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consulenza pedagogica

  • Bisogni educativi speciali e disabilità. Le basi per una didattica inclusiva

    Bisogni educativi speciali e disabilità

    Sempre più spesso, in ambito scolastico, sentiamo parlare di BES, ADHD, DSA.

    Ma, realmente, cosa significano queste sigle? Come riconoscerle e distinguerle? Quando è il momento di rivolgersi agli esperti e chiedere aiuto?

    In questo articolo cercheremo di far luce sul mondo dei Bisogni Educativi Speciali, o BES, ponendo le basi per una didattica inclusiva e personalizzata.

    La didattica inclusiva è, infatti, l’unica strada da percorrere con i Bisogni Educativi Speciali.

    I Bisogni Educativi Speciali

    Con tale termine ci riferiamo all’attenzione speciale richiesta dagli alunni che, per varie ragioni, possono presentare condizioni di:

    • Disabilità fisica, psichica e/o sensoriale;
    • Disturbi evolutivi e specifici dell’apprendimento;
    • Difficoltà o svantaggi legati a condizioni ambientali, culturali, linguistiche o socioeconomiche.

    Indicano, dunque, una qualunque difficoltà dell’apprendimento, permanente o transitoria, che necessita di un intervento di educazione speciale e individualizzato.

    L’acronimo BES  è entrato in uso in Italia dopo la Direttiva Ministeriale del 27/12/2012: “Strumenti di intervento per alunni con Bisogni Educativi Speciali e organizzazione territoriale per l’inclusione scolastica“.

    Vediamo ora nel dettaglio le tre grandi aree dei Bisogni Educativi Speciali.

    Disabilità motorie, cognitive e sensoriali

    Queste disabilità sono certificate dal Servizio Sanitario Nazionale e indicano la necessità dell’insegnante di sostegno e di un Piano Educativo Individualizzato (PEI).

    Il PEI è il documento contenente la sintesi coordinata dei tre progetti: didattico-educativi, riabilitativi e di socializzazione.

    Deve essere, dunque, il frutto di un lavoro collegiale condiviso tra tutti gli operatori coinvolti nel progetto di vita dell’allievo disabile.

    Esso è, infatti, lo “strumento fondamentale” che deve contraddistinguere la scuola che vuole essere veramente inclusiva e il cui obiettivo principale è quello di favorire il successo formativo degli alunni, secondo i propri punti di forza e debolezza e i propri tempi e stili d’apprendimento.

    La differenza tra Bisogni Educativi Speciali e disabilità la troviamo, dunque, nella necessità di una diagnosi certificata e nell’elaborazione e piena realizzazione dei Piano Educativo Individualizzato.

    Disturbi evolutivi specifici

    Rientrano in questa categoria i Disturbi Specifici dell’Apprendimento, DSA, e i Disturbi da Deficit di Attenzione e Iperattività, ADHD.

    Entrambi richiedono una diagnosi, da parte del settore sanitario, e l’elaborazione, da parte di un pedagogista, del Piano Didattico Personalizzato che metta in contatto la scuola, l’alunno e la famiglia.

    I Disturbi Specifici dell’apprendimento

    Si tratta di una categoria specifica di Disturbi dell’Apprendimento nei quali rientrano:

    • La dislessia, marcata difficoltà nell’apprendimento della lettura in presenza di normale intelligenza;
    • La disortografia, marcata difficoltà nell’apprendimento della scrittura in presenza di normale intelligenza;
    • La disgrafia, marcata difficoltà nell’esecuzione della scrittura in presenza di quoziente intellettivo nella norma e assenza di deficit sensoriali;
    • La discalculia, marcata difficoltà negli apprendimenti matematici

    Tali disturbi sono diagnosticati da psicologi e/o neuropsichiatri e la loro identificazione è di pertinenza del settore sanitario.

    Dunque, sulla base di una diagnosi di DSA la scuola poi dovrà adottare le strategie didattiche opportune e dovrà elaborare un Piano Didattico Personalizzato.

    Nella maggior parte dei casi, in seguito a tale diagnosi, il lavoro della scuola viene integrato con interventi e strumenti didattici dispensativi e compensativi, da parte di un pedagogista, con un percorso didattico personalizzato ad hoc.

    I Disturbi da Deficit di Attenzione e Iperattività

    La sua caratteristica fondamentale è la persistente presenza di un quadro caratterizzato da disattenzione, disorganizzazione e/o iperattività-impulsività che interferisce con lo sviluppo e il funzionamento.

    La disattenzione si evidenzia, sul piano comportamentale, con divagazione dal compito, mancanza di perseveranza, difficoltà nel mantenimento dell’attenzione, disorganizzazione non imputabili ad atteggiamenti di sfida o da mancata comprensione.

    L’iperattività implica, invece, un’eccessiva attività motoria, un dimenarsi, una eccessiva loquacità. Tali comportamenti si manifestano in momenti e situazioni non appropriati.

    Infine, l’impulsività si manifesta con azioni estremamente affrettate, prese all’istante con comportamenti invadenti, come interrompere gli altri in modo eccessivo o prendere decisioni importanti, senza riflettere sulle possibili conseguenze nel lungo termine.

    In questo senso, i programmi educativi prevedono il trattamento individuale del bambino, ma possono anche rivolgersi alla famiglia e alla scuola.

    programmi di intervento diretti ai genitori hanno lo scopo di incrementare la consapevolezza e la conoscenza del disturbo ADHD, sviluppando capacità di gestione da parte dei genitori e modificano i comportamenti disfunzionali messi in atto nella relazione con il bambino.

    L’intervento con il bambino con ADHD si indirizza in modo sinergico verso tutte le aree implicate nel disturbo e deficitarie, sviluppando la capacità di problem solving e di autoregolazione.

    Disturbi legati a fattori socio-economici, linguistici e culturali

    Rientrano in questa categoria i disturbi legati a forme di svantaggio, per lo più transitorie, come la non conoscenza della lingua e della cultura italiana e alcune difficoltà di tipo comportamentale e relazionale.

    Le difficoltà possono essere messe in luce dalla scuola, che osserva lo studente ed esprime le sue considerazioni, o possono essere segnalate dai servizi sociali.

    E’ bene sapere che non è previsto l’insegnante di sostegno e la scuola, con la collaborazione di un pedagogista esperto, si occupa della redazione di un Piano Didattico Personalizzato.

