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  • Come essere buoni genitori: consigli, buone pratiche e falsi miti

    come essere buoni genitori

    Come essere buoni genitori? Esiste una formula perfetta? Chi è un buon genitore? Come deve comportarsi?

    Domande molto comuni che vi sarete posti sicuramente come genitori.

    Queste sono proprio alcune domande che ci rivolgono, nella maggior parte dei casi, i genitori durante i nostri corsi o incontri formativi.

    Partiamo dal presupposto che non si è mai buoni genitori o cattivi genitori: chi può dirci infatti se siamo buoni o cattivi genitori? Nessuno!

    Capita a tutti di commettere degli errori o prendere delle decisioni non adeguate per i propri figli, l’importante è accorgersene e rendersi conto che effettivamente qualcosa non va.

    Rendersi conto di ciò è il primo passo: se c’è qualcosa che non va la cosa fondamentale è riconoscerlo e chiedere un sostegno al pedagogista professionista dell’educazione.

    Diventare genitori

    Quando un figlio viene concepito e, poi, dato alla luce, avviene una profondo mutamento nei due individui che da uomo e donna si trasformano in padre e madre, ossia in genitori.

    Una trasformazione che riguarda anche la coppia che adotta un figlio, che diventa coppia di genitori non per atto biologico, ma giuridico.

    La genitorialità non si riduce al solo evento fisico della procreazione e della nascita, o del riconoscimento legale, ma ha un significato molto più profondo.

    L’arrivo di un figlio comporta un atto di responsabilità e il riconoscimento di un nuovo ruolo da parte dei genitori che si trovano a dover svolgere una nuova funzione, compiere scelte, elaborare decisioni, individuare obiettivi e traguardi in un’ottica comune.

    La genitorialità è, quindi, un processo dinamico rappresentato dalla nascita non solo di un figlio, ma di una nuova relazione, in perenne trasformazione, e di nuove identità.

    La coppia modifica le proprie dinamiche interne, dovendo riconoscere il cambiamento dei reciproci ruoli, e delle modalità di dialogo tra gli elementi che la compongono, in vista di nuovi obiettivi comuni.

    La genitorialità è, proprio, l’insieme delle scelte educative e delle modalità di dialogo che i genitori decidono di instaurare con il proprio figlio.

    Scelte e modalità educative che equivalgono agli stili educativi genitoriali.

    La genitorialità

    Il significato di questo termine è, in questi ultimi anni, continuamente in evoluzione.

    Sempre maggiore diventa la sua complessità e sempre più ramificato il suo intrecciarsi con altri aspetti della ricerca pedagogica e clinica.

    La concezione pedagogica vede la genitorialità come il lungo e continuo apprendistato per imparare l’arte di essere genitori.

    E’, dunque, il processo dinamico attraverso il quale si impara a diventare genitori capaci di prendersi cura e di rispondere in modo sufficientemente adeguato ai bisogni dei figli.

    Bisogni estremamente diversi a seconda dell’età evolutiva.

    La genitorialità è, infatti, dinamica: cambia nel tempo, e nel contesto sociale in cui cresce, ma cambia anche all’interno della stessa relazione, in base alle varie fasi della crescita del figlio.

    Non si può essere genitori sempre allo stesso modo, e con ciascun figlio.

    In questo senso, la genitorialità può essere definita come la capacità di espletare il ruolo di genitore.

    Un compito estremamente complesso che si realizza attraverso l’adozione di un assetto comportamentale che richiede diverse competenze e abilità finalizzate a:

    • Nutrire;
    • Accudire;
    • Proteggere;
    • Dare affetto e sostegno;
    • Promuovere l’autonomia e l’indipendenza;
    • Garantire un buon adattamento tra stadio evolutivo del minore e ambiente.

    Vale a dire, tutti quei comportamenti volti all’educazione, alla protezione e al sostegno del bambino, che possono essere definiti anche “parenting“.

    Come essere buoni genitori?

    La domanda che ricorre più frequentemente nei nostri incontri, e che sicuramente anche voi ora vi state chiedendo è:

    Come si può essere un buon genitore?

    Innanzitutto, sappiate che non ci sono ricette e neppure regole scritte che valgano per tutti e indistintamente.

    Ciascuna famiglia ha le sue peculiarità e specificità che la rendono unica e irripetibile.

    Ciascuno di noi prima di essere genitore, è un individuo con una sua storia e un suo bagaglio di esperienze che lo rendono quello che è oggi.

    Alcuni consigli

    Ecco alcuni semplici consigli, che potete utilizzare fin da subito nell’educazione dei vostri figli 😉

    Stabilite delle regole a seconda delle loro esigenze e fate seguire i fatti alle parole: non promettete qualcosa, sia positiva che negativa, e poi non rispettate tale promessa.

    Parlate in modo chiarofate richieste precise, controllate il tono di voce e il modo in cui comunicate le cose; se necessario, ripetete anche più volte e chiaramente quello che gli chiedete di fare.

    Ascoltateli e accogliete le loro esigenze, parlandogli in prima persona: devono sapere che li ascoltate e comprendete profondamente le loro richieste.

    Incentivateli piuttosto che minacciarli con punizione: credetemi troppe punizioni, per ogni cosa, sono controproducenti.

    Una punizione, comunque, deve essere misurata, coerente ed essere accompagnata da una spiegazione.

    Insegnate sempre ai vostri figli ad assumersi le proprie responsabilità e ad essere autonomi ed indipendenti.

    Devono imparare a fare le cose da soli e a prendere autonomamente le loro decisioni, senza sentirsi abbandonati.

    Loro sanno che voi siete al loro fianco, pronti ad aiutarli, ma sanno anche di poter decidere da soli.

  • Lo stile educativo genitoriale autorevole e lo sviluppo del bambino

    stile educativo genitoriale

    Lo stile educativo genitoriale può influenzare notevolmente lo sviluppo dei bambini.

    Esistono, infatti, più stili educativi, con caratteristiche e peculiarità, che occorre conoscere per modificare, se necessario, il proprio comportamento.

    Conoscere il proprio stile educativo è, dunque, fondamentale per orientare la propria azione e sostenere la relazione educativa con i propri figli.

    Cosa sono gli stili educativi

    L’insieme delle modalità educative che ognuno di noi, consapevolmente o meno, si trova ad utilizzare con i propri figli.

    Ad ogni stile educativo corrispondono modalità specifiche che comportano possibili esiti a lungo termine sulla personalità dei figli.

    Infatti, i modelli educativi genitoriali, così come lo stile di attaccamento del bambino, influiscono sul suo modo di relazionarsi all’interno della famiglia e nel mondo sociale.

    Questo perché genitori e figli si influenzano reciprocamente.

    Gli stili educativi dei genitori contribuiscono e possono avere effetti, positivi o negativi, sulla crescita e sullo sviluppo dei bambini, anche a lungo termine.

    Per questo motivo, come anticipavo, risulta di fondamentale importanza conoscere e mettere in atto lo stile migliore per favorire uno sviluppo armonioso e coerente.

