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consulenza pedagogica

  • Risorse personali ed educazione alla resistenza psicologica

    risorse personali

    Il tema delle nostre risorse personali va di pari passo con quello della resilienza o resistenza psicologica.

    Tante sono le difficoltà legate a questa condizione, ma la buona notizia è che noi siamo stati progettati per affrontarla con successo!

    Innata o no, la seconda buona notizia è che si tratta di una capacità che si può sempre migliorare e fortificare.

    È dunque per noi stessi, per il nostro cambiamento personale e per l’educazione ed il sostegno verso i nostri figli che è necessario acquisire questa caratteristica.

    Tra le risorse personali la più… particolare è proprio questa Resilienza, definita come la capacità di piegarsi senza spezzarsi.

    Ed è la mia preferita! 😉

    Conoscete la resilienza….

    Tante sono le risorse personali necessarie per affrontare i momenti più difficili della nostra quotidianità, ma è importante ricordare che dietro ogni “Crisi” si nasconde una “Opportunità”.

    Una Crisi comporta sempre una “Scelta”: singole frustrazioni quotidiane a scuola tormentano i vostri figli oppure hanno dovuto affrontare traumi non da poco, è bene, da genitori, sapere che c’è sempre una via di uscita!

    Una forza che si trova dentro di noi, dentro a ciascun genitore che sta attraversando un periodo di separazione o di divorzio, dinamiche familiari conflittuali o perdite, dentro a ciascun bambino coinvolto in violenza assistita o ragazzo vittima di bullismo.

    Siamo accanto e dentro ai nostri figli: noi conosciamo lo stress lavorativo e loro lo stress scolastico, noi ci misuriamo con le richieste articolate del capo e loro con i risultati scolastici.

    E per affrontare tutto ciò è necessario essere uniti, comunicare in modo funzionale, ascoltarsi ed implementare insieme la resilienza.

    Biogenetica delle risorse personali

    Le risorse personali di ciascuno di noi si apprendono e solidificano attraverso l’esperienza.

    Alcune sono genetiche, ereditarie, trasmesse dai nostri genitori.

    Tutte possono essere potenziate, se ci impegniamo!

    Studi sul cervello

    Bambini che in condizioni iniziali devastate possono sfuggire il destino disastroso, Emmy Werner lo dimostra. Anche se le condizioni di partenza sono tanto brutte, ci sono persone che riescono apprendere il controllo della propria vita.

    Il criminologo Friedrich Losel ha cercato di capire quali possibilità abbiano bambini provenienti da un ambiente sociale difficile di condurre la loro vita in modo diverso nel futuro.

    Ebbene, è stato provato che ci sono bambini che hanno inclinazione a cavarsela bene anche in presenza di condizioni familiari negative!

    Certo, le statistiche sociologiche dimostrano prevalentemente il contrario, ma almeno possiamo negare la correlazione tra maltrattamento in infanzia e disturbi nell’adulto.

    Addirittura è stato dimostrato che alla base di una predisposizione a soffrire più lo stress e dunque ad essere meno resiliente ci sarebbe una modificazione del cervello.

    Da un esperimento su piccoli roditori si è dimostrato che a causa di piccole mutazioni generiche alcuni sono predisposti a male tollerare le avversità della vita, in seguito ad un abuso nell’infanzia.

    Effetti dell’educazione all’affettività

    “La difesa più grande in assoluto nella vita è la formazione”

    I fattori ambientali incidono sulle nostre risorse personali: anche le personalità deboli possono superare le crisi grazie al sostegno del proprio ambiente.

    Anche in un ambiente terribilmente negativo si dà la possibilità di uno sviluppo sano; non tutti i bambini maltrattati diventano a loro volta violenti!

    Questo perché l’educazione ed il sostegno emotivo-affettivo hanno una grandissima potenza nel migliorare la vita dei bambini.

    Una ricerca svolta all’interno di una comunità in Germania ha mostrato che alcuni ragazzi hanno sviluppato, in età adulta, comportamenti violenti o dipendenze.

    Quasi la metà dei ragazzi, quelli che hanno potuto incontrare una buona famiglia affidataria con la quale sviluppare una buona relazione, non ha sviluppato disturbi.

    Di fatti, le maggiori statistiche presentano, in ragazzi abbandonati o cresciuti soli, una maggiore probabilità di diventare vittime croniche o di sviluppare disturbi psichiatrici.

    È negli anni ’80 che i ricercatori sottolineano l’importanza del contatto fisico per un sano sviluppo del bambino!

    Durante un esperimento svolto in un orfanotrofio di Bucarest, alcune famiglie adottive vennero istruite con l’indicazione di dare particolare affetto ed attenzione ai figli adottati.

    Nell’arco di 20 mesi dal Progetto, il Q.I. di questi bambini aumentò e diminuì l’incidenza di disturbi legati a paure e fobie.

    ….Per insegnarla ai vostri figli

    Seneca diceva: “le difficoltà rafforzano la mente, così come il lavoro irrobustisce il corpo”.

    Nella società di oggi siamo concentrati sul tutto e subito, le teorie sociologiche descrivono una società in velocissimo cambiamento, in cui pretendiamo egoisticamente, senza adattarci mai.

    Saper incassare e stringere i denti, incamerare delusioni e sconfitte sono capacità che non esistono quasi più.

    È qui che crescono i bambini di oggi; hanno tutto ciò che vogliono.

    In questa società, sempre più, i genitori adottano modelli educativi di iperprotezione, con la conseguenza di allevare ragazzi impulsivi, aggressivi e insicuri.

    È un istinto naturale del bambino quello di provare a fare le cose da sé: se non sostenuto c’è il rischio che con la crescita egli mostri passività e poca resistenza psicologica.

    Crescendo protetti da tutte le frustrazioni, non sviluppano sufficienti risorse personali; da grandi saranno dunque adulti delusi, che rischiano un vero e proprio trauma a contatto con il mondo esterno.

    Non è necessario per forza privarsi di tutto per coltivare la resilienza, ma come diceva Confucio:

    “Lascia che i figli abbiano sempre un po’ di freddo e un po’ di fame”

    Una certa abitudine e dimestichezza con il disagio e i sacrifici in tenera età aiutano a costruire l’antidoto al senso di frustrazione da adulti.

    Il sostegno delle risorse del bambino si accompagna con il processo di autonomia e responsabilizzazione. Nel mondo reale mamma e papà non ci saranno sempre, dunque:

    “Per ottenere ciò che si desidera è necessario faticare e soffrire un po’. Fattene una ragione, perché non c’è alternativa!”

    Sostenere questo davanti ai vostri figli li aiuta a prepararsi all’adattamento e alle strategie necessarie per fronteggiare tutte le difficoltà della vita.

    La vita non ti vizia!

    Gli studi della psicoanalisi, con Freud, spiegano che, alla nascita, siamo caratterizzati dal “principio del piacere”, per il quale vogliamo vedere realizzati immediatamente tutti i nostri desideri.

    Questo avviene quando un bambino piange e la mamma lo prende in braccio, assecondando il suo bisogno di attenzioni, il bimbo smette di piangere.

    Durante la crescita è necessario però sostituire questo funzionamento con il “principio di realtà”.

    L’educazione genitoriale per lo sviluppo delle proprie risorse personali è davvero determinante per riuscire ad aspettare e sopportare.

    Implementare la capacità di tollerare il disagio e di accettare la fatica è il trucco per aumentare la resistenza psicologica.

    È solo attraverso il lavoro umile, i sacrifici ed i fallimenti, che si impara il rispetto per tutti gli uomini.

  • Cambiamento personale: breve guida per conoscerne i segreti

    cambiamento personale

    In questo articolo vorrei parlarvi di cambiamento personale, sperando di potere rispondere alle vostre necessità personali di cambiamento 🙂

    Parto con un esempio: alcuni genitori ci hanno scritto chiedendoci “mi riconosco come troppo permissivo, come posso fare per modificare questo aspetto?” oppure “come posso rendermi un genitore più aperto e disponibile?”.

    Le nostre caratteristiche di personalità ed i nostri stili comunicativi, di cui abbiamo parlato nell’articolo sulla comunicazione funzionale, in età adulta sono già formati e risultano difficilmente modificabili.

    Quindi, se ho uno stile caratterizzato da reazioni aggressive e mi arrabbio molto quando mio figlio fa i capricci, non potrò mai modificare questo mio atteggiamento?”

    A questa domanda, nello specifico, abbiamo risposto, qualche giorno fa, in questo modo:

    Ogni comportamento può essere modificato in una direzione o in un’altra, ma è importante essere consapevoli che operare un cambiamento personale comporta dei sacrifici, necessita di una dose iniziale di coraggio, tanta fiducia in sé stessi, la convinzione che quel miglioramento porterà a benefici chiari e calcolabili e tantissima motivazione”.

    Dunque non è per niente facile e immediato, ma un cambiamento è sempre possibile!

    Infatti consapevolezza, sacrificio, coraggio, forza di volontà e motivazione sono caratteristiche che possiamo sempre sviluppare o migliorare, ma necessitano di metodo, tempo e costanza.

    Cadere è normale, insomma, ma è importante sempre rialzarsi per raggiungere il proprio obiettivo.

    I fallimenti lungo il percorso che è la vita sono naturali, errare è umano, sbagliare è sano e fortifica la crescita, se guidati nel modo giusto ed è bene accettarli come parte della nostra sfida di cambiamento.

    Dunque SI! caro genitore, puoi modificare il tuo atteggiamento. Vediamo insieme come farlo!

    I segreti del cambiamento personale

    Le abitudini, la quotidianità, le nostre routine, i comportamenti che mettiamo in atto in risposta a determinati stimoli, sono tutti ostacoli al nostro obiettivo di cambiamento.

    I nostri comportamenti, infatti, sono frutto dell’apprendimento, da quando siamo piccoli, dell’imitazione dei nostri adulti di riferimento, dei compagni di scuola e gli amici, che integrano le nostre conoscenze e le nostre idee e inevitabilmente le influenzano.

    Diverse sono le correnti di studio del comportamentismo che ci spiegano come apprendiamo un comportamento da piccoli, in modo più o meno volontario, e come esso viene nel tempo cristallizzato, grazie ai rinforzi che ci vengono proposti.

    Il comportamentismo spiega che, imparando a riconoscere un determinato stimolo, positivo o negativo che sia, durante la crescita apprendiamo, anche attraverso l’esperienza, a reagire ad esso in un determinato modo e così ci abituiamo piano piano ad associare lo stesso stimolo alla stessa reazione.

    E’ così che nascono i comportamenti umani.

    È chiaro che quanto più le abitudini comportamentali sono forti, tanto più sarà difficile mettere in atto un cambiamento personale!

    Ecco perché non ce la fai

    Vorrei analizzare qui alcuni principi che rendono molto più difficile perseguire il nostro obiettivo di cambiamento.

    • A causa del Principio del Verificazionismo siamo portati a cercare qualsiasi prova, affinché la nostra idea e la nostra convinzione siano confermate. La nostra ipotesi rispetto ad un evento viene così convalidata, escludendo ogni altra possibilità.

    Attraverso questo processo di pensiero saremo portati ad effettuare diversi ragionamenti logici, ma ATTENZIONE! È un trucco della nostra mente, un meccanismo inconscio che ci frega!

    Lasciamoci andare a idee differenti, usciamo un po’ dalla nostra zona di comfort!