    Per una didattica inclusiva

    Per definizione la didattica inclusiva è quel “modus educandi” che nasce per garantire la comprensione del bisogno educativo del singolo e per mettere in atto soluzioni funzionali, superando le differenze e gli ostacoli.

    Infatti, l’obiettivo è quello di rispettare e  valorizzare le differenze individuali presenti in tutti gli allievi, con una particolare attenzione alle situazioni in cui tali differenze creano consistenti barriere all’apprendimento.

    La didattica dell’inclusione crea le condizioni di apprendimento ottimali ad appianare la difficoltà e le differenze, con la finalità di mettere ogni alunno nelle condizioni di scoprire, valorizzare ed esprimere al massimo il proprio potenziale.

    Essa persegue le seguenti finalità:

    • Cercare, trovare, valorizzare e celebrare tutte le differenze tra gli individui;
    • Differenziare, individualizzare e personalizzare le attività didattiche in base ad esse;
    • Promuovere l’autonomia, la responsabilità e l’autoconsapevolezza dell’alunno

    Dunque, il metodo della didattica inclusiva può essere un’ottima soluzione per gli alunni con Bisogni Educativi Speciali.

    Le strategie per la didattica inclusiva

    Esse devono essere volte a modificare gli schemi e gli standard delle classiche metodologie di insegnamento, volte a far crescere all’interno del gruppo classe l’idea che la diversità non sia un ostacolo ma una risorsa.

    Ecco alcuni esempi di strategie utili:

    • L’integrazione della tecnologia nella didattica;
    • Il cooperative learning;
    • La didattica metacognitiva;
    • L’utilizzo della LIM, la Lavagna Interattiva Multimediale.

    Sarà compito dell’insegnante valutare quale strategia applicare in base alla situazione specifica.

    Per questo è fondamentale che l’insegnante possieda le competenze e le conoscenze necessarie per attuare interventi di didattica inclusiva.

    Come società, ci occupiamo di organizzare laboratori e workshop per approfondire il tema riguardante i Bisogni Educativi Speciali, con lo scopo di fornire gli strumenti necessari per attuare la didattica inclusiva.

    Contattataci per saperne di più!

  • Comunicazione verbale e non verbale a confronto nell’emozione di rabbia

    comunicazione non verbale e verbale

    Paul Watzlawick, psicologo e filosofo austriaco, naturalizzato americano, ci ha insegnato importanti concetti legati alla comunicazione.

    Non si può non comunicare” è uno dei principali assunti dello studioso ed è così: con qualsiasi atteggiamento si ha una comunicazione!

    Anche il silenzio rappresenta una forma di interazione (non verbale), facendo riferimento ad un’arma importante nella gestione dei conflitti: l’indifferenza.

    In questo articolo vediamo le differenze tra la comunicazione non verbale e verbale e la loro importanza nelle interazioni tra le persone.

    Il senso di ciò che diciamo

    Quello che abbiamo comunicato è quello che l’altro ha capito.

    Ma cosa significa? Vi ricordate l’articolo sulla comunicazione funzionale?

    Abbiamo detto che nella prevenzione del conflitto intrafamiliare è necessario lavorare alle modalità di relazione ed interazione tra i familiari, applicando le tecniche della comunicazione funzionale.

    Il messaggio che emettiamo verso un soggetto destinatario viene da questo recepito secondo la propria interpretazione di senso.

    E questa interpretazione può non corrispondere al significato originario che noi abbiamo dato al messaggio comunicato.

    Qui si inseriscono i giudizi e le critiche percepite dalle persone persone nel comunicare con gli altri.

    Può succedere che comunicando una nostra opinione, benché neutrale e non giudicante secondo il nostro parere, il nostro interlocutore possa recepirla come un’offesa nei suoi confronti.

    Questo perché chi parla con noi interpreta e filtra secondo le proprie emozioni ed esperienze le nostre parole.

    Lo stesso vale per gli apprezzamenti e i complimenti, per fortuna! 😉

    Ognuno di noi valuta le parole degli altri secondo un proprio metro di giudizio.

    Disguidi e incomprensioni emergono a causa di un uso scorretto della comunicazione tra le persone.

    Ma vediamo come comunicazione non verbale e verbale influiscono in tal senso.

    La comunicazione non verbale e verbale a confronto

    Una interazione è influenzata dal ruolo tra i soggetti coinvolti e dal contesto.

    In un contesto lavorativo si comunica in un determinato modo, a scuola i ragazzi comunicano diversamente da come comunicano in casa con la propria famiglia

    Vediamo come anche il ruolo è importante: i bambini comunicano diversamente con la mamma e con la maestra, con i fratelli o con i compagni.

    Questo perché una comunicazione è formata da:

    • La parte cognitiva: viene elaborato il pensiero da trasmettere ad un interlocutore;
    • La parte emotiva e affettiva: il sentire dentro del soggetto comunicatore, il proprio stato d’animo, che inevitabilmente cambia a seconda di chi abbiamo di fronte;
    • Una parte comportamentale: l’agire verso l’altro, il comportamento, anche non verbale, che teniamo nei confronti del nostro interlocutore.

    Comunicazione non verbale e verbale qui si incrociano.

    Siamo state, di recente, presso una scuola superiore territoriale a parlare di criminologia.

    Nei giorni precedenti avevo preparato una presentazione da mostrare agli studenti, con testo, immagini e grafici.

    La mia comunicazione non verbale e verbale si è mossa, verso i miei interlocutori in diverse direzioni, al fine di trasmettere al meglio le mie informazioni e renderle più efficaci.

    Essa è stata:

    • Verbale, nella spiegazione dei concetti;
    • Non verbale, attraverso alcune immagini (della scena del crimine 😉 ) che hanno stimolato l’emotività dei ragazzi.

    La comunicazione per immagini stimola una reazione di comportamento, attraverso foto accattivanti, e rende il messaggio più efficace e memorizzabile.

    Comunicazione non verbale e intenzionalità

    Un’altra differenza fondamentale tra la comunicazione non verbale e verbale è l’intenzione di comunicare qualcosa.

    Infatti, la comunicazione può essere involontaria, inconscia, non intenzionale.