    Individuare lo stile educativo genitoriale più adatto per l’educazione dei propri figli, spesso diventa uno dei compiti più ardui e difficili per i genitori.

    Le componenti degli stili educativi

    Gli stili educativi derivano dalla combinazione di due livelli:

    • Di controllo, riferito alle pressioni esercitate dei genitori per stimolare comportamenti socialmente adeguati nei figli, attivando meccanismi di controllo e di supervisione;
    • Di supporto, riferito al sostegno, alla vicinanza emotiva e alla disponibilità a soddisfare i bisogni dei figli, attivando meccanismi che stimolano l’autoregolazione e l’affermazione di sé.

    Dalla combinazione di queste due dimensioni nascono tre stili educativi genitoriali, molto diversi tra loro, per non dire opposti.

    Questi tre stili si sviluppano lungo un continuum che va dallo stile educativo autoritario allo stile educativo permissivo passando per lo stile educativo autorevole.

    Vediamo ora le caratteristiche dello stile educativo genitoriale permissivo e autoritario, i due poli opposti, per poi focalizzare l’attenzione sullo stile autorevole.

    Lo stile permissivo e lo stile autoritario

    Due stili proprio opposti con caratteristiche ed effetti sullo sviluppo dei bambini molto diversi tra loro.

    Lo stile permissivo

    Lo stile educativo permissivo è caratterizzato da basse aspettative nei confronti del figlio, soprattutto in termini di maturità ed autocontrollo.

    Il genitore permissivo è aperto al dialogo e affettuoso, soddisfa le richieste e i bisogni del bambinosenza però fornire regole e modelli di condotta.

    Offre, quindi, molto nutrimento affettivo, ma spesso si relaziona al figlio più come un “amico” che come una figura genitoriale.

    Gli effetti di uno stile parentale permissivo sul bambino si ritrovano nella mancanza di disciplina, scarse abilità sociali e relazionali, insicurezza a causa della mancanza di confini e modelli di comportamento a cui fare riferimento.

    Lo stile autoritario

    Il genitore autoritario ha elevate aspettative nei confronti del figlio, è rigido e inflessibile, molto esigente: non riesce a sentire i bisogni dei figli e ad ascoltarli.

    Il figlio deve rispettare delle regole rigide e imposte, il cui mancato rispetto comporta punizioni di tipo fisico o verbale.

    Non suggerisce, infatti, al bambino come gestire i propri comportamenti, non lo aiuta a identificare alternative e valutare le conseguenze delle proprie azioni.

    Anziché premiare i comportamenti positivi e socialmente desiderabili, fornisce solo feedback negativi sotto forma di punizioni per comportamento scorretti adottati.

    I bambini cresciuti da genitori con stile autoritario non vengono stimolati ad essere indipendenti, autonomi e a conoscere i propri limiti, ma viene loro insegnato ad aderire passivamente alle richieste e alle aspettative della società.

    Gli effetti di questo stile sul bambino si riscontrano in una bassa autostima e in una forte difficoltà nella socializzazione e nella relazione.

    Lo stile educativo genitoriale autorevole

    Alla luce di quanto detto sullo stile permissivo e autoritario, sicuramente noterete che hanno effetti diversi sullo sviluppo dei bambini, ma entrambi non positivi.

    Entrambi, infatti, possono essere la causa di uno sviluppo negativo e potenzialmente problematico.

    L’autorevolezza corrisponde al modello educativo più adeguato poiché permette di fornire al bambino regole chiare, coerenti e adeguate al livello di sviluppo del figlio attraverso la spiegazione dei motivi per cui sussistono divieti o proibizioni.

    Qui troviamo un concetto fondamentale per l’educazione: regole, che devono essere chiare, condivise e partecipate.

    Il genitore autorevole, infatti, stabilisce regole e linee guida che il figlio è tenuto a seguire in modo democratico.

    Capace, inoltre, di impartire poche ma chiare norme di comportamento con un atteggiamento assertivo non invadente o restrittivo.

    Aperto alla negoziazione e disponibile a mettere in discussione il proprio punto di vista.

    Gli effetti positivi sulla crescita del bambino

    Gli effetti di un’educazione autorevole sul bambino sono molto positivi, e ne permettono uno sviluppo coerente ed armonioso.

    Il bambino è in grado di sviluppare le seguenti caratteristiche:

    • Autonomia, responsabilità e indipendenza;
    • Competenza sul piano delle relazioni sociali, apertura al dialogo con i genitori ed i coetanei;
    • Assertività, ovvero più competenza nell’espressione delle proprie idee ed opinioni;
    • Buona fiducia in sé e nelle proprie capacità;
    • Rispetto delle regole che però non segue passivamente ma solo dopo averle comprese, interiorizzate e fatte proprie.
    • Sviluppo del senso critico e buone capacità di adattamento.

    Lo stile educativo genitoriale autorevole è sicuramente quello più idoneo per promuovere lo sviluppo emotivo, sociale e relazionale dei bambini.

    Quello più idoneo, si, ma anche quello più difficile da mettere in atto.

    Non esitare a contattarci per un consiglio, un parere o un approfondimento 😉

  • Educare alle regole e al compromesso: istruzioni per l’uso

    educare alle regole

    Educare alle regole rispettando i bisogni e i desideri del bambino non solo è possibile, ma è anche più efficace.

    Porre i limiti, dunque, attraverso l’ascolto e il rispetto.

    Vediamo insieme l’importanza di educare alle regole i vostri figli con qualche consiglio del pedagogista 🙂

    Educare alle regole e al compromesso

    Mettere regole e confini chiari ai comportamenti dei figli è sicuramente il compito più difficile che i genitori son chiamati ad affrontare, specialmente quando si trovano davanti a figli in età adolescenziale.

    Acquisire le regole vuol dire diventare persone costruttive e sviluppare una sensazione di sicurezza e non di dispersione o di assenza di punti di riferimento.

    A che cosa servono le regole? 

    Spesso, infatti, di esse prevale una visione puramente limitativa, in base alla quale vengono identificate con una serie di divieti ai quali il bambino cerca di sottrarsi.

    Viceversa, se recuperiamo l’etimologia del termine, scopriamo che la parola deriva da règere, ossia “guidare”.

    In questo senso, allora, la prima funzione delle regole è quella di fornire una guida al comportamento del bambino.

    Si tratta di un compito critico, soprattutto in soggetti che hanno ancora una conoscenza limitata del mondo circostante. C

    ome si può facilmente intuire, l’assenza di regole significa lasciare il bambino privo di guida, il che aumenta il rischio di comportamenti problematici.

    Una seconda fondamentale funzione delle regole è quella di rendere l’ambiente prevedibile.

    Spesso, infatti, i bambini manifestano i comportamenti più problematici nel momento in cui non riescono a trovare un ordine e una prevedibilità nel contesto di vita, sperimentando sensazioni di disorientamento e di ansia.

