiamento personale comporta dei sacrifici, necessita di una dose iniziale di coraggio, tanta fiducia in sé stessi, la convinzione che quel miglioramento porterà a benefici chiari e calcolabili e tantissima motivazione”.

    Dunque non è per niente facile e immediato, ma un cambiamento è sempre possibile!

    Infatti consapevolezza, sacrificio, coraggio, forza di volontà e motivazione sono caratteristiche che possiamo sempre sviluppare o migliorare, ma necessitano di metodo, tempo e costanza.

    Cadere è normale, insomma, ma è importante sempre rialzarsi per raggiungere il proprio obiettivo.

    I fallimenti lungo il percorso che è la vita sono naturali, errare è umano, sbagliare è sano e fortifica la crescita, se guidati nel modo giusto ed è bene accettarli come parte della nostra sfida di cambiamento.

    Dunque SI! caro genitore, puoi modificare il tuo atteggiamento. Vediamo insieme come farlo!

    I segreti del cambiamento personale

    Le abitudini, la quotidianità, le nostre routine, i comportamenti che mettiamo in atto in risposta a determinati stimoli, sono tutti ostacoli al nostro obiettivo di cambiamento.

    I nostri comportamenti, infatti, sono frutto dell’apprendimento, da quando siamo piccoli, dell’imitazione dei nostri adulti di riferimento, dei compagni di scuola e gli amici, che integrano le nostre conoscenze e le nostre idee e inevitabilmente le influenzano.

    Diverse sono le correnti di studio del comportamentismo che ci spiegano come apprendiamo un comportamento da piccoli, in modo più o meno volontario, e come esso viene nel tempo cristallizzato, grazie ai rinforzi che ci vengono proposti.

    Il comportamentismo spiega che, imparando a riconoscere un determinato stimolo, positivo o negativo che sia, durante la crescita apprendiamo, anche attraverso l’esperienza, a reagire ad esso in un determinato modo e così ci abituiamo piano piano ad associare lo stesso stimolo alla stessa reazione.

    E’ così che nascono i comportamenti umani.

    È chiaro che quanto più le abitudini comportamentali sono forti, tanto più sarà difficile mettere in atto un cambiamento personale!

    Ecco perché non ce la fai

    Vorrei analizzare qui alcuni principi che rendono molto più difficile perseguire il nostro obiettivo di cambiamento.

    • A causa del Principio del Verificazionismo siamo portati a cercare qualsiasi prova, affinché la nostra idea e la nostra convinzione siano confermate. La nostra ipotesi rispetto ad un evento viene così convalidata, escludendo ogni altra possibilità.

    Attraverso questo processo di pensiero saremo portati ad effettuare diversi ragionamenti logici, ma ATTENZIONE! È un trucco della nostra mente, un meccanismo inconscio che ci frega!

    Lasciamoci andare a idee differenti, usciamo un po’ dalla nostra zona di comfort!

    E’ importante pensare che esista un’alternativa, così impariamo piano piano a considerare prospettive diverse dalla nostra e smantelliamo le nostre convinzioni, poiché esse ci allontanano dal nostro obiettivo di cambiamento personale.

    • L’Euristica di Pensiero è un modo di pensare automatico, basato sulle esperienze vissute; è una strategia di giudizio che ci porta, ad esempio, a sovrastimare l’accadimento di qualche evento, anche senza avere fatto prima una stima di probabilità.

    Le euristiche di pensiero sono anche definite bias cognitivi: non c’entrano nulla con il pensiero critico logico e con la ragione, bensì si basano su pregiudizi ed ideologie, che semplificano la presa di decisione.

    I bias sono errori, scorciatoie mentali che ci aiutano a convincerci di alcune cose (ad esempio che ce la faremo o no) ma non sono frutto di una valutazione razionale tra pro e contro o tra benefici e costi, bensì trappole mentali.

    • Il fenomeno della Fallacia di Gabler, è la tendenza a dare rilevanza a ciò che ci è accaduto in passato, così che i giudizi attuali risultano completamente influenzati da esperienze passate, da nostri fallimenti pregressi, ad esempio.
    • Il pensiero negativo, è un Bias della Negatività: molto banalmente, è la considerazione di essere portatori sani di una macchietta della sfortuna.. Comincia a cambiare tu stesso per primo il tuo pensiero, vedrai come cambieranno le cose!!!
      Non mi credi?
      Fai una prova!!

    La profezia che si auto-avvera

    Con Profezia che si auto-avvera definiamo una situazione che, solo perché siamo convinti che si verificherà, si realizzerà in concreto di conseguenza.