    Nello specifico, con il canale non verbale è possibile trasmettere significati ed emozioni ad un ricevente, senza verbalizzare alcun messaggio.

    Attraverso un sorriso si può comunicare complicità, con un sopracciglio elevato perplessità, disgusto arricciando il naso e così via.

    Ma vediamo insieme quali sono le parti di una comunicazione.

    comunicazione non verbale e verbale

    Solo il 7% della comunicazione è formata dalle parole dette; il 38% è formato dal modo di dire le cose.

    E la fetta più imponente, il 55%, riguarda il non verbale (puro): la posizione del corpo rispetto al nostro interlocutore, le espressioni facciali.

    Le parti di una comunicazione

    La comunicazione verbale avviene attraverso l’uso del linguaggio, sia in forma scritta che orale e dipende da precise regole sintattiche e grammaticali.

    La prosodia è la parte della linguistica che studia l’intonazione, la durata e l’accento nel linguaggio parlato.

    Si tratta dunque di una parte abbastanza rigida e fissa che caratterizza un soggetto.

    Il paraverbale riguarda la voce: ne comprende il tono ed il ritmo. Ma anche le pause e altre espressioni sonore come lo schiarirsi la voce.

    Questa rappresenta una parte variabile e che cambia a seconda del nostro stato d’animo e di ciò che vogliamo comunicare.

    La tristezza, ad esempio, comporta un tono di voce basso ed un ritmo piuttosto lento.

    A differenza, la gioia viene espressa attraverso un timbro di voce più elevato, un verbale più fluente ed un ritmo più sostenuto.

    La comunicazione non verbale (pura) riguarda le mimiche facciali, gli sguardi, i gesti, la distanza, la postura tra noi ed il nostro interlocutore.

    Tutti questi sono aspetti che rivelano moltissime informazioni sia sulla relazione tra due interlocutori, sui loro ruoli e sulle loro emozioni esperite in quel momento di incontro e confronto.

    La cinesica studia le posture.

    Come stiamo seduti su una sedia durante un colloquio di lavoro può influenzare il nostro selezionatore.

    La prossemica è la disciplina che studia lo spazio e le distanze tra due persone che stanno comunicando, che si trovano in una interazione, a livello di comunicazione non verbale e verbale.

    La distanza tra le persone racconta i rapporti ed i ruoli tra i comunicatori. Osservando possiamo capire se due persone mantengono una distanza di intimità o più formale.

    La comunicazione non verbale e verbale sono entrambe guidate dall’emozione. Vediamo in che senso.

    Il ruolo delle emozioni

    Le emozioni sono stati di attivazione che coinvolgono l’organismo e influenzano il modo in cui noi elaboriamo le informazioni guidandoci nell’attribuire i significati a tutto ciò che ci succede.

    Partendo da questa definizione, un po’ complessa, cerchiamo di capire insieme come si concretizza un’emozione.

    1. Prima fase: il soggetto, in risposta ad un stimolo visivo o uditivo, ha un’attivazione emotiva;
    2. Seconda fase: il segnale ricevuto viene dal soggetto classificato, ad esempio come pauroso, di gioia, disgustoso, di tristezza;
    3. Terza fase: si ha la risposta psicofisica allo stimolo.

    E’ lo studioso Paul Ekman che teorizza il metodo definito FACS (Facial Acting Coding System).

    comunicazione funzionale

     

    Questo metodo studia il movimento di singole unità muscolari del viso e riconduce ciascuno di essi ad un codice, il quale viene correlato ad una precisa emozione.

     

     

     

     

    Ad esempio: un muscolo frontale si contrae e permette il movimento di elevazione del sopracciglio, nella sua parte esterna, che codifichiamo con il numero 2.

    Questo movimento 2 è decodificato con l’emozione di dubbio.

    Ecco che quando eleviamo la parte esterna di un sopracciglio ci mostriamo dubbiosi.

    E così via.

    Comunicazione non verbale e verbale: la rabbia

    comunicazione non verbale e verbale

     

    Di che emozione si tratta?

    Siamo in grado di identificare questa espressione e dunque l’emozione che ne sta alla base?

    Si, attraverso il metodo Ekman di analisi del comportamento non verbale!

    Cosa succede durante l’attivazione fisiologica nella rabbia?

    Abbiamo visto che la terza fase di elaborazione di un’emozione è la risposta fisiologica ad uno stimolo.

    L’attivazione in risposta ad uno stimolo che fa provare rabbia, comporta:

    • Aumento della pressione sanguigna;
    • Tachicardia;
    • Ipersudorazione;
    • Tensione di vene sulla fronte e sul collo;
    • Arrossamento del viso.

    Tra gli indicatori paraverbali, ad esempio, troviamo aumento del tono di voce e eloquio più veloce.

    Tra gli indicatori non verbali troviamo:

    • Gesticolare più frequente;
    • Corpo in avanti, con petto in fuori e spalle indietro;
    • Mani ad artiglio, chiuse a pugno, dita puntate in alto o indice alzato;
    • Braccia verso l’alto.

    comunicazione non verbale e verbale

     

    Tutti i segnali non verbali di rabbia sono prodromici di un acting-out violento, ovvero il cosiddetto passaggio all’azione.

    Saperli riconoscere in una conversazione con un soggetto aggressivo è fondamentale per poter prevenire un attacco di violenza fisica.

    Abbiamo già parlato della gestione della rabbia nei bambini.

    Ma quali sono le funzioni della rabbia?

    Funzioni positive:

    • Aumenta l’energia, l’intensità alla base della determinazione;
    • Aumenta il senso di potere per l’autostima;
    • Riduce il sentirsi vulnerabile;
    • Attutisce l’insicurezza e la vulnerabilità percepita;
    • Stabilisce dominanza in una interazione.

    Funzioni negative:

    • Risposta alla frustrazione;
    • Necessità, bisogno che spinge alla rabbia;
    • Esaltazione di principi morali:
    • Un ostacolo da eliminare per uno scopo;
    • Un rifiuto, una ferita.

    Per gestire la rabbia è necessario il suo precoce riconoscimento attraverso i segnali che anticipano un’esplosione al fine di prendere misure preventive ed evitare la escalation emotiva.

  • La gestione della rabbia nei bambini: come aiutarli a comprenderla

    gestione della rabbia nei bambini

    In un precedente articolo abbiamo approfondito l’importanza e l’influenza delle emozioni sul nostro comportamento e sui nostri modi di agire, soprattutto nei bambini.

