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consulenza pedagogica

  • Pedagogia speciale e didattica speciale: il ruolo della scuola

    Disabilità non significa inabilità. Significa semplicemente adattabilità.

    Pedagogia speciale e didattica speciale sono due concetti correlati da utilizzare nella pratica educativa con le disabilità.

    La disabilità, infatti, richiede l’utilizzo di particolari teorie e strategie educative e didattiche.

    La speciale normalità

    La diversità è la norma e i diversi non sono più diversi dagli uguali di quanto gli uguali non siano diversi tra loro.

    La normalità è costituita da plurime diversità, l’eterogeneità è la normalità.

    Il mondo multiforme e composito di oggi, infatti, ha bisogno di tutte quante le sue componenti, perché senza diversità tutto risulterebbe uniforme.

    Dunque, la diversità, racchiusa nella ricchezza delle sue manifestazioni biologiche, culturali, estetiche, sociali, politiche, deve essere considerata come un valore assoluto e indispensabile dell’umanità.

    Il diverso è un “altro”, rispetto al quale ogni soggetto è diverso: la dimensione etica della diversità, risiede nella scelta che ciascuno fa della propria vita.

    Presupposto dell’etica della diversità è la cultura dell’integrazione.

    La disabilità a scuola

    In questi ultimi anni la presenza della disabilità ha avuto un ruolo decisivo nel rinnovamento della scuola.

    In questo modo, infatti, ha saputo mettere in discussione se stessa, con nuovi percorsi e procedimenti per creare una didattica e nuovi profili professionali.

    L’integrazione si è così elevata ai livelli di una nuova cultura, intesa come modo diverso di concepire l’educazione, su risorse umane più orientate ai valori della solidarietà, della collegialità, della corresponsabilità.

    Con la Legge 104/92, infatti, l’integrazione non è più un fatto meramente scolastico, ma anche sociale e culturale: coinvolge le comunità e i singoli, modifica gli aspetti normativi e i comportamenti delle persone.

    Pedagogia speciale e didattica speciale

    La pedagogia speciale ha come oggetto di indagine l’educabilità dei soggetti in situazione di handicap.

    Il compito principale della pedagogia speciale è comprendere e studiare, eticamente e scientificamente:

    • I “deficit” per consentirne l’accettazione in uno sviluppo degli individui compatibile;
    • Gli “handicap” con l’obiettivo di una loro riduzione.

    Per fare ciò, pone sempre una particolare attenzione alle reti sociali e ai ruoli professionali coinvolti, come l’insegnante specializzato e l’educatore inteso come soggetto delle relazioni di aiuto.

    In questo senso, deve essere l’educazione ad occuparsi dell’handicap, che può riguardare qualsiasi persona in un periodo più o meno lungo della propria vita.

    Una delle sue prerogative è la stretta relazione tra aspetti teorici e aspetti pratici, le scelte educative e le metodologie pratiche.

    Per questo motivo, parliamo di pedagogia speciale e didattica speciale, come due concetti correlati.

    Dunque non è una scienza isolata e chiusa, ma è una disciplina pratica, operativa, efficace, che studia come realizzare la presa in carico, la cura e l’aiuto delle persone con bisogni educativi speciali.

    Una scienza di ricerca scientifico-operativa

    La pedagogia speciale si caratterizza per la sua natura aperta e complessa che la spinge a ricercare sempre possibili soluzioni mirate a migliorare ogni giorno le situazioni di handicap e deficit nell’ottica dell’integrazione.

    Lo scopo della cura educativa consiste, infatti, nel promuovere una migliore qualità dell’esistenza valorizzando le potenzialità di ogni singola persona.

    E‘ dunque una scienza operativa, in quanto:

    • Le conoscenze hanno il loro valore secondo la logica dell’integrazione delle diversità;
    • Si occupa dell’agire sociale delle persone;
    • E’ di natura sistemica e istituzionale, in quanto il suo raggio di azione si configura come una rete che coinvolge più soggetti tra loro cooperanti (scuola, famiglia, servizi).

    Al centro deve esserci sempre l’identità personale del soggetto, supportato e facilitato a essere nelle condizioni di sapersi raccontare rispetto all’unicità della propria storia.

    Dunque, in grado di conquistare l’autonomia personale nell’essere e nell’agire, la libertà e l’adultità possibile, e realizzare il proprio percorso verso l’integrazione e l’inclusione.

    La pedagogia speciale, dunque, si caratterizza per l’approccio positivo alla diversità.

    Un approccio, cioè, che valorizza ogni soggetto con le proprie differenze individuali, andando oltre il deficit certificabile, occupandosi significativamente delle esigenze formative della singola persona.

    La sua principale finalità consiste nella riduzione dell’handicap, ovvero, nell’adeguata socializzazione del deficit e nella valorizzazione del potenziale educativo di ogni soggetto che trova compimento nella sua integrazione.

    La didattica speciale

    Abbiamo esplicitato che la pedagogia speciale è la pedagogia della diversità e della complessità.

    E’ finalizzata alla riduzione dell’handicap e si preoccupa, dunque, di dare delle risposte qualificate in termini educativi e formativi ai bisogni formativi speciali.

    In questa prospettiva si pone anche la didattica speciale, intesa come didattica specifica.

    La didattica speciale ha come compito principale quello di definire le strategie di apprendimento specifiche per soggetti in situazione di handicap o in situazione di svantaggio socioculturale, affinché  diventino autonomi nel pensiero e nell’azione.

    Dunque, si concretizza nell’adozione di un insegnamento individualizzato capace di organizzare un’istruzione articolata in relazione alle esigenze di apprendimento dei singoli alunni.

    Il tutto in un’ottica di progettazione individualizzata dell’apprendimento.

  • Per un sostegno pedagogico: il nonno ha l’alzheimer

    sostegno pedagogico

    Quest articolo ha l’intento di fornire consigli e buone pratiche per un sostegno pedagogico a tutti coloro che hanno un familiare affetto da Alzheimer: un nonno, una nonna, un padre, una madre.

    La sempre maggiore incidenza di questa malattia può considerarsi la risultante del progressivo invecchiamento demografico che contraddistingue l’Italia e, più in generale, tutti i paesi a sviluppo avanzato.

    Siccome la malattia colpisce le persone anziane, sono tanti i bambini che hanno un nonno o una nonna che ne soffrono.

    Il morbo di Alzheimer

    Sappiamo tutti di cosa parliamo quando parliamo di Alzheimer?

    Il morbo di Alzheimer è un processo degenerativo che attacca le cellule cerebrali.

    E’ una patologia che sconvolge la vita del malato ma anche quella di chi gli sta al fianco.

    Il primo sintomo è la perdita della memoria.

    Ciò non significa dimenticare qualche parola ma addirittura non ricordare intere azioni, magari proprio quelle appena compiute.

    Finire di pranzare, per esempio, dieci minuti dopo sedersi a tavola chiedendo: “Cosa si mangia di buono oggi?”.

    Oppure, uscire per una passeggiata e non ricordare dove si stava andando o perché si è fuori.

    Al contrario, possono ritrovarsi ricordi di un passato ormai lontano o lontanissimo: il nonno, una mattina, si veste a puntino convinto di dover uscire per andare al lavoro anche se ormai è in pensione da anni.

    La loro mente torna, infatti, a episodi dell’infanzia o della gioventù.

    I malati di Alzheimer vivono nel passato e possiamo dire che ritornano un po’ bambini.

    Proprio per questo, i nipotini diventano una risorsa, una compagnia benefica.

    Non nascondete la malattia ai vostri figli

    Qualcuno sostiene che sarebbe meglio evitare che i bambini vedano il nonno o la nonna malati di Alzheimer.

    Troppa sofferenza, meglio risparmiarli. Ma è davvero la cosa migliore?

    Certamente, comunicare un problema come la malattia del proprio nonno o della propria nonna a un bambino non è affatto semplice.

    Dissimulare o camuffare la realtà, però, potrebbe essere una scelta che va solo a complicare la situazione.

    I bambini percepiscono tutte le variazioni nel comportamento di un adulto e non fornire risposte adeguate alle loro domande non può che indurli a interpretare in autonomia il problema.

    Così facendo il bambino rischia di amplificare e intensificare la situazione.

    Tutto ciò dipende sempre dall’età oppure dal fatto che si sia conosciuto il nonno anche prima della malattia e si abbia consapevolezza del suo cambiamento.

    I bambini molto piccoli faranno più fatica a capire e a confrontarsi con la trasformazione.

    Anche se, in realtà, sono spesso i più piccoli ad avere un buon rapporto con l’anziano malato di Alzheimer, perché presenta tratti simili a quelli dell’infanzia.

    Ricordate sempre che parlare sinceramente con i vostri bambini è sempre la soluzione migliore: i bambini capiscono e si accorgono di tutto e hanno il diritto di sapere cosa sta succedendo.

    Naturalmente, spiegate la situazione nel modo più semplice e tranquillo possibile, senza preoccuparlo.