    Se siamo convinti di non riuscire nel nostro obiettivo di cambiamento personale, bene! ..faremo di tutto per non riuscirci!

    La psicologia sociale ha studiato che le nostre convinzioni hanno una grandissima influenza sulla realtà: gli schemi stabili e rigidi dei nostri comportamenti cristallizzati, orientati in direzione di una nostra convinzione, possono essere profetici!!

    Se dite:

    Non ci riuscirò mai”; “Fallirò come le altre volte”; “Non troverò mai parcheggio”; “Se mangio quel cibo mi verrà sicuramente mal di stomaco”.

    Provate a dire:

    Mi impegno al massimo, sono determinato a riuscirci!”; “Questa volta sarà diverso!”; “Basta impegnarsi, sicuramente troverò parcheggio“; “Non starò sicuramente male questa volta!”.

    E fatemi sapere! 😉

    Come puoi fare: comincia così!

    Ecco alcuni segreti che ti fornisco per cominciare il tuo percorso di cambiamento:

    1. Inizia a cambiare la convinzione che hai di te stesso.

    Sei capace! Puoi farlo! Fai un altro tentativo! Non giudicare mai la tua persona: non dire “sono cattivo” ma ripetiti “ho un comportamento inadeguato”. Convinciti che è necessario cambiare per te stesso, per i tuoi figli e il benessere della tua famiglia.

    1. Fai piccoli passi per volta.

    Non cambierai dall’oggi al domani. Siediti, prendi carta e penna e scriviti i temperamenti e i comportamenti che vorresti cambiare. Riconosci i momenti in cui li metti in atto durante la giornata e crea piccoli step di cambiamento.

    Una cosa alla volta, una regola dopo l’altra, ma fai con calma e monitora ogni miglioramento, premia ogni tuo piccolo successo!

    1. Dialoga con tuo figlio.

    Se la sua età lo permette, spiega a tuo figlio la motivazione del tuo cambiamento personale: perché è importante per te cambiare? Come migliorerà questo il vostro rapporto?

    Includere tuo figlio aiuterà a siglare tra voi un nuovo patto di fiducia; è un atto di umiltà e perché no… di amicizia!

    1. Contattaci!

    Se vuoi misurare le tue abilità educative, chiederci un consiglio sulle tue reazioni o cerchi un sostegno per il tuo percorso di cambiamento, contattaci, scrivici una email!

  • Per una educazione alle emozioni e all’affettività nei bambini

    educazione alle emozioni

    Il tema delle emozioni è senza dubbio uno dei più ampi nel campo delle scienze umane.

    Soprattutto da quando, grazie al contributo degli studi sociologici e psicologici, si è iniziato a considerare le emozioni come la base del comportamento individuale e sociale.

    Le emozioni, infatti, regolano e governano tutti i rapporti umani, permettendo alle persone di aprirsi al mondo e di entrare in relazione con gli altri.

    Per questo motivo, l’educazione alle emozioni è di vitale importanza per promuovere lo sviluppo dei bambini e degli adolescenti.

    Emozioni e sentimenti

    Le emozioni possono essere definite come uno stato complesso di sentimenti che si traducono in cambiamenti fisici e psicologici che influenzano il pensiero e il comportamento.

    Innanzitutto, è fondamentale distinguere tra emozioni e sentimenti.

    Hanno entrambi componenti cognitive e motivazionali, ma le prime sono meno stabili nel tempo rispetto ai sentimenti.

    I sentimenti sono composti da più emozioni insieme e sono la parte privata delle emozioni che durano più a lungo.

    Le emozioni, dunque, sono reazioni a uno stimolo ambientale, più brevi rispetto ai sentimenti, e provocano cambiamenti su tre differenti livelli:

    • Fisiologico, comprendendo fenomeni fisici in tutto il corpo;
    • Comportamentale, determinando svariate espressioni facciali, modifiche alla postura, al tono della voce;
    • Psicologico, provocando una sensazione soggettiva, un’alterazione del controllo di sé e delle proprie abilità cognitive.

    La componente cognitiva delle emozioni

    Nelle situazioni emotive la mente elabora gli stimoli e controlla le reazioni.

    Le emozioni si trasformano così nel movente che si pone alla base dei nostri comportamenti: fondano la nostra identità, determinando le scelte e il pensiero, influendo anche sulle conoscenze.

    Ragione ed emozione, infatti, non sono due poli opposti.

    Ogni funzione cognitiva racchiude componenti emotive, e viceversa: conoscere e valutare le emozioni significa pensare e decidere meglio.

    L’emozione influisce nel processo di apprendimento in quanto agisce come guida nella presa di decisioni e nella formulazione delle idee.

