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consulenza pedagogica

  • Rapporto tra genitori e figli nell’adolescenza: consigli pratici

    Nell’articolo precedente abbiamo parlare del rapporto tra genitori e figli nell’infanzia; oggi affrontiamo invece il rapporto tra genitori e figli nell’adolescenza.

    L’adolescenza è un periodo dello sviluppo che rappresenta il passaggio dall’infanzia a all’età adulta.

    La parola adolescenza infatti significa crescere 😉

    Questo periodo si configura come un periodo di sperimentazione del sé, dove i ragazzi e le ragazze sperimentano e vivono con incertezza la propria identità, cercando di comprendere quali sono i propri obiettivi di sviluppo.

    L’adolescente è alla continua ricerca della propria identità. 

    In questa fase, inoltre, si compiono tutta una serie di cambiamenti fisici sotto l’influsso dei processi di maturazione biologica.

    Alla ricerca della propria identità

    L’adolescente è alla continua ricerca di uno “status” di adulto: necessita, infatti, di spazi di libertà per esplorare da solo il mondo circostante e rispondere alla domanda “chi sono io?”.

    Durante il periodo adolescenziale, infatti, i ragazzi sperimentano nuove conoscenze, capiscono di più del mondo che li circonda e delle sue regole, ed in famiglia tendono ad introdurre nuove idee e nuovi valori, mettendo a volte in discussione le figure genitoriali.

    I ragazzi iniziano a volersi muovere in modo sempre più autonomo nell’ambiente sociale e ad assumere un atteggiamento di sfida nei confronti dei genitori e delle regole.

    Questo è assolutamente normale 😉

    Il ruolo del genitore

    La famiglia deve raggiungere un equilibrio tra due compiti opposti:

    • Favorire il cambiamento e l’indipendenza emotiva;
    • Essere e fornire una “base sicura” per il ragazzo, soprattutto nei momenti di difficoltà.

    Il genitore, infatti, deve essere una base sicura dalla quale partire per esplorare il mondo circostante in autonomia: il ragazzo, però, sa che il genitore sarà sempre lì a sostenerlo nei momenti di difficoltà.

    Questo è molto importante.

    Fondamentale è incoraggiare sempre l’autonomia: pian piano il loro livello di autonomia aumenta, sosteniamoli in ogni passo, anche quando questa autonomia non viene usata come ci aspettiamo.

    Il rapporto tra genitori e figli nell’adolescenza non si interrompe, si modifica ed evolve verso forme più mature con più flessibilità e capacità di cambiamento.

    I genitori devono dare al ragazzo, progressivamente, sempre più fiducia, facendogli capire che lo ritengono competente ma anche in via di formazione, devono accettare le sue opinioni in modo criticamente costruttivo e chiedere sempre di più (rispettandolo!) il suo punto di vista.

    L’atteggiamento dei genitori deve essere caratterizzato da:

    • Dialogo e ascolto attivo;
    • Comprensione;
    • Sincerità e fiducia reciproca;
    • Rispetto e partecipazione attiva;
    • Empatia e comunicazione assertiva.

    Ciò sicuramente richiede impegno e perseveranza da parte dei genitori 😉

    Non esitate a contattarci per altri consigli!

  • Rapporto tra genitori e figli durante l’infanzia: consigli pratici

    In questo articolo approfondiamo insieme il rapporto tra genitori e figli durante l’infanzia: come si sviluppa e cosa comporta.

    Essere genitori è un’esperienza meravigliosa e estremamente complessa, le gioie che può dare sono davvero indescrivibili.

    Per quanti consigli o suggerimenti si possano ascoltare non esistono ricette preconfezionate o manuali di istruzioni in grado di preparare in assoluto a questo compito.

    Diventare madre e padre avviene direttamente sul campo, agendo, sbagliando, imparando dai propri errori, a volte ricorrendo al sostegno di esperti nel caso in cui vi siano particolari difficoltà o semplicemente per chiedere un parere o un consiglio.

    Rapporto genitori-figli

    Il rapporto tra genitori e figli è centrale nella vita di ogni individuo, dall’infanzia all’adolescenza fino all’età adulta.

    La famiglia è il luogo dove avviene la primissima socializzazione del bambino.

    E’, infatti, il primo luogo dove il bambino sperimenta il contatto con una rete sociale.

    Da qui si costruiscono le strutture relazionali, la personalità, i ruoli, le risorse cognitive ed emotive.