    E’ giusto che il bambino frequenti il nonno o la nonna, farà bene ad entrambi 😉

    Come dovete comportarvi da genitori

    Come anticipato, dovete spiegare con parole semplici che esistono malattie che colpiscono la memoria e che il nonno è ora affetto da una di queste.

    Questa sincerità può solo essere benefica per il bambino, che saprà darsi una spiegazione di determinati comportamenti del nonno o della nonna diversi rispetto al passato.

    Non è necessario spiegare subito ogni dettaglio della malattia, ma sicuramente non appena si manifestano dei sintomi più evidenti è bene affrontare il discorso con il piccolo.

    Questo anche perché, giunto a un determinato stadio, l’anziano può arrivare a pronunciare frasi come ‘Non ti voglio più bene!’, se la persona che ha di fronte non assume i comportamenti che egli si aspetta.

    Una frase del genere può colpire profondamente un bambino all’oscuro di tutto, mentre sapere che anche quella frase è collegata alla malattia del nonno non può che rasserenarlo e fargli credere che sia solo una bugia.

    Per un sostegno pedagogico alla famiglia

    La malattia di Alzheimer vede coinvolti, al tempo stesso, il malato e il suo nucleo famigliare.

    Ecco alcuni consigli che potranno aiutarvi.

    Proprio per la prevedibilità dei sintomi, è molto utile innanzi tutto documentarsi ed informarsi riguardo ai danni che la malattia comporta.

    Imparare a conoscerla aiuterà poi ad affinare alcune tecniche che possono alleviare la frustrazione dei familiari che accudiscono il malato.

    Di grande supporto sono i programmi creati appositamente per chi si prende cura del malato di Alzheimer.

    Programmi che aiutano a conoscere e ad imparare a gestire la malattia attraverso interventi educativi.

    In questo, di grande aiuto è il sostegno pedagogico, con la modalità della consulenza pedagogica, per gestire questa delicatissima situazione.

  • Pedagogia e terza età: per una educazione agli anziani

    pedagogia e terza età

    Quando parliamo di pedagogia e terza età ci stiamo riferendo all’educazione degli anziani.

    In questo senso, dunque, la domanda sorge spontanea: è possibile imparare ad invecchiare bene? Si può parlare di  una pedagogia dell’invecchiamento?

    Ebbene sì 😉

    Seneca, in un suo famoso scritto, diceva che

    La vecchiaia sorprende gli uomini quando nello spirito non sono ancora cresciuti, e li coglie impreparati ed inermi.

    Già Giovanni Gentile tentò di estirpare il pregiudizio dell’educazione focalizzata esclusivamente sull’infanzia.

    Egli affermava che l’educazione non deve avere un inizio e una fine, perché l’uomo in quanto essere spirituale è in continuo divenire di sviluppo e, dunque, di formazione.

    Durante il ciclo vitale dell’uomo esistono degli apprendimenti necessari per un maggior benessere legati alla piena realizzazione di sé e delle proprie personali capacità.

    Per questi motivi si può parlare di pedagogia e terza età.

    Pedagogia e terza età

    Gli anziani sono una parte sempre più consistente della società odierna, e pongono questioni nuove relative alla demografia, al welfare e alla salute.

    Ed, inevitabilmente, anche per l’educazione.

    La nozione di “terza età” o anzianità è complessa, e non può essere ridotta solo ad una questione anagrafica.

    Essa ruota, infatti, attorno a fattori biologici ma anche psicologici e sociologici.

    L’invecchiamento può essere definito come una serie di processi che portano alla riduzione progressiva della riserva funzionale, che dipende da fattori sia genetici che ambientali.

    La persona anziana, all’interno di questi processi complessi, attraversa diverse fasi di sviluppo, in un percorso lungo e differenziato.

    Gli anziani come risorsa

    Da lungo tempo il processo di progressivo invecchiamento della popolazione dei paesi occidentali viene percepito come un problema, invece di essere considerato come una grande conquista.

    Oggi gli anziani sono, spesso, oggetto di una discriminazione in base all’età che coinvolge pregiudizi sia sulle loro capacità e caratteristiche psicologiche, sia sul loro ruolo e il loro contributo all’interno della società.

    Dovrebbe, invece, essere riconosciuto il valore aggiunto che la persona anziana può dare alla società la loro partecipazione attiva.

    In questo senso troviamo gli studi e le riflessioni che negli ultimi anni sono stati compiuti attorno ai concetti di Educazione Permanente e di Lifelong Learning, ovvero l’educazione per tutta la vita e in ogni fase della vita.

    Sulla base di ciò è possibile affermare la necessità di promuovere offerte formative ed educativi per gli anziani, che vadano oltre la semplice e sola assistenza.

    La pedagogia dell’invecchiamento

    I repentini cambiamenti della società e l’allungamento delle aspettative di vita comportano inevitabilmente un mutamento della figura dell’anziano.

    La vecchiaia oggi rappresenta un momento della vita molto importante.

    In questo senso, la pedagogia dell’invecchiamento ha come fine pedagogico quello di fornire un accompagnamento educativo alla persona ad ogni età, mettendola nelle condizioni favorevoli per esprimere le proprie potenzialità e risorse.

    L’uomo, infatti, durante tutto il corso della sua vita, modifica continuamente i propri schemi cognitivi, le emozioni, il ruolo, le aspettative, le attività, le competenze, il corpo.

    L’educazione alla vecchiaia si configura come nuova frontiera pedagogica.

    Frontiera che risponde con specifiche forme e modalità educative ai bisogni e alle richieste delle persone anziane in direzione di equilibri nuovi.

    L’andragogia

    Come anticipato, possiamo affermare che l’essere umano è caratterizzato dall’educabilità intesa come predisposizione e capacità di apprendere.

    Queste caratteristiche, dunque, non si esauriscono, come si è pensato per lungo tempo, con il tramontare dell’infanzia e della prima giovinezza, ma perdurano per tutta la vita.

    L’età evolutiva dura per tutto l’arco della vita in un processo di sviluppo continuo, la cui principale finalità è l’adattamento alle sempre mutevoli condizioni e alle situazioni interne ed esterne alla persona.

    Allo stesso modo, anche la predisposizione ad apprendere perdura tutta la vita, in un complesso intreccio di legami tra apprendimento e sviluppo.

    All’interno di questo quadro concettuale, accanto alla pedagogia,  è nata la disciplina dell’andragogia, intesa come l’educazione dell’adulto.

    L’individuo mantiene per tutta la vita potenzialità di crescita e il discente adulto ha precise caratteristiche cognitive e psicologiche, diverse in buona parte da quelle dei bambini e dei giovani.

    Caratteristiche che devono essere tenute in conto per la definizione di approcci, metodologie didattiche ed educative e tecniche a loro rivolte.

    Gli interventi educativi rivolti agli anziani

    Gli interventi educativi rivolti agli anziani devono porre l’accento sulla creatività, per esprimere e realizzare al meglio le potenzialità.

    Ecco le principali finalità:

    • Agevolare i processi di comunicazione e socializzazione, favorendo l’assunzione di un ruolo;
    • Sollecitare nuovi interessi e impegni per superare il tempo vuoto;
    • Adattare le attività quotidiane ai nuovi ritmi personali;
    • Attuare interventi di neurobica finalizzata a mantenere agile l’attività cerebrale e a preservare le capacità mnemoniche per tenere viva l’attenzione e sviluppare curiosità attivando le energie psicofisiche;
    • Mantenere, per quanto possibile, la propria autosufficienza.

    Si tratta di percorsi educativi/formativi che mirano a promuovere l’acquisizione di conoscenze ed atteggiamenti volti al miglioramento degli stili vita e di valorizzare le capacità psicofisiche e sociali.

    L’invecchiamento di successo

    In questo senso, si parla di invecchiamento di successo, per esprimere la condizione ottimale dell’anzianità.

    Alla base dell’invecchiamento di successo ci sono tre fattori principali:

    • La prevenzione di malattie e disabilità;
    • Il mantenimento delle capacità cognitive e dell’attività fisica;
    • Lo svolgimento di attività produttive e/o sociali.

    Il concetto parte dalla considerazione che invecchiare è l’obiettivo di tutti gli esseri umani, e sottolinea che l’invecchiamento di successo non è l’imitazione o la continuazione della gioventù.

    L’invecchiamento di successo è l’invecchiamento “sano”, durante il quale l’anziano può avviarsi alla creatività, approfittando del tempo libero dal lavoro e dando importanza allo sviluppo intellettuale
    e sociale.

    Infatti, il tempo ricreativo rappresenta una parte indispensabile dell’invecchiamento di successo.

    In questo senso, la consulenza pedagogica acquista un significato particolare ed importante, per comprendere ed incentivare le risorse e le potenzialità personali.

  • Disabilità e scuola: l’esperienza di un educatore di sostegno

    disabilità e scuola

    Disabilità e scuola sono due parole delle quali oggi sentiamo parlare molto.