    L’aspetto emotivo ed affettivo è, dunque, fondamentale nella comunicazione e nelle interazioni sociali.

    L’essere umano è una totalità di razionalità ed emotività.

    Lo stesso Jean Piaget afferma l’esistenza di uno stretto parallelismo fra lo sviluppo dell’affettività e quello delle funzioni intellettuali, in quanto si tratta di due aspetti indissolubili di ogni azione.

    L’intelligenza emotiva

    L’intelligenza emotiva si riferisce alla capacità di riconoscere i propri sentimenti e quelli degli altri, di gestire positivamente le proprie emozioni, tanto interiormente, quanto nelle relazioni sociali.

    I nostri comportamenti non sono direttamente correlati alla situazione ma sono legati alle emozioni che da quella medesima circostanza sono scaturite.

    In questo senso, l’intelligenza emotiva pone l’accento sulla capacità di armonizzare pensiero e sentimento, parola e vissuti emotivi, dimensione mentale e dimensione affettiva.

    Essere consapevoli di sé vuol dire essere consapevoli sia dei nostri sentimenti che dei nostri pensieri su di essi.

    La consapevolezza sul proprio stato emotivo è fondamentale: conoscere e saper esprimere i propri sentimenti apertamente e con assertività, conoscere i propri punti deboli e punti di forza.

    Ciò presuppone autocontrollo, nel riuscire a dominare i turbamenti forti e trasformarli in qualcosa di costruttivo, ed empatia, ossia la capacità di percepire e riconoscere i sentimenti degli altri, di sintonizzarsi emotivamente con loro e adottare la loro prospettiva.

    Naturalmente, essere in grado di gestire le emozioni nelle relazioni e saper leggere accuratamente le situazioni sociali permette di trattare con efficacia le interazioni, i conflitti, i problemi comunicativi.

    La competenza emotiva

    Con tale termine si intende l’insieme delle abilità pratiche necessarie per l’autoefficacia dell’individuo nelle interazioni sociali che suscitano emozioni.

    Essa si basa sulle seguenti dimensioni:

    • L’espressione emozionale, che consiste nell’utilizzo dei gesti per esprimere messaggi emotivi non verbali, dimostrare coinvolgimento empatico, manifestare emozioni sociali;
    • La comprensione emozionale, ovvero la capacità di discernere i propri stati emotivi e quelli altrui e la capacità di verbalizzare le emozioni;
    • La regolazione emozionale, che consiste nella capacità di fronteggiare le emozioni negative e quelle positive o le situazioni che le suscitano, regolando strategicamente l’esperienza e l’espressione delle emozioni.

    L’alfabetizzazione emozionale

    Insegnare l’alfabeto delle emozioni è un processo simile a quello in cui si impara a leggere, poiché comporta la promozione della capacità di leggere e comprendere le proprie ed altrui emozioni.

    Si tratta di una tipologia di intervento educativo volto a promuovere il benessere socio-emozionale dell’individuo, attraverso l’insegnamento delle abilità necessarie per la competenza emotiva.

    Le abilità fondamentali sono:

    • Identificare e denominare le emozioni;
    • Esprimere le emozioni;
    • Valutare l’intensità delle emozioni;
    • Gestire le emozioni;
    • Rimandare la gratificazione per perseguire l’obiettivo;
    • Aumentare la resistenza allo stress;
    • Conoscere la differenza tra emozioni e azioni.

    L’educazione alle emozioni

    Per molti anni, l’educazione emotiva è stata trascurata.

    Oggi le neuroscienze indicano una sovrapposizione tra sviluppo intellettivo e sviluppo emotivo-affettivo, per cui non si può pensare di intraprendere un percorso di apprendimento tralasciando l’aspetto emozionale.

    Partiamo dal presupposto che la conoscenza del proprio sentire è davvero un percorso complesso, che va di pari passo alla maturazione fisica e psicologica di un individuo.

    Dare un nome ai sentimenti è più facile quando si ha la possibilità di attingere ad un vocabolario ampio e articolato.

    Gli adulti, infatti, attraverso l’esperienza e la maturazione del linguaggio, riescono a definire meglio il proprio stato emotivo e ad intuire, spesso, anche quello altrui.

    Costruire un percorso di educazione alle emozioni ha una valenza grandissima: avvicinare alla consapevolezza del sé, significa portare contemporaneamente alla conoscenza dell’altro.

    In ogni momento i bambini possono sperimentare, attraverso varie situazioni, una molteplicità di sentimenti, anche contrastanti, che possono confonderli, impaurirli, proprio perché non ne hanno piena padronanza.

