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consulenza pedagogica

  • Discalculia evolutiva: le difficoltà di calcolo nella scuola primaria

    In questo articolo vi parliamo della discalculia evolutiva.

    Innanzitutto, che cosa è la discalculia evolutiva?

    E’ un disturbo dell’apprendimento, insieme alla dislessia e alla disgrafia, riferito però alla difficoltà di calcolo.

    E’ una difficoltà di produzione o di comprensione delle quantità, dei simboli numerici e delle operazioni aritmetiche di base.

    Coinvolge, dunque, sia le componenti di cognizione numerica basale, come il conteggio, comprensione e produzione di quantità, sia quelle di tipo procedurale, come l’esecuzione di algoritmi di calcolo.

    Discalculia evolutiva: definizione

    Si definisce come un disturbo a carico delle abilità numeriche e aritmetiche, che si manifesta in bambini con intelligenza normale.

    Può presentarsi con una certa frequenza in associazione alla dislessia, o a difficoltà di tipo visuo-spaziale.

    La discalculia non si riferisce in modo generico a tutta la matematica, ma solo ad alcune abilità di base, che corrispondono all’elaborazione del numero e alle procedure necessarie al calcolo, sia a mente che per iscritto.

    E’ possibile differenziare le difficoltà specifiche di calcolo, distinguendo i disturbi che riguardano la conoscenza numerica da quelli relativi al calcolo vero e proprio.

    La valutazione dell’apprendimento

    L’apprendimento della matematica implica aspetti diversi e anche la valutazione delle competenze in quest’ambito deve essere condotta su più livelli.

    E’ opportune approfondire sia le competenze di base del calcolo sia un’analisi qualitativa degli errori.

    La valutazione deve, dunque, prevedere prove diverse che indagano le componenti fondamentali del sistema numerico:

    • Calcolo a mente e scritto;
    • Conoscenza dei fatti aritmetici;
    • Giudizio di numerosità e di grandezza;
    • Ordinamento di serie di numeri;
    • Scrittura e lettura di numeri.

    Il caso di Camilla

    Riportiamo di seguito una descrizione di un caso di discalculia tratto dal volume “In classe ho un bambino che” di Cesare Cornoldi e Sara Zaccaria.

    Camilla è una bambina minuta, bionda, dall’apparenza un po’ più piccola dei suoi 10anni, si dimostra subito socievole e aperta.

    E’ lei a raccontare dei suoi interessi e della sua passione per la danza, ma quando si arriva a parlare della scuola si fa seria.

    Racconta che in classe seconda “non leggeva bene” ma che, nel corso dell’anno, si era così impegnata a casa, leggendo tanti libri, che alla fine aveva risolto il problema.

    I genitori confermano che attualmente, anche se Camilla è meno veloce delle sue compagne, legge senza errori e comprende bene il testo.

    Le difficoltà restano invece in matematica.

    I genitori affermano che già dalla classe terza della scuola primaria le maestre avevano segnalato qualche difficoltà, attribuendola tuttavia alla distrazione e allo scarso impegno.

    Decisero poi di rivolgersi ad uno specialista.

    Procedendo nella valutazione, si osserva una leggera lentezza nella lettura del testo, ma buone prestazioni nell’ambito della scrittura e della comprensione.

    Camilla dimostra una buona padronanza delle procedure e delle strategie di calcolo a mente e scritto.

    Incontra, invece, maggiori difficoltà in compiti apparentemente più semplici, che sondano la conoscenza e la comprensione del sistema dei numeri.

    In questo caso, dunque, una difficoltà più sugli aspetti di conoscenza numerica che a quelli relativi alle procedure di risoluzione.

  • Gli strumenti compensativi e la rappresentazione con mappe concettuali

    Quando parliamo di strumenti compensativi ci riferiamo a qualsiasi prodotto o sistema, in grado di bilanciare un’eventuale disabilità o disturbo riducendone gli effetti negativi.

    Ci riferiamo, dunque, all’insieme di procedimenti, stili di lavoro o apprendimento in grado di ridurre, se non superare, i limiti della disabilità o del disturbo.

    Gli strumenti compensativi possono essere utili a tutti i ragazzi e quindi possono essere proposti all’intera classe.

    Non hanno, infatti, nessuna caratteristica stigmatizzante e possono essere proposte a tutti gli alunni, facilitandone così la condivisione, l’accettazione e l’inclusione.

    Per gli alunni con Disturbi Specifici di Apprendimento si propongono abitualmente strumenti differenti per efficacia e flessibilità, come la tabella dell’alfabeto, la tavola pitagorica, la calcolatrice, i computer.