    Tutti noi, infatti, abbiamo sentito parlare della figura dell’educatore di sostegno e della sua importanza nell’inclusione di bambini con disabilità.

    Tuttavia, non tutti conoscono il significato delle sigle Pdf, Profilo Dinamico Funzionale, o Pei, il cosiddetto Piano Educativo Individualizzato.

    Vediamo insieme il loro significato e l’iter da seguire per l’inserimento a scuola di vostro figlio.

    Disabilità e scuola: l’iter da seguire

    Intanto, precisiamo che il diritto all’istruzione e all’educazione delle persone con disabilità, sancito dalla Costituzione, è regolato dalla legge Quadro dell’Handicap: la legge 104 del 1992.

    Il testo garantisce l’inserimento dei bambini disabili da 0 a 3 anni nell’asilo nido e il diritto all’istruzione per tutto il percorso scolastico e universitario.

    L’integrazione scolastica, infatti, ha come obiettivo lo sviluppo delle potenzialità della persona disabile, per quanto riguarda l’apprendimento, la comunicazione, le relazioni e la socializzazione.

    Prima di procedere con l’iscrizione a scuola, i genitori del bambino disabile devono recarsi presso la propria Asl di appartenenza e richiedere due documenti:

    • L’attestazione di “alunno in situazione di handicap”, redatta da uno specialista;
    • La diagnosi funzionale, ovvero il documento che contiene una diagnosi clinico-medica e una valutazione psicologica e sociale per individuare le potenzialità del soggetto.

    Alla diagnosi funzionale fa seguito, nei primi mesi del nuovo ciclo di studi, un profilo dinamico-funzionale (Pdf) che indica le caratteristiche fisiche, psichiche, sociali e affettive dell’alunno.

    Il profilo, dunque, pone in rilievo:

    • Le difficoltà di apprendimento conseguenti alla situazione di disabilità e le possibilità di recupero;
    • Le capacità possedute che devono essere sostenute e sollecitate e progressivamente rafforzate e sviluppate nel rispetto delle scelte culturali della persona disabile.

    Sulla base di ciò si procede alla stesura del Piano Educativo Individualizzato (Pei), redatto congiuntamente dagli operatori sanitari, dal personale insegnante curricolare e di sostegno della scuola.

    Il ruolo dell’educatore di sostegno

    Quando si parla di disabilità e scuola, il ruolo dell’educatore di sostegno è molto importante.

    L’educatore lavora per recuperare e reinserire socialmente persone in difficoltà e in situazioni di disagio, che vivono per questo ai margini della società.

    L’obiettivo finale, dunque, è il recupero delle potenzialità dell’allievo e il raggiungimento di livelli sempre più avanzati di autonomia, collaborando con la famiglia e il contesto sociale.

    Le funzioni dell’educatore sono:

    • Collaborazione alla stesura e aggiornamento del Piano Educativo Individualizzato e partecipazione a tutti i momenti di lavoro di équipe della scuola;
    • Programmazione, realizzazione e verifica di interventi quanto più integrati con quelli educativi e didattici dei docenti;
    • Supporto dell’alunno nelle sue difficoltà e promozione della sua autonomia, proponendo strategie per perseguire le finalità formative e di sviluppo complessivo della persona;
    • Spinta verso la socializzazione con gli altri alunni, mettendo in atto la cultura dell’inclusione;
    • Collaborazione con le famiglie e promozione di relazioni efficaci con esse.

    Un ruolo quindi coordinato, di completamento rispetto a quello di docenti e di altri operatori scolastici, che richiede competenze specifiche e titoli adeguati.

    Disabilità e scuola: l’esperienza di un educatore di sostegno

    Oggi vogliamo proporvi il racconto di un’esperienza diretta, per farvi capire realmente l’importante ruolo dell’educatore di sostegno quando parliamo di disabilità e scuola,

    Milena Gollini, Educatrice di Sostegno a Cento (Fe), ci spiega il suo lavoro educativo con un bambino di nome Mattia che ha accompagnato e sostenuto nel suo percorso di crescita.

    Mattia è un ragazzo affetto da autismo e da un grave ritardo mentale.
    Il suo ingresso alla scuola primaria non è stato facile: la sua condizione non gli permetteva di avere un’autonomia sociale e personale consona all’ambiente scolastico che frequentava.
    Le insegnanti, che tendono ad avere un approccio prettamente didattico anche nei confronti della disabilità, richiedevano la sua presenza in classe.
    Il bisogno principale di Mattia, però, era quello di trovare un ambiente sereno e sicuro, che gli permettesse di affrontare la giornata nella piena tranquillità.
    Diversamente avrebbe potuto irrompere in comportamenti-problema di difficile gestione.
    Ciò gli avrebbe permesso anche di acquisire un’autonomia, rapportata alle sue possibilità, sufficientemente accettabile dal contesto che si trovava a frequentare ogni giorno.
    La famiglia, inizialmente, non ha facilitato questo compito.
    A causa della non accettazione della condizione del proprio figlio, dell’approccio assistenziale che continuavano ad avere  e dello scarso interesse nell’impegnarsi a creare in lui determinate capacità.
    Mattia veniva imboccato, utilizzava il pannolino e veniva vestito e spogliato, non esprimeva bisogni o preferenze, non accettava nessun tipo di negazione o di richiesta da parte dell’adulto.
    Il suo tempo lo passava guardando esclusivamente cartoni animati (sempre gli stessi) e ascoltando musica, senza accettare che venisse interrotta.
    I coetanei per lui erano oggetti da guardare dall’angolo più lontano del giardino, gli adulti erano nemici da affrontare con la forza.

    Le basi per il cambiamento

    L’unica cosa da fare era osservarlo attentamente in ogni istante della sua quotidianità scolastica, leggere la sua comunicazione non verbale e non conscia, per poter cogliere messaggi non espliciti, ma rilevanti.
    In questo senso, ho esercitato quotidianamente un ruolo di mediazione.
    Mediazione tra il suo fastidio per il rumore in classe e le richieste della scuola, tra le risorse a mia disposizione e i suoi bisogni, tra la sua scarsa collaborazione e gli obiettivi che mi ero imposta.
    Ho dovuto trovare strategie sempre nuove per permettergli di crescere nella sua diversità, stimolandolo e attivandolo costantemente, nonostante le sue capacità e i suoi tempi di attenzione.
    Ho cercato di creare un ambiente accogliente e sicuro, di entrare nel suo mondo senza pretendere che lui entrasse nel nostro, nelle regole imposte dalla società e nelle necessità dettate dalla scuola.

    Gli obiettivi raggiunti

    In 8 anni, tanta testardaggine e una pazienza infinita, sono riuscita ad abbattere i muri familiari, entrare in contatto con la mamma e ottenere una collaborazione efficace e una totale fiducia.
    Mattia ha imparato gradualmente a mangiare da solo.
    Inizialmente non riusciva nemmeno a trovare la sua bocca o tenere in mano la forchetta, ora non versa nemmeno una goccia di brodo dal cucchiaio.
    Mattia ora va autonomamente in bagno ed esegue tutti i procedimenti da solo, compresa l’igiene di mani e viso.
    Ha imparato ad accettare la presenza di coetanei o adulti, prima all’interno dei suoi spazi e a piccole dosi, e ora corre con loro in giardino e li prende per mano di sua iniziativa.
    Inoltre, ti abbraccia se ha paura, o si porta le mani alle orecchie se qualcosa lo infastidisce, senza creare più panico.
    Non si butta a terra, non sbatte le mani forte sulle gambe, non ti graffia il collo e non ti strappa i capelli.
    Mattia ama ancora la musica, ma se la spegni sa che arriverà una richiesta da parte tua e si alza, pronto ad esaudirla.

    Ecco, questo per farvi capire l’importante ruolo che esercita l’educatore di sostegno sulla crescita e lo sviluppo di un bambino con disabilità.

    Grazie, Milena per aver condiviso con noi la tua esperienza 😉

    E grazie a tutti gli Educatori di Sostegno che ricoprono questo ruolo di grande responsabilità.

  • I disturbi dell’apprendimento nel bambino: consigli per insegnanti e genitori

    disturbi dell'apprendimento nel bambino

    I disturbi dell’apprendimento nel bambino rientrano tra i disagi in età scolare.

    Più evidenti, infatti, in questa fase perché si manifestano con difficoltà della lettura, della scrittura e del calcolo.

    L’ingresso nella classe prima elementare è di solito cruciale per l’individuazione dei bambini che potrebbero sviluppare uno dei disturbi specifici dell’apprendimento.

    Sono, spesso, insegnanti e genitori a segnalare tali difficoltà.

    I disturbi dell’apprendimento nel bambino

    Con il termine Disturbi evolutivi Specifici di Apprendimento ci si riferisce ai solo disturbi delle abilità scolastiche, e in particolare alla:

    • Dislessia, ovvero il disturbo della lettura;
    • Disortografia, il disturbo della scrittura;
    • Discalculia, il disturbo del calcolo.