    In terzo luogo, la presenza di regole condivise è il prerequisito essenziale per fondare l’appartenenza al gruppo.

    L’importanza delle regole

    Condotte educative autorevoli (non autoritarie!) basate su regole e divieti, stabiliti in modo opportuno, fanno bene al cervello dei figli, aumentando addirittura numero, grandezza e funzionalità dei neuroni.

    I bambini abituati fin da piccoli a regole e impegni, ad aspettare e rispettare, diventeranno adulti sereni e sicuri.

    Mentre un’educazione basata sul permissivismo rischia di crescere bambini fragili e adolescenti a rischio.

    Inoltre attraverso l’educazione emotiva i bambini sviluppano l’autonomia e l’autostima, la capacità di relazionarsi con gli altri.

    Strumenti fondamentali per vivere bene e realizzarsi da adulti.

    I no aiutano a crescere e hanno un forte valore educativo.

    I problemi dovuti alla mancanza di regole

    Qualcuno può pensare che risparmiando ai bambini le regole si diventi automaticamente dei “buoni genitori”, apprezzati dai piccoli.

    A livello educativo non è così.

    Il genitore non dovrebbe mai essere un caporale, ma unicamente un leader; quella figura autorevole che spiega al bambino cosa può fare, che lo indirizza ad esplorare i suoi interessi e che, quando fa qualcosa di sbagliato, sa correggerlo, anche con decisione.

    Ed è proprio la figura di guida, di esperto, di base sicura che fa bene ai bambini e li aiuta a crescere.

    Un bambino senza regole vive con disagio, è sottoposto a un grande stress: deve imparare a vivere come un adulto, ad arrangiarsi, a fare tutto da sé.

    Con il piccolo particolare che il suo sistema cognitivo non è quello di un adulto, che non ha ancora le risorse per gestirsi in autonomia.

    Bambini sregolati sono sottoposti a fonti maggiori di stress, rischiano di sviluppare patologie comportamentali e sono più a rischio degli altri.

    Al contrario, avere delle norme, sapere quali regole bisogna rispettare, sapere che c’è una figura buona ma decisa che corregge gli errori e guida nella giusta direzione è un incentivo notevole, ma anche un aiuto a crescere.

    • Ricordatevi che i bambini senza regole sono più stressati e rischiano problemi comportamentali seri;
    • Le regole, se sono ragionevoli, aiutano il bambino a vivere meglio, più sicuro;
    • Il buon genitore non è quello che lascia fare di tutto, ma quello che sa essere un leader.

    Il consiglio del pedagogista

    Educare alle regole è uno dei compiti genitoriali più importanti.

    Ecco qualche consiglio.

    Date regole chiare e comprensibili.

    Molti genitori oscillano tra un atteggiamento passivo a uno aggressivo: dal chiedere ai figli di fare qualcosa in modo equivoco, per poi sfociare in un atteggiamento aggressivo se il bambino non risponde a queste richieste.

    Fino a ricorrere a minacce esagerate: “non ti faccio più uscire con i tuoi amici” o addirittura a punizioni fisiche.

    Non è così però che riuscirete a farvi ascoltare dai vostri figli.

    Evitate gli ordini in forma di domande retoriche, l’uso del “sei sempre…”, “sei il solito…” e il ricorso alle minacce.

    Per essere ancora più efficaci quando date una regola, avvicinatevi a vostro figlio, aspettate che vi guardie ditegli “ecco” e poi spiegategli bene che cosa deve fare.

    Spiegate cosa succede se decide di disobbedire.

    Davanti a un comportamento volontariamente sbagliato non dovete avere né un atteggiamento permissivo (non permette di imparare dall’errore), né un atteggiamento punitivo (rischia solo di far sentire il bambino in colpa).

    Spiegate le conseguenze delle azioni, invece, sviluppano nei figli il valore della responsabilità e la capacità di rispondere in modo adeguato alle situazioni.

    Conseguenze, però, che non devono essere delle minacce: spiegategli quello cosa può succedere se agisce in un certo modo.

    Se volete approfondire l’educazione alle regole, non esitate a contattarci 😉

  • Sostenere la genitorialità: il ruolo e i consigli della pedagogista

    sostenere la genitorialità

    Sostenere la genitorialità è una delle grandi sfide dei professionisti che si occupano di educazione.

    Il pedagogista, infatti, nel proprio lavoro si occupa delle seguenti questioni:

    • Sostenere e aiutare i genitori nell’educazione dei propri figli;
    • Incrementare e rafforzare le competenze educative e genitoriali;
    • Potenziare le situazioni che presentano carenze e difficoltà educative.

    Andiamo con ordine e vediamo, dunque, insieme come il pedagogista, con il proprio intervento, può aiutare i genitori nell’educazione dei figli.

    Sostenere i genitori nell’educazione dei propri figli

    Essere genitori ed educare è un compito molto complesso che si modifica durante tutto l’arco della vita perché è inserito all’interno di un percorso evolutivo fisiologico.

    La famiglia, infatti, è centrale nell’educazione dei figli, rappresenta la struttura primaria per la crescita e la sicurezza del bambino.

    Dunque, la comunicazione familiare, il dialogo, l’ascolto, l’attenzione sono gli elementi fondamentali per la crescita, lo sviluppo e la maturità dei figli.

    La funzione genitoriale non equivale semplicemente ad un insieme di pratiche educative riguardo il modo di allevare i figli, bensì essa si configura come qualcosa di più complesso.

    E’, infatti, un qualcosa che comporta delle specifiche abilità che si apprendono nel tempo, comprendendo anche tutte quelle idee ed aspettative che influenzano il modo di agire della coppia genitoriale.

    Nel corso della loro esperienza, genitori e figli, si possono trovare ad affrontare problematiche relative al periodo dell’infanzia, della preadolescenza e dell’adolescenza.

    Partendo dalle situazioni di difficoltà quotidiana si possono individuare dei percorsi  di sostegno genitoriale per:

    • Facilitare la comunicazione nel rapporto educativo con i figli;
    • Entrare in empatia con loro;
    • Acquisire abilità nell’ascolto e nella riformulazione dei messaggi;
    • Saper esprimere i sentimenti;
    • Negoziare le regole, la disciplina;
    • Educare alla gestione dei conflitti.

    I percorsi per sostenere la genitorialità

    Nei momenti di difficoltà, i colloqui di sostegno alla genitorialità hanno le finalità di:

    • Sostenere e promuovere la consapevolezza del ruolo dei genitori, in quanto protagonisti attivi del percorso di crescita dei figli;
    • Accrescere e rafforzare le competenze genitoriali;
    • Rafforzare la comunicazione e la capacità di gestire i conflitti.

    Fornire, dunque, strumenti conoscitivi di comunicazione e ascolto che facilitino le relazioni in ambito familiare, permettendo di acquisire maggiore consapevolezza dei reali bisogni dei figli in relazione all’età.