    Non è sufficiente, però, che l’insegnante consenta l’uso in classe delle strategie compensative, senza insegnare agli allievi come si utilizzano.

    Il computer, infatti, è uno strumento compensativo che funziona solo se c’è vera competenza, ovvero solo se il ragazzo lo sa usare bene, con piena sicurezza, sapendolo adattare con flessibilità alle proprie esigenze di studio.

    In questo senso, parliamo di “didattica compensativa“.

    Le strategie compensative

    Le strategie compensative possono essere elaborate autonomamente dall’alunno, spesso per tentativi ed errori, altre possono essere proposte o suggerite dagli adulti.

    Esistono delle strategie che incidono più o meno direttamente sull’efficacia dei processi cognitivi, di comprensione e memorizzazione, e migliorano sensibilmente il metodo di studio.

    Una strategia può riguardare la capacità di integrare o mediare la comunicazione scritta attraverso altri codici, in particolare grafico-visivi: utilizzare schemi, grafici, mappe, diagrammi.

    In questo caso, con l’utilizzo di rappresentazioni grafiche è possibile integrare e rafforzare la comunicazione scritta.

    La rappresentazione per mappe concettuali

    La rappresentazione per mappe è una delle più potenti strategie compensative a disposizione degli alunni con DSA, in particolare nel caso di difficoltà di lettura e di studio, perché sostituisce o integra la comunicazione testuale con quella visiva.

    È una strategia che ha quasi sempre una componente tecnologica, perché le mappe si producono con il computer, ma le capacità individuali sono determinanti.

    Questa strategia compensativa, dunque, non può essere sviluppata e applicata in autonomia dagli studenti, in riferimento proprio alla sua complessità ed importanza.

    Richiede un attento e specifico intervento formativo, non tanto sulle capacità informatiche, bensì soprattutto sulla capacità di organizzare e strutturare le informazioni che si vogliono rappresentare.

    La costruzione di una mappa concettuale, infatti, è un’operazione complessa e richiede una specifica attività formativa.

    Non ci si riferisce tanto all’esecuzione grafica, quanto alla capacità di sintesi e di attenta rilettura dei contenuti, ovvero individuare i nodi e i concetti associati, assegnare ad essi delle etichette, individuare i collegamenti.

    Per molti versi, le mappe sono utili per gli alunni con DSA come lo sono per i loro compagni, in quanto li aiutano a:

    • Organizzare le conoscenze già possedute;
    • Facilitano l’elaborazione di nuove informazioni;
    • Potenziare la comprensione e la memorizzazione di nuovi concetti.

    La mappa aiuta i ragazzi a memorizzare i contenuti perché ne favorisce l’organizzazione logica ed evidenzia i collegamenti tra le informazioni possedute.

  • I Disturbi Specifici dell’Apprendimento: Dislessia definizione

    Nello scorso articolo abbiamo parlato dei Disturbi Specifici dell’apprendimento, focalizzando l’attenzione sulla Disgrafia.

    Oggi approfondiamo, invece, la Dislessia: definizione origine e caratteristiche, cominciando proprio dal suo significato.

    Dislessia definizione: una disabilità dell’apprendimento caratterizzata dalla difficoltà a effettuare una lettura accurata e fluente e da scarse abilità nella scrittura.

    La dislessia è un disturbo che ostacola il normale processo di interpretazione dei segni grafici con cui si rappresentano per iscritto le parole.

    È un disturbo della capacità di leggere.

    Dislessia definizione e origine

    Non è ancora possibile affermare, con certezza, quali siano le cause dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento.

    Tuttavia, studi recenti indicano che le difficoltà incontrate dalle persone con DSA debbano essere attribuite a disfunzioni in alcuni meccanismi cerebrali.

    Le cause sarebbero da ricercarsi in un diverso funzionamento di alcune aree del cervello e in modo più specifico, a una difficoltà diffusa ne coordinare le informazioni provenienti dalle diverse aree cerebrali implicate nei complessi processi di lettura, scrittura, calcolo e ragionamento matematico.

    Infatti, i soggetti con DSA non sono tutti uguali poiché ogni soggetto
    presenta uno o più processi deficitari differenti per entità e tipologia
    che la diagnosi e il profilo funzionale descriveranno in maniera dettagliata analizzando le componenti del sistema mentale nella sua globalità e nelle specifiche aree di apprendimento.

    Ad ogni modo, nulla ha a che vedere con l’intelligenza.