    La principale caratteristica è quella della specificità, intesa come disturbo che interessa uno specifico dominio di abilità in modo significativo ma circoscritto, lasciando intatto il funzionamento intellettivo.

    In questo senso, il criterio necessario per stabilire la diagnosi di DSA è quello della “discrepanza” tra:

    • l’abilità nel dominio specifico interessato (deficitaria in rapporto alle attese per l’età e/o la classe frequentata):
    • l’intelligenza generale (adeguata per l’età cronologica).

    Queste tre tipologie di disturbo non devono essere necessariamente presenti nello stesso momento.

    Un bambino con un disturbo dell’apprendimento, infatti, può mostrare difficoltà nell’imparare la matematica, ma non avere difficoltà a leggere, scrivere e avere un buon rendimento in altre materie.

    Questi disturbi sono difficoltà che si manifestano nel bambino fin dalle prime fasi del suo apprendimento quando deve acquisire nuove abilità come la lettura, la scrittura ed il calcolo.

    Tali difficoltà possono dunque persistere, in modo più o meno marcato fino all’età adulta.

    Le cause

    I disturbi dell’apprendimento nel bambino non sono un problema di intelligenza, ma un disturbo di origine biologica.

    L’origine del disturbo determina delle anomalie a livello cognitivo, che influenzano il modo in cui le informazioni vengono ricevute, elaborate e comunicate.

    Bambini e adulti con queste problematiche hanno gravi difficoltà nell’elaborazione delle informazioni sensoriali perché vedono, sentono e capiscono le cose in maniera diversa.

    I disturbi specifici dell’apprendimento non sono causati da disabilità neurologica o sensoriale.

    I bambini, infatti, sono intelligenti, il loro Q.I. è nella norma e presentano adeguate capacità cognitive, visive ed uditive

    La scienza ha fatto enormi progressi nella comprensione del funzionamento del cervello e una della più importanti scoperte che apporta nuove speranze per i disturbi dell’apprendimento è la neuroplasticità.

    Con questo termine si fa riferimento alla naturale e duratura capacità del cervello di modificarsi, formare nuove connessioni e generare nuove cellule in risposta alle esperienze e all’apprendimento.

    Le conseguenze

    Il disagio, la frustrazione, la scarsa fiducia in se stessi, la demotivazione e i problemi della condotta sono una conseguenza delle difficoltà di apprendimento, perché il bambino si rende conto di quanto sia faticoso per lui imparare nonostante l’impegno.

    “Se si impegnasse di più, avrebbe maggiori risultati”.

    “È un bambino intelligente, ma è svogliato”.

    “Non studia, non si applica”.

    Non studiare non è la causa, ma la conseguenza delle difficoltà di apprendimento.

    Ecco perché è importante diagnosticare precocemente tali difficoltà ed intervenire con trattamenti specifici.

    Vediamo ora alcune tipiche manifestazioni dei disturbi dell’apprendimento.

    Difficoltà nell’elaborazione linguistica

    Quando l’insegnante pone una domanda alla classe, il bambino con DSA non elabora immediatamente la risposta, ma continua ad elaborare la domanda ed arriva alla risposta molto dopo gli altri bambini.

    Ha la sensazione che tutto vada molto velocemente e, mentre lui è ancora impegnato nel cercare la risposta, la lezione è già andata avanti.

    Il bambino con tale disturbo è convinto che gli altri parlino molto velocemente, ma in realtà è lui che ha problemi nell’elaborare le informazioni che gli giungono.

    Tempi di attenzione e percezione visiva

    I tempi di attenzione sono diversi da quelli dei bambini senza disturbo;

    I bambini con DSA sono facilmente distraibili.

    Non riescono a concentrarsi su un singolo stimolo, ma sono attratti da tante altre cose contemporaneamente.

    Il bambino con DSA, poi, ha difficoltà a percepire correttamente uno stimolo: vede, ma non dà il giusto significato a ciò che osserva.

    Tale carenza viene spesso confusa con una mancanza di motivazione.

    I problemi specifici dell’apprendimento, però, non hanno nulla a che vedere con la scarsa motivazione, perché causati da un problema di percezione.

    Leggere, decodificare e comprendere

    Il bambino con un disturbo specifico dell’apprendimento ha difficoltà nel percepire la differenza delle lettere a seconda della posizione spaziale.

    Confonde “p”, “d”, “q”, “b” e non riesce a seguire le righe mentre scrive.

    Per questo, leggere e comprendere il testo risulta difficile per lui.

    Inoltre, quando il bambino legge tutte le sue energie sono già state spese per la decodifica del testo (1° compito cognitivo) a spese della comprensione.

    Può però capire e imparare ascoltando: è perciò importante avere materiale verbale inciso su cassette.

    La diagnosi

    La diagnosi di un disturbo dell’apprendimento dovrebbe essere svolta entro la fine della II° elementare. 

    Già nel corso dell’ultimo anno della scuola materna e della I° elementare, però, si possono anticipare alcune valutazioni con l’obiettivo di realizzare attività didattiche-pedagogiche mirate a potenziare le abilità deficitarie.

    La diagnosi deve essere fatta da specialisti esperti, mediante specifici test che consentono di evidenziare il problema in modo specifico e personalizzato.

    Essa permette di ottenere e realizzare aiuti mirati, programmi di riabilitazione e semplici provvedimenti di modifica della didattica.

    Il percorso successivo alla diagnosi è personale e individualizzato a seconda dell’età, delle abilità riscontrate, del livello in cui è presente il disturbo.

    In questa fase, molto importante è garantire la collaborazione tra scuola e famiglia, per sostenere i bambini con queste difficoltà.

  • I disturbi dell’apprendimento in adolescenza: come riconoscerli

    disturbi dell'apprendimento in adolescenza

    La diagnosi dei disturbi dell’apprendimento in adolescenza è sempre più frequente.

    Negli ultimi anni, infatti, i clinici si trovano di fronte ad adolescenti che arrivano per la prima volta in consultazione per un Disturbo di Apprendimento.

    Ancora troppi ragazzi di scuola secondaria non hanno trovato un nome e una causa alle difficoltà e alle frustrazioni che sperimentano quotidianamente.

    Solitamente, infatti, il mancato successo viene attribuito a ragioni generiche, come lo scarso impegno o un non efficace metodo di studio.

    Le difficoltà di apprendimento “invisibili”

    Come anticipato, negli ultimi anni i casi di disturbi dell’apprendimento in adolescenza sono fortemente aumentati.

    Ciò vale sia per studenti già in processo di diagnosi sia con difficoltà di apprendimento non ancora diagnosticate.

    Il Miur stima che il problema riguardi circa 350.000 studenti, solo una parte ha avuto una diagnosi (circa 50.000) mentre gli altri restano “invisibili”.

    Il 17% delle persone che ogni anno chiedono una valutazione per sospetto DSA presso i servizi è costituito da ragazzi di scuole secondarie di II grado.

    E il 92% di loro ha un esito diagnostico positivo per Disturbi dell’Apprendimento.

    Ne consegue che un numero significativo di ragazzi con difficoltà di apprendimento resta “sommerso” per tutti gli anni della scuola primaria e secondaria di I grado.

    I disturbi dell’apprendimento in adolescenza

    Le difficoltà di apprendimento iniziano durante i primi anni scolastici, ma possono non manifestarsi pienamente fino a che la richiesta rispetto a queste capacità colpite supera le limitate capacità dell’individuo.

    Nella scuola secondaria, infatti, cambia l’impostazione metodologica e didattica, prevedendo un incremento di:

    • Lezione frontale;
    • Richieste e le complessità delle spiegazioni;
    • Carico di studio;
    • Ore dedicate allo studio a casa;
    • Lessici specifici;
    • Richiesta di autonomia.

    Nei primi anni di scuola sono richieste prestazioni minori e gli insegnanti, o i genitori, possono non accorgersi di eventuali difficoltà.

    Nella scuola primaria una lettura lenta e inaccurata, difficoltà ortografiche, problemi espressivi o difficoltà nel calcolo, possono passare inosservati, in quanto è il primo anno di scuola.

    I disturbi dell’apprendimento in adolescenza presentano una maggiore discrepanza fra le richieste e le prestazioni, una lentezza esecutiva e una mancanza di autonomia.

    Una discrepanza, cioè, tra ciò che riesce a “dare” in termini di rendimento scolastico e ciò che ci si aspetta da lui.

    Come riconoscerli

    I disturbi specifici dell’apprendimento colpiscono tra il 3% e il 5% dei bambini in età scolare in Italia.

    Diverse sono le tipologie e i segnali da osservare per riconoscerli.

    Dislessia

    E’un disturbo specifico della lettura.

    Si caratterizza per la difficoltà nell’effettuare una lettura accurata e fluente in termini di velocità e correttezza.

    Risulta difficile riconoscere le lettere singole, le sillabe e quindi le parole associandole ai suoni corrispondenti.

    Non c’è un tipo particolare di errore che caratterizza la dislessia, ma piuttosto la frequenza degli errori e la lentezza nella decodifica.