    Per un bambino i genitori rappresentano una guida e una base sicura e il loro rapporto si sviluppa tra attaccamento e progressiva conquista dell’indipendenza.

    In questo di fondamentale importanza è la comunicazione positiva tra genitori e figli caratterizzata da ascolto attivo, comprensione e dialogo.

    Consigli per coltivare un buon rapporto genitori-figli

    Innanzitutto, nel rapporto genitori-figli la comunicazione riveste un ruolo fondamentale.

    Una comunicazione, però, funzionale, non a senso unico, bensì un contenitore di reale ascolto e comprensione.

    Per creare un rapporto di fiducia che duri nel tempo, è necessario dedicare del tempo di qualità ai figli.

    E’ importantissimo trovare del tempo per stare con i propri figli: parlare, giocare con loro, fare delle attività insieme.

    All’interno della giornata dovrebbero esserci alcuni momenti per il dialogo.

    Questi momenti sono preziosi ed è soprattutto importante sapersi ascoltare a vicenda.

    Prima si instaura questa buona abitudine, più sarà facile portarla avanti nella crescita del bambino fino all’adolescenza.

    Alcuni buoni momenti di dialogo possono essere il momento del pranzo o della cena, oppure prima di andare a dormire.

    Provate a fare domande specifiche e non generiche: al posto di “come è andata a scuola?” domandate “qual è stata la cosa più bella che hai fatto oggi?”.

    Ciò aiuta sicuramente a stimolare la capacità di riflessione dei bambini e aiutare lui stesso a conoscersi meglio e scoprire i propri gusti.

    Indagare sulle emozioni che hanno accompagnato un dato avvenimento è, di solito, il modo più coinvolgente per dialogare insieme.

    Non esitare a contattarci per altri consigli in merito alla tua relazione con tuo figlio 😉

  • Le regole per i bambini: una guida per i genitori consapevoli!

    Le regole per i bambini sono fondamentali per permettere la loro crescita e il loro sviluppo in modo equilibrato.

    Perché sono così importanti?

    Pensiamoci un attimo insieme 😉

    Se ti dico di pensare al significato della parola REGOLA, cosa ti viene in mente?

    Un divieto, un’imposizione, un limite oppure una norma di comportamento?

    una regola è una norma di comportamento che definisce il modo in cui comportarsi in determinate circostanze e in determinati contesti.

    Proprio per questo le regole per i bambini sono così importanti: perché orientano e guidano i nostri comportamenti nei diversi contesti sociali e nelle interazioni con le altre persone e con il mondo circostante.

    Infatti, in famiglia, a scuola, nello sport e in tutti i contesti sociali dobbiamo conoscere, seguire e rispettare regole ben precise.

    Definire delle regole però non è sufficiente per farle rispettare!

    Per essere realmente rispettate le regole devono essere comprese e interiorizzate dai bambini.

    In questo i genitori hanno un ruolo importantissimo.

    Ecco alcuni consigli 😉

    Ricordatevi sempre che il bambino ha bisogno di approvazione ma anche di regole, limiti e contenimenti. Questo sempre per responsabilizzarlo e non farlo sentire impreparato di fronte agli ostacoli e alle difficoltà della vita.

    Mantenere in casa un clima positivo e disteso può essere sicuramente di grande aiuto così come prevedere dei “momenti in famiglia”.

    Approfittate di ogni momento per dialogare con i vostri figli: la colazione o il viaggio in auto verso la scuola e alla sera, condividere il racconto della giornata.

    Interagite con loro e costruite un rapporto basato sul dialogo e sulla fiducia.

    Altra cosa importante: cercate di mantenere la calma di fronte a un capriccio insistente, senza partire subito in quarta con i rimproveri.

    E’ sempre meglio evitare di reagire nel modo sbagliato, bensì ribadire la regola comunicandola con tono fermo e deciso.

    Un “no” non deve mai diventare un “si” per sfinimento: la coerenza, infatti, in questo è fondamentale; siate sempre coerenti con le regole definite.

    Il “no” deve mirare a costruire l’autostima del bambino e non a distruggerla. Bisogna quindi fare molta attenzione a come si pone il divieto, che deve essere focalizzato sull’azione o sull’oggetto in questione e non sulla persona.

    I “no” non devono essere eccessivi: meglio fissare pochi obiettivi, semplici e raggiungibili, e impegnarsi a fondo affinché vengano rispettati. 