    Le caratteristiche della dislessia

    La dislessia si può presentare in modo diverso da bambino a bambino.

    Vediamo insieme le caratteristiche più comuni che possono presentarsi.

    1. Scarsa discriminazione dei grafemi diversamente orientati nello spazio: il soggetto mostra chiare difficoltà nel discriminare grafemi uguali o simili, ma diversamente orientati.
      Egli, ad esempio, confonde la “p” e la “b”; la “d” e la “q”; la “u” e la “n”; la “a” e la “e”; la “b” e la “d”.
    2. Scarsa discriminazione di grafemi che differiscono per piccoli particolari: il soggetto mostra difficoltà nel discriminare grafemi che presentano somiglianze.
      Egli, ad esempio può confondere la “m” con la “n”; la “c” con la “e”; la “f” con la “t”.
    3. Difficoltà di decodifica sequenziale: leggere richiede al lettore di procedere con lo sguardo in direzione sinistra – destra e dall’alto in basso.
      tale processo appare complesso per tutti gli individui nelle fasi iniziali di apprendimento della lettura, ma, con l’affinarsi della tecnica e con l’uso della componente intuitiva la difficoltà diminuisce gradualmente fino a scomparire. Nel soggetto dislessico talvolta ci troviamo di fronte, invece a un vero e proprio ostacolo.
    4. Omissione di grafemi e sillabe: il soggetto omette la lettura di parti della parola; può tralasciare la decodifica di consonanti oppure di vocali, e spesso anche di sillabe.
    5. Salti di parole e salti da un rigo all’altro: il soggetto dislessico presenta evidenti difficoltà a procedere sul rigo e ad andare a capo, per cui sono frequenti anche “salti” di intere parole o di intere righe di lettura.
    6. Inversioni di sillabe: spesso la sequenza dei grafemi viene invertita provocando errori particolari di decodifica della sillaba.
    7. Aggiunte e ripetizioni: la difficoltà a procedere con lo sguardo nella direzione sinistra – destra può dare origine anche ad errori di decodifica caratterizzati dall’aggiunta di un grafema o di una sillaba.

    La dislessia evolutiva: come riconoscerla

    Con tale termine intendiamo uno specifico disturbo nell’automatizzazione
    funzionale dell’abilità di lettura decifrativa
    (lettura di testi o parole ad alta voce).

    La mancata automatizzazione si può osservare sia in una eccessiva lentezza nella lettura, che in un abbondante numero di errori di lettura.

    Tutti gli studi dimostrano che anche il dislessico lieve mantiene per lunghi anni una differenza significativa rispetto ai suoi compagni di classe. Non si può dire che egli non migliori in assoluto, ma manterrà sempre una differenza di velocità e accuratezza di lettura rispetto ai suoi coetanei.

    Dunque la dislessia evolutiva non è una malattia perché non è transitoria né ci sono rimedi chiari e rapidi per eliminarla.

    Intervenire tempestivamente è fondamentale per realizzare un intervento educativo mirato: il tipo di proposte didattiche e strategiche che vengono fatte ai bambini possono facilitarne il superamento o complicarla.

    In questo senso, risulta di fondamentale importanza l’osservazione sistematica e periodica.

    In qualità di studio di consulenza pedagogica, ci occupiamo di progettare e realizzare, a seguito dell’individuazione di un Disturbo Specifico dell’Apprendimento, percorsi di sostegno allo studio individuali ed integrativi alla scuola.

    Non esitare a contattarci per una prima consulenza gratuita.

  • I disturbi specifici dell’apprendimento: Disgrafia significato

    La comparsa di una difficoltà inattesa, in quanto non preannunciata, può generare un senso di sconforto negli adulti e disorientamento e frustrazione nel bambino che fino a quel momento non aveva ricevuto segnali di inadeguatezza per le sue prestazioni.

    Questo cambiamento di comportamento può essere dovuto a diversi motivi, uno dei quali possono essere i Disturbi Specifici dell’Apprendimento.

    Cosa si intende con la sigla DSA?

    I DSA riguardano le difficoltà riscontrate nell’area degli apprendimenti scolastici di base, ovvero lettura, scrittura e calcolo, nonostante le buone competenze intellettive del bambino e un ambiente socio-culturale adeguato.

    E’ un disturbo “specifico” perché riguarda l’alterazione di una specifica funzione: è, cioè. circoscritto ad un determinato dominio di abilità.

    Inoltre, è un disturbo innato, è sempre presente nel percorso evolutivo.

    In questo articolo approfondiamo la Disgrafia, per poi proseguire con l’approfondimento degli altri disturbi.