    Errori tipici sono dovuti alla difficoltà nel riconoscere grafemi che differiscono visivamente per piccoli particolari.

    Un altro aspetto riguarda la capacità di procedere metodicamente da sinistra a destra e dall’alto in basso con lo sguardo.

    Un altro errore tipico è l’omissione di parti di parole: possono verificarsi salti di intere parole o addirittura di righe intere.

    Possono esserci anche ripercussioni sull’apprendimento matematico: difficoltà nella decodifica dei simboli numerici, a memorizzare le tabelline, a ricordare sequenze come i giorni della settimana e confusione tra simboli numerici simili.

    Disortografia

    E’ un disturbo specifico della scrittura che si manifesta con difficoltà nell’apprendere ad automatizzare le regole di conversione fonema-grafema e la corretta forma ortografica delle parole.

    Il soggetto fa confusione tra fonemi simili, cioè i suoni alfabetici che si assomigliano.

    Da ciò deriva la sostituzione di grafemi durante la scrittura, l’omissione di parti di parole o l’inversione di grafemi.

    Frequentemente viene tralasciata la doppia consonante.

    Disgrafia

    E’ un disturbo specifico della componente esecutivo-grafica della scrittura, di natura motoria, inerente la difficoltà a imparare a scrivere in modo fluido, armonico e leggibile a causa di un deficit nei processi di realizzazione grafica.

    La scrittura è lenta, frammentata, oppure impulsiva, disorganizzata nello spazio, in gran parte illeggibile.

    Frequentemente è illeggibile anche per il soggetto stesso.

    Infatti, per essere considerata tale, deve incidere negativamente sul soggetto in termini di adattamento nella vita di tutti i giorni.

    Nel caso di uno studente va ad incidere sul rendimento, in quanto si denota come un vero e proprio impedimento alla sua espressione.

    Lettere e parole fluttuano sul foglio non mantenendo l’ordine della riga, si accalcano o sono distanziate rendendo la leggibilità estremamente difficoltosa, se non proprio inaccessibile.

    Discalculia

    E’ un disturbo specifico delle abilità di calcolo, con difficoltà importanti nell’automatizzazione dei processi di calcolo, nell’acquisizione e recupero dei fatti numerici e, in generale, nel comprendere e operare con i numeri.

    I bambini non riescono a fare calcoli in modo automatico, non riescono a fare numerazioni progressive e/o regressive, a imparare le procedure delle principali operazioni aritmetiche e a memorizzare quelli che vengono definiti ‘fatti matematici’, come per esempio le tabelline o altre combinazioni come le somme nell’ambito delle prime due decine.

    Progetto di intervento educativo

    Una diagnosi corretta e completa è fondamentale per la stesura di un progetto educativo e didattico il più mirato possibile al disturbo del bambino.

    La diagnosi serve non per sottolineare le difficoltà del bambino o per etichettarlo, ma per implementare un progetto educativo in cui si possa fornire un aiuto strumentale concreto ed efficace.

    Alcuni consigli e strategie da adottare a scuola per gli alunni con disturbi dell’apprendimento.

    – Se un alunno è dislessico, non bisogna forzarlo ad esempio a farlo leggere ad alta voce, soprattutto davanti ai compagni, perché questo gli creerebbe disagio;

    – Se un alunno è disortografico, non serve a nulla fargli ricopiare le parole che ha sbagliato. Piuttosto, è utile usare il correttore ortografico del computer;

    – Se c’è difficoltà nel memorizzare le tabelline, la strategia mnemonica non servirà a nulla. È più utile invece fornirgli delle regole e formulari che potrà applicare;

    L’adolescente con DSA svilupperà delle strategie per compensare le debolezze che gli permettono di affrontare in maniera abbastanza adeguata le richieste della scuola secondaria.

    E’ in grado, così, di raggiungere livelli di apprendimento funzionali, riducendo le conseguenze negative del disturbo.

    Noi ci occupiamo proprio di progettare percorsi di intervento individualizzati, in seguito alla diagnosi di un disturbo dell’apprendimento, per fornire un supporto al minore individuale ed integrativo nella scuola.

    Contattaci per ottenere tutte le risposte ai tuoi dubbi e alle tue domande: elaboreremo un percorso specifico sulla base delle esigenze di tuo figlio.

  • Bisogni educativi speciali e inclusione: il contesto scolastico

    bisogni educativi speciali e inclusione

    Bisogni educativi speciali e inclusione sono due concetti dei quali oggi sentiamo molto spesso parlare a scuola.

    La scuola dell’inclusione, infatti, riconosce il pieno diritto all’educazione, all’istruzione e alla formazione degli studenti nei loro diversi bisogni educativi speciali.

    In passato, si riteneva efficace una didattica uguale per tutti, e la differenza era trattata come difformità da ricondurre all’uniformità.

    Oggi, invece, la scelta del sistema educativo italiano è quella di formare tutti e ciascuno, riconoscendo e valorizzando le differenze, anche laddove queste rappresentano dei limiti.

    La scuola, dunque, è oggi un ambiente che accoglie e valorizza le diversità, facendone un’occasione di crescita per tutti.

    Dall’esclusione all’integrazione

    Le tappe legislative che hanno permesso di passare dall’istruzione speciale o differenziale ad un processo educativo inclusivo e accogliente, sono le seguenti.

    Fino agli anni ’60, per denominare una certa categoria di alunni (gli attuali disabili) esisteva una variegata terminologia: “anormali, subnormali, irregolari, minorati”, e così via.

    Questi alunni potevano essere educati ed istruiti, ma in strutture speciali e classi differenziali, in ambienti loro dedicati.

    Dagli anni ’70 i primi passi verso l’apertura: la fine della segregazione e l’avvio dell’integrazione anche a livello istituzionale.

    La vera integrazione, però, si deve alla Legge 517/77.

    Ad essa va riconosciuto il merito di aver dato piena attuazione agli art. 3, 34 e 38 della Costituzione nel sistema scolastico del Paese, ponendo l’Italia all’avanguardia rispetto a tutti gli altri Paesi Europei.

    Poi, la Legge 104/1992, un vero traguardo e un attuale punto di riferimento per tutti.

    Si parla di persona “handicappata” intendendo per tale una persona che presenta “una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa e tale da determinare un processo di svantaggio sociale o di emarginazione”.

    La nuova denominazione di “persona handicappata” sottolinea chiaramente che la persona è handicappata, non è minorata.

    Il  deficit origina svantaggi sul piano dell’apprendimento, della relazione e della comunicazione, ove queste difficoltà non ci fossero o fossero ridotte, l’alunno non sarebbe in situazione di handicap.

    Dunque, non è la mera presenza del deficit a produrre l’handicap.

    Oggi con l’ICF (Classificazione Internazionale del Funzionamento della disabilità e della Salute) si parla di limiti alla partecipazione sociale e non più di handicap.

    E’ una disabilità che può originare anche da motivazioni contestuali ed ambientali, considerando la globalità e la complessità dei funzionamenti delle persone.

    L’integrazione

    La scuola, dunque, è chiamata a realizzare non solo l’inserimento, o una mera socializzazione in presenza, ma l’integrazione nella scuola di tutti, in cui si realizzi un intero.

    L’integrazione è un processo costantemente aperto a ricercare il raccordo con l’intero creando costantemente nuove situazioni di apprendimento e di relazione che permettano di fare emergere le diverse abilità, non le disabilità comparate.

    La scuola di oggi, però, vuole puntare oltre l’integrazione: l’obiettivo è l’inclusione.

    Bisogni Educativi Speciali e inclusione

    L’area dello svantaggio scolastico è molto più ampia di quella riferibile esplicitamente alla presenza di
    deficit.

    In ogni classe ci sono alunni che presentano una richiesta di speciale attenzione per una varietà di ragioni:

    • Svantaggio sociale e culturale;
    • Disturbi specifici di apprendimento e/o disturbi evolutivi specifici;
    • Difficoltà derivanti dalla non conoscenza della cultura e della lingua italiana perché appartenenti a culture diverse.

    Sulla base di tali bisogni, viene evidenziata la necessità di elaborare un percorso individualizzato e personalizzato, anche attraverso la redazione di un Piano Didattico Personalizzato.

    Esso è da utilizzare come strumento di lavoro in itinere per gli insegnanti ed abbia la funzione di documentare alle famiglie le strategie di intervento programmate.

    Il Piano Didattico Personalizzato è lo strumento in cui si potranno, ad esempio, includere progettazioni didattico-educative calibrate sui livelli attesi per le competenze in uscita

    La prospettiva dell’inclusione

    L’alunno con disagio o difficoltà non deve essere circoscritto in una ”cornice ristretta” perché si limiterebbe il suo processo di inclusione nel contesto classe.

    In questa prospettiva non ci si rivolge alle condizioni deficitarie, ma a forme di insegnamento e di organizzazione che comprendono già in esse tutti i sostegni e gli aiuti necessari per rispondere alle differenti richieste poste dagli alunni.