    Conoscere il proprio stato d’animo e capire quali conseguenze esso possa avere sul comportamento, significa anche prendere coscienza dei propri bisogni e di quelli altrui.

    Come promuovere l’educazione alle emozioni?

    Ecco alcuni consigli pratici da utilizzare sia a casa che a scuola.

    La drammatizzazione e la narrazione

    La recitazione è uno strumento privilegiato per sperimentare completamente le emozioni.

    Recitare vuol dire fingere, fingere significa immedesimarsi, ci si può immedesimare solo se si è empatici.

    La drammatizzazione aiuta i bambini a socializzare tra di loro, a lavorare in gruppo, a collaborare e ad aiutarsi.

    Allo stesso modo, la narrazione può essere uno dei momenti più importanti per sviluppare la competenza emotiva del bambino.

    Attraverso la lettura di libri i bambini possono esplorare ed entrare in contatto con il mondo delle emozioni.

    E’ compito dei genitori e degli insegnanti stimolarli nella lettura, con domande costruttive per comprendere le varie emozioni che si incontrano nei personaggi delle storie.

    Il diario delle emozioni

    Attività che può essere svolta sia a casa che a scuola, ma anche in continuità.

    Si richiede ai bambini di annotare su un diario le emozioni che provano, in modo tale che, a fine giornata, è possibile stimolarli con domande, quali: come ti senti? come ti sei sentito in quel momento? cosa hai provato?

    Le domande sulle emozioni provate sono fondamentali per incrementare la comprensione e la verbalizzazione delle emozioni.

    Con i bambini più grandi, invece, si può anche pensare di creare una vera e propria cartellina delle emozioni, in cui possono descrivere le emozioni provate, le cause e le conseguenze.

    Sul diario si annotano, a fine giornata, le emozioni più intense che hanno provato, divise in due colonne: positive e negative.

    Lo scopo è poi sempre quello di capire le cause ed imparare a riconoscere e a gestire le proprie emozioni.

    Contattaci per tanti altri consigli e attività pratiche 😉

  • Per un sostegno alla genitorialità: la consulenza pedagogica

    sostegno alla genitorialità

    Come abbiamo detto il mestiere del genitore non è sicuramente facile, anzi possiamo dire che è uno dei più difficili e complessi.

    Capita molto spesso ai genitori di sentirsi inadeguati nello svolgimento delle proprie modalità genitoriali, così come non mancano mai dubbi, ostacoli o difficoltà da affrontare.

    Niente paura, è più che normale: nessuno è nato capace di fare tutto 😉

    Riconoscere di non essere in grado e richiedere un sostegno, un consiglio, un aiuto su come svolgere al meglio il ruolo del genitore non è sintomo di debolezza, bensì di grande coraggio.

    La qualità delle cure genitoriali e lo stile educativo sono fondamentali nel processo di crescita e di formazione dell’identità del bambino. 

    In questo senso, la consulenza pedagogica o la mediazione familiare sono due strumenti molto efficaci come sostegno alla genitorialità.

    Diventare genitori

    Quando un figlio viene concepito e, poi, dato alla luce, avviene una profondo mutamento nei due individui che da uomo e donna si trasformano in padre e madre, ossia in genitori.

    Una trasformazione che riguarda anche la coppia che adotta un figlio, che diventa coppia di genitori non per atto biologico, ma giuridico.

    La genitorialità non si riduce al solo evento fisico della procreazione e della nascita, o del riconoscimento legale, ma ha un significato molto più profondo.

    L’arrivo di un figlio comporta un atto di responsabilità e il riconoscimento di un nuovo ruolo da parte dei genitori che si trovano a dover svolgere una nuova funzione, compiere scelte, elaborare decisioni, individuare obiettivi e traguardi in un’ottica comune.

    La genitorialità è, quindi, un processo dinamico rappresentato dalla nascita non solo di un figlio, ma di una nuova relazione, in perenne trasformazione, e di nuove identità.

    La coppia modifica le proprie dinamiche interne, dovendo riconoscere il cambiamento dei reciproci ruoli, e delle modalità di dialogo tra gli elementi che la compongono, in vista di nuovi obiettivi comuni.

    La genitorialità è, proprio, l’insieme delle scelte educative e delle modalità di dialogo che i genitori decidono di instaurare con il proprio figlio.

    La genitorialità

    Il significato di questo termine è, in questi ultimi anni, continuamente in evoluzione.

    Sempre maggiore diventa la sua complessità e sempre più ramificato il suo intrecciarsi con altri aspetti della ricerca pedagogica e clinica.