    Disgrafia significato: un disturbo specifico dell’apprendimento che riguarda esclusivamente il grafismo, ovvero la riproduzione di segni alfabetici e numerici.

    Si tratta, dunque, di un disordine delle componenti periferiche, cioè esecutivo-motorie, e non riguarda le regole ortografiche e sintattiche.

    La disgrafia deve essere distinta dalla disortografia che rappresenta, invece, un disordine di decodifica del testo scritto che risale ad un deficit di funzionamento delle componenti centrali del processo di scrittura.

    La disgrafia è proprio un deficit di natura motoria, ovvero nei processi di realizzazione dei grafemi.

    Caratteristiche della disgrafia

    • Fatica sul piano di scrittura;
    • Impugnatura della penna scorretta;
    • Pressione della mano sul foglio troppo forte o troppo leggera;
    • Capacità di utilizzare lo spazio a disposizione per scrivere;
    • Dimensioni delle lettere non rispettate;
    • Scrittura incomprensibile al bambino stesso;
    • Minore fluenza e qualità dell’aspetto grafico della scrittura.

    Le difficoltà nella scrittura possono, dunque, essere riconosciute con errori e difficoltà nell’attività grafo-motoria e lentezza nell’evocazione dello schema grafo-motorio.

    Per individuare un alunno con un potenziale Disturbo, è molto importante l’osservazione delle prestazioni nei vari ambiti di apprendimento interessati.

    Ad esempio, per ciò che riguarda la scrittura, è possibile osservare la presenza di errori ricorrenti, che possono essere comuni in una fase di apprendimento o in una classe precedente, ma che si presentano a lungo e in modo non occasionale.

    Nei ragazzi più grandi, invece, è possibile notare l’estrema difficoltà a controllare le regole ortografiche o la punteggiatura.

    Individuazione del rischio DSA

    Queste difficoltà sono relegate al mondo scolastico, poiché non è possibile evidenziare un DSA a un bambino senza chiedergli di leggere, scrivere o fare calcoli.

    Infatti, non è possibile fare diagnosi di DSA finché il bambino non ha raggiunto la scuola primaria.

    Nonostante ciò, possono essere individuati alcuni segnali d’allarme anche all’inizio dell’apprendimento, come l’eccessiva stanchezza e impegno nell’eseguire compiti scolastici.

    Già dalla scuola dell’infanzia, infatti, si possono rilevare casi a rischio di DSA e porre in atto tutti gli interventi conseguenti, ossia tutte le strategie didattiche adatte.

    Per individuare i fattori di rischio è importante utilizzare allo stesso tempo più fonti di informazione:

    • Anamnesi;
    • Osservazioni sistematiche;
    • Valutazioni da parte degli insegnanti;
    • Questionari e colloqui con i genitori.

    Anamnesi, colloqui con i genitori, osservazioni sistematiche e periodiche sono fondamentali per accorgersi tempestivamente dell’eventuale presenza di difficoltà di questo tipo per poi realizzare attività didattiche e pedagogiche mirate con il sostegno di pedagogista esperto.

    Il tempestivo riconoscimento, infatti, permette la realizzazione di un intervento immediato, con l’attivazione di percorsi educativi mirati.

    In qualità di studio di consulenza pedagogica, ci occupiamo di progettare e realizzare, a seguito dell’individuazione di un Disturbo Specifico dell’Apprendimento, percorsi di sostegno allo studio individuali ed integrativi alla scuola.

    Non esitare a contattarci per una prima consulenza gratuita.

  • Bisogni educativi speciali: l’importante ruolo della pedagogia

    Sentiamo spesso parlare di Bisogni Educativi Speciali e della necessità di promuovere un intervento didattico individualizzato e personalizzato.

    Ma sappiamo realmente cosa è un BES?
    Sappiamo quando è il momento di contattare un esperto?
    Siamo consapevoli dell’importanza di promuovere un intervento individualizzato?

    Oggi vogliamo parlarvi proprio di questo.

    I Bisogni Educativi Speciali

    Vediamo innanzitutto cosa è un Bisogno Educativo Speciale.

    E’ una qualsiasi difficoltà di apprendimento e di comportamento, che si presenta durante l’età evolutiva, non necessariamente riconducibile ad un disturbo o ad una disabilità.

    Non è, dunque, un concetto clinico, e non deve essere diagnosticato con test specifici.

    Può essere riconosciuto attraverso l’osservazione da parte di un Pedagogista esperto nell’età evolutiva.