    Quindi l’inclusione riconosce che l’attenzione alla diversità degli alunni con disabilità ha reso evidenti le tante diversità di cui si compone la normalità e i tanti bisogni educativi speciali che differenziano i diversi alunni.

    La prospettiva di una scuola inclusiva e di valore è la seguente: fare in modo che tutte queste diversità si sentano incluse in un contesto.

    In questo senso la scuola, in un sistema formativo integrato, svolge un compito importante.

    I docenti sono chiamati ad acquisire nuove consapevolezze in ordine allo sviluppo del pensiero ed alla sua educabilità.

    E’ necessario valorizzare il modo, o meglio, i modi in cui si apprende, modulando l’insegnamento per rapportarsi in modo efficace con tale complessità.

    Questo vuol dire conoscere meglio l’apprendimento, condividere la lettura dei bisogni, i metodi e le strategie più idonei a rispondervi.

    La professionalità docente implica, infatti, la possibilità/necessità di “apprendere ad apprendere”.

    La complessità e la problematicità dell’agire educativo sollecitano una costante apertura a nuove interpretazioni dell’esperienza, a nuove e diverse modalità operative, a nuove conoscenze e competenze, in una prospettiva di lifelong-learning.

    Per approfondire il ruolo dell'”insegnante inclusivo”, le tecniche e le strategie educative, contattaci! 

  • Disabilità e inclusione: due concetti da utilizzare a scuola

    disabilità e inclusione

    Disabilità e inclusione sono due concetti inevitabilmente correlati.

    Circa il 3% degli alunni che frequentano le scuole italiane, da quelle per l’infanzia alle superiori, è portatore di una disabilità.

    La disabilità, secondo l’OMS, è il risultato della relazione tra condizione di salute, fattori personali e ambientali.

    Dunque, quando parliamo di una scuola inclusiva, ci riferiamo alla progettazione di un lavoro scolastico che consideri le implicazioni e gli esiti di tale relazione.

    Norme e documenti, infatti, sottolineano la necessità di approcci collegiali e competenze specifiche.

    Tutto ciò è rispettato nella scuola?

    Disabilità e inclusione

    Una delle caratteristiche distintive della scuola italiana è l’attenzione all’inclusione.

    Per interpretare l’inclusione come modalità “quotidiana” di gestione delle classi, la formazione deve essere rivolta sia agli insegnanti specializzati nel sostegno, che a tutti gli insegnanti curricolari.

    Non significa solo rispondere ai bisogni degli alunni con disabilità, ma innalzare la qualità dell’apprendimento con strategie didattiche inclusive.

    L’obiettivo quindi è ripensare la progettazione curricolare come flessibile e aperta a differenti abilità, attenta all’accrescimento di competenze complementari sviluppate che concorrono al percorso educativo personalizzato degli studenti.

    La “cura educativa” nei confronti dell’alunno disabile si esplica in un percorso formativo individualizzato che privilegia l’aspetto del potenziamento dell’apprendimento e dell’autonomia.

    Un aspetto chiave è inoltre quello della “presa in carico” dell’alunno, che deve essere realizzato da tutta la “comunità educante”, evitando processi di delega al solo docente di sostegno.

    Dunque, per modificare l’atteggiamento culturale sulla disabilità, occorre prendere coscienza di cosa essa significhi, attivando processi empatici, di rispetto, solidarietà e inclusione positiva.

    A dover cambiare, infatti, è la percezione della condizione di disabilità, perché spesso manca la consapevolezza del vissuto dell’altro.

    L’inclusione

    Attualmente, in letteratura, ai termini inserimentointegrazione e inclusione vengono attribuiti significati diversi.

    Il termine inclusione li supera e li ricomprende tutti.

    L’idea di inclusione è un fenomeno biunivoco.

    Non si basa sulla misurazione della distanza che c’è tra il livello dell’alunno diverso e un presunto standard, ma sul riconoscimento della rilevanza della piena partecipazione alla vita scolastica di tutti i soggetti.

    L’inclusione partendo dal riconoscimento degli alunni disabili nella scuola, si apre all’inclusione per tutti i bisogni educativi speciali e accoglie pienamente gli alunni fornendo risposte adeguate a tutte le difficoltà presenti.

    In questo modo, entrambi imparano e cambiano mediante l’esperienza con le persone con disabilità e viceversa.

    Con il termine inclusione si intende un processo, una filosofia dell’accettazione.

    Vale a dire la capacità di fornire una cornice dentro cui gli alunni possano essere ugualmente valorizzati, trattati con rispetto e forniti di uguali opportunità.

    Si tratta di un approccio globale, non unicamente centrato sul singolo disabile, ma che si rivolge a tutti gli alunni e a tutte le loro potenzialità

    Le basi per l’inclusione

    Integrare le persone disabili è una grande sfida, che può essere vinta puntando sulla competenza e sulla collaborazione.

    A scuola occorre formare alle differenze, accogliendole come eterogeneità , attivando percorsi inclusivi intesi come disponibilità.

    Non basta integrare le diversità.

    Occorre invece fare spazio alla ricchezza della differenza, adeguando il noto, gli ambienti, la prassi, di volta in volta, in base ad ogni specifica singolarità.

    Gli orientamenti pedagogici, infatti, affermano la dignità della diversità, valorizzandola come risorsa per l’intero gruppo classe in grado di diventare una classe inclusiva.

    Per fare ciò, occorre partire dalla modifica del contesto scolastico, e non agire soltanto sul soggetto, ma trovando strategie specifiche, adatte alla disabilità e utili alla collettività.

    Progettare l’inclusione a scuola

    Una scuola inclusiva è una scuola che pensa e progetta tenendo a mente proprio tutti.

    È una scuola che sa rispondere adeguatamente alle diversità individuali di tutti gli alunni.

    Una scuola, cioè, che non pone barriere, anzi valorizza le differenze individuali di ognuno e facilita la partecipazione sociale e l’apprendimento.

    Finalità, metodologie, strumenti e sussidi vengono scelti e orientati con  flessibilità: l’alunno è al centro del processo educativo.

    L’insegnante e l’alunno, infatti, sono co-responsabili e co-apprendono insieme.

    La modalità di approccio utilizzata non deve essere centrata solo sugli obiettivi, ma anche sulle relazioni, favorendo gli aspetti affettivi.

    Un approccio, dunque, il più possibile individualizzato, che rispetti le specificità di ciascun alunno, per potenziare le risorse di tutti.

    Si rende, così, possibile il passaggio da un modo chiuso di intendere la scuola, come istituzione volta all’apprendimento, a uno aperto in cui tutto sia, in un certo senso, scuola.

    Una didattica flessibile

     Se non imparo nel modo in cui tu insegni. Insegnami nel modo in cui io imparo.

    L’inclusione richiede necessariamente una strumenti opportuni e metodi flessibili, caratterizzati da percorsi personalizzati proprio perché gli stili cognitivi e le potenzialità di ogni ragazzo sono diverse.

    Dunque, l’inclusione come risorsa porta a personalizzare la didattica e l’alunno è co-protagonista della propria maturazione e del proprio processo di crescita.

    L’offerta formativa viene calibrata sull’unicità che caratterizza il bisogno di ciascun ragazzo.

    Si cura l’accrescimento dei punti di forza e lo sviluppo dei talenti individuali, così come si sostengono le fragilità, attraverso l’utilizzo delle misure compensative o dispensative opportune.

    Per approfondimenti contattateci!

  • La diversità spiegata ai bambini: alcuni spunti e consigli

    la diversità spiegata ai bambini

    Nei precedenti articoli abbiamo parlato della diversità e dell’importanza di educare i bambini a scuola, e a casa, al rispetto delle differenze.

    Fondamentale, dunque, è spiegare ai bambini la diversità, in modo semplice e sincero.

    Non siamo tutti uguali: ognuno di noi ha le proprie caratteristiche, peculiarità che lo rendono unico (per fortuna 😉 ).

    Ed è proprio questo che dovete insegnare ai vostri figli: a vivere in un mondo pieno di diversità, a condividerle e a rispettarle.

    La diversità spiegata ai bambini

    I bambini notano le differenze: non accettano, infatti, tutto e tutti, senza porsi domande.

    Sono, attenti osservatori e notano, come noi adulti, il colore della pelle, un difetto fisico, un comportamento che si discosta da quello che hanno la maggior parte delle persone.

    I bambini percepiscono odori diversi, colori diversi, forme diverse.

    Però non giudicano.

    Fanno domande perché sono curiosi, e vogliono sapere: perché io sono bianco e lui è marrone? Perché io cammino e lui usa la carrozzina? Perché a casa mia non vive un papà e a casa sua sì?

    Come parlare di diversità

    Negare le diversità è una mancanza di rispetto nei confronti di tutti.

    Rispondete alle domande che ti vengono poste in modo semplice e rispettoso, la comprensione dei bambini vi stupirà.