    I bambini devono imparare a riconoscere e gestire la propria emotività, dando un nome a tutte le emozioni, accettarle ed imparare ad esprimerle.

    Prima fra tutte la rabbia, in quanto emozione primaria e fondamentale.

    La gestione della rabbia nei bambini, infatti, acquista una grande importanza nell’educazione e deve essere insegnata con l’aiuto e il sostegno dei genitori e degli educatori.

    Cosa è la rabbia

    E’ un’emozione primaria con una specifica origine funzionale, caratterizzata da manifestazioni espressive precise e prevedibili tendenze all’azione.

    In quanto emozione primitiva può essere osservata anche nei bambini molto piccoli.

    La rabbia, insieme alla gioia e al dolore, è una delle emozioni più precoci e fondamentali.

    E’ un sentimento primordiale, determinato dall’istinto di difendersi per sopravvivere nell’ambiente in cui ci si trova.

    E’, infatti, una delle emozioni innate: si mostra fin da subito ed ha una funzione adattiva.

    La rabbia nei bambini

    La rabbia è un’emozione importante per i bambini ed è parte integrante del loro percorso di crescita.

    Come sostiene Winnicott, infatti, “crescere è di per sé un atto aggressivo“.

    Basta osservare come i bambini si muovono con prontezza verso un giocattolo che suscita il loro interesse: lo afferrano con grinta e quando qualcuno prova a portarglielo via si ribellano con aggressività!

    Nei bambini l’aggressività è una modalità comunicativa e di crescita che si trasforma e si evolve in relazione alle tappe evolutive dello sviluppo e pertanto deve essere valutata in relazione alla sua età.

    Nel primo anno di vita l’aggressività del bambino è una modalità specifica sia di reagire alle frustrazioni sia di dare spazio alla tendenza esplorativa.

    Spinte, morsi, lancio di oggetti, crisi di rabbia sono un tentativo per esplorare le relazioni e anche per verificare l’effetto che tali azioni suscitano sulle persone e sull’ambiente che circonda il bambino.

    La rabbia è una parte integrante della prima infanzia, come l’imparare a camminare e a parlare, mostra che il bambino sta scoprendo il proprio Io.

    Gli attacchi d’ira, infatti, lo aiutano a superare la frustrazione.

    In età prescolare, invece, può derivare dall’incapacità del bambino di esprimere emozioni, desideri e bisogni in modo compiuto, oppure può esprimere un sentimento di inadeguatezza di fronte alle richieste che arrivano dal mondo esterno, di difficoltà ad accettare il proprio limite e a rispettare le regole.

    La gestione della rabbia nei bambini

    I bambini hanno tutto un loro modo di comunicare le emozioni ed è un errore fermarsi solo ed esclusivamente alla loro manifestazione finale e più evidente.

    Capita spesso di sentirsi impotenti e disorientati di fronte alle sfuriate dei propri figli.

    Non si sa bene come comportarsi e come riuscire a contenere quei momenti di rabbia e a calmarli.

    E si viene assaliti da mille interrogativi e sensi di colpa: meglio accontentarli, ignorarli o sgridarli?

    Effettivamente, lo sviluppo emotivo dei figli dipende soprattutto dai genitori, che dovranno affrontare con la massima tranquillità e attraverso il dialogo i problemi di ogni giorno.

    Occorre però far capire al bambino che ci sono dei limiti e che le emozioni non devono diventare troppo violente nella loro espressione.

    Calmare i bambini senza sgridarli

    Innanzitutto, i bambini vanno aiutati a gestire i momenti di rabbia e aggressività con abbracci, carezze, sorrisi e parole gentili.

    Uno dei modi migliori per calmare i bambini è proprio l’abbraccio, che è insieme contenimento e contatto e permette di placare l’agitazione procurata dall’eccesso di rabbia.

    Il gesto affettuoso può essere accompagnato da parole dolci, con voce rassicurante e tranquillizzante.

    In queste situazioni, infatti, la punizione o un tono di voce alto renderebbe il bambino ancora più incline a urlare, battere i piedi, lanciare incautamente oggetti.

    La manifestazione motoria della rabbia di un bambino non va repressa: quando prova rabbia deve scaricarla e istintivamente lo fa con il corpo.

    Va piuttosto aiutato a sfogare la tensione in modo sicuro e non dannoso per sé e per gli altri; ad esempio, incoraggiarlo a saltare velocemente sul posto, fare una corsa in cortile o lanciare per terra un cuscino.

    Dunque, in un momento di collera, non bisogna chiedere al bambino di calmarsi: in quel momento non è in grado di farlo e comunque, probabilmente, lo farebbe infuriare ancora di più.

    Le punizioni o le sgridate sono sempre controproducenti

    È fondamentale evitare di rispondere ai comportamenti negativi dettati dalla rabbia con urla, punizioni, minacce e svalutazioni.

    Il rischio sarebbe quello di rafforzare la rabbia e innescare nel bambino meccanismi che amplificano una percezione negativa di sé.

    Inoltre, quando si verificano episodi di rabbia, non bisogna etichettare i propri figli come rabbiosi e irascibili, ma cercare di capire lo stato d’animo che si annida sotto quel comportamento.

    Non bisogna, dunque, identificare i bambini con la loro rabbia e le loro reazioni impulsive.

    Quando un bambino è molto arrabbiato, è importante stargli accanto: la presenza del genitore gli comunica che lo rispetta e comprende il suo stato d’animo.

    La rabbia oggetto di dialogo

    Per favorire nei bambini le capacità di ascolto di sé e delle proprie emozioni, è importante parlare di quello che è successo e di cosa ha innescato la sua rabbia.

    Affinché infatti i bambini imparino a regolare i propri stati d’animo e le relative manifestazioni, devono capire che l’espressione della rabbia è legittima.

    Come tutte le altre emozioni, infatti, non deve essere inibita, ma ascoltata e gestita.

    Può essere utile incoraggiarlo a identificare questa emozione in un personaggio in carne e ossa, ad esempio nella “Signora Rabbia che a volte arriva, mette tutto a soqquadro, ma poi va via.