    I bambini con Bisogni Educativi Speciali vivono una particolare condizione di svantaggio culturale, familiare, sociale, linguistico, psicologico, che non gli permettono di apprendere e sviluppare pienamente le loro competenze.

    Si tratta proprio di tutte quelle situazioni di disagio e disadattamento scolastico, ad esempio:

    • Svantaggio o deprivazione sociale;  
    • Provenienza e bagaglio linguistico-culturale;
    • Difficoltà di integrazione sociale e culturale;
    • Ambienti famigliari difficili e/o multiproblematici;
    • Contesti familiari svantaggiati.

    Il ruolo della pedagogia e del Piano Didattico Individualizzato

    Tale situazione particolare, che compromette il pieno sviluppo delle capacità, deve essere riconosciuta per garantire ai bambini di arrivare comunque ad apprendere con modalità diverse e programmi su misura.

    In questo senso, molto importante risulta la capacità di osservazione, da parte degli insegnanti, dei pedagogisti e anche dei genitori.

    Soprattutto insegnanti e pedagogisti.

    Un’analisi profonda, approfondita e obiettiva che possa delineare un quadro completo e utilizzabile, per poi andare a definire un intervento educativo-formativo-didattico, le misure e le strategie, per i bambini con Bisogni Educativi Speciali.

    Il Piano Didattico Personalizzato e Individualizzato deve essere, infatti, uno strumento di lavoro che include progettazioni didattico-educative “su misura”.

    E’ un intervento ad hoc, su misura, calibrato sui bisogni specifici del bambino, che diviene personalizzato, dandogli la possibilità di sviluppare al meglio le proprie potenzialità.

    Nei casi di Bisogni Educativi Speciali si rivela indispensabile l’intervento del pedagogista in grado di:

    Individuare e identificare un Bisogno Educativo Speciale in un bambino, per favorire il processo di apprendimento autonomo e la sua integrazione nella classe e nel gruppo di pari.

    Progettare percorsi di intervento come supporto individuale al bambino ed integrativo nella scuola.

    Accorgersi per tempo di un Bisogno Educativo Speciale garantirà al bambino di avere successo e di sentirsi protagonista del suo percorso di apprendimento, senza rimanere indietro, ma acquisendo ugualmente, seppur in modalità diverse e specifiche, le competenze e le conoscenze fondamentali.

  • Per una educazione di genere a scuola e in famiglia

    educazione di genere

    Oggi voglio parlarvi dell’importanza dell’educazione di genere a scuola e in famiglia.

    Che cosa significa educare alla differenza di genere i bambini, maschi e femmine, già da molto piccoli?

    Perché è così importante per la loro crescita?

    Quello che possiamo, e dobbiamo fare, come genitori, insegnanti o educatori, è educare i bambini a confrontarsi in modo critico e consapevole con gli stereotipi culturali e sociali che spesso vengono imposti, anche inconsapevolmente, dalla società. 

    Un piccolo dizionario

    Innanzitutto, le parole sono importanti ed è opportuno utilizzarle opportunamente, soprattutto quando parliamo o siamo ascoltati dai bambini

    Vediamo insieme qualche definizione che dobbiamo conoscere: 

    • Il sesso è l’insieme delle caratteristiche biologiche, genetiche e fisiologiche dell’individuo, che distinguono il corpo del maschio da quello della femmina;
    • Il genere è quel qualcosa che viene ‘aggiunto’ dalle convenzioni sociali, ed è diverso da paese a paese.

    Ma che cosa sono gli stereotipi?

    Teniamo presente che gli stereotipi ci aiutano a semplificare la realtà circostante e, in questo senso, se usati correttamente, possono risultare utili. 

    Capita però di utilizzarli in modo improprio, per andare a categorizzare, per esempio, il genere o l’etnia. 

    Gli stereotipi di genere, infatti, riguardano proprio la distinzione tra maschi e femmine. 

    Spesso sentiamo dire “questa cosa è da maschio” oppure “non fare la femminuccia”, categorizzando inevitabilmente i bambini nel genere maschile e le bambine nel genere femminile. 

    Ciò condiziona i bambini a comportarsi da maschio e le bambine a comportarsi da femmine, non permettendo la loro libera espressione. 

    Promuovere l’educazione di genere: consigli pratici

    Fare educazione di genere è importante già a partire dalla scuola dell’infanzia, ponendo le basi per la crescita equilibrata dei bambini. 

    Un’educazione che possa gettare le basi per permettere a ogni futuro uomo o donna di vivere pienamente la propria esistenza, senza vincoli o condizionamenti di genere. 