    Non devono esserci troppe regole e i bambini devono comprenderne il significato.

    Dunque, argomentate sempre una regola o un “no” con una spiegazione.

  • Rispetto delle regole scuola primaria: cosa sapere sulle regole di classe

    Oggi voglio parlarvi di rispetto delle regole scuola primaria.

    Ebbene sì, le regole sono fondamentali in tutti i contesti di crescita, primo fra tutti, dopo la famiglia, troviamo la scuola.

    Ogni contesto in cui una persona vive, infatti, ha delle regole che permettono di convivere e raggiungere degli obiettivi specifici per ogni contesto.

    Il rispetto delle regole è alla base dello stare bene in gruppo e la maggior parte dei problemi che si incontrano nella gestione della classe dipendono dal loro mancato rispetto. 

    Rispetto delle regole scuola primaria

    All’interno della scuola sono presenti regole per:

    • Un buon rapporto tra insegnanti e studenti;
    • Il funzionamento del gruppo classe;
    • La creazione di un contesto adatto all’apprendimento.

    Le regole vengono definite insieme agli studenti e condivise con loro.

    Devono essere differenti in base all’età degli studenti.

    E’ sempre fondamentale esplicitarle e chiarirle a tutti gli studenti per aiutarli a interiorizzarle e rispettarle.

    Di grande importante è anche la coerenza: tutti devono rispettare le regole definite, anche gli insegnanti!

    Condividete le regole con gli alunni all’inizio dell’anno scolastico e siate coerenti 😉

    Il cartellone delle regole

    Il modo più efficace per indicare le regole è quello di creare un cartellone che rimanga sempre appeso in classe e visibile agli alunni così da essere utilizzato come punto di riferimento.

    Un cartellone, perché no, creato insieme agli studenti!

    Alla scuola dell’infanzia, ad esempio, il cartellone delle regole può essere composto da disegni che richiamano la regola, spiegata dalla maestra a parole. 

    Qui è molto importante instaurare con i bambini delle routine giornaliere per favorire la crescita e l’apprendimento.

    Alla scuola primaria, invece, il cartellone può essere composto da immagini e, quando i bambini hanno imparato a leggere, brevi frasi che esprimano il concetto in modo semplice e chiaro.

    Ecco l’esempio di un cartellone realizzato in una scuola della provincia di Ferrara per favorire l’apprendimento delle regole sanitarie.
  • Come insegnare il rispetto delle regole ai bambini: un’introduzione

    Come favorire il rispetto delle regole nei bambini?

    Le regole sono fondamentali e necessarie per una crescita dei bambini equilibrata e consapevole.

    Riuscire a far “rispettare” le regole, però, è una delle principali difficoltà dei genitori nell’educazione dei propri figli.

    Vuoi saperne di più?

    Entriamo nel mondo delle regole 😉

    Cosa sono le regole

    Se ti dico di pensare al significato della parola regola, cosa ti viene in mente?

    Un divieto, un’imposizione, un limite oppure una norma di comportamento?

    una regola è una norma di comportamento che definisce il modo in cui comportarsi in determinate circostanze e in determinati contesti.

    Le regole, dunque, guidano i nostri comportamenti nei diversi contesti sociali e nelle interazioni con le altre persone.

    Sono presenti in tutti i contesti: in famiglia, a scuola, nello sport, ecc, regole naturalmente diverse in riferimento al contesto.

    Le regole servono per crescere bene e vivere, nel mondo, insieme agli altri.

    Per essere realmente “rispettate” però le regole devono essere conosciute, apprese e interiorizzate!

    Il rispetto delle regole è proprio condizionato dal grado di apprendimento e di interiorizzazione di essa.

    Quali sono le funzioni delle regole?

    La parola regola deriva da educere che significa guidare, senza essere autoritari o permissivi, bensì autorevoli 😉

    Le regole hanno ben quattro funzioni, sei curioso di sapere quali sono? 😉

    La sua prima funzione è quella di fornire una guida al comportamento del bambino.

    Crescere il bambini, infatti, in un contesto privo di regole, senza una guida e un orientamento, potrebbe aumentare il rischio di comportamenti problematici e disorientamento.

    Una seconda fondamentale funzione delle regole è quella di rendere l’ambiente prevedibile, fornendo ai bambini un ordine e una prevedibilità nel contesto di vita.