    E’ importante pensare che esista un’alternativa, così impariamo piano piano a considerare prospettive diverse dalla nostra e smantelliamo le nostre convinzioni, poiché esse ci allontanano dal nostro obiettivo di cambiamento personale.

    • L’Euristica di Pensiero è un modo di pensare automatico, basato sulle esperienze vissute; è una strategia di giudizio che ci porta, ad esempio, a sovrastimare l’accadimento di qualche evento, anche senza avere fatto prima una stima di probabilità.

    Le euristiche di pensiero sono anche definite bias cognitivi: non c’entrano nulla con il pensiero critico logico e con la ragione, bensì si basano su pregiudizi ed ideologie, che semplificano la presa di decisione.

    I bias sono errori, scorciatoie mentali che ci aiutano a convincerci di alcune cose (ad esempio che ce la faremo o no) ma non sono frutto di una valutazione razionale tra pro e contro o tra benefici e costi, bensì trappole mentali.

    • Il fenomeno della Fallacia di Gabler, è la tendenza a dare rilevanza a ciò che ci è accaduto in passato, così che i giudizi attuali risultano completamente influenzati da esperienze passate, da nostri fallimenti pregressi, ad esempio.
    • Il pensiero negativo, è un Bias della Negatività: molto banalmente, è la considerazione di essere portatori sani di una macchietta della sfortuna.. Comincia a cambiare tu stesso per primo il tuo pensiero, vedrai come cambieranno le cose!!!
      Non mi credi?
      Fai una prova!!

    La profezia che si auto-avvera

    Con Profezia che si auto-avvera definiamo una situazione che, solo perché siamo convinti che si verificherà, si realizzerà in concreto di conseguenza.

    Se siamo convinti di non riuscire nel nostro obiettivo di cambiamento personale, bene! ..faremo di tutto per non riuscirci!

    La psicologia sociale ha studiato che le nostre convinzioni hanno una grandissima influenza sulla realtà: gli schemi stabili e rigidi dei nostri comportamenti cristallizzati, orientati in direzione di una nostra convinzione, possono essere profetici!!

    Se dite:

    Non ci riuscirò mai”; “Fallirò come le altre volte”; “Non troverò mai parcheggio”; “Se mangio quel cibo mi verrà sicuramente mal di stomaco”.

    Provate a dire:

    Mi impegno al massimo, sono determinato a riuscirci!”; “Questa volta sarà diverso!”; “Basta impegnarsi, sicuramente troverò parcheggio“; “Non starò sicuramente male questa volta!”.

    E fatemi sapere! 😉

    Come puoi fare: comincia così!

    Ecco alcuni segreti che ti fornisco per cominciare il tuo percorso di cambiamento:

    1. Inizia a cambiare la convinzione che hai di te stesso.

    Sei capace! Puoi farlo! Fai un altro tentativo! Non giudicare mai la tua persona: non dire “sono cattivo” ma ripetiti “ho un comportamento inadeguato”. Convinciti che è necessario cambiare per te stesso, per i tuoi figli e il benessere della tua famiglia.

    1. Fai piccoli passi per volta.

    Non cambierai dall’oggi al domani. Siediti, prendi carta e penna e scriviti i temperamenti e i comportamenti che vorresti cambiare. Riconosci i momenti in cui li metti in atto durante la giornata e crea piccoli step di cambiamento.

    Una cosa alla volta, una regola dopo l’altra, ma fai con calma e monitora ogni miglioramento, premia ogni tuo piccolo successo!

    1. Dialoga con tuo figlio.

    Se la sua età lo permette, spiega a tuo figlio la motivazione del tuo cambiamento personale: perché è importante per te cambiare? Come migliorerà questo il vostro rapporto?

    Includere tuo figlio aiuterà a siglare tra voi un nuovo patto di fiducia; è un atto di umiltà e perché no… di amicizia!

    1. Contattaci!

    Se vuoi misurare le tue abilità educative, chiederci un consiglio sulle tue reazioni o cerchi un sostegno per il tuo percorso di cambiamento, contattaci, scrivici una email!

  • Per una educazione alle emozioni e all’affettività nei bambini

    educazione alle emozioni

    Il tema delle emozioni è senza dubbio uno dei più ampi nel campo delle scienze umane.

    Soprattutto da quando, grazie al contributo degli studi sociologici e psicologici, si è iniziato a considerare le emozioni come la base del comportamento individuale e sociale.

    Le emozioni, infatti, regolano e governano tutti i rapporti umani, permettendo alle persone di aprirsi al mondo e di entrare in relazione con gli altri.

    Per questo motivo, l’educazione alle emozioni è di vitale importanza per promuovere lo sviluppo dei bambini e degli adolescenti.

    Emozioni e sentimenti

    Le emozioni possono essere definite come uno stato complesso di sentimenti che si traducono in cambiamenti fisici e psicologici che influenzano il pensiero e il comportamento.

    Innanzitutto, è fondamentale distinguere tra emozioni e sentimenti.

    Hanno entrambi componenti cognitive e motivazionali, ma le prime sono meno stabili nel tempo rispetto ai sentimenti.

    I sentimenti sono composti da più emozioni insieme e sono la parte privata delle emozioni che durano più a lungo.

    Le emozioni, dunque, sono reazioni a uno stimolo ambientale, più brevi rispetto ai sentimenti, e provocano cambiamenti su tre differenti livelli:

    • Fisiologico, comprendendo fenomeni fisici in tutto il corpo;
    • Comportamentale, determinando svariate espressioni facciali, modifiche alla postura, al tono della voce;
    • Psicologico, provocando una sensazione soggettiva, un’alterazione del controllo di sé e delle proprie abilità cognitive.

    La componente cognitiva delle emozioni

    Nelle situazioni emotive la mente elabora gli stimoli e controlla le reazioni.

    Le emozioni si trasformano così nel movente che si pone alla base dei nostri comportamenti: fondano la nostra identità, determinando le scelte e il pensiero, influendo anche sulle conoscenze.

    Ragione ed emozione, infatti, non sono due poli opposti.

    Ogni funzione cognitiva racchiude componenti emotive, e viceversa: conoscere e valutare le emozioni significa pensare e decidere meglio.

    L’emozione influisce nel processo di apprendimento in quanto agisce come guida nella presa di decisioni e nella formulazione delle idee.

    L’aspetto emotivo ed affettivo è, dunque, fondamentale nella comunicazione e nelle interazioni sociali.

    L’essere umano è una totalità di razionalità ed emotività.

    Lo stesso Jean Piaget afferma l’esistenza di uno stretto parallelismo fra lo sviluppo dell’affettività e quello delle funzioni intellettuali, in quanto si tratta di due aspetti indissolubili di ogni azione.

    L’intelligenza emotiva

    L’intelligenza emotiva si riferisce alla capacità di riconoscere i propri sentimenti e quelli degli altri, di gestire positivamente le proprie emozioni, tanto interiormente, quanto nelle relazioni sociali.

    I nostri comportamenti non sono direttamente correlati alla situazione ma sono legati alle emozioni che da quella medesima circostanza sono scaturite.

    In questo senso, l’intelligenza emotiva pone l’accento sulla capacità di armonizzare pensiero e sentimento, parola e vissuti emotivi, dimensione mentale e dimensione affettiva.

    Essere consapevoli di sé vuol dire essere consapevoli sia dei nostri sentimenti che dei nostri pensieri su di essi.

    La consapevolezza sul proprio stato emotivo è fondamentale: conoscere e saper esprimere i propri sentimenti apertamente e con assertività, conoscere i propri punti deboli e punti di forza.

    Ciò presuppone autocontrollo, nel riuscire a dominare i turbamenti forti e trasformarli in qualcosa di costruttivo, ed empatia, ossia la capacità di percepire e riconoscere i sentimenti degli altri, di sintonizzarsi emotivamente con loro e adottare la loro prospettiva.

    Naturalmente, essere in grado di gestire le emozioni nelle relazioni e saper leggere accuratamente le situazioni sociali permette di trattare con efficacia le interazioni, i conflitti, i problemi comunicativi.

    La competenza emotiva

    Con tale termine si intende l’insieme delle abilità pratiche necessarie per l’autoefficacia dell’individuo nelle interazioni sociali che suscitano emozioni.

    Essa si basa sulle seguenti dimensioni:

    • L’espressione emozionale, che consiste nell’utilizzo dei gesti per esprimere messaggi emotivi non verbali, dimostrare coinvolgimento empatico, manifestare emozioni sociali;
    • La comprensione emozionale, ovvero la capacità di discernere i propri stati emotivi e quelli altrui e la capacità di verbalizzare le emozioni;
    • La regolazione emozionale, che consiste nella capacità di fronteggiare le emozioni negative e quelle positive o le situazioni che le suscitano, regolando strategicamente l’esperienza e l’espressione delle emozioni.

    L’alfabetizzazione emozionale

    Insegnare l’alfabeto delle emozioni è un processo simile a quello in cui si impara a leggere, poiché comporta la promozione della capacità di leggere e comprendere le proprie ed altrui emozioni.

    Si tratta di una tipologia di intervento educativo volto a promuovere il benessere socio-emozionale dell’individuo, attraverso l’insegnamento delle abilità necessarie per la competenza emotiva.

    Le abilità fondamentali sono:

    • Identificare e denominare le emozioni;
    • Esprimere le emozioni;
    • Valutare l’intensità delle emozioni;
    • Gestire le emozioni;
    • Rimandare la gratificazione per perseguire l’obiettivo;
    • Aumentare la resistenza allo stress;
    • Conoscere la differenza tra emozioni e azioni.

    L’educazione alle emozioni

    Per molti anni, l’educazione emotiva è stata trascurata.

    Oggi le neuroscienze indicano una sovrapposizione tra sviluppo intellettivo e sviluppo emotivo-affettivo, per cui non si può pensare di intraprendere un percorso di apprendimento tralasciando l’aspetto emozionale.

    Partiamo dal presupposto che la conoscenza del proprio sentire è davvero un percorso complesso, che va di pari passo alla maturazione fisica e psicologica di un individuo.

    Dare un nome ai sentimenti è più facile quando si ha la possibilità di attingere ad un vocabolario ampio e articolato.

    Gli adulti, infatti, attraverso l’esperienza e la maturazione del linguaggio, riescono a definire meglio il proprio stato emotivo e ad intuire, spesso, anche quello altrui.

    Costruire un percorso di educazione alle emozioni ha una valenza grandissima: avvicinare alla consapevolezza del sé, significa portare contemporaneamente alla conoscenza dell’altro.

    In ogni momento i bambini possono sperimentare, attraverso varie situazioni, una molteplicità di sentimenti, anche contrastanti, che possono confonderli, impaurirli, proprio perché non ne hanno piena padronanza.

    Conoscere il proprio stato d’animo e capire quali conseguenze esso possa avere sul comportamento, significa anche prendere coscienza dei propri bisogni e di quelli altrui.

    Come promuovere l’educazione alle emozioni?

    Ecco alcuni consigli pratici da utilizzare sia a casa che a scuola.

    La drammatizzazione e la narrazione

    La recitazione è uno strumento privilegiato per sperimentare completamente le emozioni.

    Recitare vuol dire fingere, fingere significa immedesimarsi, ci si può immedesimare solo se si è empatici.

    La drammatizzazione aiuta i bambini a socializzare tra di loro, a lavorare in gruppo, a collaborare e ad aiutarsi.