    Ricordiamoci sempre quanto è importante educare in prevenzione!

    Come abbiamo detto, le parole hanno un grande significato.

    Cerchiamo, dunque, di non fare distinzioni di genere quando parliamo con i bambini, facendogli capire che possono fare quelle che preferiscono, giocare a calcio o danzare 😉

  • Come dire no ai bambini in modo positivo: una possibilità di crescita

    come dire no ai bambini

    Come dire no ai bambini in modo positivo?

    I “no” sono importanti, così come lo sono le regole e i limiti, ma non sempre è facile definire un sistema di regole in modo positivo.

    Spesso, infatti, non si sa come porre limiti ai più piccoli, affinché crescano in un ambiente affettuoso ma anche con delle regole.

    Dire no, infatti, funziona come con le regole; se sono infatti comunicati nel modo giusto e specifici avranno un ruolo positivo.

    Eppure i “no” sono indispensabili alla crescita del bambino.

    Per questo, è necessario trovare un equilibrio e soprattutto dire di “no” senza pronunciare questa parola e facendolo in maniera positiva.

    Come dire no ai bambini in modo positivo

    Una tendenza comune dei genitori è quella di utilizzare costantemente la parola no: “non fare questo” “no quello no”.

    In educazione, è fondamentale riuscire a dire no ai bambini in modo positivo, ovvero senza pronunciare la parola no!

    Questo comporta un grande beneficio nei bambini:

    • Riusciranno a comprendere meglio il motivo delle regole che devono rispettare;
    • Diverranno più responsabili e autonomi;
    • Capiranno che determinate azioni producono delle conseguenze;
    • Aumenterà la loro autostima.

    Consigli per genitori

    Le regole devono essere chiare e comprensibili

    E’ indispensabile spiegare al bambino quali sono le regole fondamentali.

    Raccontiamogli il perché di queste regole e le eventuali conseguenze se non vengono rispettati i limiti.

    I bambini devono imparare che ogni azione ha delle conseguenze. 

    In questo modo instaureremo un dialogo con il bambino, aiutandolo a modificare autonomamente il proprio comportamento, con la possibilità di prevenire che si producano queste azioni, magari pericolose o negative.

    Proponete delle alternative

    Se vogliamo impedire che il bambino svolga una determinata attività perché pericolosa o semplicemente perché non è il momento per farla, invece di pronunciare la parola “no”, cerchiamo di proporre un’alternativa.

    In questo modo, non solo si offre un’altra possibilità ma si rende partecipe il bambino delle decisioni.

    Per approfondire iscrivetevi al nostro corso dedicato proprio alla definizione delle regole in modo positivo 😉

  • Per una educazione dei figli all’attesa e alla pazienza

    educazione dei figli

    Oggi parliamo di educazione dei figli.

    Come aiutare il bambino ad imparare il valore dell’attesa?

    La pazienza e la capacità di aspettare sono abilità molto importanti.

    In quanto abilità, devono essere imparate e apprese con il tempo, cominciando da piccoli 😉

    Per una educazione dei figli alla pazienza

    I bambini molto piccoli sono guidati dall’impulsività e non hanno ancora sviluppato una volontà cosciente.

    Non hanno, inoltre, chiaro il concetto di tempo e di attesa: se diciamo ad un bambino, per esempio, domani andiamo al parco, per loro la parola domani è adesso.

    Infatti, vi chiederanno “è arrivato domani?” “andiamo adesso” “e adesso?”, senza rendersi conto che in realtà sono passati solo cinque minuti.

    Possiamo però, con alcune strategie pedagogiche, cominciare a gettare le basi del processo di sviluppo di questa capacità di attendere.

    Come?

    Date il buon esempio

    Cercate, quindi, di mantenere la calma anche nelle situazioni più frustranti, per dare loro il buon esempio.

    Coltivate anche voi la vostra pazienza 😉

    Insegnate a rispettare i tempi e gli altri

    E’ nell’attesa che i bambini imparano a gestire la frustrazione alimentando l’autocontrollo e il rispetto per l’altro.

  • Educare alla libertà: alcuni interessanti spunti di riflessione

    educare alla libertà

    Oggi voglio parlarvi del concetto di “educare alla libertà“, fornendovi alcuni spunti di riflessione davvero interessanti.

    Avete mai riflettuto sul concetto di libertà?

    Quanta libertà è giusto concedere a un bambino, a un ragazzo?

    E quando la libertà si trasforma in licenza?