    Un altro modo molto utile per parlare della rabbia è leggere insieme libri e storie che abbiano per protagonisti dei personaggi arrabbiati, ce ne sono tantissimi 😉

    Il bambino “manipolando” la rabbia, le sue espressioni e i suoi prodotti, apprende nuove informazioni su questa emozione e acquisisce consapevolezza emotiva.

    La scatola della rabbia

    Un modo molto funzionale e divertente che voglio consigliarvi è quello di costruire, insieme ai bambini, una vera e propria scatola della rabbia.

    Costruirla insieme è fondamentale: il bambino deve personalizzarlo e sentire suo questo oggetto.

    Poi deve scegliere un posto dove tenerlo: sulla scrivania, dentro l’armadio, sopra un mobile.

    Un posto dove possa prenderlo ed utilizzarlo facilmente da solo senza dover chiedere aiuto a nessuno.

    Il bambino ogni volta che si arrabbia, prende la sua rabbia, oppure un oggetto o un disegno che rappresenta la sua rabbia, e la mette nella scatola, chiudendola dentro.

    Oggetti e disegni che poi potranno essere guardati insieme nei momenti di calma per cercare di parlare insieme di quello che ha provato.

    Il potenziale educativo di questo gesto è immenso: il bambino incanala la sua energia distruttiva in un’azione costruttiva.

    La scatola della rabbia non serve tanto per liberarsi della rabbia, piuttosto per aiutare il bambino a dare una forma alla sua rabbia e ad imparare a gestirla.

    Se avete domande o avete bisogno di un sostegno più specifico nella gestione della rabbia dei vostri piccoli, non esitate a contattarci!

  • La comunicazione funzionale nella prevenzione del conflitto

    comunicazione funzionale

    In questo articolo esuliamo brevemente dalle tematiche di tutela minorile per affrontare l’ampio tema della comunicazione funzionale.

    È vero, la maggior parte delle volte lavoriamo con famiglie in cui la comunicazione si è spezzata già prima del nostro arrivo.

    Infatti, lavorare sulle conseguenze di una rottura familiare fa parte delle nostre attività di sostegno alla funzione genitoriale e tutela dei figli.

    Ma non si parla mai abbastanza di prevenzione, questa sconosciuta!

    L’analisi dei comportamenti individuali, per effettuare una prevenzione del rischio, rappresenta una delle nostre attività prevalenti.

    È qui che si inserisce la comunicazione funzionale come elemento base di partenza per una buona prevenzione!

    Alla base di una comunicazione funzionale

    Quante volte, parlando con qualcuno, ci siamo sentiti dire: “io non lo comprendo proprio”; “parliamo due lingue diverse”; “ha alzato un muro tra di noi”.

    Si tratta di espressioni che indicano una impossibilità comunicativa tra due persone.

    Si, perché alla base di un buon rapporto c’è sempre una buona comunicazione.

    Una conversazione effettuata nel modo corretto, che possiamo definire comunicazione funzionale.

    Ma cos’è una comunicazione e qual è la sua funzione?

    Mettiamo un po’ di noi nella nostra comunicazione

    I soggetti coinvolti in una interazione sono un emittente, che trasmette un messaggio ed un ricevente, che ascolta e recepisce ciò che viene detto.

    Perché una comunicazione funzionale abbia luogo è necessario che il soggetto emittente del messaggio ed il soggetto ricevente si “sintonizzino” sulla medesima frequenza.

    Questo passaggio, però, è reso più complicato dalle singole caratteristiche psicologiche e comportamentali dei due soggetti. Mi spiego meglio:

    Guardate questo schema.

    comunicazione funzionale

    Le informazioni contenute in un messaggio trasmesso non sono quasi mai completamente neutrali.

    Chi comunica le informazioni, infatti, è caratterizzato da propri schemi di senso, personalissimi, dettati e formati dalle proprie esperienze.

    Le caratteristiche del messaggio emesso sono sempre influenzate dalle percezioni e dalle emozioni dell’emittente, dal contesto di riferimento e dal ruolo e la relazione tra i soggetti coinvolti.

    Allo stesso modo, chi riceve la comunicazione filtrerà, attraverso propri canali, le informazioni ricevute, operando una interpretazione del messaggio.

    Non è dunque tanto semplice riuscire in una perfetta comunicazione funzionale!

    Sì, perché soggetti con differenti valori, percezioni, conoscenze, esperienze potrebbero non sintonizzarsi sulla medesima frequenza, reinterpretando il messaggio ricevuto fino ad equivocarne il senso o distorcerne il significato.

    Questo può accadere in ogni comunicazione: al lavoro, in famiglia, tra amici.

    Chi riceve un’informazione, un messaggio, effettua una interpretazione dello stesso, secondo i propri vissuti, giudizi e pregiudizi, il proprio sistema di valori.

    Ecco che il rischio è proprio parlare due lingue diverse!

    Tipologie di comunicazione e differenti obiettivi

    E’ molto importante indagare lo scopo e l’obiettivo di una comunicazione, al fine di migliorarne l’efficacia e la comprensione.

    Ad esempio, se si ha l’intenzione di comunicare mere informazioni di dati, la trasmissione del messaggio risulterà più schematica e netta, che non lascia spazio all’interpretazione!

    Ma guardate la comunicazione pubblicitaria: i messaggi televisivi hanno l’obiettivo di persuadere il pubblico a casa a fare un acquisto e comprare un determinato prodotto.

    Una comunicazione persuasiva utilizza tecniche di conversazione tese a catturare l’interesse e la fiducia di chi ascolta, con l’obiettivo di convincere l’interlocutore.

    Ma il più rilevante, in questa sede, è per noi lo scambio di interazioni nel nucleo famigliare, tra soggetti che condividono la quotidianità ed in cui è fondamentale preservare le relazioni interpersonali.

    Certo, perché quando conosciamo bene il nostro interlocutore e tra noi intercorrono rapporti di amicizia o amore, è importante per noi essere ascoltati, compresi e sostenuti.

    La comunicazione funzionale in ambito familiare è alla base di una buona relazione basata sulla comprensione, sul rispetto reciproco e sulla fiducia.

    Sentirsi liberi di parlare apertamente dei propri problemi, chiedere un consiglio, discutere in merito ad una decisione da prendere sono elementi necessari per una relazione stabile e duratura.