    La presenza di regole è poi il prerequisito essenziale per fondare l’appartenenza ad un gruppo, ad esempio al gruppo famiglia.

    Infine, la presenza di regole è fondamentale per garantire al bambino il diritto alla disubbidienza.

    Sembra paradossale ma è così, il soggetto in età evolutiva deve talvolta trasgredire, al fine di riconoscere l’esistenza di un limite che è opportuno non oltrepassare in futuro. Il bambino deve sperimentare e conoscere per imparare le conseguenze delle proprie azioni.

    Segui i nostri prossimi articoli per continuare il viaggio alla scoperta delle regole educative e scopri il percorso Educhiamoci alle Regole, un percorso di cambiamento rivolto a tutti i genitori che vogliono rivoluzionare il loro metodo educativo.

    Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere la guida “SOS Regole”!

  • Sostegno alla genitorialità: che cos’è e quando è necessario?

    Oggi voglio parlarvi dei percorsi di sostegno alla genitorialità mostrandovi quando potrebbero essere necessari e come si struttura l’intervento da parte del pedagogista.

    Siete pronti? Partiamo subito 😉

    Il sostegno alla genitorialità è un intervento rivolto agli adulti che incontrano alcune difficoltà e problematiche nel loro ruolo genitoriale.

    L’obiettivo è proprio quello di potenziare nei genitori la consapevolezza del proprio ruolo, nonché di comprendere meglio le modalità educative utilizzate e, se necessario, rinforzarle.

    Con il termine modalità educativa si intende, infatti, lo stile educativo utilizzato dal genitore nell’educazione e nella comunicazione con i propri figli.

    È molto importante conoscere ed essere consapevoli della propria modalità educativa perché essa influenza positivamente o negativamente la crescita e lo sviluppo dei bambini.

    Conoscere la propria modalità educativa permette, inoltre, al genitore di orientare e potenziare la propria azione educativa.

    È proprio questo che fa il pedagogista nella consulenza pedagogica di sostegno alla genitorialità: comprendere insieme al genitore il proprio stile educativo e, dove necessario, fornire consigli e strategie utili per modificarlo e renderlo più efficace.

    Il pedagogista, attraverso il dialogo, l’ascolto attivo e assertivo, orienta il genitore nel ritrovare il senso del proprio agire educativo.

    Non calerà, cioè, ricette preconfezionate, ma attraverso le sue competenze saprà ascoltare ed analizzare la situazione presentata per accompagnare il genitore ad attivare le proprie risorse personali e a ridisegnare il proprio cammino in modo autonomo.

    Cosa è il percorso di sostegno alla genitorialità

    I percorsi di sostegno alla genitorialità possono essere un cammino utile a qualsiasi genitore per migliorare la relazione con i figli, le dinamiche familiari e la crescita di ogni membro della famiglia.

    Tali percorsi sono rivolti a coppie o a singoli genitori.

    Si svolgono con una serie di incontri e colloqui volti a:

    • Comprendere il vissuto dei genitori rispetto la relazione con il proprio figlio, al fine di orientarli e sostenerli nel trovare una strategia efficace e ad hoc in riferimento alla specifica situazione;
    • Potenziare le capacità relazionali e le loro competenze educative;
    • Favorire una maggiore comprensione del figlio, accogliere i suoi bisogni, saperli leggere e fornire risposte adeguate allo sviluppo evolutivo del minore;
    • Aprire una riflessione su sé stessi e sul proprio ruolo genitoriale;
    • Attivare le risorse interne al soggetto al fine di favorire un processo di empowerment volto al superamento delle situazioni critiche;
    • Creare nuove forme e nuovi pensieri rispetto al proprio agire educativo.

    I genitori hanno sempre più bisogno di spazi di confronto e di riflessione, per meglio comprendere le difficoltà dei propri figli o per individuare le modalità più adeguate per aiutarli a crescere e per migliorare la propria modalità educativa.

    Non è, dunque, solo un luogo in cui si ricevono consigli e tecniche. 

    Le strategie devono essere personalizzate e mai generiche.

    Il sostegno alla genitorialità è un percorso di crescita dei genitori stessi che, con l’aiuto dell’esperto, acquisiscono la capacità di affrontare e risolvere quei problemi, che fanno parte del processo di sviluppo dei loro figli o che subentrano in particolari momenti di passaggio nelle fasi del ciclo vitale.

    Per saperne di più e richiedere una prima consulenza contattaci!