    Vi consiglio un’illuminante libro “I ragazzi felici di Summerhill”, di Alexander Neill: l’esperienza della scuola non repressiva più famosa al mondo.

    Il libro è scritto da Alexander Neill, educatore vissuto nel novecento che ha fondato, in Inghilterra, la scuola di Summerhill.

    L’esperienza della scuola “non repressiva” di Summerhill, a cui l’autore ha dedicato la sua esistenza, è un esempio geniale di reinserimento nella società di ragazzi disadattati, il quale dimostra soprattutto che il metodo della libertà funziona.

    Perché i ragazzi della sua scuola possono definirsi felici?

    Educare i bambini facendo appello alla loro curiosità e al loro istinto: è l’insegnamento della scuola di Summerhill, che negli anni Venti del ‘900 rappresentò un’occasione educativa rivoluzionaria.
     

    Questo libro suggerisce nuovi significati alle parole amore, approvazione, libertà.

    Lo scopo dell’educatore, lo scopo della vita, è quello di lavorare con gioia e di trovare la felicità. La felicità secondo Neill significa provare interesse per la vita.

    La scuola di Sumerhill

    Che cosa succedeva in questa scuola di così speciale da renderla un caso interessante?

    Innanzitutto, le lezioni sono facoltative 😉

    I bambini possono frequentarle o farne a meno, anche per anni se così desiderano.

    C’è un orario, ma vale solo per gli insegnanti.

    Di solito i bambini sono divisi in classi a seconda dell’età, ma talvolta anche a seconda degli interessi.

    Non vengono seguiti nuovi metodi didattici poiché non si dà eccessiva importanza alla didattica in se stessa.

    Come scrive Neill:

    Il bambino deve vivere la sua vita, non quella che i suoi ansiosi genitori pensano che dovrebbe vivere e nemmeno una vita che segue i precetti di un educatore che pensa di sapere dove stia il suo bene.
    Le interferenze ed i tentativi di guida da parte degli adulti producono solamente generazioni di automi.
    Non si può insegnare ai bambini la musica, o qualsiasi altra cosa, senza mutarli in qualche modo in adulti privi di volontà propria.

    E continua:

    Se uno dei genitori ha paura del futuro, si può dare con certezza una prognosi infausta per la salute dei figli. Questa paura, abbastanza stranamente, si manifesta nel desiderare che i figli imparino più di quanto egli ha imparato. Questo tipo di genitore non si accontenta di lasciar imparare Willy a leggere quando vuole farlo, ma teme che Willy sarà un fallimento nella vita se non lo si spinge. Genitori simili non sono capaci di lasciar andare il figlio al passo che gli é congeniale. si domandano: “se mio figlio ha dodici anni non sa leggere che probabilità ha di riuscire nella vita? Se non riesce a superare gli esami di ammissione ha diciotto anni che cosa gli rimane da fare se non un lavoro subalterno?” .
    Io invece, nel caso di un bambino che non fa progressi ho imparato ad aspettare e a osservare. Non ho mai dubitato che, alla fine, se non lo si molesta e non lo si danneggia, anche lui avrà successo nella vita.

    L’autogoverno

    Summerhill è una scuola auto governata in forma democratica.

    Ogni fatto collegato alla vita sociale o di gruppo, comprese le punizioni per le offese sociali, viene deciso mediante l’assemblea generale del sabato sera.

    Ogni membro del corpo insegnante ed ogni allievo, senza riguardo per l’età dispongono di un voto.

    Come funziona l’Assemblea Generale?

    All’inizio di ogni trimestre viene eletto un presidente che durerà in carica per una nuova seduta.

    Alla fine della seduta egli nomina il suo successore e la procedura si ripete per tutto il trimestre.

    Chiunque abbia un’accusa, una lamentela, un suggerimento o una nuova legge da proporre li può esporre dinanzi all’Assemblea.

    Secondo Neill:

    Non si darà mai troppa importanza ai benefici, sotto il profilo educativo, dello spirito sociale messo in pratica nelle Assemblee. A Summerhill gli allievi lotterebbero a morte per il diritto di governarsi da soli.
    A mio parere, vale più una sola Assemblea, dal punto di vista educativo, di un’intera settimana di lezioni su argomenti scolastici.
    E’ un’eccellente palestra in cui ci s’impratichisce nei discorsi in pubblico, e dove la maggior parte dei bambini parla bene e senza timidezza.
    Ho spesso sentito, da bambini che non sapevano né leggere né scrivere, discorsi pieni di buon senso.