    Quando ci sentiamo aperti e pronti a condividere le nostre emozioni e le nostre preoccupazioni con la nostra famiglia ci sentiamo protetti, più sicuri.

    Ma se il nostro bagaglio esperienziale e personologico influisce molto nella interpretazione (o mal-interpretazione) di un messaggio ricevuto, vediamo come anche lo stile comunicativo di ciascuno, se differente, può impedire una comunicazione funzionale.

    Gli stili di comunicazione

    Sono individuabili 3 principali famiglie in cui suddividere lo stile comunicativo:

    • Lo stile comunicativo passivo, caratterizza un soggetto che non prende o subisce decisioni, dà ragione al più forte, resta in disparte, non affronta i problemi, evita il conflitto.
    • Una comunicazione aggressiva, caratterizza un soggetto che domina l’altro, lo oscura, resta fermo nelle proprie idee, interrompe e svaluta gli altri, tende a scaricare le responsabilità.
    • Lo stile assertivo, caratterizza un soggetto che comunica senza ferire, ammette i propri errori, è un buon ascoltatore, accetta le critiche, è un buon mediatore e propone in modo costruttivo.

    Ciò che il nostro interlocutore comprende da noi non è sempre ciò che noi intendevamo dire!

    Come già visto, diverse variabili incidono sul senso percepito delle nostre parole.

    Valori personali, emozioni del momento, esperienze di chi ci ascolta filtrano il nostro messaggio, contribuendo alla sua interpretazione.

    Anche lo stile di comunicazione che ciascuno di noi ha acquisito ed imparato caratterizza i nostri modi di reagire, le nostre risposte impulsive, impedendo o agevolando una interazione con gli altri.

    Studiare gli stili di comunicazione di ciascun membro della famiglia è per noi fondamentale per analizzare ciò che può essere migliorato per favorire una buona interazione.

    Va da sé che lo stile comunicativo migliore è lo stile assertivo, che, tra i tanti pregi, ingloba anche quello di utilizzare strategie di comunicazione non verbale, in grado di avvicinare l’interlocutore a sé in modo empatico.

    La comunicazione non verbale

    Noi non comunichiamo solo a parole ma:

    • 38% con il modo di dire le cose;
    • 55% con le espressioni del volto e del corpo che usiamo mentre conversiamo.

    La CNV può essere paraverbale, che riguarda la voce: comprende il tono, volume e ritmo, le pause e altre espressioni sonore quali lo schiarirsi la voce.

    Oppure può essere non verbale pura, avviene senza l’uso delle parole, attraverso canali diversificati, quali mimiche facciali, sguardi, gesti e posture.

    Uno stile comunicativo assertivo si serve molto della CNV, la quale è strettamente correlata alle emozioni.

    L’emozione è l’ingrediente segreto di una comunicazione funzionale, poiché è uno stato di attivazione che coinvolge l’organismo ed influenza il modo in cui si conversa e si comprende un messaggio.

    Quando comunichiamo un messaggio positivo, il nostro tono di voce aumenta, siamo più allegri, gesticoliamo di più, abbiamo un bel sorriso stampato sulla faccia!

    Quando informiamo di una triste notizia, la nostra postura diviene calante, siamo più chiusi, le sopracciglia si abbassano, così come gli angoli della bocca ed il nostro tono di voce si fa più lento e basso.

    Rappresentare attraverso la nostra voce, i nostri gesti e la nostra mimica facciale emozioni coerenti con il messaggio che stiamo trasmettendo ci aiuta ad attivare nell’altro l’empatia e l’ascolto.

    Essere coerenti e congrui con il canale verbale, ciò che comunichiamo a voce, e quello non verbale, cioè il modo in cui lo diciamo, ci rende affidabili e buoni comunicatori.

    Rende il nostro messaggio molto più concreto, accettabile e comprensibile.

    Ci avvicina al sistema di valori, percezioni del nostro interlocutore, trasmettendo il messaggio così come vogliamo intenderlo, non lasciando spazio ad interpretazioni.

    Le regole di una comunicazione funzionale

    Quali sono, dunque, le regole base per una buona comunicazione?

    • Assumere uno stile comunicativo assertivo;
    • Comunicare in modo empatico ed emozionale;
    • Ascoltare attivamente l’altro;
    • Comunicare un messaggio in modo coerente sul piano verbale e non verbale;
    • Assumere un tono di voce chiaro, disteso e preciso;
    • Rimanere in una posizione di apertura e positività verso l’altro;
    • Non essere mai giudicante, fare attenzione alla scelta del lessico utilizzato.

    Alcuni consigli per migliorare i vostri rapporti con qualcuno con cui faticate a dialogare possono essere di non rimuginare, domandare sempre il significato inteso di una espressione che ci ha feriti, rimanere in silenzio di fronte a provocazioni sterili.

    Per consigli di lettura o approfondimenti, contattaci!

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    Fu lo studioso Paul Ekman ad organizzare le espressioni del viso in famiglie emozionali e a correlarle all’analisi degli episodi di menzogna.

    comunicazione funzionale

    Da: Ekman, P., Friesen, W.V. (2003). Unmasking the face: A guide to recognizing emotions from facial clues. Ishk.

    Chiedici informazioni se ti interessa approfondire questo argomento!

  • Il conflitto familiare: come riconoscerlo, gestirlo e trasformarlo in risorsa

    conflitti familiari

    Nell’articolo precedente abbiamo parlato delle relazioni familiari, introducendo la loro importanza e l’influenza delle relazioni conflittuali sullo sviluppo dei bambini.

    In tutte le famiglie sono inevitabili i momenti di conflitto familiare: tutti li abbiamo vissuti almeno una volta!

    Il conflitto non deve essere visto solo come scontro o controversia, bensì come possibilità di crescita, confronto, opportunità e collaborazione.

    E’ proprio nelle situazioni difficili e complesse che nascono le migliori opportunità.

    Per questi motivi, bisogna essere in grado di riconoscere i conflitti, gestirli e risolverli in modo positivo.

    Vederli, cioè, come espressione di visioni differenti e come possibilità di crescere e migliorare le proprie relazioni attraverso una comunicazione efficace.

    Il conflitto in famiglia

    La famiglia è il luogo dei conflitti: nella relazione, tra generi e generazioni, tra la famiglia ed il mondo che sta fuori.