    Attivare le competenze e le risorse parentali che permettano la gestione delle  difficoltà presenti nell’educazione dei figli e, in particolare nelle situazioni di criticità.

    L’intervento pedagogico, dunque, propone percorsi di approfondimento e miglioramento degli stili educativi e della comunicazione in famiglia attraverso un coinvolgimento attivo e concreto.

    Le competenze educative e genitoriali

    Educare i figli è uno dei compiti più difficili per i genitori.

    Può capitare ai genitori di sentirsi inadeguati o di non sapere come comportarsi.

    La consulenza pedagogica per sostenere la genitorialità, infatti, permette proprio di incrementare e rafforzare le competenze educative dei genitori.

    Vediamo insieme quali sono queste competenze genitoriali.

    Dare regole chiare e comprensibili: l’assertività

    Questa è una delle competenze più importanti che un genitore deve possedere.

    Molti genitori oscillano tra un atteggiamento passivo a uno aggressivo: dal chiedere ai figli di fare qualcosa in modo equivoco, per poi sfociare in un atteggiamento aggressivo se il bambino non risponde a queste richieste.

    Fino a ricorrere a minacce esagerate: “non ti faccio più uscire con i tuoi amici” o addirittura a punizioni fisiche.

    Non è così però che riuscirete a farvi ascoltare dai vostri figli.

    Evitate gli ordini in forma di domande retoriche, l’uso del “sei sempre…”, “sei il solito…” e il ricorso alle minacce.

    Per essere ancora più efficaci quando date una regola, avvicinatevi a vostro figlio, aspettate che vi guardie ditegli “ecco” e poi spiegategli bene che cosa deve fare.

    Spiegategli cosa succede se sceglie di disobbedire

    Questa è la cosiddetta “competenza delle conseguenze”.

    Davanti a un comportamento volontariamente sbagliato non dovete avere né un atteggiamento permissivo (non permette di imparare dall’errore), né un atteggiamento punitivo (rischia solo di far sentire il bambino in colpa).

    Spiegare le conseguenze delle azioni, invece, sviluppano nei figli il valore della responsabilità e la capacità di rispondere in modo adeguato alle situazioni.

    Conseguenze, però, che non devono essere delle minacce: spiegategli quello cosa può succedere se agisce in un certo modo.

    Siate un modello di calma e autocontrollo

    I bambini imparano dai vostri comportamenti e non possono imparare senza un modello concreto positivo, che dovete essere voi!

    Se vostro figlio sta urlando perché non vuole tornare a casa, voi, se volete calmarlo, assolutamente non dovete urlare e perdere, voi stessi, il controllo.

    Lui penserà “beh se si arrabbia anche la mamma posso farlo anche io”.

    Quindi, se vostro figlio urla, prendetevi un momento, calmatevi e aiutatelo ad affrontare la rabbia e il dolore, emozioni che lui ancora può non saper gestire.

    Aiutatelo a superare un capriccio con l’empatia

    Quando entrate in empatia con vostro figlio, lui si accorge che per voi i suoi sentimenti sono importanti.

    La vostra risposta empatica alle sue emozioni lo aiuta a sentirsi approvato e ad acquisire fiducia in sé.

    I capricci non rappresentano un gesto irrispettoso nei vostri confronti, bensì un segnale del fatto che vostro figlio ha difficoltà a gestire una delusione o una frustrazione.

    Aiutatelo a superare un capriccio; come?

    Mantenendo un tono calmo dovete descrivere il comportamento di vostro figlio, dite quello che vedete e quello che secondo voi sta provando, senza mai giudicare.

    Ecco, questi sono alcuni aspetti delle competenze genitoriali che vengono affrontati dal pedagogista nei percorsi educativi e pedagogici per sostenere la genitorialità.

    Se leggendo questo articolo ti sei ritrovato in alcune situazioni e vuoi ricevere un sostegno per migliorare ed incrementare le tue competenze di genitore, contattaci.

    Non significa che sei un cattivo genitore, anzi, sei un genitore che vuole migliorarsi per educare al meglio i propri figli 😉

  • Disabilità e famiglia: il racconto di una mamma

    disabilità e famiglia

    Abbiamo parlato a lungo di disabilità, dei concetti di integrazione e autonomia: oggi parliamo, invece, di disabilità e famiglia.

    La disabilità all’interno di una famiglia è una presenza che va a toccarne tutti i componenti, tutte le dinamiche e il loro funzionamento.

    E’ un evento che irrompe violentemente nella vita di una  famiglia, modificandone, dunque, gli assetti mentali, emotivi e relazionali.

    Disabilità e famiglia

    La disabilità è un terremoto emotivo che cambia per sempre la vita dei genitori.

    Dall’iniziale negazione della realtà, all’accettazione della disabilità, la strada è lunga e faticosa e non sempre si giunge alla reale accettazione.

    Molti genitori, infatti, rimangono nella rassegnazione del“dobbiamo conviverci”.

    Inevitabilmente, la nascita di un figlio disabile pone la famiglia di fronte alla necessità di riorganizzarsi e di modificare i propri equilibri.

    La famiglia è un sistema in evoluzione: affronta perciò compiti evolutivi che richiedono un più o meno vasto processo di riorganizzazione.

    Le famiglie differiscono fra loro per le modalità con cui affrontano tali compiti evolutivi.

    Il modo in cui una famiglia reagisce a circostanze difficili risulta dall’interazione tra diversi fattori:

    • Le dinamiche familiari;
    • La capacità di effettuare una valutazione corretta del problema;
    • Le strategie disponibili per affrontarlo, le risorse materiali e i supporti sociali forniti dall’esterno.

    Il momento della comunicazione della diagnosi

    Un punto cardinale riguarda le modalità con cui la diagnosi viene comunicata.

    La chiarezza e la gradualità delle informazioni, sia nel contenuto che nella modalità di presentazione.

    Essi sembrano essere elementi importanti che non possono naturalmente impedire la sofferenza, ma possono accompagnare la famiglia verso un cammino fatto di speranza e un naturale processo di adattamento, stimolando reazioni di tipo costruttivo, attivo, anziché di rassegnazione.

    La diagnosi può provocare nei genitori un forte trauma, legato alla discrepanza tra il bambino “ideale” che hanno costruito come oggetto d’amore durante l’attesa e il bambino “imperfetto” che la realtà presenta loro.

    Il momento in cui viene data la diagnosi ed il successivo periodo di adattamento della famiglia restano determinanti per avviare una relazione tra il bambino, la famiglia e gli operatori che forniranno un sostegno terapeutico.

    La testimonianza di una mamma

    Oggi vi proponiamo la sincera testimonianza di Alba, mamma di Noemi, una bambina affetta da Autismo che frequenta la seconda elementare.