    Ecco l’essenza di “educare alla libertà”: educare il bambino, ascoltare e rispondere ai suoi interessi e bisogni, senza pressioni o condizionamenti.

    Bibliografia

    Neill A, (2013), I ragazzi felici di Summerhill, Edizioni Red

  • Il gioco educativo: quali attività pratiche e creative da fare in casa

    gioco educativo

    Il gioco educativo è fondamentale per uno sviluppo sereno ed equilibrato del bambino.

    Conoscere e comprendere questo suo lato educativo è molto importante per proporre ai bambini attività pratiche e creative.

    In grado, cioè, di stimolare la loro mente e la loro creatività.

    Tutto ciò acquista un significato maggiore in questo particolare momento di emergenza sanitaria, dove i bambini sono costretti a trascorrere le giornate in casa.

    Non possono, infatti, andare a scuola, praticare sport o attività del tempo libero.

    Il gioco educativo

    Il gioco possiede una straordinaria valenza educativa. 

    Incrementa, infatti, varie funzioni, quali:

    • Cognitiva, ovvero le capacità pratiche e le conoscenze;
    • Emotiva, ovvero le capacità di gestire i conflitti;
    • Socializzante, in quanto permette di entrare in contatto con gli altri.

    Il gioco costituisce una parte integrante del suo mondo.

    Rappresenta, infatti, il suo modo di comunicare e il mezzo di scambio con cui include ed insieme domina la realtà circostante.

    Giocare permette al bambino di costruire progressivamente la sua identità, stimolando l’acquisizione di abilità sociali e relazionali. 

    Stadi di sviluppo del gioco

    In quanto strumento di crescita e di formazione, il gioco educativo può avere obiettivi differenti e può sviluppare competenze e abilità specifiche, in base alla fascia di età dei bambini a cui si rivolge.

    Ad ogni fascia di età, infatti, corrispondono capacità e abilità diverse, ad esempio:

    • La coordinazione;
    • La memoria;
    • L’associazione di idee;
    • La manipolazione.

    Starà quindi ad ogni educatore scegliere un gioco che sia adatto all’età dei bambini a cui è rivolto e calibrare la quantità di stimoli, regole e metodi educativi in base alle loro caratteristiche ed esigenze.

    Dalla nascita ai 2 anni

    Il primo stadio corrisponde allo stadio senso motorio, con giochi di esercizi volti proprio a sviluppare le capacità e l’intelligenza senso motoria.

    Qui sono da preferire giochi sensoriali di manipolazione e il gioco dei travasi con vari materiali per sviluppare la motricità fine, la concentrazione e la coordinazione.

    Dai 2 ai 7 anni

    In questo stadio si sviluppa l’intelligenza pre-operatoria, per cui il bambino inizia a comprendere la realtà che gli sta intorno ed avverte il desiderio di rappresentarla a suo modo.

    Il bambino inizia a sperimentare, infatti, il gioco simbolico, inteso proprio come modalità di relazione e di sperimentazione della realtà.

    Qui sono da preferire i giochi motori e di movimento, i giochi di memoria e di coordinazione.

    Dai 7 agli 11 anni

    Questo è lo stadio operatorio concreto e formale, in quanto il bambino è in grado di fare piccoli ragionamenti e inferenze.

    I bambini iniziano a sentire il bisogno di giochi più strutturati e progettati che prevedano anche la partecipazione degli adulti o dei coetanei.

    Nel Quarto Modulo del Ciclo di Incontri Formativi “EduchiAmo Noi Stessi” vedremo tutto questo!

    Di cosa parleremo

    Nella prima parte viene presentato il gioco educativo, con le sue caratteristiche e funzioni, focalizzando l’attenzione sull’importanza di differenziare e proporre i giochi in base all’età del bambino, in quanto ogni età ha bisogni e competenze differenti.

    Nella seconda parte vengono presentate le attività e i giochi da proporre ai bambini per fascia di età, con consigli e spunti pratici, facendo particolare riferimento all’arte di diversificare le varie attività.

    L’ultima parte, invece, è costituita da approfondimenti, teorici e pratici, su alcune attività e giochi che permettono lo sviluppo di particolari competenze e abilità nei bambini: dai giochi di manipolazione e di costruzione, ai giochi motori e sensoriali, fino al gioco simbolico.

    Non esitate a scriverci per informazioni.

    Vi aspettiamo!!

    Bibliografia

    Shaffer H. R, (2004), Psicologia dello sviluppo. Un’introduzione, Raffaello Cortina Editori

    Garvey C, (2009), Il gioco. L’attività ludica come apprendimento, Armando Editore

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