    Allo stesso modo, la narrazione può essere uno dei momenti più importanti per sviluppare la competenza emotiva del bambino.

    Attraverso la lettura di libri i bambini possono esplorare ed entrare in contatto con il mondo delle emozioni.

    E’ compito dei genitori e degli insegnanti stimolarli nella lettura, con domande costruttive per comprendere le varie emozioni che si incontrano nei personaggi delle storie.

    Il diario delle emozioni

    Attività che può essere svolta sia a casa che a scuola, ma anche in continuità.

    Si richiede ai bambini di annotare su un diario le emozioni che provano, in modo tale che, a fine giornata, è possibile stimolarli con domande, quali: come ti senti? come ti sei sentito in quel momento? cosa hai provato?

    Le domande sulle emozioni provate sono fondamentali per incrementare la comprensione e la verbalizzazione delle emozioni.

    Con i bambini più grandi, invece, si può anche pensare di creare una vera e propria cartellina delle emozioni, in cui possono descrivere le emozioni provate, le cause e le conseguenze.

    Sul diario si annotano, a fine giornata, le emozioni più intense che hanno provato, divise in due colonne: positive e negative.

    Lo scopo è poi sempre quello di capire le cause ed imparare a riconoscere e a gestire le proprie emozioni.

    Contattaci per tanti altri consigli e attività pratiche 😉

  • Per un sostegno alla genitorialità: la consulenza pedagogica

    sostegno alla genitorialità

    Come abbiamo detto il mestiere del genitore non è sicuramente facile, anzi possiamo dire che è uno dei più difficili e complessi.

    Capita molto spesso ai genitori di sentirsi inadeguati nello svolgimento delle proprie modalità genitoriali, così come non mancano mai dubbi, ostacoli o difficoltà da affrontare.

    Niente paura, è più che normale: nessuno è nato capace di fare tutto 😉

    Riconoscere di non essere in grado e richiedere un sostegno, un consiglio, un aiuto su come svolgere al meglio il ruolo del genitore non è sintomo di debolezza, bensì di grande coraggio.

    La qualità delle cure genitoriali e lo stile educativo sono fondamentali nel processo di crescita e di formazione dell’identità del bambino. 

    In questo senso, la consulenza pedagogica o la mediazione familiare sono due strumenti molto efficaci come sostegno alla genitorialità.

    Diventare genitori

    Quando un figlio viene concepito e, poi, dato alla luce, avviene una profondo mutamento nei due individui che da uomo e donna si trasformano in padre e madre, ossia in genitori.

    Una trasformazione che riguarda anche la coppia che adotta un figlio, che diventa coppia di genitori non per atto biologico, ma giuridico.

    La genitorialità non si riduce al solo evento fisico della procreazione e della nascita, o del riconoscimento legale, ma ha un significato molto più profondo.

    L’arrivo di un figlio comporta un atto di responsabilità e il riconoscimento di un nuovo ruolo da parte dei genitori che si trovano a dover svolgere una nuova funzione, compiere scelte, elaborare decisioni, individuare obiettivi e traguardi in un’ottica comune.

    La genitorialità è, quindi, un processo dinamico rappresentato dalla nascita non solo di un figlio, ma di una nuova relazione, in perenne trasformazione, e di nuove identità.

    La coppia modifica le proprie dinamiche interne, dovendo riconoscere il cambiamento dei reciproci ruoli, e delle modalità di dialogo tra gli elementi che la compongono, in vista di nuovi obiettivi comuni.

    La genitorialità è, proprio, l’insieme delle scelte educative e delle modalità di dialogo che i genitori decidono di instaurare con il proprio figlio.

    La genitorialità

    Il significato di questo termine è, in questi ultimi anni, continuamente in evoluzione.

    Sempre maggiore diventa la sua complessità e sempre più ramificato il suo intrecciarsi con altri aspetti della ricerca pedagogica e clinica.

    La concezione pedagogica vede la genitorialità come il lungo e continuo apprendistato per imparare l’arte di essere genitori.

    E’, dunque, il processo dinamico attraverso il quale si impara a diventare genitori capaci di prendersi cura e di rispondere in modo sufficientemente adeguato ai bisogni dei figli.

    Bisogni estremamente diversi a seconda dell’età evolutiva.

    La genitorialità è, infatti, dinamica: cambia nel tempo, e nel contesto sociale in cui cresce, ma cambia anche all’interno della stessa relazione, in base alle varie fasi della crescita del figlio.

    Non si può essere genitori sempre allo stesso modo, e con ciascun figlio.

    In questo senso, la genitorialità può essere definita come la capacità di espletare il ruolo di genitore.

    Un compito estremamente complesso che si realizza attraverso l’adozione di un assetto comportamentale che richiede diverse competenze e abilità finalizzate a:

    • Nutrire;
    • Accudire;
    • Proteggere;
    • Dare affetto e sostegno;
    • Promuovere l’autonomia e l’indipendenza;
    • Garantire un buon adattamento tra stadio evolutivo del minore e ambiente.

    Vale a dire, tutti quei comportamenti volti all’educazione, alla protezione e al sostegno del bambino, che possono essere definiti anche “parenting“.

    Alcuni consigli pratici per i genitori

    Nel momento in cui si diventa genitori si devono affrontare problematiche, incertezze, dilemmi riguardanti l’educazione dei propri figli.

    Diventa quindi importante essere in grado di gestire queste situazioni.

    Le domande più frequenti sono: scegliere per loro o consigliare? Aiutare od ostacolare? Farli sperimentare o evitare l’errore? Ignorare o ascoltare? Fare o insegnare a fare? Punire o lasciare correre?

    Ovviamente non esiste una risposta giusta o sbagliata ma andrebbe valutata ogni singola situazione.

    Per questo motivo, la figura del  consulente pedagogico può essere di grande aiuto e sostegno nell’affrontare e risolvere tali situazioni.

    Ecco alcuni semplici consigli, che potete utilizzare fin da subito nell’educazione dei vostri figli 😉

    Stabilite delle regole a seconda delle loro esigenze e fate seguire i fatti alle parole: non promettete qualcosa, sia positiva che negativa, e poi non rispettate tale promessa.

    Parlate in modo chiaro, fate richieste precise, controllate il tono di voce e il modo in cui comunicate le cose; se necessario, ripetete anche più volte e chiaramente quello che gli chiedete di fare.

    Ascoltateli e accogliete le loro esigenze, parlandogli in prima persona: devono sapere che li ascoltate e comprendete profondamente le loro richieste.

    Incentivateli piuttosto che minacciarli con punizione: credetemi troppe punizioni, per ogni cosa, sono controproducenti.

    Una punizione, comunque, deve essere misurata, coerente ed essere accompagnata da una spiegazione.

    Insegnate sempre ai vostri figli ad assumersi le proprie responsabilità e ad essere autonomi ed indipendenti.

    Devono imparare a fare le cose da soli e a prendere autonomamente le loro decisioni, senza sentirsi abbandonati.

    Loro sanno che voi siete al loro fianco, pronti ad aiutarli, ma sanno anche di poter decidere da soli.

    Per un sostegno alla genitorialità

    In questo senso, di grande aiuto sono i percorsi educativi di sostegno e di accompagnamento propri della consulenza pedagogica.

    Tali percorsi sono rivolti a genitori con figli di tutte le fasce d’età e hanno i seguenti obiettivi:

    • Sostenere i genitori nel loro ruolo;
    • Promuovere la consapevolezza dell’importanza di tale compito;
    • Accrescere e rafforzare le proprie competenze educative.

    Offrono, dunque, uno spazio di riflessione sugli atteggiamenti educativi e comunicativi messi in gioco nel rapporto tra genitori e figli.

    Come abbiamo già detto, una corretta pratica educativa e una comunicazione efficace sono strumenti fondamentali nell’educazione dei vostri figli.

    Questi percorsi, infatti, non sono solo rivolti a famiglie problematiche, o in situazioni particolarmente conflittuali, ma possono essere un cammino utile a qualsiasi genitore per migliorare la relazione e la comunicazione con i propri figli e le dinamiche familiari.

    Lo scopo è proprio quello di fornire ai genitori strumenti operativi per affrontare in maniera più adeguata i problemi evolutivi ed educativi che riguardano i propri figli.

    Contattaci per condividere i tuoi dubbi e risolvere, col nostro sostegno, le situazioni problematiche.

  • Educare e responsabilizzare i figli adolescenti: istruzioni per l’uso

    responsabilizzare i figli

    L’adolescenza è un periodo di transizione tra la fanciullezza e l’età adulta, durante il quale si verificano notevoli cambiamenti fisici e psicologici.

    Possiamo definirla come un momento di svolta, caratterizzato da cambiamenti e sperimentazioni.

    E’, dunque, un momento molto difficile e critico per i vostri figli, ma anche per voi genitori.

    Educare e responsabilizzare i figli adolescenti non è un compito facile: richiede tempo, pazienza, energia.

    In questo articolo cercheremo di far luce sul periodo adolescenziale, fornendovi alcune “istruzioni per l’uso” che potranno aiutarvi a fronteggiare, insieme a vostro figlio, i cambiamenti di questo particolare momento.

    Lo sviluppo adolescenziale

    L’adolescenza è un periodo dello sviluppo che rappresenta il passaggio dall’età infantile a quella adulta.

    Il termine, infatti, significa crescere.

    E’una fase caratterizzata da cambiamenti profondi, sia dal punto di vista fisico che emozionale e comportamentale.

    Si tratta, infatti, di un cambiamento completo, che tocca diverse sfere della natura umana: dall’ambito della fisicità, a quello delle emozioni e delle relazioni.

    Un sentimento tipico degli adolescenti consiste nel sentirsi disorientati, proprio perché è questa la fase in cui si inizia la ricerca della propria identità.

    Gli adolescenti si trovano a vivere una vera e propria tempesta di umori, di cambi repentini di opinione, di gusti, preferenze, valori, desideri, aspirazioni.

    Da un lato c’è la spinta a costruire, sperimentare, mettersi in gioco, e dall’altro la necessità di omologarsi al gruppo, nascondersi e confondersi, per non essere esclusi o considerati estranei.

    Le esperienze in adolescenza sono perciò essenziali per la formazione della personalità, anche quelle negative di rifiuto e di frustrazione.

    In questa delicata fase possono emergere pensieri e comportamenti trasgressivi e devianti, di fuga o di rottura di certi schemi, così come di isolamento.

    I comportamenti tipici

    Ogni fase dello sviluppo di un individuo è caratterizzata da atteggiamenti e comportamenti tipici.

    Per quanto riguarda l’adolescenza sono, principalmente, i seguenti:

    • La tendenza all’indipendenza e a voler trascorrere molto tempo con i coetanei;
    • La necessità di sperimentare situazioni ed emozioni nuove;
    • Repentini cambiamenti di umore e di atteggiamento;
    • Frequenti discussioni e liti con i genitori;
    • La ricerca di una propria identità.

    Vediamo nello specifico questi comportamenti tipici lungo le varie fasi dell’adolescenza.

    Fase iniziale

    In questa prima fase il ragazzo comincia ad essere alla ricerca di una propria identità ed inizia ad esprimere i propri sentimenti attraverso le azioni, più che con le parole.

    Attribuisce molta importanza agli amici e al gruppo di coetanei, dando sempre meno attenzioni ai genitori, verso i quali può mostrare anche sentimenti negativi.