    E’ in famiglia che si impara a gestire il conflitto e le differenze, e a stare in relazione con gli altri.

    Ciò che si riceve nella famiglia è parte costitutiva del nostro patrimonio, fisico e psichico, che portiamo nella comunità, in cui viviamo.

    Il conflitto è un evento naturale, fisiologico, che si ripete ciclicamente nella vita delle persone e in tutti i tipi di relazione.

    Può assumere una valenza positiva o negativa in base al modo con il quale viene risolto.

    Rappresenta, dunque, un’esperienza, propria dei rapporti interpersonali, che può permettere a ciascun membro della famiglia di differenziarsi, stabilire i propri confini e delineare la propria identità.

    Si configura come funzionale, se risolto e positivo, alla crescita dell’individuo e delle relazioni.

    Al contrario, un conflitto non risolto oppure negato, può creare tensioni e incomprensioni all’interno della famiglia impedendo il confronto autentico e il riconoscimento dei bisogni più profondi di ciascun componente.

    Se affrontata consapevolmente, anche la discordia può rappresentare un’esperienza di cambiamento e crescita, utile per riconoscere le idee altrui e ricercare soluzioni ai problemi condivise.

    Caratteristiche e specificità del conflitto

    Il conflitto è un aspetto inevitabile dell’esperienza umana: dall’infanzia all’adolescenza, dall’età adulta alla senilità, è un fenomeno che ci accompagna per tutto l’arco dell’esistenza.

    Esso può scaturire da una molteplicità di fattori:

    • Diversità dei sistemi valoriali;
    • Divergenza di interessi ed esigenze;
    • Dilemmi intrapersonali ed equivoci;
    • Problemi di comunicazione;
    • Difficoltà nell’accettare l’altro.

    Il conflitto è fisiologico e la sua natura è soggettiva.

    Giocano infatti un ruolo essenziale l’interpretazione e la rappresentazione che le parti danno della situazione e, pertanto, verrà percepito in modo dissimile in base alle diverse personalità coinvolte, alle esperienze conflittuali passate, alla percezione degli interessi altrui.

    Imparare a gestire il conflitto promuove le cosiddette “life skills“, ossia le abilità cognitive, emotive e relazionali che consentono di operare con competenza sia sul piano individuale che su quello sociale.

    In particolare, permette di potenziare:

    • La comunicazione efficace;
    • L’autostima;
    • L’assertività;
    • Le abilità di risoluzione dei problemi.

    L’importanza di una comunicazione efficace

    A volte il conflitto che si crea nel rapporto tra genitori e figli può significare una difficoltà di comunicazione all’interno del contesto familiare.

    È molto importante per un genitore saper comunicare in maniera efficace con il proprio figlio perché l’aspetto comunicativo migliora la qualità della diade.

    Una buona comunicazione favorisce l’esperienza da parte dei bambini di essere ascoltati e compresi dai loro genitori.

    Al contrario, una comunicazione non efficace o comunque negativa porta il bambino a credere che non è importante, che non è ascoltato o capito e a rappresentarsi il genitore come distante.

    Appare chiaramente come una comunicazione efficace e positiva è fondamentale soprattutto nelle situazioni conflittuali e verrà approfondita nel prossimo articolo.

    Come gestire il conflitto

    Il conflitto è produttivo e propositivo se gestito efficacemente dai componenti della famiglia.

    Di seguito, alcuni consigli e buone pratiche, basate su un’adeguata valutazione e gestione delle proprie emozioni.

    Innanzitutto, è fondamentale creare un clima sereno e favorevole, contraddistinto da apertura e vicinanza.

    In questo modo tutti i soggetti coinvolti possono sentirsi liberi di esprimere le proprie opinioni, senza essere giudicati o aggrediti.

    Favorire sempre una libera espressione delle reciproche idee.

    Concentrarsi sul problema da affrontare, evitando ogni forma di attacco alla persona con cui si è in disaccordo.

    È necessario chiarire l’oggetto della lite, evitando di accusare l’altro in modo generalizzato: chiarire sempre e mai essere distruttivi.

    Ascoltare sempre l’altro e le sue motivazioni per comprendere e dare significato alla situazione, tenendo in considerazione anche il punto di vista dell’altro e apre alla possibilità di una negoziazione.

    Formulare critiche costruttive: comunicare ciò che si sta provando senza giudicare l’altro permette di acquisire una maggiore comprensione reciproca.

    L’obiettivo comune di tutti i soggetti coinvolti è risolvere il conflitto, superarlo e rafforzare maggiormente i rapporti.

    Un ruolo fondamentale è giocato dal compromesso, dal confronto e dalla negoziazione: in altre parole dalla mediazione.

    Il ruolo del consulente pedagogico

    In alcuni casi può essere utile appoggiarsi ad un pedagogista esperto, che possa aiutare i soggetti coinvolti a risolvere il conflitto.

    Il consulente pedagogico, con il suo bagaglio di informazioni e di esperienza, mira a ristabilire il dialogo tra le parti, con l’obiettivo di sollecitare una riorganizzazione delle relazioni che risulti soddisfacenti per tutti i soggetti coinvolti nel conflitto.

    Egli facilita in essi la comprensione delle proprie e delle altrui emozioni, stabilendo un clima di fiducia e offrendo una visione alternativa al conflitto, che aiuti a conciliare le parti.

    Il consulente crea un ambiente di comunicazione e di scambio che agevola la conclusione di un accordo mutuamente accettabile.

    Dunque, il conflitto non va mai evitato, ma deve essere gestito e trasformato in risorsa per diventare un momento costruttivo e di confronto.

    I conflitti sono inevitabili e per questo bisogna saperli riconoscere, imparare a gestirli, mediandoli in chiave positiva.

    E’ importante vederli come un’espressione di diversità e come un momento di crescita.

    Contattateci o scriveteci per una consulenza!

  • Le relazioni familiari: significato ed influenza sullo sviluppo infantile

    relazioni familiari

    Instaurare relazioni con altre persone è uno dei compiti più vitali dell’infanzia ed è anche uno dei primi a comparire.

    E’ evidente come le prime relazioni siano quelle primarie di attaccamento con i genitori: le cosiddette relazioni familiari.

    La natura di queste prime relazioni esercita un’influenza profonda su tutte le relazioni successive, anche nell’età adulta.