    Come tutto ebbe inizio

    Tutto è iniziato con un abbraccio, di una neuropsichiatra che stimo tantissimo, e con la frase “la piccola e’nello spettro dell autismo”. Uscendo dalla stanza ho pianto, di quei pianti che partono dalla pancia attraversano il cuore e fermano il battito, ma che alla fine ti danno un senso di liberazione. In quel momento non sapevo nulla della parola Autismo: non ne conoscevo il significato e cosa avrebbe comportato. Poi mi sono detta che l’autismo era solo una parte della mia bambina e che mi sarei concentrata su ciò che c’era e non su ciò che non c’era e che da lì sarei partita. Mi resi conto che dovevo affidarmi, e fidarmi, a persone specializzate che mi avrebbero insegnato a vedere. E così feci: io volevo fare la mamma, e non la terapista di mia figlia.

    L’inizio del percorso

    Cosi è iniziato il percorso. Non dico che è stato semplice, anzi, è stato tortuoso e doloroso ma sostenuta e indirizzata da professionisti siamo riusciti a far partire tutto. Ogni giorno bisogna fare un bilancio: le cose per cui vale la pena investire tempo e fatica e quelle, invece, per le quali è inutile lottare. Noemi mi ha insegnato a pensare prima di agire, c’è sempre bisogno di un pensiero, per proteggersi e per investire il tempo nel modo giusto. Ho, quindi, deciso di condividere la mia esperienza con le persone che frequentavo, e all’asilo ho trovato tante braccia aperte.

    L’importanza della condivisione

    Ho scelto di parlare, di condividere, sono stata ascoltata e,a mia volta, ho ascoltato. Tutti noi abbiamo delle difficoltà, e per ciascuno di noi sembrano enormi e insormontabili. Con questi confronti ho potuto ridimensionare il mio dolore: un dolore condiviso è un dolore dimezzato e questo vale anche per la gioia, una gioia condivisa è una gioia moltiplicata. In fondo da soli non si può fare niente. Come si dice, per educare un bambino ci vuole un intero villaggio ed proprio così: amici, amiche, educatrici, insegnanti, familiari, vicini di casa.

    Un progetto per la socializzazione

    In quel periodo abbiamo pensato ad un progetto, io e una delle educatrice di Noemi, per favorire l’integrazione e la socializzazione. Noi possiamo parlare, spiegare, confrontarci, ma solo vivendoci tutti i giorni possiamo sconfiggere le barriere che ci separano: solo ciò che non si vive e non si conosce ci fa paura. Così abbiamo pensato di creare dei momenti di gioco a casa con i compagni della classe, strutturati con l’aiuto e il sostegno dell’educatrice. Il tutti per dare la possibilità ai bimbi che vengono a casa di giocare con Noemi con fluidità e naturalezza, mentre per lei capire come fare per giocare ed interagire al meglio. Ognuno rispetta i tempi dell altro. Questo progetto è un vero successo, i bimbi fanno a gara per venire e Noemi è felicissima di condividere dei momenti unici con i suoi amici.

    Per una vita possibile

    Ad oggi posso dire che una vita è possibile, anzi ci vuole 😉 La fatica è grande, ma le soddisfazioni sono tantissime. Alla diagnosi ci dissero che Noemi probabilmente non avrebbe parlato; oggi, invece, in seconda elementare inizia a scrivere e leggere. Siamo una famiglia come tante altre, con alti e bassi, e con le nostre difficoltà, ma siamo uniti. E grazie anche a  mio marito che, nonostante per una coppia reagire a tutto questo  è difficilissimo e i tempi di risposta al dolore sono diversissimi, siamo riusciti insieme a cambiare sguardi e direzioni.

    Io sono convinta che l’amore abbatte tutti i muri e tanto amore concentrato è un esplosione miracolosa!

    Un Grazie sincero ad Alba per aver condiviso con noi la sua esperienza e le sue parole 😉

    Quando si parla di disabilità e famiglia, unione e amore sono le parole chiave.

  • Autonomia e disabilità: le parole di una Educatrice di Sostegno

    autonomia e disabilità

    Quando parliamo di autonomia e disabilità ci stiamo riferendo a due concetti che un educatore di sostegno deve conoscere a fondo e padroneggiare.

    Infatti, nel lavoro educativo con la disabilità bisogna sempre tenere presente il concetto di autonomia e quello di inclusione.

    Oggi  parliamo dell’importanza dell’acquisizione dell’autonomia da parte di un bambino con disabilità.

    Il tutto con la testimonianza diretta di una Educatrice di Sostegno, Noemi Ferranti, che lavora da alcuni anni a stretto contatto con la disabilità.

    La sua esperienza come Educatrice di Sostegno

    L’esperienza di lavoro nelle scuole come educatore di sostegno mi ha dato la possibilità di confrontarmi con situazioni diverse e particolari. Ogni bambino con cui ci ritroviamo a lavorare ha la propria storia, il proprio vissuto e una patologia con cui confrontarsi, di fronte alla quale coloro che si trovano nella mia posizione devono riuscire ad improntare un percorso di crescita.

    Percorso non solo prettamente didattico e scolastico, ma anche per quanto riguarda il livello dell’autonomia personale.

    Durante questi 2 anni di lavoro ho avuto la possibilità di confrontarmi con il Disturbo dello Spettro Autistico. Un disturbo dello sviluppo che comporta un deficit più o meno grave nell’area della comunicazione e interazione sociale, nella creazione di legami e nell’area degli interessi e delle attività”.

    Il lavoro educativo

    Nella mia situazione specifica mi sono trovata a lavorare con una bambina della scuola primaria che, due anni fa, mi colpì fin da subito per la sua particolarità.

    Nonostante la sua certificazione denotasse un livello grave del disturbo, la bambina presentava buoni aspetti, seppur comunque limitati, di comunicazione e interazione con gli adulti di riferimento e alcuni pari in particolare, oltre ad uno sviluppo alto dell’ autonomia personale e fisica.

    Il tutto è stato possibile grazie ad un grande lavoro da parte dei terapeuti, degli educatori e della famiglia, che tuttora proseguono questo percorso educativo.

    Il lavoro integrato tra professionisti con diverse competenze è, infatti, fondamentale per elaborare un intervento globale verso l’autonomia e l’inclusione.

    Il lavoro quotidiano

    Fin dai primi anni, dopo il riscontro della patologia, l’obiettivo è stato quello di rendere la bambina capace di muoversi attivamente negli ambienti di casa.

    Per questo motivo, ci ha spiegato l’Educatrice, sono state applicate metodologie per consentire alla bambina di poter apprendere le funzioni degli oggetti e dei luoghi, la routine quotidiana, le azioni da compiere in base alla situazione in cui si trovava.

    Ad esempio, l’utilizzo di disegni raffiguranti “storie sociali” come la routine delle azioni da svolgere in bagno, lavarsi i denti, lavarsi le mani, usare il wc e delle azioni a tavola ovvero apparecchiare, usare la forchetta, il bicchiere e il tovagliolo.

    Queste hanno consentito alla bambina di potersi gestire autonomamente in molte cose, senza il bisogno perenne dell’adulto, acquisendo mano a mano maggior autonomia; anche la camera da letto è stata adattata tramite l’utilizzo di immagini per classificare i giochi in modo che lei riuscisse, senza bisogno di aiuto, a cercare un gioco da lei desiderato in base alla classificazione dentro i cassettoni.