    Il gruppo dei coetanei ha una grande influenza sulle sue scelte e decisioni, sul modo di comportarsi e sul modo di vestire.

    Il ragazzo potrebbe iniziare a sfidare le regole e a misurarsi con i propri limiti, fino a compiere le prime esperienze occasionali con particolari sostanze.

    Fase intermedia

    In questa fase il ragazzo comincia a costruirsi la propria identità ma è ancora in confusione: alterna, infatti, momenti di grandi e irrealistiche aspettative di sé a momenti di bassa autostima.

    E’ sempre più alla ricerca della propria indipendenza e autonomia, affidando una grande importanza al gruppo di amici.

    E’ molto volubile, cambia spesso idea, mostra sentimenti ambivalenti, a volte si mostra forte e coraggioso, altre volte timido e insicuro.

    Dal punto di vista emozionale, inizia a distaccarsi dai genitori, lamentando la loro interferenza nella sua vita e riducendo la stima nei loro confronti.

    Fase finale

    In quest’ultima fase il ragazzo rafforza la sua identità personale e comincia ad acquisire una maggiore consapevolezza di sé.

    Ragiona autonomamente ed è in grado di prendere decisioni da solo, esprimendo le proprie opinioni tramite le parole e giungendo a compromessi.

    I suoi interessi e le sue emozioni sono più stabili ed ha maggiore fiducia in se stesso.

    In lui cresce l’attenzione verso il futuro: comincia a pensare a quale sarà il suo ruolo nella vita ed è coinvolto in relazioni importanti.

    L’autostima è ora più legata al giudizio personale piuttosto che ha quello degli altri, è più maturo e comincia a sentirsi, e a comportarsi, come un adulto.

    Il rapporto genitori-figli

    Discussioni e liti tra genitori e figli sono molto frequenti nel periodo adolescenziale.

    La conflittualità genitori-figli durante il periodo adolescenziale è sicuramente più bassa nelle famiglie in cui si è sempre respirato un clima di rispetto reciproco e di collaborazione.

    La comunicazione efficace in famiglia è sempre fondamentale e aiuta a risolvere conflitti e incomprensioni.

    Infatti, la possibilità di parlare apertamente in famiglia dei propri problemi è uno degli aspetti più importanti del rapporto tra genitori e figli.

    Buoni rapporti e livelli di comunicazione, però, non s’improvvisano, ma richiedono attenzione, energie e tempo da parte dei genitori.

    Istruzioni per l’uso

    Il passaggio dei figli attraverso l’adolescenza è generalmente fonte di stress per i genitori: si sentono inadeguati, rifiutati, esclusi e, di conseguenza, non sanno come comportarsi.

    Ecco alcuni consigli e strategie che possono aiutarvi a fronteggiare questo delicato momento della vita dei vostri figli.

    Cercate di instaurare in famiglia un clima di onestà, rispetto reciproco e mutua collaborazione tra voi e vostro figlio.

    Favorite l’autonomia e l’affermazione di sentimenti ed aspirazioni: insegnate ai vostri figli a fare da soli e a prendere le decisioni da soli.

    In questo senso, fondamentale è anche l’educazione alla responsabilità.

    Responsabilizzare i figli, da piccoli e nell’adolescenza, non è di certo un compito facile ma è di vitale importanza per la loro crescita e per il passaggi all’età adulta.

    Stabilite poi regole chiare e precise, non troppo restrittive, da concordare in anticipo con i vostri figli.

    Dovete essere flessibili nei comportamenti: regole definite ma coerenti e contestuali alle varie situazioni.

    Mostratevi sempre comprensivi e vicini ai vostri figli senza, però, essere troppo invadenti.

    Il periodo adolescenziale è uno dei periodi più difficili da affrontare, sia per i vostri figli sia per voi genitori, ma non spaventatevi e non sentitevi sempre inadeguati, potete farcela!! 😉

    Nella speranza che i nostri consigli possano aiutarvi a fronteggiare il periodo adolescenziale, non esitate a contattarci per chiarimenti!

  • Autonomia personale bambini: consigli e buone pratiche per svilupparla

    autonomia personale bambini

    Abbiamo parlato in un precedente articolo dell’autonomia e dell’importanza di responsabilizzare i bambini per favorirne uno sviluppo completo ed integrato.

    E’, infatti, fondamentale educarli al senso di responsabilità e all’autonomia, due concetti fondamentali per l’educazione.

    L’autonomia personale bambini è un tema di grande importanza che deve essere conosciuto, e compreso, dai genitori per essere conseguentemente promosso e sviluppato nei bambini.

    I genitori devono educare i propri figli all’autonomia fin da subito, quando sono piccoli, e continuare quando sono più grandi.

    In questo contributo vi forniremo dei consigli molto utili che potrete utilizzare nella vostra pratica educativa per favorire un’adeguata educazione all’autonomia.

    Educare i bambini all’autonomia

    L’autonomia è un aspetto importante della personalità che bisogna adeguatamente stimolare per permettere uno sviluppo armonioso e coerente.

    Le vostre richieste, in termini di autonomia, devono essere adeguate allo sviluppo cognitivo e linguistico dei bambini.

    Non si può, infatti, pretendere lo stesso livello di autonomia in tutte le fasi evolutive e a tutte le età.

    I bambini poi non sono tutti uguali: lo sviluppo dell’autonomia, così come lo sviluppo cognitivo, emotivo e linguistico possono svilupparsi in momenti diversi.

    Ecco alcune cose che dovete sempre tenere presenti.

    • Mantenete obiettivi realisti: ad ogni specifica età corrispondono compiti, attività e richieste ben precise, e ogni bambino è diverso;
    • Perseverate e rimanete costanti: quando richiedete a vostro figlio di svolgere un compito o un’attività, dovete spiegare la richiesta in modo chiaro e dovete essere costanti;
    • Incoraggiate senza imporre: le richieste devono essere sempre incoraggiate, mai imposte, e non devono essere eccessive.
    • Create delle routine: è necessario avere delle routine, per fornire al bambino un senso di sicurezza in quello che deve fare, soprattutto per quanto riguarda l’indipendenza nei pasti, nel sonno e nell’igiene personale;
    • Sosteneteli nei loro progressi e negli errori: è fondamentale supportare i bambini sia nei progressi ma anche negli errori, utilizzando sempre un linguaggio comunicativo chiaro.

    Le tappe di sviluppo dell’autonomia

    Come anticipato, dovete sempre considerare le fasi evolutive dei bambini per capire quali richieste è possibile fargli.

    Intorno ai 15 mesi il bambino è in grado tenere in mano il cucchiaio e comincia a desiderare di mangiare da solo.

    Tra i 18 e i 20 mesi egli inizia a spostare gli oggetti da un luogo ad un’altro.

    A 24 mesi il bambino è capace di lavarsi e asciugarsi da solo le mani e la faccia.

    Intorno ai 3-4 anni è in grado di vestirsi da solo.

    A 4-5 anni, infine, comincia a voler fare le stesse cose dei genitori.

    Durante tutte queste fasi il genitore deve essere in grado di guidare, dare consigli, stimolare e porsi come modello di comportamento per il bambino.

    Allo stesso tempo, deve anche essere in grado di lasciare al bambino degli spazi e dei momenti in cui possa prendere l’iniziativa, senza interferenze.

    Come si raggiunge l’autonomia nei bambini

    Il bambino deve essere educato a fare da solo, a risolvere i problemi quotidiani e ad affrontare le difficoltà.

    E’ fondamentale insegnargli prontamente a “fare le cose”, ovvero a mangiare da solo, a vestirsi da solo, a sistemare da solo i giochi, a curare l’igiene personale, e così via.

    Come dice Maria Montessori, infatti, “insegnare ad un bambino a mangiare, a lavarsi e a vestirsi, è un lavoro ben più lungo, difficile e paziente che imboccarlo, lavarlo e vestirlo”.

    Più difficile e più lungo certamente, ma fondamentale e di gran lunga più soddisfacente.

    Affinché un bambino acquisisca le competenze in maniera autonoma è indispensabile che abbia a disposizione gli strumenti giusti per realizzare materialmente la sua indipendenza.

    In questo senso, anche l’ambiente domestico deve essere arredato in modo da garantire al bambino di praticare effettivamente la sua autonomia.

    Fondamentale è garantirgli un ambiente a “misura di bambino”, con arredi da lui facilmente accessibili ed utilizzabili.

    Di seguito, troverete alcuni consigli pratici per promuovere l’autonomia.

    Stimolare l’autonomia in relazione all’igiene personale

    Il bambino impara a lavarsi da solo più facilmente, e con più soddisfazione, se accede liberamente al lavandino.

    Se riesce ad arrivare da solo a prendere lo spazzolino o il dentifricio, arrivare alla saponetta o prendere da solo l’asciugamano, avere a disposizione la spazzola e il pettine, sarà più stimolato ad agire.

    In questo modo può liberamente, e in autonomia, fare esperienza ed imitare l’adulto nei gesti relativi l’igiene personale.

    Il mio consiglio è quello di acquistare uno sgabello che permetta al bambino di raggiungere il lavandino, sul quale, poi, egli troverà tutto l’occorrente per l’igiene personale avendo ogni cosa a disposizione.

    E’ fondamentale che il bambino capisca la funzione dello sgabello e senta di possederlo come strumento che gli appartiene: solo così comprenderà l’importanza dell’igiene personale come routine quotidiana.

    La routine, in questo caso, è di vitale importanza: ogni mattina e ogni sera dovete svolgere assieme a lui queste attività, e poco a poco vedrete che le farà da solo e di sua spontanea volontà.

    Stimolare l’autonomia in relazione al vestirsi da solo

    Un bambino che si veste da solo è un bimbo che prova piacere nel vedersi vestito.

    Per ottenere questo grado di autonomia sono necessarie poche condizioni.

    Innanzitutto, il piccolo deve avere il consenso di mamma e papà, che devono elogiarlo, e mai sgridarlo o criticarlo, magari per una scelta di abbinamento un po’ eccentrica 😉

    In casa deve esserci una specchiera ad altezza di bambino, perché deve potersi specchiare da solo.

    Deve poi poter gestire da solo il suo guardaroba:  i vestiti e l’armadio devono “misurarsi” con l’altezza e le sue abilità motorie.

    Il consiglio è quello di sistemare gli indumenti ad altezza di bambino.

    Dunque, fate in modo che possa accedere alle grucce e destinategli e i cassetti bassi, ovvero quelli che può aprire e chiudere da solo, ed, eventualmente, utilizzata cestoni o cassettiere a misura di bambino.

    Educare il bambino a mangiare da solo

    La prima autonomia che va insegnata a un bambino è quella di mangiare da solo.

    Si inizia durante lo svezzamento mettendogli piccoli pezzi di cibo nel piattino, in modo che se li porti da solo alla bocca.

    Ricordatevi di imboccarlo il meno possibile, deve imparare a fare da solo!

    Quando è più grande si passa all’uso del cucchiaino e della forchetta, fino al coltello (per bambini) per tagliare i cibi più morbidi o spalmabili.

    In parallelo bisogna insegnargli a portare il bicchiere alla bocca e a pulirsi da solo con il tovagliolo.

    Tutte queste attività sviluppano la manualità e l’imparare a maneggiare le posate, come gli adulti, fa crescere l’immagine di sé e l’autostima.