    Comprendere la costruzione delle relazioni, dunque, è un elemento essenziale per capire lo sviluppo dei bambini e i loro comportamenti futuri.

    La natura delle relazioni

    Le relazioni, soprattutto quelle familiari, costituiscono un aspetto fondamentale per comprendere le dinamiche personali e i comportamenti.

    Esse forniscono il contesto in cui si sviluppano tutte le funzioni psicologiche.

    Qui il bambino fa le sue prime incursioni nel mondo esterno, acquisisce mezzi di comunicazione e, con il tempo, sviluppa modalità di considerare se stesso in relazione al mondo.

    Le differenze riguardanti proprio la natura delle relazioni che instaura con gli altri, possono avere profonde implicazioni sul percorso evolutivo che il bambino seguirà in futuro.

    Per analizzare, dunque, obiettivamente quello che accade tra le persone occorre tenere presente alcune considerazioni.

    • Le relazioni possono essere solo desunte e non percepite direttamente: la nostra consapevolezza riguarda le interazioni tra le persone.
    • Solo quando le interazioni danno vita a conseguenze coerenti nel tempo, possiamo dedurre l’esistenza di un certo tipo di relazione.
    • Le interazioni sono un fenomeno circoscritto al qui e ora, mentre le relazioni implicano la continuità nel tempo.
    • Una relazione è un qualcosa di più della semplice somma delle interazioni di cui è composta ed ognuna possiede caratteristiche proprie.
    • Le relazioni non sono isolate da altre relazioni, e tendono a formare una rete: il tipo di rapporto esistente tra moglie e marito ha conseguenze chiare sulla relazione che ognuno di essi instaura con il figlio.

    Il ruolo della famiglia

    La famiglia è il primo nucleo sociale per l’educazione dei figli e agisce come fattore di socializzazione.

    La prima esperienza di relazione dei bambini, infatti, ha luogo generalmente nella famiglia.

    Il bambino nasce, vive e cresce nell’ambiente familiare che provvede ai suoi bisogni primari, influenzando il suo sviluppo psichico in modo determinante.

    L’ambiente consente al bambino di trovare le condizioni adatte allo sviluppo della sua personalità, di integrarsi successivamente nella scuola con i pari e di sviluppare la sua indipendenza e la sua autonomia.

    La famiglia favorisce lo sviluppo del linguaggio e incide sullo sviluppo della personalità per due fattori:

    • L’importanza della sua dimensione affettiva, che soddisfa il bisogno di sicurezza e di auto-realizzazione dei figli
    • Per la struttura sociale  delle relazioni interpersonali mediante le quali i figli interagiscono con gli altri e con il mondo esterno.

    Questo gruppo è il primo e fondamentale contesto utile per lo sviluppo sociale, emotivo e cognitivo del bambino.

    La famiglia introduce il bambino alla convivenza sociale, all’acquisizione delle regole del comportamento interpersonale e adempie alla funzione di fornire una base sicura.

    È proprio all’interno della famiglia che il bambino riceve le prime indicazioni su ciò che è bene fare o non fare, percependo così messaggi riguardo al valore e all’importanza delle proprie azioni.

    E’ dunque il contesto primario e ideale per l’educazione dei bambini.

    Le relazioni familiari e lo sviluppo infantile

    Il rapporto tra genitori e figli è un tassello fondamentale per la crescita e lo sviluppo di un individuo.

    E’ attraverso questa relazione che si scoprono elementi fondamentali della vita, che diventeranno un punto di riferimento, sia in positivo, sia in negativo, per il futuro.

    Il senso di Sé e della propria identità si fondano sulla realtà dei legami affettivi sperimentati a partire dai primissimi anni.

    Ogni neonato possiede capacità innate necessarie allo sviluppo e alla sopravvivenza, determinate a livello biologico e genetico.

    In questo senso, l’ambiente di vita, con la sua azione, può stimolare, modificare o bloccare tali potenzialità.

    Per comprendere lo sviluppo infantile, l’ambiente più importante da considerare è la famiglia, poiché al suo interno avviene quasi tutto il processo di crescita e maturazione dell’individuo.

    Sulla base del comportamento pratico dei genitori o di chi si prende cura di lui, il bambino forma l’idea basilare di se stesso nel mondo e costruisce i modelli interni di Sé e degli altri.

    Questi modelli sono importantissimi perché rappresentano la mappa interiore attraverso cui il minore si orienterà nelle esperienze future.

    L’influenza delle relazioni familiari conflittuali

    La struttura della famiglia ha un ruolo molto meno significativo rispetto al suo funzionamento.

    Le variabili strutturali esercitano un’influenza limitata sul risultato psicologico del bambino.

    Molto più importante è, invece, la qualità della relazione che intercorre tra qualunque individuo che compone l’ambiente domestico.

    Un evento che può avere particolari effetti sullo sviluppo dei bambini è la separazione o il divorzio dei genitori.

    Durante e in seguito alla separazione, i genitori hanno un ruolo determinante: devono reggere con efficacia il mondo interiore proprio e quello dei figli, poiché il loro comportamento influenza l’intero sistema parentale.

    Ad influenzare maggiormente, e negativamente, lo sviluppo dei figli, non è tanto la separazione in sé, quanto piuttosto l’esposizione ad un ambiente caratterizzato da alta conflittualità.

    Il conflitto tra i genitori è il fattore fondamentale che danneggia lo sviluppo dei figli e genera in loro problemi di comportamento.

    E, nella maggior parte dei casi, tale conflitto può precedere di anni la separazione.

    Il conflitto prolungato crea un clima familiare più teso e i due genitori, occupati a litigare, sono meno disponibili con i figli.

    Inoltre, il conflitto genera tensione emotiva e dolore ma i bambini per crescere in serenità hanno bisogno di vivere in ambienti armonici.

    E’ più importante che i genitori non siano in conflitto, piuttosto che siano insieme: il bene dei figli lo fa una coppia genitoriale non conflittuale.

    Le relazioni familiari, dunque, possono influenzare, negativamente o positivamente, lo sviluppo infantile dei bambini, e sono alla base di tutti i loro comportamenti o atteggiamenti futuri.

    L’educazione familiare, in questo senso, può essere di grande aiuto e sostegno ai genitori: contattateci o scriveteci!

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