    Il lavoro a scuola

    Nell’ambito scolastico si è lavorato sull’autonomia nelle azioni che si ripetono ogni giorno, ad esempio:

    svuotare lo zaino, preparare il banco per le attività con il materiale necessario, preparare la merenda e durante le ore di lezione.

    Si è cercato al meglio, ci ha riferito l’Educatrice, di far comprendere alla bambina il fatto di dover rimanere seduta al proprio banco e alzarsi solo in determinati momenti o per richiesta dell’insegnante, tutto tramite comunicazione visiva (disegno o immagini), seguita dal verbale.

    Il “visivo” è stata la rampa di lancio per agganciare la comunicazione con la bambina, essendo essa capace di poter trasmettere un messaggio anche in situazioni frustranti, in cui l’ascolto del verbale si annulla.

    La riflessione

    Come conferma l’Educatrice, i miglioramenti raggiunti dalla bambina denotano l’importanza di non porsi un muro di fronte a ciò che appare impossibile da compiere.

    Ciò soprattutto se si pensa che oggi la bambina è arrivata a parlare, leggere e scrivere, quando al momento della diagnosi sembrava non esserci speranza su quegli aspetti.

    E’, quindi, fondamentale ricercare il fondo del problema, che sia esso la comunicazione o la difficoltà del compito, e cercare di risolverlo utilizzando gli strumenti di cui si dispone.

    Spesso la praticità, il gioco e l’immagine visiva sono fonti di apertura verso concetti nuovi e apprendimenti che diventano col tempo naturali e autonomi.

    L’occhio dell’educatore diventa quindi lo strumento per ricercare la strategia giusta in un determinato momento, che sia esso positivo o negativo. Trovarsi di fronte a casi del genere, in cui il lavoro è supportato da un team disponibile a indirizzare verso determinati percorsi educativi, aiuta a sviluppare strategie alternative per consentire al bambino di viversi l’esperienza scolastica al meglio e all’educatore di poter raggiungere determinati obiettivi di lavoro.

    L’impegno e la determinazione degli Educatori di Sostegno sono fondamentali per raggiungere risultati e cambiamenti.

    Ringraziamo Noemi per aver condiviso la sua esperienza con noi 😉

  • Pedagogia speciale e didattica speciale: il ruolo della scuola

    Disabilità non significa inabilità. Significa semplicemente adattabilità.

    Pedagogia speciale e didattica speciale sono due concetti correlati da utilizzare nella pratica educativa con le disabilità.

    La disabilità, infatti, richiede l’utilizzo di particolari teorie e strategie educative e didattiche.

    La speciale normalità

    La diversità è la norma e i diversi non sono più diversi dagli uguali di quanto gli uguali non siano diversi tra loro.

    La normalità è costituita da plurime diversità, l’eterogeneità è la normalità.

    Il mondo multiforme e composito di oggi, infatti, ha bisogno di tutte quante le sue componenti, perché senza diversità tutto risulterebbe uniforme.

    Dunque, la diversità, racchiusa nella ricchezza delle sue manifestazioni biologiche, culturali, estetiche, sociali, politiche, deve essere considerata come un valore assoluto e indispensabile dell’umanità.

    Il diverso è un “altro”, rispetto al quale ogni soggetto è diverso: la dimensione etica della diversità, risiede nella scelta che ciascuno fa della propria vita.

    Presupposto dell’etica della diversità è la cultura dell’integrazione.

    La disabilità a scuola

    In questi ultimi anni la presenza della disabilità ha avuto un ruolo decisivo nel rinnovamento della scuola.

    In questo modo, infatti, ha saputo mettere in discussione se stessa, con nuovi percorsi e procedimenti per creare una didattica e nuovi profili professionali.

    L’integrazione si è così elevata ai livelli di una nuova cultura, intesa come modo diverso di concepire l’educazione, su risorse umane più orientate ai valori della solidarietà, della collegialità, della corresponsabilità.

    Con la Legge 104/92, infatti, l’integrazione non è più un fatto meramente scolastico, ma anche sociale e culturale: coinvolge le comunità e i singoli, modifica gli aspetti normativi e i comportamenti delle persone.

    Pedagogia speciale e didattica speciale

    La pedagogia speciale ha come oggetto di indagine l’educabilità dei soggetti in situazione di handicap.

    Il compito principale della pedagogia speciale è comprendere e studiare, eticamente e scientificamente:

    • I “deficit” per consentirne l’accettazione in uno sviluppo degli individui compatibile;
    • Gli “handicap” con l’obiettivo di una loro riduzione.

    Per fare ciò, pone sempre una particolare attenzione alle reti sociali e ai ruoli professionali coinvolti, come l’insegnante specializzato e l’educatore inteso come soggetto delle relazioni di aiuto.

    In questo senso, deve essere l’educazione ad occuparsi dell’handicap, che può riguardare qualsiasi persona in un periodo più o meno lungo della propria vita.

    Una delle sue prerogative è la stretta relazione tra aspetti teorici e aspetti pratici, le scelte educative e le metodologie pratiche.

    Per questo motivo, parliamo di pedagogia speciale e didattica speciale, come due concetti correlati.

    Dunque non è una scienza isolata e chiusa, ma è una disciplina pratica, operativa, efficace, che studia come realizzare la presa in carico, la cura e l’aiuto delle persone con bisogni educativi speciali.

    Una scienza di ricerca scientifico-operativa

    La pedagogia speciale si caratterizza per la sua natura aperta e complessa che la spinge a ricercare sempre possibili soluzioni mirate a migliorare ogni giorno le situazioni di handicap e deficit nell’ottica dell’integrazione.

    Lo scopo della cura educativa consiste, infatti, nel promuovere una migliore qualità dell’esistenza valorizzando le potenzialità di ogni singola persona.

    E‘ dunque una scienza operativa, in quanto:

    • Le conoscenze hanno il loro valore secondo la logica dell’integrazione delle diversità;
    • Si occupa dell’agire sociale delle persone;
    • E’ di natura sistemica e istituzionale, in quanto il suo raggio di azione si configura come una rete che coinvolge più soggetti tra loro cooperanti (scuola, famiglia, servizi).

    Al centro deve esserci sempre l’identità personale del soggetto, supportato e facilitato a essere nelle condizioni di sapersi raccontare rispetto all’unicità della propria storia.

    Dunque, in grado di conquistare l’autonomia personale nell’essere e nell’agire, la libertà e l’adultità possibile, e realizzare il proprio percorso verso l’integrazione e l’inclusione.

    La pedagogia speciale, dunque, si caratterizza per l’approccio positivo alla diversità.

    Un approccio, cioè, che valorizza ogni soggetto con le proprie differenze individuali, andando oltre il deficit certificabile, occupandosi significativamente delle esigenze formative della singola persona.