  • Autonomia bambini: come educarli ad essere autonomi

    Oggi vogliamo parlarvi di autonomia bambini.

    Cosa significa educare i bambini all’autonomia? Quanto è importante educarli ad essere autonomi?

    La risposta è…….moltissimo 😉

    Durante la crescita dei bambini arriva una tappa fondamentale che richiede particolare attenzione ed energie da parte dei genitori: l’autonomia.

    Essa è una fase che inizia nell’infanzia attorno ai due anni e che procede per tutta la giovinezza, in un qualche modo per tutta la vita.

    I bambini non nascono autonomi.

    Infatti, sono i genitori che hanno il delicato compito di sostenerli e fornire loro una base sicura, dalla quale partire per esplorare l’ambiente circostante e fare le proprie esperienze.

    Esplorazione e sostegno in questo senso devono andare di pari passo: i bambini in questa fase hanno bisogno di conoscere il mondo e, allo stesso tempo, anche di sostegno, di un porto sicuro.

    Di sapere, cioè, che è amato sia quando riesce, sia quando cade.

    Autonomia bambini: età e gradi

    Ogni età presenta dei differenti e graduali compiti di autonomia.

    Possiamo parlare proprio di un percorso di acquisizione all’autonomia che prevede tappe e compiti differenti.

    Dai 2 ai 3 anni, ad esempio, il bambino potrà acquisire le seguenti attività:

    • Organizzare i giocattoli;
    • Mangiare da solo;
    • Annaffiare le piante;
    • Portare i vestiti nella propria stanza.

    Dai 4 ai 5 anni, invece:

    • Vestirsi da solo;
    • Apparecchiare la tavola;
    • Andare in bagno da solo;
    • Lavare i piatti insieme all’adulto.

    Dai 6 agli 8 anni:

    • Rifare il letto;
    • Organizzare la propria scrivania;
    • Preparare il proprio zaino;
    • Lavarsi da solo e occuparsi della propria igiene personale.

    Infine, dai 10 ai 12 anni:

    • Pulire la propria stanza;
    • Portare a spasso il cane;
    • Buttare la spazzatura;
    • Stendere la biancheria.

    Strategie e consigli pratici

    Molto importante è educare il bambino all’autonomia e all’indipendenza: accompagnarli, cioè, e permettere loro di raggiungere le loro piccole conquiste.

    Non impedite al bambino di fare qualcosa perché «è troppo piccolo».

    Ogni bambino è diverso ed è bene conoscere le su peculiarità per capire cosa riesce a fare, lasciamogli comunque la possibilità di provare sempre sotto la nostra supervisione 😉

    Favorire il contatto con la natura è molto importante per promuovere nei bambini un atteggiamento di cura, attenzione e premura. Ad esempio la cura del giardino o di un animale domestico.

    Coinvolgete sempre i bambini nella vita pratica in casa sviluppando le sue abilità e competenze.

    Evitate correzioni svalutanti e invadenti, giudizi, etichette e continui interventi: il vostro obiettivo è sempre quello di stimolare l’autonomia!

    Per altri consigli non esitate a scriverci!

  • Inclusione e integrazione: la pedagogia interculturale

    Quando parliamo di inclusione e integrazione non possiamo non parlare della pedagogia interculturale.

    Cominciamo subito con una importante distinzione.

    Multiculturale e interculturale

    Il termine multiculturale indica una situazione in cui le diverse culture coesistono fra loro, senza occasioni di confronto, scambio, parità, reciprocità, incontro ed apertura.

    Il termine interculturale, invece, indica una situazione di interazione e di integrazione fra le diverse culture, caratterizzata da pluralismo culturale, incontro e confronto democratico.

    L’intercultura, infatti, presuppone l’idea e l’impegno a ricercare forme, strumenti ed occasioni per sviluppare un confronto e un dialogo costruttivo e creativo.

    E’ un concetto dinamico che vuole presupporre l’idea e l’impegno di sviluppare un dialogo costruttivo e creativo nonché un reale confronto.

    Valorizzare le differenze senza annullarle!

    Il tutto attraverso una scambio attivo che porta al rispetto reciproco.

    Ad impedire la costruzione di una società disponibile al confronto e allo scambio culturale, bloccandola alla dimensione multiculturale, vi sono sia atteggiamenti contradditori di apertura e chiusura da parte dei gruppi di immigrati, sia resistenze messe in atto dalla popolazione autoctona.