    Tutte queste attenzioni aiuteranno il vostro bambino ad essere autonomo, inizialmente nelle piccole cose e poi, crescendo, in tutte le attività quotidiane.

    Il mestiere del genitore è uno dei più difficili e dei più belli in assoluto, l’importante è conoscere e comprendere le regole dell’educazione.

    In questo possiamo aiutarvi 😉

    Non esitate a contattarci per altri consigli o domande!

  • Gli stili educativi genitoriali e lo sviluppo del bambino

    stili educativi genitoriali

    Cosa sono gli stili educativi genitoriali? Quali sono le caratteristiche di ogni stile?

    Quanto influenzano la crescita e lo sviluppo dei bambini?

    Sono tutte domande che sicuramente vi sarete posti almeno una volta.

    Vediamo di dare una risposta a questi interrogativi, presentando gli stili educativi e indicando quale può essere quello più consono ad una crescita armonica dei vostri bambini.

    Gli stili educativi genitoriali

    Sono l’insieme delle modalità educative che ognuno di noi, consapevolmente o meno, si trova ad utilizzare con i propri figli.

    Ad ogni stile educativo corrispondono modalità specifiche che comportano possibili esiti a lungo termine sulla personalità dei figli.

    Infatti, i modelli educativi genitoriali, così come lo stile di attaccamento del bambino, influiscono sul suo modo di relazionarsi all’interno della famiglia e nel mondo sociale.

    Questo perché genitori e figli si influenzano reciprocamente.

    Naturalmente, ogni genitore è portatore di esperienze passate e vive il ruolo genitoriale con una propria specificità.

    Nonostante tali specificità, è fondamentale che entrambi i genitori imparino a collaborare e a combinare le loro diversità per creare un approccio coerente e funzionale.

    Dal punto di vista educativo, infatti, è fortemente confusionario per il bambino il comportamento di due genitori che forniscono indicazioni e richieste molto diverse fra di loro e a volte contraddittorie.

    Gli stili educativi dei genitori contribuiscono e possono avere effetti, positivi o negativi, sulla crescita e sullo sviluppo dei bambini, anche a lungo termine.

    Per questo motivo, risulta di fondamentale importanza conoscere e mettere in atto lo stile migliore per favorire uno sviluppo armonioso e coerente.

    Individuare lo stile educativo genitoriale più adatto per l’educazione dei propri figli, spesso diventa uno dei compiti più ardui e difficili per i genitori.

    Le componenti degli stili educativi

    Gli stili educativi derivano dalla combinazione di due livelli:

    • Di controllo, riferito alle pressioni esercitate dei genitori per stimolare comportamenti socialmente adeguati nei figli, attivando meccanismi di controllo e di supervisione;
    • Di supporto, riferito al sostegno, alla vicinanza emotiva e alla disponibilità a soddisfare i bisogni dei figli, attivando meccanismi che stimolano l’autoregolazione e l’affermazione di sé.

    Dalla combinazione di queste due dimensioni nascono tre stili educativi genitoriali, molto diversi tra loro, per non dire opposti.

    Questi tre stili si sviluppano lungo un continuum che va dallo stile educativo autoritario allo stile educativo permissivo passando per lo stile educativo autorevole.

    Vediamoli insieme.

    Lo stile educativo permissivo

    E’ caratterizzato da basse aspettative nei confronti del figlio, soprattutto in termini di maturità ed autocontrollo.

    Il genitore permissivo è aperto al dialogo e affettuoso, soddisfa le richieste e i bisogni del bambino, senza però fornire regole e modelli di condotta.

    Offre, quindi, molto nutrimento affettivo, ma spesso si relaziona al figlio più come un “amico” che come una figura genitoriale.

    Le caratteristiche di un genitore permissivo sono le seguenti:

    • Fornisce poche regole o norme di comportamento;
    • Quando offre regole spesso risulta incoerente o non le mantiene con fermezza;
    • Si relaziona come figura amica piuttosto che genitoriale;
    • Usa la corruzione per ottenere dal bambino i comportamenti desiderati (ad esempio fare troppi regali e assecondare i capricci).

    Gli effetti di uno stile parentale permissivo sul bambino si ritrovano nella mancanza di disciplina, scarse abilità sociali e relazionali, insicurezza a causa della mancanza di confini e modelli di comportamento a cui fare riferimento.

    Uno stile educativo troppo permissivo può essere pericoloso per il processo di crescita di vostro figlio!

    Come fare se vi identificate in esso?

    Lavorate su voi stessi affinché siate una figura di rispetto e di riferimento per i vostri figli, ma senza cambiare improvvisamente stile, altrimenti genererete confusione e rabbia nel bambino: acquisite un punto di vista differente, confrontatevi anche con parenti o altri genitori!

    Se il bambino imparerà che può fare e ottenere tutto ciò di cui ha voglia, senza limiti, anche da adulto non temerà di incorrere in alcuna sanzione o punizione.

    Tanto affetto va bene ma attenzione alla cultura delle regole e del rispetto per gli altri!

    Stile educativo autoritario

    Il genitore autoritario ha elevate aspettative nei confronti del figlio, è rigido e inflessibile, molto esigente: non riesce a sentire i bisogni dei figli e ad ascoltarli.

    Il figlio deve rispettare delle regole rigide e imposte, il cui mancato rispetto comporta punizioni di tipo fisico o verbale.

    Non suggerisce, infatti, al bambino come gestire i propri comportamenti, non lo aiuta a identificare alternative e valutare le conseguenze delle proprie azioni.

    Anziché premiare i comportamenti positivi e socialmente desiderabili, fornisce solo feedback negativi sotto forma di punizioni per comportamento scorretti adottati.

    Dunque, il genitore autoritario:

    • Impone regole severe ed ha alte aspettative;
    • E’ molto esigente ma non offre spiegazioni in merito alle richieste ed ai divieti imposti;
    • Non esprime molto calore e nutrimento;
    • Utilizza punizioni e controllo;
    • Non offre alternative o opzioni al bambino affinché possa imparare a ragionare e scegliere.

    I bambini cresciuti da genitori con stile autoritario non vengono stimolati ad essere indipendenti, autonomi e a conoscere i propri limiti, ma viene loro insegnato ad aderire passivamente alle richieste e alle aspettative della società.

    Gli effetti di questo stile sul bambino si riscontrano in una bassa autostima e in una forte difficoltà nella socializzazione e nella relazione.

    Un bambino cresciuto in un ambiente autoritario impara che anche quel tipo di relazione è una forma di amore.

    In questi bambini è più elevato il rischio di porre in essere comportamenti devianti nel futuro, soprattutto se cresciuti in un ambiente maltrattante o con episodi di violenza assistita.

    Aumenta la probabilità di sviluppare, da adulti, profili ad alto rischio di vittimizzazione o, al contrario, di bullismo.

    Stile educativo autorevole

    Il genitore autorevole stabilisce regole e linee guida che il figlio è tenuto a seguire in modo democratico.

    Infatti, è in grado di adattare, per mezzo del confronto e dell’ascolto, tali regole alle esigenze e alle richieste del minore.

    Quando il bambino non riesce a soddisfare le aspettative, il genitore offre nutrimento, conforto piuttosto che punizioni.

    Si tratta di un genitore capace di impartire poche ma chiare norme di comportamento con un atteggiamento assertivo non invadente o restrittivo.

    Il genitore autorevole valorizza l’indipendenza, l’autonomia ed al tempo stesso fa anche valere l’autorità.

    Si tratta del modello educativo più adeguato poiché permette di fornire al bambino regole chiare, coerenti e adeguate al livello di sviluppo del figlio attraverso la spiegazione dei motivi per cui sussistono divieti o proibizioni.

    E’ un genitore aperto alla negoziazione e disponibile a mettere in discussione il proprio punto di vista.

    Le caratteristiche di un genitore autorevole sono:

    • Esprime le regole in modo positivo, chiaro, sintetico e concreto: meno divieti (“Non…”), più permessi (“Puoi…”);
    • Rispetta i desideri del bambino;
    • Ha aspettative nei confronti del bambino realistiche ed in linea con l’età;
    • E’ caloroso, sollecita le opinioni e i sentimenti del bambino;
    • Fornisce spiegazioni per le decisioni che prende e le regole che fissa;
    • Manifesta stima e fiducia verso sé e verso il figlio;
    • Ascolta il figlio valorizzando le sue parole, sentimenti ed esperienze.

    Gli effetti positivi sulla crescita del bambino

    Gli effetti di un’educazione autorevole sul bambino sono molto positivi, e ne permettono uno sviluppo coerente ed armonioso.

    Il bambino è in grado di sviluppare le seguenti caratteristiche:

    • Autonomia, responsabilità e indipendenza;
    • Competenza sul piano delle relazioni sociali, apertura al dialogo con i genitori ed i coetanei;
    • Assertività, ovvero più competenza nell’espressione delle proprie idee ed opinioni;
    • Buona fiducia in sé e nelle proprie capacità;
    • Rispetto delle regole che però non segue passivamente ma solo dopo averle comprese, interiorizzate e fatte proprie.
    • Sviluppo del senso critico e buone capacità di adattamento.

    Appare chiaramente che lo stile educativo autorevole è quello più idoneo per garantire lo sviluppo emotivo, sociale e relazionale dei bambini.

    Per domande, dubbi o consigli sullo stile che state utilizzando o che vorreste utilizzare, non esitate a contattarci.

    Possiamo aiutarvi a trovare ed utilizzare lo stile educativo più adatto nell’educazione dei vostri bambini.

  • Bisogni educativi speciali e disabilità. Le basi per una didattica inclusiva

    Bisogni educativi speciali e disabilità

    Sempre più spesso, in ambito scolastico, sentiamo parlare di BES, ADHD, DSA.

    Ma, realmente, cosa significano queste sigle? Come riconoscerle e distinguerle? Quando è il momento di rivolgersi agli esperti e chiedere aiuto?

    In questo articolo cercheremo di far luce sul mondo dei Bisogni Educativi Speciali, o BES, ponendo le basi per una didattica inclusiva e personalizzata.

    La didattica inclusiva è, infatti, l’unica strada da percorrere con i Bisogni Educativi Speciali.

    I Bisogni Educativi Speciali

    Con tale termine ci riferiamo all’attenzione speciale richiesta dagli alunni che, per varie ragioni, possono presentare condizioni di:

    • Disabilità fisica, psichica e/o sensoriale;
    • Disturbi evolutivi e specifici dell’apprendimento;
    • Difficoltà o svantaggi legati a condizioni ambientali, culturali, linguistiche o socioeconomiche.

    Indicano, dunque, una qualunque difficoltà dell’apprendimento, permanente o transitoria, che necessita di un intervento di educazione speciale e individualizzato.

    L’acronimo BES  è entrato in uso in Italia dopo la Direttiva Ministeriale del 27/12/2012: “Strumenti di intervento per alunni con Bisogni Educativi Speciali e organizzazione territoriale per l’inclusione scolastica“.

    Vediamo ora nel dettaglio le tre grandi aree dei Bisogni Educativi Speciali.

    Disabilità motorie, cognitive e sensoriali

    Queste disabilità sono certificate dal Servizio Sanitario Nazionale e indicano la necessità dell’insegnante di sostegno e di un Piano Educativo Individualizzato (PEI).

    Il PEI è il documento contenente la sintesi coordinata dei tre progetti: didattico-educativi, riabilitativi e di socializzazione.