    Iniziate con esempi in cui ci si possa facilmente immedesimare: tu hai tanti capelli mentre il nonno è pelato, tu hai due braccia e quel bambino con emiplegia ha un braccio solo funzionante.

    Dalle differenze possono nascere opportunità.

    Cercate di suggerire momenti di interazione: aiuta il tuo amico che usa solo un braccio a prendere la palla e lui ti mostrerà come allacciarti le scarpe con una mano sola.

    Ricordate sempre ai vostri figli: è impossibile trovare due persone uguali!

    Siamo tutti unici: diverso aspetto, diversi gusti, diversi modi di fare, diversi interessi e diverse abilità.

    Come anticipato i bambini sono curiosi di natura, fanno un sacco di domande.

    Rispondetegli sempre, usando un linguaggio adatto alla loro età.

    Alcuni consigli

    E’ fondamentale iniziare a parlare ai bambini di diversità e, allo stesso tempo, di disabilità, con la stessa naturalezza che usiamo per parlare di altre cose.

    • Parla a tuo figlio delle cose che bambini con o senza disabilità hanno in comune.

    Parti da concetti facili da capire: hanno un naso e una bocca? Indossano una felpa coi personaggi preferiti? Gli piace il gelato oppure la focaccia? Hanno dei gusti proprio come te!

    Guida la discussione per arrivare a bisogni meno materiali come amici, rispetto ed inclusione.

    • I bambini con disabilità possono fare moltissime delle cose che fanno gli altri bambini.

    Magari ci mettono più tempo o hanno bisogno di un aiuto da parte di un ausilio o di un’altra persona.

    Spiegaglielo con un esempio: forse anche tu hai bisogno degli occhiali (ausilio) per vedere meglio o di qualcuno più alto di te (un’altra persona) per prendere i giochi dalla mensola più alta.

    • Fingere che le diversità non esistano serve solo a creare confusione.

    I bambini notano i particolari più incredibili, riconoscono tutti i personaggi dei cartoni che a noi adulti sembrano identici, credete davvero che non si accorgano che un altro bambino non cammini, non parli o che si comporti in modo diverso da loro?

    Diverso significa uguale

    In questo libro, Leone ha 6 anni e detesta mangiare i piselli. Gli piace camminare a testa in giù perché tutto sembra diverso.

    Leone guarda il mondo da un’altra prospettiva e ci presenta i suoi amici.

    Tutti bambini, tutti diversi, tutti uguali. Tutti come lui.

    Uguali perché ognuno di loro ha una peculiarità: paraplegico, cieco, down, rifugiato, diabetico, con due papà.

    Peculiarità narrate con la semplicità e la saggezza che solo i bambini hanno.

    Altre volte invece la disabilità diventa il canale per acquisire super poteri, e così Agata, bambina diabetica, viene presentata come una lottatrice di wrestling con due penne speciali che evitano di far perdere tempo al suo pancreas.

    E la prospettiva cambia. Cambia perché la diversità diventa un dettaglio, una peculiarità di ognuno dei personaggi di questo libro. Una peculiarità come le altre.

    Questo libro, in maniera delicata e potente, sovverte il reale. O forse no.

    Forse è il nostro sguardo a sovvertire il reale.

    La domanda che sorge spontanea è quanto spesso la disabilità diventi il filtro attraverso il quale una persona viene giudicata.

    Forse l’etichetta della disabilità è un costrutto comodo che utilizziamo per interpretare qualcosa di scomodo? Qualcosa nei confronti della quale non sappiamo reagire.

    Questo libro è interessante perché mette sullo stesso piano disabilità, differenze razziali e culturali.

    E lo fa senza paura, con la delicatezza del punto di vista dei bambini.

    E’ proprio così che va affrontato con i bambini il tema della diversità.

  • Per una educazione democratica, attiva e responsabile

    educazione democratica

    L’educazione democratica è un insieme di principi ed esperienze unite ad una pratica organizzativa di tipo democratico che riconosce ai ragazzi la capacità di decidere in modo attivo e autonomo.

    Decidere come, quando, cosa, dove e con chi imparare e condividere in modo paritario le scelte che riguardano i loro ambiti organizzativi.

    Inevitabilmente, il contesto privilegiato per la messa in opera di principi e pratiche democratiche così intesi è la scuola.

    Cosa è l’educazione democratica

    L’educazione democratica, o educazione libertaria, è una teoria che pone al centro del processo educativo la persona e non i meri concetti da apprendere.

    Al centro vi è la persona con le proprie capacità e interessi personali.

    In tale sistema, infatti, non esiste un’idea predefinita di buon adulto che si cerca di inculcare ai bambini.

    L’intento è, anzi, quello di spingerli a diventare se stessi e ad essere felici seguendo le proprie inclinazioni e coltivando i propri talenti.

    Il bambino merita ed è in grado di comprendere spiegazioni sin da quando è piccolissimo.

    Al centro del processo educativo c’è, dunque, la persona in tutta la sua individualità.

    Tale educazione insegna l’autonomia e l’indipendenza e spinge a nutrire la fiducia in se stessi partendo dalle proprie risorse interiori, senza cercare motivazione e sostegno nell’approvazione esterna.

    La scuola democratica

    ll contesto privilegiato per l’attuazione di tali principi e pratiche democratiche, come anticipato, è la scuola.

    La scuola è, infatti, la prima esperienza sociale del bambino.

    Affinché sia veramente tale è necessario che sia aperta a tutti e dunque a persone di diverse origini sociali, religiose, familiari.

    Le classi sono formate in modo eterogeneo per favorire la costruzione di uno spazio sociale comune.

    A scuola il ragazzo incontra altri ragazzi che non fanno parte della sua comunità e della sua famiglia.

    Ed è con loro che già a scuola sarà chiamato a costruire un patto di convivenza e di solidarietà.

    Non basta, tuttavia, democratizzare l’accesso alla scuola: è necessario rendere democratico il l’apprendimento scolastico.

    Per raggiungere questo obiettivo la scuola deve favorire l’acquisizione diffusa di strumenti culturali: imparare a pensare e imparare a vivere insieme.

    La scuola che permette a tutti gli allievi di imparare e di costruire un patto di convivenza e cittadinanza è una scuola che non seleziona e non pratica una pedagogia dell’addestramento.

    Ma quali sono i principi pedagogici a cui si deve far riferimento per aiutare tutti ad apprendere?

    I principi pedagogici

    In una scuola democratica gli studenti partecipano attivamente alle decisioni che riguardano la formazione e la vita scolastica.

    Al bambino viene riconosciuta piena capacità di scegliere.

    L’apprendimento nelle scuole democratiche e in tutti i contesti educativi di tipo libertario comprende lo sviluppo di ogni talento e capacità della persona in modo armonico e integrale.

    L’educazione libertaria fonda la relazione educativa adulto-bambino sul riconoscimento di tali capacità quali mezzi per lo sviluppo dell’autonomia e della libertà di scelta dei bambini.

    I bambini sono sempre portatori di esperienze, competenze e inclinazioni dotate di valore.

    L’apprendimento, per essere realmente efficace e significativo, deve partire, o comunque deve connettersi, con le esperienze personali e pregresse, capacità o talenti degli studenti.

    Esso, infatti, deve suscitare e far emergere un’attività mentale, per favorire la comprensione e la competenza.

    In questo senso, è molto importante che, facendo incontrare agli studenti i saperi e le discipline, questi ultimi non vengano presentati come verità definitive, come oggetti compiuti, ma come il parziale risultato di una continua ricerca.

    Gli allievi devono sapere che le conoscenze sono state costruite per rispondere a problemi che ci è trovati storicamente ad affrontare.

    L’educatore-accompagnatore

    Ha il compito di affiancare lo studente in un comune processo di indagine, scoperta e creazione che è alla base del conoscere.

    L’educazione libertaria riconosce nell’esperienza pregressa dell’educatore e del bambino, e nelle domande di quest’ultimo, il patrimonio attraverso il quale può essere generata nuova conoscenza.

    Bambino e adulto, infatti, possono definire dei progetti di apprendimento condivisi.

    Questi devono essere sempre calibrati sulla base degli interessi e capacità dei bambini.

    Lo sviluppo ulteriore dell’apprendimento è guidato dalle domande spontanee poste dai bambini.

    Dunque, l’adulto lavora sulla capacità di sostenere le energie espresse facendosi “neutro”:

    • Privilegiando l’ascolto;
    • Offrendo delle opportunità di indagine ai bambini;
    • Favorendo un impegno interessato, stimolato da esperienze concrete e supportato da dinamiche di mutuo aiuto tra i bambini.

    Incarna un approccio al processo del conoscere che valorizza fatica e riflessione critica per raggiungere i risultati e riconoscere gli errori.

    Gli “errori” vengono identificati come opportunità in un comune processo di riflessione  e rielaborazione al fine di favorire l’autocorrezione.

    L’educatore ha cura di stimolare nel bambino il processo ricerca, autoapprendimento e autovalutazione.

    La logica dell’imparare facendo

    Imparare attraverso il fare.