    Passare ad una società interculturale richiede necessariamente un progetto pedagogico.

    Un progetto cioè finalizzato alla costruzione e allo sviluppo di un pensiero aperto e flessibile, problematico ed antidogmatico, capace di decentrarsi dai propri riferimenti mentali e morali, per riconoscere e comprendere le differenze e le analogie con le altre culture.

    In tal senso l’inter della parola interculturalità sta a designare non soltanto un’istanza di comparazione, ma bensì un’esigenza di reciproca solidarietà nel costruire, insieme, progetti di convivenza democratica.

    Le culture hanno bisogno di interrogarsi sui propri aspetti, di confrontarsi e di arricchirsi di elementi innovativi 😉

    Oggi l’interculturalità rappresenta il più alto grado di civilizzazione e va perseguita, nella società e nelle scuole.

    Inclusione e integrazione

    Molto spesso si tende anche a confondere il termine inclusione con quello di integrazione.

    L’integrazione è un processo basato principalmente su strategie per portare l’alunno “diverso” ad essere quanto più possibile simile agli altri.

    Alla base di tale prospettiva rimane un’interpretazione della disabilità come problema di una minoranza, a cui occorre dare opportunità uguali a quelle degli altri alunni.

    Nell’integrazione l’azione si focalizza sul singolo soggetto.

    L’inclusione, invece, si basa sul riconoscimento della rilevanza della piena partecipazione alla vita scolastica da parte di tutti i soggetti e della valorizzazione delle differenze e peculiarità di ciascuno.

    Ogni alunno è portatore di una propria identità e cultura, di esperienze affettive, emotive e cognitive: peculiarità che devono essere valorizzate.

    In questo senso, l’inclusione non va pensata come un modo di “normalizzare il diverso”, bensì come un modo per ripensare i nostri ambienti di apprendimento e renderli più fruibili per quella stessa “normalità” per cui sono stati concepiti.

    Fondamentale per un’efficace inclusione è la valorizzazione di tutte le differenze!

  • Educare alla diversità: spunti e prassi pedagogiche

    Educare alla diversità è un aspetto molto importante in educazione e in pedagogia.

    Esistono diversi modi di dire, infatti, a riguardo:

    Tutto il mondo è paese!

    Per fortuna non siamo tutti uguali!

    Ma allora quale delle due è vera? La prima che dice che in fondo-in fondo ci assomigliamo tutti, o la seconda che al contrario dice che siamo tutti diversi?

    É sicuramente vero che siamo tutti esseri umani, con pari diritti e pari dignità.

    Allo stesso tempo, però, nonostante la nostra comune natura di esseri umani che ci conferisce uguali diritti ed uguale dignità, siamo tutti estremamente diversi, per fortuna 😉

    Tra gli essere umani inevitabilmente ci sono delle differenze.

    Siamo tutti diversi gli uni dagli altri: caratteristiche corporee o caratteriali, preferenze. gusti, comportamenti, ecc.

    Queste diversità non sono un male, anzi, sono una ricchezza da vivere con orgoglio, curiosità e voglia di confronto!

    Educare alla diversità e pedagogia interculturale

    La convivenza tra persone, però, non è sempre facile, anzi a volte può essere molto difficoltosa…e il rischio è quello di entrare in disaccordo con gli altri.

    Come fare in questi casi?

    Ci sono alcuni consigli provenienti dall’ambito della pedagogia interculturale che possono risultare utili per un dialogo costruttivo e non distruttivo con chi è diverso da noi.

    Innanzitutto, non c’è una verità assoluta, questo perché la verità deriva dalla nostra interpretazione di quello che vediamo o sentiamo nel mondo.

     Questo concetto è spiegato molto bene nella parabola indiana dei “Ciechi e l’elefante”. La conoscete? Eccola qui!

    C’erano una volta sei vecchi saggi che vivevano in una cittadina; erano saggi ma erano tutti ciechi. Un giorno venne condotto in città un elefante, un animale che non avevano mai incontrato. I sei saggi volevano conoscerlo, ma essendo ciechi non potevano vederlo. Decisero quindi di toccarlo.

    Il primo saggio si avvicinò all’elefante e gli toccò un orecchio, sentendolo grande e piatto; inoltre lo sentì muoversi lentamente producendo una dolce aria fresca, perciò disse: “L’elefante è come un grande ventaglio”.

    Il secondo saggio toccando invece una zampa disse: “Ti sbagli. L’elefante è come un forte albero”.