    Deve essere, dunque, il frutto di un lavoro collegiale condiviso tra tutti gli operatori coinvolti nel progetto di vita dell’allievo disabile.

    Esso è, infatti, lo “strumento fondamentale” che deve contraddistinguere la scuola che vuole essere veramente inclusiva e il cui obiettivo principale è quello di favorire il successo formativo degli alunni, secondo i propri punti di forza e debolezza e i propri tempi e stili d’apprendimento.

    La differenza tra Bisogni Educativi Speciali e disabilità la troviamo, dunque, nella necessità di una diagnosi certificata e nell’elaborazione e piena realizzazione dei Piano Educativo Individualizzato.

    Disturbi evolutivi specifici

    Rientrano in questa categoria i Disturbi Specifici dell’Apprendimento, DSA, e i Disturbi da Deficit di Attenzione e Iperattività, ADHD.

    Entrambi richiedono una diagnosi, da parte del settore sanitario, e l’elaborazione, da parte di un pedagogista, del Piano Didattico Personalizzato che metta in contatto la scuola, l’alunno e la famiglia.

    I Disturbi Specifici dell’apprendimento

    Si tratta di una categoria specifica di Disturbi dell’Apprendimento nei quali rientrano:

    • La dislessia, marcata difficoltà nell’apprendimento della lettura in presenza di normale intelligenza;
    • La disortografia, marcata difficoltà nell’apprendimento della scrittura in presenza di normale intelligenza;
    • La disgrafia, marcata difficoltà nell’esecuzione della scrittura in presenza di quoziente intellettivo nella norma e assenza di deficit sensoriali;
    • La discalculia, marcata difficoltà negli apprendimenti matematici

    Tali disturbi sono diagnosticati da psicologi e/o neuropsichiatri e la loro identificazione è di pertinenza del settore sanitario.

    Dunque, sulla base di una diagnosi di DSA la scuola poi dovrà adottare le strategie didattiche opportune e dovrà elaborare un Piano Didattico Personalizzato.

    Nella maggior parte dei casi, in seguito a tale diagnosi, il lavoro della scuola viene integrato con interventi e strumenti didattici dispensativi e compensativi, da parte di un pedagogista, con un percorso didattico personalizzato ad hoc.

    I Disturbi da Deficit di Attenzione e Iperattività

    La sua caratteristica fondamentale è la persistente presenza di un quadro caratterizzato da disattenzione, disorganizzazione e/o iperattività-impulsività che interferisce con lo sviluppo e il funzionamento.

    La disattenzione si evidenzia, sul piano comportamentale, con divagazione dal compito, mancanza di perseveranza, difficoltà nel mantenimento dell’attenzione, disorganizzazione non imputabili ad atteggiamenti di sfida o da mancata comprensione.

    L’iperattività implica, invece, un’eccessiva attività motoria, un dimenarsi, una eccessiva loquacità. Tali comportamenti si manifestano in momenti e situazioni non appropriati.

    Infine, l’impulsività si manifesta con azioni estremamente affrettate, prese all’istante con comportamenti invadenti, come interrompere gli altri in modo eccessivo o prendere decisioni importanti, senza riflettere sulle possibili conseguenze nel lungo termine.

    In questo senso, i programmi educativi prevedono il trattamento individuale del bambino, ma possono anche rivolgersi alla famiglia e alla scuola.

    programmi di intervento diretti ai genitori hanno lo scopo di incrementare la consapevolezza e la conoscenza del disturbo ADHD, sviluppando capacità di gestione da parte dei genitori e modificano i comportamenti disfunzionali messi in atto nella relazione con il bambino.

    L’intervento con il bambino con ADHD si indirizza in modo sinergico verso tutte le aree implicate nel disturbo e deficitarie, sviluppando la capacità di problem solving e di autoregolazione.

    Disturbi legati a fattori socio-economici, linguistici e culturali

    Rientrano in questa categoria i disturbi legati a forme di svantaggio, per lo più transitorie, come la non conoscenza della lingua e della cultura italiana e alcune difficoltà di tipo comportamentale e relazionale.

    Le difficoltà possono essere messe in luce dalla scuola, che osserva lo studente ed esprime le sue considerazioni, o possono essere segnalate dai servizi sociali.

    E’ bene sapere che non è previsto l’insegnante di sostegno e la scuola, con la collaborazione di un pedagogista esperto, si occupa della redazione di un Piano Didattico Personalizzato.

    Per una didattica inclusiva

    Per definizione la didattica inclusiva è quel “modus educandi” che nasce per garantire la comprensione del bisogno educativo del singolo e per mettere in atto soluzioni funzionali, superando le differenze e gli ostacoli.

    Infatti, l’obiettivo è quello di rispettare e  valorizzare le differenze individuali presenti in tutti gli allievi, con una particolare attenzione alle situazioni in cui tali differenze creano consistenti barriere all’apprendimento.

    La didattica dell’inclusione crea le condizioni di apprendimento ottimali ad appianare la difficoltà e le differenze, con la finalità di mettere ogni alunno nelle condizioni di scoprire, valorizzare ed esprimere al massimo il proprio potenziale.

    Essa persegue le seguenti finalità:

    • Cercare, trovare, valorizzare e celebrare tutte le differenze tra gli individui;
    • Differenziare, individualizzare e personalizzare le attività didattiche in base ad esse;
    • Promuovere l’autonomia, la responsabilità e l’autoconsapevolezza dell’alunno

    Dunque, il metodo della didattica inclusiva può essere un’ottima soluzione per gli alunni con Bisogni Educativi Speciali.

    Le strategie per la didattica inclusiva

    Esse devono essere volte a modificare gli schemi e gli standard delle classiche metodologie di insegnamento, volte a far crescere all’interno del gruppo classe l’idea che la diversità non sia un ostacolo ma una risorsa.

    Ecco alcuni esempi di strategie utili:

    • L’integrazione della tecnologia nella didattica;
    • Il cooperative learning;
    • La didattica metacognitiva;
    • L’utilizzo della LIM, la Lavagna Interattiva Multimediale.

    Sarà compito dell’insegnante valutare quale strategia applicare in base alla situazione specifica.

    Per questo è fondamentale che l’insegnante possieda le competenze e le conoscenze necessarie per attuare interventi di didattica inclusiva.

    Come società, ci occupiamo di organizzare laboratori e workshop per approfondire il tema riguardante i Bisogni Educativi Speciali, con lo scopo di fornire gli strumenti necessari per attuare la didattica inclusiva.

    Contattaci per saperne di più!

  • Comunicazione verbale e non verbale a confronto nell’emozione di rabbia

    comunicazione non verbale e verbale

    Paul Watzlawick, psicologo e filosofo austriaco, naturalizzato americano, ci ha insegnato importanti concetti legati alla comunicazione.

    Non si può non comunicare” è uno dei principali assunti dello studioso ed è così: con qualsiasi atteggiamento si ha una comunicazione!

    Anche il silenzio rappresenta una forma di interazione (non verbale), facendo riferimento ad un’arma importante nella gestione dei conflitti: l’indifferenza.

    In questo articolo vediamo le differenze tra la comunicazione non verbale e verbale e la loro importanza nelle interazioni tra le persone.

    Il senso di ciò che diciamo

    Quello che abbiamo comunicato è quello che l’altro ha capito.

    Ma cosa significa? Vi ricordate l’articolo sulla comunicazione funzionale?

    Abbiamo detto che nella prevenzione del conflitto intrafamiliare è necessario lavorare alle modalità di relazione ed interazione tra i familiari, applicando le tecniche della comunicazione funzionale.

    Il messaggio che emettiamo verso un soggetto destinatario viene da questo recepito secondo la propria interpretazione di senso.

    E questa interpretazione può non corrispondere al significato originario che noi abbiamo dato al messaggio comunicato.

    Qui si inseriscono i giudizi e le critiche percepite dalle persone persone nel comunicare con gli altri.

    Può succedere che comunicando una nostra opinione, benché neutrale e non giudicante secondo il nostro parere, il nostro interlocutore possa recepirla come un’offesa nei suoi confronti.

    Questo perché chi parla con noi interpreta e filtra secondo le proprie emozioni ed esperienze le nostre parole.

    Lo stesso vale per gli apprezzamenti e i complimenti, per fortuna! 😉

    Ognuno di noi valuta le parole degli altri secondo un proprio metro di giudizio.

    Disguidi e incomprensioni emergono a causa di un uso scorretto della comunicazione tra le persone.

    Ma vediamo come comunicazione non verbale e verbale influiscono in tal senso.

    La comunicazione non verbale e verbale a confronto

    Una interazione è influenzata dal ruolo tra i soggetti coinvolti e dal contesto.

    In un contesto lavorativo si comunica in un determinato modo, a scuola i ragazzi comunicano diversamente da come comunicano in casa con la propria famiglia

    Vediamo come anche il ruolo è importante: i bambini comunicano diversamente con la mamma e con la maestra, con i fratelli o con i compagni.

    Questo perché una comunicazione è formata da:

    • La parte cognitiva: viene elaborato il pensiero da trasmettere ad un interlocutore;
    • La parte emotiva e affettiva: il sentire dentro del soggetto comunicatore, il proprio stato d’animo, che inevitabilmente cambia a seconda di chi abbiamo di fronte;
    • Una parte comportamentale: l’agire verso l’altro, il comportamento, anche non verbale, che teniamo nei confronti del nostro interlocutore.

    Comunicazione non verbale e verbale qui si incrociano.

    Siamo state, di recente, presso una scuola superiore territoriale a parlare di criminologia.

    Nei giorni precedenti avevo preparato una presentazione da mostrare agli studenti, con testo, immagini e grafici.

    La mia comunicazione non verbale e verbale si è mossa, verso i miei interlocutori in diverse direzioni, al fine di trasmettere al meglio le mie informazioni e renderle più efficaci.

    Essa è stata:

    • Verbale, nella spiegazione dei concetti;
    • Non verbale, attraverso alcune immagini (della scena del crimine 😉 ) che hanno stimolato l’emotività dei ragazzi.

    La comunicazione per immagini stimola una reazione di comportamento, attraverso foto accattivanti, e rende il messaggio più efficace e memorizzabile.

    Comunicazione non verbale e intenzionalità

    Un’altra differenza fondamentale tra la comunicazione non verbale e verbale è l’intenzione di comunicare qualcosa.

    Infatti, la comunicazione può essere involontaria, inconscia, non intenzionale.

    Nello specifico, con il canale non verbale è possibile trasmettere significati ed emozioni ad un ricevente, senza verbalizzare alcun messaggio.

    Attraverso un sorriso si può comunicare complicità, con un sopracciglio elevato perplessità, disgusto arricciando il naso e così via.

    Ma vediamo insieme quali sono le parti di una comunicazione.

    comunicazione non verbale e verbale

    Solo il 7% della comunicazione è formata dalle parole dette; il 38% è formato dal modo di dire le cose.

    E la fetta più imponente, il 55%, riguarda il non verbale (puro): la posizione del corpo rispetto al nostro interlocutore, le espressioni facciali.

    Le parti di una comunicazione

    La comunicazione verbale avviene attraverso l’uso del linguaggio, sia in forma scritta che orale e dipende da precise regole sintattiche e grammaticali.

    La prosodia è la parte della linguistica che studia l’intonazione, la durata e l’accento nel linguaggio parlato.