    La sua principale finalità consiste nella riduzione dell’handicap, ovvero, nell’adeguata socializzazione del deficit e nella valorizzazione del potenziale educativo di ogni soggetto che trova compimento nella sua integrazione.

    La didattica speciale

    Abbiamo esplicitato che la pedagogia speciale è la pedagogia della diversità e della complessità.

    E’ finalizzata alla riduzione dell’handicap e si preoccupa, dunque, di dare delle risposte qualificate in termini educativi e formativi ai bisogni formativi speciali.

    In questa prospettiva si pone anche la didattica speciale, intesa come didattica specifica.

    La didattica speciale ha come compito principale quello di definire le strategie di apprendimento specifiche per soggetti in situazione di handicap o in situazione di svantaggio socioculturale, affinché  diventino autonomi nel pensiero e nell’azione.

    Dunque, si concretizza nell’adozione di un insegnamento individualizzato capace di organizzare un’istruzione articolata in relazione alle esigenze di apprendimento dei singoli alunni.

    Il tutto in un’ottica di progettazione individualizzata dell’apprendimento.

  • Per un sostegno pedagogico: il nonno ha l’alzheimer

    sostegno pedagogico

    Quest articolo ha l’intento di fornire consigli e buone pratiche per un sostegno pedagogico a tutti coloro che hanno un familiare affetto da Alzheimer: un nonno, una nonna, un padre, una madre.

    La sempre maggiore incidenza di questa malattia può considerarsi la risultante del progressivo invecchiamento demografico che contraddistingue l’Italia e, più in generale, tutti i paesi a sviluppo avanzato.

    Siccome la malattia colpisce le persone anziane, sono tanti i bambini che hanno un nonno o una nonna che ne soffrono.

    Il morbo di Alzheimer

    Sappiamo tutti di cosa parliamo quando parliamo di Alzheimer?

    Il morbo di Alzheimer è un processo degenerativo che attacca le cellule cerebrali.

    E’ una patologia che sconvolge la vita del malato ma anche quella di chi gli sta al fianco.

    Il primo sintomo è la perdita della memoria.

    Ciò non significa dimenticare qualche parola ma addirittura non ricordare intere azioni, magari proprio quelle appena compiute.

    Finire di pranzare, per esempio, dieci minuti dopo sedersi a tavola chiedendo: “Cosa si mangia di buono oggi?”.

    Oppure, uscire per una passeggiata e non ricordare dove si stava andando o perché si è fuori.

    Al contrario, possono ritrovarsi ricordi di un passato ormai lontano o lontanissimo: il nonno, una mattina, si veste a puntino convinto di dover uscire per andare al lavoro anche se ormai è in pensione da anni.

    La loro mente torna, infatti, a episodi dell’infanzia o della gioventù.

    I malati di Alzheimer vivono nel passato e possiamo dire che ritornano un po’ bambini.

    Proprio per questo, i nipotini diventano una risorsa, una compagnia benefica.

    Non nascondete la malattia ai vostri figli

    Qualcuno sostiene che sarebbe meglio evitare che i bambini vedano il nonno o la nonna malati di Alzheimer.

    Troppa sofferenza, meglio risparmiarli. Ma è davvero la cosa migliore?

    Certamente, comunicare un problema come la malattia del proprio nonno o della propria nonna a un bambino non è affatto semplice.

    Dissimulare o camuffare la realtà, però, potrebbe essere una scelta che va solo a complicare la situazione.

    I bambini percepiscono tutte le variazioni nel comportamento di un adulto e non fornire risposte adeguate alle loro domande non può che indurli a interpretare in autonomia il problema.

    Così facendo il bambino rischia di amplificare e intensificare la situazione.

    Tutto ciò dipende sempre dall’età oppure dal fatto che si sia conosciuto il nonno anche prima della malattia e si abbia consapevolezza del suo cambiamento.

    I bambini molto piccoli faranno più fatica a capire e a confrontarsi con la trasformazione.

    Anche se, in realtà, sono spesso i più piccoli ad avere un buon rapporto con l’anziano malato di Alzheimer, perché presenta tratti simili a quelli dell’infanzia.

    Ricordate sempre che parlare sinceramente con i vostri bambini è sempre la soluzione migliore: i bambini capiscono e si accorgono di tutto e hanno il diritto di sapere cosa sta succedendo.

    Naturalmente, spiegate la situazione nel modo più semplice e tranquillo possibile, senza preoccuparlo.

    E’ giusto che il bambino frequenti il nonno o la nonna, farà bene ad entrambi 😉

    Come dovete comportarvi da genitori

    Come anticipato, dovete spiegare con parole semplici che esistono malattie che colpiscono la memoria e che il nonno è ora affetto da una di queste.

    Questa sincerità può solo essere benefica per il bambino, che saprà darsi una spiegazione di determinati comportamenti del nonno o della nonna diversi rispetto al passato.

    Non è necessario spiegare subito ogni dettaglio della malattia, ma sicuramente non appena si manifestano dei sintomi più evidenti è bene affrontare il discorso con il piccolo.

    Questo anche perché, giunto a un determinato stadio, l’anziano può arrivare a pronunciare frasi come ‘Non ti voglio più bene!’, se la persona che ha di fronte non assume i comportamenti che egli si aspetta.

    Una frase del genere può colpire profondamente un bambino all’oscuro di tutto, mentre sapere che anche quella frase è collegata alla malattia del nonno non può che rasserenarlo e fargli credere che sia solo una bugia.

    Per un sostegno pedagogico alla famiglia

    La malattia di Alzheimer vede coinvolti, al tempo stesso, il malato e il suo nucleo famigliare.

    Ecco alcuni consigli che potranno aiutarvi.

    Proprio per la prevedibilità dei sintomi, è molto utile innanzi tutto documentarsi ed informarsi riguardo ai danni che la malattia comporta.

    Imparare a conoscerla aiuterà poi ad affinare alcune tecniche che possono alleviare la frustrazione dei familiari che accudiscono il malato.

    Di grande supporto sono i programmi creati appositamente per chi si prende cura del malato di Alzheimer.

    Programmi che aiutano a conoscere e ad imparare a gestire la malattia attraverso interventi educativi.

    In questo, di grande aiuto è il sostegno pedagogico, con la modalità della consulenza pedagogica, per gestire questa delicatissima situazione.

  • Pedagogia e terza età: per una educazione agli anziani

    pedagogia e terza età

    Quando parliamo di pedagogia e terza età ci stiamo riferendo all’educazione degli anziani.

    In questo senso, dunque, la domanda sorge spontanea: è possibile imparare ad invecchiare bene? Si può parlare di  una pedagogia dell’invecchiamento?

    Ebbene sì 😉

    Seneca, in un suo famoso scritto, diceva che

    La vecchiaia sorprende gli uomini quando nello spirito non sono ancora cresciuti, e li coglie impreparati ed inermi.