    State sbagliando entrambi”, disse il terzo toccandogli la coda. “L’elefante è come una corda”.

    Il quarto saggio, toccando invece la punta di una zanna disse: “Non è vero, l’elefante è come una lancia”!

    No, no” disse il quinto saggio toccando il fianco dell’animale. “Che stupidaggini! L’elefante è come un muro”.

    Il sesto intanto aveva afferrato la proboscide. “Avete sbagliato tutti”, disse, “L’elefante è come un serpente”!

    “No, come una fune”.

    “No, come un ventaglio”.

    “Come un serpente!”

    “Un muro!”

    “Avete torto tutti!” “Ho ragione io!”

    I sei ciechi, convinti tutti di avere la verità in tasca, non riuscirono mai a scoprire come fosse davvero fatto un elefante.

    Questa breve storia ci insegna come non esista davvero un’unica verità, ma di come noi tutti possediamo una piccola parte delle informazioni…se le mettiamo in comune, senza avere la pretesa di essere nel giusto, forse conosceremo meglio l’elefante!

    Un altro consiglio da tenere in mente quando ci approcciamo alla diversità è che se l’altro è diverso da me… allora anche io sono diverso da lui!

  • Tutoring tra pari: i pari possono svolgere il ruolo di tutor?

    Oggi voglio parlarvi di tutoring tra pari.

    Ne conoscete il significato?

    Un bambino più esperto decide di istruire e guidare un altro bambino, con l’obiettivo di portarlo ad un livello di competenza simile al proprio.

    In un precedente articolo vi ho parlato dell’educazione tra pari e dell’importanza delle relazioni tra pari nello sviluppo e nella crescita dei bambini. Ecco il link 😉

    I bambini si aiutano reciprocamente per risolvere i problemi, anche nello studio e nelle situazioni di apprendimento.

    In questo senso, infatti, il tutoraggio tra pari è proprio un’attività di sostegno allo studio portato avanti da uno studente nei confronti di un proprio coetaneo.

    Il tutoring tra pari

    Il peer tutoring è una metodologia che se applicata correttamente è estremamente efficace per l’apprendimento dei ragazzi!

    In particolare è molto adatta se uno studente tende a provare emozioni negative nel confronto quotidiano con gli adulti.

    Dunque, per uno studente può essere estremamente benefico l’essere affiancato nello studio da un coetaneo, in modo che lo studio possa risultare più gradevole e che il momento dell’apprendimento scolastico abbia meno emozioni negative.

    Il ragazzo che fa da tutor utilizzerà molto probabilmente un linguaggio, esempi e modalità comunicative più semplici da comprendere per lo studente rispetto a quelli utilizzati dagli adulti.

    L’attività di peer tutoring non è benefica solo per chi riceve il tutoraggio…ma anche per chi lo offre!

    Alcuni dei vantaggi per i peer tutor possono essere:

    • Di tipo scolastico, per consolidare le conoscenze già acquisite e colmare qualche lacuna;
    • Di sviluppo personale, per potenziare l’autostima e la fiducia in sé o per affinare alcune abilità sociali.

    Spiegare è uno dei modi migliori per imparare 😉

    I vantaggi

    La maggior parte degli studi sul tutoraggio tra pari ha dato risultati positivi.

    I bambini traggono grande vantaggio dalla guida di un compagno, anche quando la differenza di età tra i due è minima.

    Inoltre, lo scambio è proficuo anche per il bambino più esperto.

    Per essere realmente efficace però devono esserci alcune condizioni.

    Non è sufficiente, infatti, stare in compagnia di un pari più esperto per progredire.

    Nei casi, ad esempio, in cui il più esperto comprende il problema meglio del partner meno competente, ma non a fondo, il processo di istruzione potrebbe essere negativo.

    Allo stesso modo, se il tutor domina e non concede abbastanza spazio all’altro è probabile che quest’ultimo non ne tragga gran beneficio.

    Chiaramente, i tutor bambini devono adottare alcune strategie per essere efficaci nella loro funzione di istruire, ad esempio:

    • Mostrarsi sensibili nei confronti degli sforzi dei loro partner;
    • Fornire il feedback al giusto livello;
    • Adeguare le direttive all’abilità dell’apprendista di interiorizzarle.