    Si tratta dunque di una parte abbastanza rigida e fissa che caratterizza un soggetto.

    Il paraverbale riguarda la voce: ne comprende il tono ed il ritmo. Ma anche le pause e altre espressioni sonore come lo schiarirsi la voce.

    Questa rappresenta una parte variabile e che cambia a seconda del nostro stato d’animo e di ciò che vogliamo comunicare.

    La tristezza, ad esempio, comporta un tono di voce basso ed un ritmo piuttosto lento.

    A differenza, la gioia viene espressa attraverso un timbro di voce più elevato, un verbale più fluente ed un ritmo più sostenuto.

    La comunicazione non verbale (pura) riguarda le mimiche facciali, gli sguardi, i gesti, la distanza, la postura tra noi ed il nostro interlocutore.

    Tutti questi sono aspetti che rivelano moltissime informazioni sia sulla relazione tra due interlocutori, sui loro ruoli e sulle loro emozioni esperite in quel momento di incontro e confronto.

    La cinesica studia le posture.

    Come stiamo seduti su una sedia durante un colloquio di lavoro può influenzare il nostro selezionatore.

    La prossemica è la disciplina che studia lo spazio e le distanze tra due persone che stanno comunicando, che si trovano in una interazione, a livello di comunicazione non verbale e verbale.

    La distanza tra le persone racconta i rapporti ed i ruoli tra i comunicatori. Osservando possiamo capire se due persone mantengono una distanza di intimità o più formale.

    La comunicazione non verbale e verbale sono entrambe guidate dall’emozione. Vediamo in che senso.

    Il ruolo delle emozioni

    Le emozioni sono stati di attivazione che coinvolgono l’organismo e influenzano il modo in cui noi elaboriamo le informazioni guidandoci nell’attribuire i significati a tutto ciò che ci succede.

    Partendo da questa definizione, un po’ complessa, cerchiamo di capire insieme come si concretizza un’emozione.

    1. Prima fase: il soggetto, in risposta ad un stimolo visivo o uditivo, ha un’attivazione emotiva;
    2. Seconda fase: il segnale ricevuto viene dal soggetto classificato, ad esempio come pauroso, di gioia, disgustoso, di tristezza;
    3. Terza fase: si ha la risposta psicofisica allo stimolo.

    E’ lo studioso Paul Ekman che teorizza il metodo definito FACS (Facial Acting Coding System).

    comunicazione funzionale

     

    Questo metodo studia il movimento di singole unità muscolari del viso e riconduce ciascuno di essi ad un codice, il quale viene correlato ad una precisa emozione.

     

     

     

     

    Ad esempio: un muscolo frontale si contrae e permette il movimento di elevazione del sopracciglio, nella sua parte esterna, che codifichiamo con il numero 2.

    Questo movimento 2 è decodificato con l’emozione di dubbio.

    Ecco che quando eleviamo la parte esterna di un sopracciglio ci mostriamo dubbiosi.

    E così via.

    Comunicazione non verbale e verbale: la rabbia

    comunicazione non verbale e verbale

     

    Di che emozione si tratta?

    Siamo in grado di identificare questa espressione e dunque l’emozione che ne sta alla base?

    Si, attraverso il metodo Ekman di analisi del comportamento non verbale!

    Cosa succede durante l’attivazione fisiologica nella rabbia?

    Abbiamo visto che la terza fase di elaborazione di un’emozione è la risposta fisiologica ad uno stimolo.

    L’attivazione in risposta ad uno stimolo che fa provare rabbia, comporta:

    • Aumento della pressione sanguigna;
    • Tachicardia;
    • Ipersudorazione;
    • Tensione di vene sulla fronte e sul collo;
    • Arrossamento del viso.

    Tra gli indicatori paraverbali, ad esempio, troviamo aumento del tono di voce e eloquio più veloce.

    Tra gli indicatori non verbali troviamo:

    • Gesticolare più frequente;
    • Corpo in avanti, con petto in fuori e spalle indietro;
    • Mani ad artiglio, chiuse a pugno, dita puntate in alto o indice alzato;
    • Braccia verso l’alto.

    comunicazione non verbale e verbale

     

    Tutti i segnali non verbali di rabbia sono prodromici di un acting-out violento, ovvero il cosiddetto passaggio all’azione.

    Saperli riconoscere in una conversazione con un soggetto aggressivo è fondamentale per poter prevenire un attacco di violenza fisica.

    Abbiamo già parlato della gestione della rabbia nei bambini.

    Ma quali sono le funzioni della rabbia?

    Funzioni positive:

    • Aumenta l’energia, l’intensità alla base della determinazione;
    • Aumenta il senso di potere per l’autostima;
    • Riduce il sentirsi vulnerabile;
    • Attutisce l’insicurezza e la vulnerabilità percepita;
    • Stabilisce dominanza in una interazione.

    Funzioni negative:

    • Risposta alla frustrazione;
    • Necessità, bisogno che spinge alla rabbia;
    • Esaltazione di principi morali:
    • Un ostacolo da eliminare per uno scopo;
    • Un rifiuto, una ferita.

    Per gestire la rabbia è necessario il suo precoce riconoscimento attraverso i segnali che anticipano un’esplosione al fine di prendere misure preventive ed evitare la escalation emotiva.

  • La gestione della rabbia nei bambini: come aiutarli a comprenderla

    gestione della rabbia nei bambini

    In un precedente articolo abbiamo approfondito l’importanza e l’influenza delle emozioni sul nostro comportamento e sui nostri modi di agire, soprattutto nei bambini.

    I bambini devono imparare a riconoscere e gestire la propria emotività, dando un nome a tutte le emozioni, accettarle ed imparare ad esprimerle.

    Prima fra tutte la rabbia, in quanto emozione primaria e fondamentale.

    La gestione della rabbia nei bambini, infatti, acquista una grande importanza nell’educazione e deve essere insegnata con l’aiuto e il sostegno dei genitori e degli educatori.

    Cosa è la rabbia

    E’ un’emozione primaria con una specifica origine funzionale, caratterizzata da manifestazioni espressive precise e prevedibili tendenze all’azione.

    In quanto emozione primitiva può essere osservata anche nei bambini molto piccoli.

    La rabbia, insieme alla gioia e al dolore, è una delle emozioni più precoci e fondamentali.

    E’ un sentimento primordiale, determinato dall’istinto di difendersi per sopravvivere nell’ambiente in cui ci si trova.

    E’, infatti, una delle emozioni innate: si mostra fin da subito ed ha una funzione adattiva.

    La rabbia nei bambini

    La rabbia è un’emozione importante per i bambini ed è parte integrante del loro percorso di crescita.

    Come sostiene Winnicott, infatti, “crescere è di per sé un atto aggressivo“.

    Basta osservare come i bambini si muovono con prontezza verso un giocattolo che suscita il loro interesse: lo afferrano con grinta e quando qualcuno prova a portarglielo via si ribellano con aggressività!

    Nei bambini l’aggressività è una modalità comunicativa e di crescita che si trasforma e si evolve in relazione alle tappe evolutive dello sviluppo e pertanto deve essere valutata in relazione alla sua età.

    Nel primo anno di vita l’aggressività del bambino è una modalità specifica sia di reagire alle frustrazioni sia di dare spazio alla tendenza esplorativa.

    Spinte, morsi, lancio di oggetti, crisi di rabbia sono un tentativo per esplorare le relazioni e anche per verificare l’effetto che tali azioni suscitano sulle persone e sull’ambiente che circonda il bambino.

    La rabbia è una parte integrante della prima infanzia, come l’imparare a camminare e a parlare, mostra che il bambino sta scoprendo il proprio Io.

    Gli attacchi d’ira, infatti, lo aiutano a superare la frustrazione.

    In età prescolare, invece, può derivare dall’incapacità del bambino di esprimere emozioni, desideri e bisogni in modo compiuto, oppure può esprimere un sentimento di inadeguatezza di fronte alle richieste che arrivano dal mondo esterno, di difficoltà ad accettare il proprio limite e a rispettare le regole.

    La gestione della rabbia nei bambini

    I bambini hanno tutto un loro modo di comunicare le emozioni ed è un errore fermarsi solo ed esclusivamente alla loro manifestazione finale e più evidente.

    Capita spesso di sentirsi impotenti e disorientati di fronte alle sfuriate dei propri figli.

    Non si sa bene come comportarsi e come riuscire a contenere quei momenti di rabbia e a calmarli.

    E si viene assaliti da mille interrogativi e sensi di colpa: meglio accontentarli, ignorarli o sgridarli?

    Effettivamente, lo sviluppo emotivo dei figli dipende soprattutto dai genitori, che dovranno affrontare con la massima tranquillità e attraverso il dialogo i problemi di ogni giorno.

    Occorre però far capire al bambino che ci sono dei limiti e che le emozioni non devono diventare troppo violente nella loro espressione.

    Calmare i bambini senza sgridarli

    Innanzitutto, i bambini vanno aiutati a gestire i momenti di rabbia e aggressività con abbracci, carezze, sorrisi e parole gentili.

    Uno dei modi migliori per calmare i bambini è proprio l’abbraccio, che è insieme contenimento e contatto e permette di placare l’agitazione procurata dall’eccesso di rabbia.

    Il gesto affettuoso può essere accompagnato da parole dolci, con voce rassicurante e tranquillizzante.

    In queste situazioni, infatti, la punizione o un tono di voce alto renderebbe il bambino ancora più incline a urlare, battere i piedi, lanciare incautamente oggetti.

    La manifestazione motoria della rabbia di un bambino non va repressa: quando prova rabbia deve scaricarla e istintivamente lo fa con il corpo.

    Va piuttosto aiutato a sfogare la tensione in modo sicuro e non dannoso per sé e per gli altri; ad esempio, incoraggiarlo a saltare velocemente sul posto, fare una corsa in cortile o lanciare per terra un cuscino.

    Dunque, in un momento di collera, non bisogna chiedere al bambino di calmarsi: in quel momento non è in grado di farlo e comunque, probabilmente, lo farebbe infuriare ancora di più.

    Le punizioni o le sgridate sono sempre controproducenti

    È fondamentale evitare di rispondere ai comportamenti negativi dettati dalla rabbia con urla, punizioni, minacce e svalutazioni.

    Il rischio sarebbe quello di rafforzare la rabbia e innescare nel bambino meccanismi che amplificano una percezione negativa di sé.

    Inoltre, quando si verificano episodi di rabbia, non bisogna etichettare i propri figli come rabbiosi e irascibili, ma cercare di capire lo stato d’animo che si annida sotto quel comportamento.

    Non bisogna, dunque, identificare i bambini con la loro rabbia e le loro reazioni impulsive.

    Quando un bambino è molto arrabbiato, è importante stargli accanto: la presenza del genitore gli comunica che lo rispetta e comprende il suo stato d’animo.

    La rabbia oggetto di dialogo

    Per favorire nei bambini le capacità di ascolto di sé e delle proprie emozioni, è importante parlare di quello che è successo e di cosa ha innescato la sua rabbia.

    Affinché infatti i bambini imparino a regolare i propri stati d’animo e le relative manifestazioni, devono capire che l’espressione della rabbia è legittima.

    Come tutte le altre emozioni, infatti, non deve essere inibita, ma ascoltata e gestita.

    Può essere utile incoraggiarlo a identificare questa emozione in un personaggio in carne e ossa, ad esempio nella “Signora Rabbia che a volte arriva, mette tutto a soqquadro, ma poi va via.