    La concezione pedagogica vede la genitorialità come il lungo e continuo apprendistato per imparare l’arte di essere genitori.

    E’, dunque, il processo dinamico attraverso il quale si impara a diventare genitori capaci di prendersi cura e di rispondere in modo sufficientemente adeguato ai bisogni dei figli.

    Bisogni estremamente diversi a seconda dell’età evolutiva.

    La genitorialità è, infatti, dinamica: cambia nel tempo, e nel contesto sociale in cui cresce, ma cambia anche all’interno della stessa relazione, in base alle varie fasi della crescita del figlio.

    Non si può essere genitori sempre allo stesso modo, e con ciascun figlio.

    In questo senso, la genitorialità può essere definita come la capacità di espletare il ruolo di genitore.

    Un compito estremamente complesso che si realizza attraverso l’adozione di un assetto comportamentale che richiede diverse competenze e abilità finalizzate a:

    • Nutrire;
    • Accudire;
    • Proteggere;
    • Dare affetto e sostegno;
    • Promuovere l’autonomia e l’indipendenza;
    • Garantire un buon adattamento tra stadio evolutivo del minore e ambiente.

    Vale a dire, tutti quei comportamenti volti all’educazione, alla protezione e al sostegno del bambino, che possono essere definiti anche “parenting“.

    Alcuni consigli pratici per i genitori

    Nel momento in cui si diventa genitori si devono affrontare problematiche, incertezze, dilemmi riguardanti l’educazione dei propri figli.

    Diventa quindi importante essere in grado di gestire queste situazioni.

    Le domande più frequenti sono: scegliere per loro o consigliare? Aiutare od ostacolare? Farli sperimentare o evitare l’errore? Ignorare o ascoltare? Fare o insegnare a fare? Punire o lasciare correre?

    Ovviamente non esiste una risposta giusta o sbagliata ma andrebbe valutata ogni singola situazione.

    Per questo motivo, la figura del  consulente pedagogico può essere di grande aiuto e sostegno nell’affrontare e risolvere tali situazioni.

    Ecco alcuni semplici consigli, che potete utilizzare fin da subito nell’educazione dei vostri figli 😉

    Stabilite delle regole a seconda delle loro esigenze e fate seguire i fatti alle parole: non promettete qualcosa, sia positiva che negativa, e poi non rispettate tale promessa.

    Parlate in modo chiaro, fate richieste precise, controllate il tono di voce e il modo in cui comunicate le cose; se necessario, ripetete anche più volte e chiaramente quello che gli chiedete di fare.

    Ascoltateli e accogliete le loro esigenze, parlandogli in prima persona: devono sapere che li ascoltate e comprendete profondamente le loro richieste.

    Incentivateli piuttosto che minacciarli con punizione: credetemi troppe punizioni, per ogni cosa, sono controproducenti.

    Una punizione, comunque, deve essere misurata, coerente ed essere accompagnata da una spiegazione.

    Insegnate sempre ai vostri figli ad assumersi le proprie responsabilità e ad essere autonomi ed indipendenti.

    Devono imparare a fare le cose da soli e a prendere autonomamente le loro decisioni, senza sentirsi abbandonati.

    Loro sanno che voi siete al loro fianco, pronti ad aiutarli, ma sanno anche di poter decidere da soli.

    Per un sostegno alla genitorialità

    In questo senso, di grande aiuto sono i percorsi educativi di sostegno e di accompagnamento propri della consulenza pedagogica.

    Tali percorsi sono rivolti a genitori con figli di tutte le fasce d’età e hanno i seguenti obiettivi:

    • Sostenere i genitori nel loro ruolo;
    • Promuovere la consapevolezza dell’importanza di tale compito;
    • Accrescere e rafforzare le proprie competenze educative.

    Offrono, dunque, uno spazio di riflessione sugli atteggiamenti educativi e comunicativi messi in gioco nel rapporto tra genitori e figli.

    Come abbiamo già detto, una corretta pratica educativa e una comunicazione efficace sono strumenti fondamentali nell’educazione dei vostri figli.

    Questi percorsi, infatti, non sono solo rivolti a famiglie problematiche, o in situazioni particolarmente conflittuali, ma possono essere un cammino utile a qualsiasi genitore per migliorare la relazione e la comunicazione con i propri figli e le dinamiche familiari.

    Lo scopo è proprio quello di fornire ai genitori strumenti operativi per affrontare in maniera più adeguata i problemi evolutivi ed educativi che riguardano i propri figli.

    Contattaci per condividere i tuoi dubbi e risolvere, col nostro sostegno, le situazioni problematiche.

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