    Per comprendere e memorizzare, sembra che la strategia migliore sia l’apprendere attraverso il fare, attraverso l’operare, attraverso le azioni.

    Naturalmente, non si apprende attraverso il semplice fare, la semplice attività non accompagnata dal pensiero, dalla riflessione.

    Attraverso le semplici azioni si memorizzano azioni meccaniche.

    Per comprendere, infatti, deve intervenire la riflessione, il pensiero.

    Occorre riflettere, pensare, acquisire consapevolezza delle azioni.

    “Se ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio capisco”

    Com’è nata l’educazione libertaria

    Il primo a teorizzarne i pricipi fu il filosofo e pedagogista statunitense John Dewey.

    La più antica scuola democratica, tuttora esistente, è la in Scuola di Summerhill che fu fondata in Germania da Alexander Neill nel 1921 e poi trasportata a Leiston, nel Regno Unito.

    I numerosi libri scritti da Neill costituiscono la base teorica dell’educazione democratica.

    Un’esperienza di scuola libertaria

    La Scuola di Summerhill è libertaria, non repressiva: si basa sulla libertà e il rispetto assoluto del bambino, senza imposizioni e coercizioni che invece sono alla base della scuola e della famiglia tradizionale.

    E’ una scuola fondata sul rispetto della libertà, degli adulti e dei bambini, che si trovano sullo stesso piano.

    Le lezioni non sono obbligatorie ma facoltative e i bambini le scoprono autonomamente quando iniziano a capire i loro interessi e smettono di essere obbligati a farlo.

    Non c’è autorità e ogni bambino può decidere autonomamente cosa fare: anche solo ed esclusivamente giocare.

    Non ci sono esami né voti, graduatorie e giudizi che hanno lo scopo fin da piccoli di sviluppare competizione e frustrazione, confronto negativo con i compagni, stress, ansia e infelicità.

    Le decisioni sono prese in gruppo, in un’assemblea di ragazzi e adulti dove ciascuno conta esattamente quanto gli altri.

    La pedagogia a cui si riferisce Neill è basata essenzialmente sull’attenzione e sull’ascolto del bambino che in condizioni il più possibile naturali riesce ad esprimersi, a svilupparsi, ad orientarsi, ad autoregolarsi.

    Tali considerazioni possono fornire spunti di riflessione non solo sulla scuola e gli insegnanti ma anche agli stessi come genitori.

    Lasciare libero il bambino di esprimersi, svilupparsi e autoregolarsi, senza fornire regole o limiti eccessivi, ascoltarlo, calibrando le attività sulla base dei suoi interessi e potenzialità, può favorire una crescita armonica e integrale.

  • Educare alla diversità a scuola: spunti pratici e buone pratiche

    diversità a scuola

    La diversità a scuola è una componente intrinseca a tutte le attività e a tutti i rapporti, tra alunni e tra insegnanti.

    Ognuno è, infatti, portatore di una propria diversità poiché possiede delle caratteristiche che lo rendono differente dagli altri, unico e speciale.

    Oggi una delle sfide più difficili da affrontare a scuola non è quella di annullare ogni distinzione ma di includere le caratteristiche specifiche di ognuno in un disegno collettivo e condiviso.

    In questo modo, le differenze possono rappresentare una grande risorsa e arricchimento.

    Ma, come educare alla diversità a scuola? Quali strategie e pratiche utilizzare?

    La diversità a scuola

    Oggi più che mai la scuola deve educare gli studenti a considerare il diverso non come un pericolo per la propria sicurezza, ma come risorsa per la crescita.

    Una vera pedagogia della differenza non si esprime in prediche o in tecniche di persuasione, ma sperimentando quotidianamente la realtà di una scuola come una comunità di diversi, che non emargina chi non è uguale o chi non è in grado di seguire il ritmo dei migliori.

    È chiaro che, perché tutto ciò avvenga, è necessario porre come elementi centrali della relazione educativa:

    • L’ascolto;
    • Il dialogo;
    • La ricerca comune;
    • L’utilizzo di metodologie attive.

    Queste ultime, in particolare, sono in grado di sviluppare le capacità critiche di porsi delle domande, di imparare a mettersi nei panni altrui, di attivare delle reti di discussione, di uscire dagli schemi, di essere creativi e divergenti.

    Non è impossibile: basta soltanto una buona dose di volontà e tanta creatività 😉

    Educare alla diversità

    La scuola è il luogo d’incontro e di relazione; è, del resto, l’esperienza formativa di ciascuno di noi è caratterizzata da continue presenze dell’altro.

    Entrare in relazione con l’altro ovviamente significa entrare in contatto con un’altra identità, cioè con qualcuno che è diverso da me. 

    In questo modo, oltre a conoscere maggiormente la mia identità, posso anche arricchirmi grazie all’alterità.

    La  scuola ha proprio la caratteristica  di essere il luogo di incontro di tutti.

    Un luogo in cui si producono le diversità, dove diversità significa estrema ricchezza data dalle peculiarità di ciascuno, senza omologare o assimilare l’altro nel  gruppo o  conformare.

    Raccontarsi e ascoltarsi a scuola, renderebbe più fluide le relazioni, il confronto e la crescita.

    Per una didattica interculturale

    Vi starete chiedendo in quale modo promuovere una didattica inclusiva per educare alle diversità a scuola.

    Innanzitutto, occorre tenere presente questi obiettivi:

    • Imparare il significato di stereotipo;
    • Riconoscere uno stereotipo;
    • Scoprire la cultura altrui;
    • Rappresentare le peculiarità della cultura degli altri;
    • Capire e condividere la propria cultura;
    • Comprendere la differenza fra apprendere e giudicare.

    I percorsi interculturali devono prevedere esercizi di gruppo ed esperienze ludiche che intendono promuovere la partecipazione attiva e favorire il pluralismo.

    Ecco qualche esempio.

    Proposte didattiche

    La lettura di libri e brevi racconti, con immagini significative. è sempre un’ottima base di partenza.

    Incentivate poi, prendendo come spunto il libro appena letto, la conversazione e lo scambio di idee, per favorire l’accettazione, il rispetto, la conoscenza dell’altro e la conoscenza di sé e delle proprie peculiarità.

    In questo senso, per incentivare la conoscenza delle proprie capacità, potete realizzare una caccia al tesoro nella quale il tesoro sono i talenti dei compagni.

    Ogni alunno compila una scheda individuale nella quale deve indicare le qualità che riconosce a se stesso e quelle che riconosce in altri compagni a scelta.

    Così, se conosco me stesso, posso mostrare agli altri le mie qualità e nello stesso tempo riconoscere le qualità negli altri e apprezzarne il valore.

    Sempre in relazione alla peculiarità dei talenti di ciascuno è possibile realizzare con gli alunni l’albero dei talenti.

    Ogni bambino disegna un se stesso/albero e come frutti disegna e scrive i propri talenti specifici.

    Ciò che emergerà saranno tanti alberi con tanti frutti diversi: ognuno è diverso, ognuno è unico e speciale, per fortuna 😉

    Fondamentale è utilizzare sempre metodologie didattiche attive, incentrate sul gruppo, che prediligono lo scambio di idee e di opinioni.

    Alcuni libri interessanti

    Il primo che vi propongo è il libro “Qualcos’altro”.

    Racconta la storia di Qualcos’altro che viene messo da parte dai compagni perché lo ritengono diverso da loro.

    Nel corso della storia, Qualcos’altro, dopo aver commesso lo stesso errore nei confronti di un nuovo compagno, comprende che anche nella diversità si può trovare il modo di stare bene insieme.

    Un altro libro si intitola “La scimmia”, che imita gli umani in quanto vuole con tutte le sue forze essere umana, ma poi si rende conto che ciò che importa per stare bene è essere se stessi.

    “E tu di che colore sei?” è un libro nel quale una bambina di sei anni ha una famiglia che le vuole bene, un gatto e tanti amici. Va a scuola volentieri, ma non le piace la matematica, preferisce andare a judo e al parco a giocare.

    Una bambina molto curiosa che si ritrova a farsi tante domande: “Ci sono bambini bianchi, bambini neri, bambini gialli… e allora? Che c’è di strano? Anche i calzini sono di tanti colori diversi, ma nessuno ci trova nulla di male”.

    Un altro libro che vi consiglio è “Va bene se…”, in quanto può essere di grande aiuto ai più piccoli nella comprensione e accettazione delle proprie e altrui diversità.

    Il nasone un po’ più grosso della media non è un problema! Anzi, è davvero simpatico. E se hai gli occhiali? O le rotelle sotto i piedi? E se vieni da un posto lontano lontanissimo? Non importa…

    Va bene essere diversi. Ognuno è speciale, importante, unico. E tu lo sei. Sai perché? Semplicemente perché tu sei tu e vai bene così.

    Affrontate il tema della diversità con i bambini, non evitatelo, non abbiate paura; se vi fanno una domanda rispondete con sincerità.

    Per altri spunti, idee o approfondimenti contattateci 😉

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