    Bibliografia

    Shaffer Rudolph H, Psicologia dello sviluppo un’introduzione, Raffaello Cortina Editore, 2004

  • La competenza emotiva e il controllo delle proprie emozioni

    Abbiamo parlato di emozioni in diversi articoli: cosa sono le emozioni e perché sono importanti nella crescita dei bambini, cosa significa gestire le emozioni.

    Oggi continuiamo a parlare di emozioni parlando però della competenza emotiva.

    L’idea che le persone si differenzino per il loro grado di intelligenza è oramai accettata a livello universale.

    Al contrario, invece, l’idea che si possa valutare in maniera simile anche l’adeguatezza del funzionamento emotivo è stata riconosciuta con grande ritardo.

    L’idea di poter effettivamente misurare il funzionamento emotivo e determinare se una persona è più abile di un’altra nell’affrontare le emozioni è stata presa in considerazione solo in tempi recenti.

    A tal proposito, Goleman ha pubblicato Intelligenza emotiva (1995) enfatizzando, infatti, il bisogno di sviluppare una “alfabetizzazione emotiva”.

    Che cos’è la competenza emotiva?

    Rispondere a questa domanda non è semplice.

    Innanzitutto, la competenza emotiva è costituita da otto componenti principali:

    • Consapevolezza del proprio stato emotivo;
    • Capacità di riconoscere le emozioni altrui;
    • Saper utilizzare il vocabolario delle emozioni;
    • Capacità di coinvolgimento simpatetico nelle esperienze emotive di altre persone;
    • Saper comprendere che lo stato emotivo interiore non corrisponde necessariamente alla manifestazione esteriore, sia in se stessi sia in altre persone;
    • Capacità di affrontare in maniera adattiva le emozioni negative e angoscianti;
    • Consapevolezza che le relazioni sono definite in larga misura dal modo in cui le emozioni sono espresse e dalla reciprocità delle emozioni al loro interno;
    • Capacità di autocontrollo emotivo, ovvero avere il controllo delle proprie esperienze emotive e saperle accettare.

    Ognuna di queste componenti rappresenta un’abilità che i bambini devono padroneggiare nel loro cammino verso la maturità.

    Ma attenzione: avere successo in una di esse non garantisce il successo in un’altra, tanto meno in tutte le altre.

    Dunque, esprimere la competenza emotiva per mezzo di un indice simile al quoziente intellettivo non avrebbe molto senso.

    Potrebbe essere, invece, più utile un profilo che descriva le forze e le debolezze dell’individuo nelle varie componenti.

    Ciò che definiamo competenza deve, ovviamente, essere sempre valutata in relazione all’età della persona, ma anche al suo background culturale.

    Aspetti positivi

    La competenza emotiva è strettamente associata alla competenza sociale, in particolare perché la capacità di maneggiare le proprie e le altrui emozioni è fondamentale nelle interazioni sociali.

    Questo aspetto è particolarmente evidente nelle interazioni tra pari.

    Da alcune ricerche emerge che i bambini che hanno elaborato modalità costruttive per la gestione delle proprie emozioni hanno generalmente più successo nel rapporto con gli altri.

    Ancora, i bambini in grado di segnalare con chiarezza agli altri i propri stati emotivi sono più apprezzati dal gruppo dei pari.

    E ancora, i bambini che interpretano con accuratezza i messaggi emotivi degli altri hanno una maggiore approvazione sociale.

    Dal controllo degli altri al controllo di sé

    Le persone non solo hanno emozioni, ma le maneggiano (Frijda 1986).

    In questo senso, la capacità di inibire o modulare le proprie emozioni in modo socialmente accettabile, ovvero essere in grado di regolare, controllare, riorientare e modificare i propri impulsi nel rispetto delle norme sociali è essenziale.

    I bambini, infatti, per diventare “emotivamente competenti” devono riuscire a controllare le proprie emozioni, positive e negative.

    Il trasferimento del controllo emotivo dal genitore al bambino è un compito evolutivo fondamentale che impegna tutta l’infanzia e non giunge mai ad una conclusione definitiva.

    Durante l’infanzia, infatti, raccogliamo tutta una serie di strategie per la regolazione e la manifestazione delle emozioni.

    Più vasta è la gamma di strategie e più flessibile è l’individuo nell’utilizzarle, maggiori sono le probabilità di un buon adattamento sociale.

    Bibliografia

    Shaffer Rudolph H, Psicologia dello sviluppo, Un’introduzione, Raffaello Cortina Editore, 2004

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