    Un altro modo molto utile per parlare della rabbia è leggere insieme libri e storie che abbiano per protagonisti dei personaggi arrabbiati, ce ne sono tantissimi 😉

    Il bambino “manipolando” la rabbia, le sue espressioni e i suoi prodotti, apprende nuove informazioni su questa emozione e acquisisce consapevolezza emotiva.

    La scatola della rabbia

    Un modo molto funzionale e divertente che voglio consigliarvi è quello di costruire, insieme ai bambini, una vera e propria scatola della rabbia.

    Costruirla insieme è fondamentale: il bambino deve personalizzarlo e sentire suo questo oggetto.

    Poi deve scegliere un posto dove tenerlo: sulla scrivania, dentro l’armadio, sopra un mobile.

    Un posto dove possa prenderlo ed utilizzarlo facilmente da solo senza dover chiedere aiuto a nessuno.

    Il bambino ogni volta che si arrabbia, prende la sua rabbia, oppure un oggetto o un disegno che rappresenta la sua rabbia, e la mette nella scatola, chiudendola dentro.

    Oggetti e disegni che poi potranno essere guardati insieme nei momenti di calma per cercare di parlare insieme di quello che ha provato.

    Il potenziale educativo di questo gesto è immenso: il bambino incanala la sua energia distruttiva in un’azione costruttiva.

    La scatola della rabbia non serve tanto per liberarsi della rabbia, piuttosto per aiutare il bambino a dare una forma alla sua rabbia e ad imparare a gestirla.

    Se avete domande o avete bisogno di un sostegno più specifico nella gestione della rabbia dei vostri piccoli, non esitate a contattarci!

  • La comunicazione funzionale nella prevenzione del conflitto

    comunicazione funzionale

    In questo articolo esuliamo brevemente dalle tematiche di tutela minorile per affrontare l’ampio tema della comunicazione funzionale.

    È vero, la maggior parte delle volte lavoriamo con famiglie in cui la comunicazione si è spezzata già prima del nostro arrivo.

    Infatti, lavorare sulle conseguenze di una rottura familiare fa parte delle nostre attività di sostegno alla funzione genitoriale e tutela dei figli.

    Ma non si parla mai abbastanza di prevenzione, questa sconosciuta!

    L’analisi dei comportamenti individuali, per effettuare una prevenzione del rischio, rappresenta una delle nostre attività prevalenti.

    È qui che si inserisce la comunicazione funzionale come elemento base di partenza per una buona prevenzione!

    Alla base di una comunicazione funzionale

    Quante volte, parlando con qualcuno, ci siamo sentiti dire: “io non lo comprendo proprio”; “parliamo due lingue diverse”; “ha alzato un muro tra di noi”.

    Si tratta di espressioni che indicano una impossibilità comunicativa tra due persone.

    Si, perché alla base di un buon rapporto c’è sempre una buona comunicazione.

    Una conversazione effettuata nel modo corretto, che possiamo definire comunicazione funzionale.

    Ma cos’è una comunicazione e qual è la sua funzione?

    Mettiamo un po’ di noi nella nostra comunicazione

    I soggetti coinvolti in una interazione sono un emittente, che trasmette un messaggio ed un ricevente, che ascolta e recepisce ciò che viene detto.

    Perché una comunicazione funzionale abbia luogo è necessario che il soggetto emittente del messaggio ed il soggetto ricevente si “sintonizzino” sulla medesima frequenza.

    Questo passaggio, però, è reso più complicato dalle singole caratteristiche psicologiche e comportamentali dei due soggetti. Mi spiego meglio:

    Guardate questo schema.

    comunicazione funzionale

    Le informazioni contenute in un messaggio trasmesso non sono quasi mai completamente neutrali.

    Chi comunica le informazioni, infatti, è caratterizzato da propri schemi di senso, personalissimi, dettati e formati dalle proprie esperienze.

    Le caratteristiche del messaggio emesso sono sempre influenzate dalle percezioni e dalle emozioni dell’emittente, dal contesto di riferimento e dal ruolo e la relazione tra i soggetti coinvolti.

    Allo stesso modo, chi riceve la comunicazione filtrerà, attraverso propri canali, le informazioni ricevute, operando una interpretazione del messaggio.

    Non è dunque tanto semplice riuscire in una perfetta comunicazione funzionale!

    Sì, perché soggetti con differenti valori, percezioni, conoscenze, esperienze potrebbero non sintonizzarsi sulla medesima frequenza, reinterpretando il messaggio ricevuto fino ad equivocarne il senso o distorcerne il significato.

    Questo può accadere in ogni comunicazione: al lavoro, in famiglia, tra amici.

    Chi riceve un’informazione, un messaggio, effettua una interpretazione dello stesso, secondo i propri vissuti, giudizi e pregiudizi, il proprio sistema di valori.

    Ecco che il rischio è proprio parlare due lingue diverse!

    Tipologie di comunicazione e differenti obiettivi

    E’ molto importante indagare lo scopo e l’obiettivo di una comunicazione, al fine di migliorarne l’efficacia e la comprensione.

    Ad esempio, se si ha l’intenzione di comunicare mere informazioni di dati, la trasmissione del messaggio risulterà più schematica e netta, che non lascia spazio all’interpretazione!

    Ma guardate la comunicazione pubblicitaria: i messaggi televisivi hanno l’obiettivo di persuadere il pubblico a casa a fare un acquisto e comprare un determinato prodotto.

    Una comunicazione persuasiva utilizza tecniche di conversazione tese a catturare l’interesse e la fiducia di chi ascolta, con l’obiettivo di convincere l’interlocutore.

    Ma il più rilevante, in questa sede, è per noi lo scambio di interazioni nel nucleo famigliare, tra soggetti che condividono la quotidianità ed in cui è fondamentale preservare le relazioni interpersonali.

    Certo, perché quando conosciamo bene il nostro interlocutore e tra noi intercorrono rapporti di amicizia o amore, è importante per noi essere ascoltati, compresi e sostenuti.

    La comunicazione funzionale in ambito familiare è alla base di una buona relazione basata sulla comprensione, sul rispetto reciproco e sulla fiducia.

    Sentirsi liberi di parlare apertamente dei propri problemi, chiedere un consiglio, discutere in merito ad una decisione da prendere sono elementi necessari per una relazione stabile e duratura.

    Quando ci sentiamo aperti e pronti a condividere le nostre emozioni e le nostre preoccupazioni con la nostra famiglia ci sentiamo protetti, più sicuri.

    Ma se il nostro bagaglio esperienziale e personologico influisce molto nella interpretazione (o mal-interpretazione) di un messaggio ricevuto, vediamo come anche lo stile comunicativo di ciascuno, se differente, può impedire una comunicazione funzionale.

    Gli stili di comunicazione

    Sono individuabili 3 principali famiglie in cui suddividere lo stile comunicativo:

    • Lo stile comunicativo passivo, caratterizza un soggetto che non prende o subisce decisioni, dà ragione al più forte, resta in disparte, non affronta i problemi, evita il conflitto.
    • Una comunicazione aggressiva, caratterizza un soggetto che domina l’altro, lo oscura, resta fermo nelle proprie idee, interrompe e svaluta gli altri, tende a scaricare le responsabilità.
    • Lo stile assertivo, caratterizza un soggetto che comunica senza ferire, ammette i propri errori, è un buon ascoltatore, accetta le critiche, è un buon mediatore e propone in modo costruttivo.

    Ciò che il nostro interlocutore comprende da noi non è sempre ciò che noi intendevamo dire!

    Come già visto, diverse variabili incidono sul senso percepito delle nostre parole.

    Valori personali, emozioni del momento, esperienze di chi ci ascolta filtrano il nostro messaggio, contribuendo alla sua interpretazione.

    Anche lo stile di comunicazione che ciascuno di noi ha acquisito ed imparato caratterizza i nostri modi di reagire, le nostre risposte impulsive, impedendo o agevolando una interazione con gli altri.

    Studiare gli stili di comunicazione di ciascun membro della famiglia è per noi fondamentale per analizzare ciò che può essere migliorato per favorire una buona interazione.

    Va da sé che lo stile comunicativo migliore è lo stile assertivo, che, tra i tanti pregi, ingloba anche quello di utilizzare strategie di comunicazione non verbale, in grado di avvicinare l’interlocutore a sé in modo empatico.

    La comunicazione non verbale

    Noi non comunichiamo solo a parole ma:

    • 38% con il modo di dire le cose;
    • 55% con le espressioni del volto e del corpo che usiamo mentre conversiamo.

    La CNV può essere paraverbale, che riguarda la voce: comprende il tono, volume e ritmo, le pause e altre espressioni sonore quali lo schiarirsi la voce.

    Oppure può essere non verbale pura, avviene senza l’uso delle parole, attraverso canali diversificati, quali mimiche facciali, sguardi, gesti e posture.

    Uno stile comunicativo assertivo si serve molto della CNV, la quale è strettamente correlata alle emozioni.

    L’emozione è l’ingrediente segreto di una comunicazione funzionale, poiché è uno stato di attivazione che coinvolge l’organismo ed influenza il modo in cui si conversa e si comprende un messaggio.

    Quando comunichiamo un messaggio positivo, il nostro tono di voce aumenta, siamo più allegri, gesticoliamo di più, abbiamo un bel sorriso stampato sulla faccia!

    Quando informiamo di una triste notizia, la nostra postura diviene calante, siamo più chiusi, le sopracciglia si abbassano, così come gli angoli della bocca ed il nostro tono di voce si fa più lento e basso.

    Rappresentare attraverso la nostra voce, i nostri gesti e la nostra mimica facciale emozioni coerenti con il messaggio che stiamo trasmettendo ci aiuta ad attivare nell’altro l’empatia e l’ascolto.

    Essere coerenti e congrui con il canale verbale, ciò che comunichiamo a voce, e quello non verbale, cioè il modo in cui lo diciamo, ci rende affidabili e buoni comunicatori.

    Rende il nostro messaggio molto più concreto, accettabile e comprensibile.

    Ci avvicina al sistema di valori, percezioni del nostro interlocutore, trasmettendo il messaggio così come vogliamo intenderlo, non lasciando spazio ad interpretazioni.

    Le regole di una comunicazione funzionale

    Quali sono, dunque, le regole base per una buona comunicazione?

    • Assumere uno stile comunicativo assertivo;
    • Comunicare in modo empatico ed emozionale;
    • Ascoltare attivamente l’altro;
    • Comunicare un messaggio in modo coerente sul piano verbale e non verbale;
    • Assumere un tono di voce chiaro, disteso e preciso;
    • Rimanere in una posizione di apertura e positività verso l’altro;
    • Non essere mai giudicante, fare attenzione alla scelta del lessico utilizzato.

    Alcuni consigli per migliorare i vostri rapporti con qualcuno con cui faticate a dialogare possono essere di non rimuginare, domandare sempre il significato inteso di una espressione che ci ha feriti, rimanere in silenzio di fronte a provocazioni sterili.

    Per consigli di lettura o approfondimenti, contattaci!

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    Fu lo studioso Paul Ekman ad organizzare le espressioni del viso in famiglie emozionali e a correlarle all’analisi degli episodi di menzogna.

    comunicazione funzionale

    Da: Ekman, P., Friesen, W.V. (2003). Unmasking the face: A guide to recognizing emotions from facial clues. Ishk.

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