    Già Giovanni Gentile tentò di estirpare il pregiudizio dell’educazione focalizzata esclusivamente sull’infanzia.

    Egli affermava che l’educazione non deve avere un inizio e una fine, perché l’uomo in quanto essere spirituale è in continuo divenire di sviluppo e, dunque, di formazione.

    Durante il ciclo vitale dell’uomo esistono degli apprendimenti necessari per un maggior benessere legati alla piena realizzazione di sé e delle proprie personali capacità.

    Per questi motivi si può parlare di pedagogia e terza età.

    Pedagogia e terza età

    Gli anziani sono una parte sempre più consistente della società odierna, e pongono questioni nuove relative alla demografia, al welfare e alla salute.

    Ed, inevitabilmente, anche per l’educazione.

    La nozione di “terza età” o anzianità è complessa, e non può essere ridotta solo ad una questione anagrafica.

    Essa ruota, infatti, attorno a fattori biologici ma anche psicologici e sociologici.

    L’invecchiamento può essere definito come una serie di processi che portano alla riduzione progressiva della riserva funzionale, che dipende da fattori sia genetici che ambientali.

    La persona anziana, all’interno di questi processi complessi, attraversa diverse fasi di sviluppo, in un percorso lungo e differenziato.

    Gli anziani come risorsa

    Da lungo tempo il processo di progressivo invecchiamento della popolazione dei paesi occidentali viene percepito come un problema, invece di essere considerato come una grande conquista.

    Oggi gli anziani sono, spesso, oggetto di una discriminazione in base all’età che coinvolge pregiudizi sia sulle loro capacità e caratteristiche psicologiche, sia sul loro ruolo e il loro contributo all’interno della società.

    Dovrebbe, invece, essere riconosciuto il valore aggiunto che la persona anziana può dare alla società la loro partecipazione attiva.

    In questo senso troviamo gli studi e le riflessioni che negli ultimi anni sono stati compiuti attorno ai concetti di Educazione Permanente e di Lifelong Learning, ovvero l’educazione per tutta la vita e in ogni fase della vita.

    Sulla base di ciò è possibile affermare la necessità di promuovere offerte formative ed educativi per gli anziani, che vadano oltre la semplice e sola assistenza.

    La pedagogia dell’invecchiamento

    I repentini cambiamenti della società e l’allungamento delle aspettative di vita comportano inevitabilmente un mutamento della figura dell’anziano.

    La vecchiaia oggi rappresenta un momento della vita molto importante.

    In questo senso, la pedagogia dell’invecchiamento ha come fine pedagogico quello di fornire un accompagnamento educativo alla persona ad ogni età, mettendola nelle condizioni favorevoli per esprimere le proprie potenzialità e risorse.

    L’uomo, infatti, durante tutto il corso della sua vita, modifica continuamente i propri schemi cognitivi, le emozioni, il ruolo, le aspettative, le attività, le competenze, il corpo.

    L’educazione alla vecchiaia si configura come nuova frontiera pedagogica.

    Frontiera che risponde con specifiche forme e modalità educative ai bisogni e alle richieste delle persone anziane in direzione di equilibri nuovi.

    L’andragogia

    Come anticipato, possiamo affermare che l’essere umano è caratterizzato dall’educabilità intesa come predisposizione e capacità di apprendere.

    Queste caratteristiche, dunque, non si esauriscono, come si è pensato per lungo tempo, con il tramontare dell’infanzia e della prima giovinezza, ma perdurano per tutta la vita.

    L’età evolutiva dura per tutto l’arco della vita in un processo di sviluppo continuo, la cui principale finalità è l’adattamento alle sempre mutevoli condizioni e alle situazioni interne ed esterne alla persona.

    Allo stesso modo, anche la predisposizione ad apprendere perdura tutta la vita, in un complesso intreccio di legami tra apprendimento e sviluppo.

    All’interno di questo quadro concettuale, accanto alla pedagogia,  è nata la disciplina dell’andragogia, intesa come l’educazione dell’adulto.

    L’individuo mantiene per tutta la vita potenzialità di crescita e il discente adulto ha precise caratteristiche cognitive e psicologiche, diverse in buona parte da quelle dei bambini e dei giovani.

    Caratteristiche che devono essere tenute in conto per la definizione di approcci, metodologie didattiche ed educative e tecniche a loro rivolte.

    Gli interventi educativi rivolti agli anziani

    Gli interventi educativi rivolti agli anziani devono porre l’accento sulla creatività, per esprimere e realizzare al meglio le potenzialità.

    Ecco le principali finalità:

    • Agevolare i processi di comunicazione e socializzazione, favorendo l’assunzione di un ruolo;
    • Sollecitare nuovi interessi e impegni per superare il tempo vuoto;
    • Adattare le attività quotidiane ai nuovi ritmi personali;
    • Attuare interventi di neurobica finalizzata a mantenere agile l’attività cerebrale e a preservare le capacità mnemoniche per tenere viva l’attenzione e sviluppare curiosità attivando le energie psicofisiche;
    • Mantenere, per quanto possibile, la propria autosufficienza.

    Si tratta di percorsi educativi/formativi che mirano a promuovere l’acquisizione di conoscenze ed atteggiamenti volti al miglioramento degli stili vita e di valorizzare le capacità psicofisiche e sociali.

    L’invecchiamento di successo

    In questo senso, si parla di invecchiamento di successo, per esprimere la condizione ottimale dell’anzianità.

    Alla base dell’invecchiamento di successo ci sono tre fattori principali:

    • La prevenzione di malattie e disabilità;
    • Il mantenimento delle capacità cognitive e dell’attività fisica;
    • Lo svolgimento di attività produttive e/o sociali.

    Il concetto parte dalla considerazione che invecchiare è l’obiettivo di tutti gli esseri umani, e sottolinea che l’invecchiamento di successo non è l’imitazione o la continuazione della gioventù.

    L’invecchiamento di successo è l’invecchiamento “sano”, durante il quale l’anziano può avviarsi alla creatività, approfittando del tempo libero dal lavoro e dando importanza allo sviluppo intellettuale
    e sociale.

    Infatti, il tempo ricreativo rappresenta una parte indispensabile dell’invecchiamento di successo.

    In questo senso, la consulenza pedagogica acquista un significato particolare ed importante, per comprendere ed incentivare le risorse e le potenzialità personali.

  • Disabilità e scuola: l’esperienza di un educatore di sostegno

    disabilità e scuola

    Disabilità e scuola sono due parole delle quali oggi sentiamo parlare molto.

    Tutti noi, infatti, abbiamo sentito parlare della figura dell’educatore di sostegno e della sua importanza nell’inclusione di bambini con disabilità.

    Tuttavia, non tutti conoscono il significato delle sigle Pdf, Profilo Dinamico Funzionale, o Pei, il cosiddetto Piano Educativo Individualizzato.

    Vediamo insieme il loro significato e l’iter da seguire per l’inserimento a scuola di vostro figlio.

    Disabilità e scuola: l’iter da seguire

    Intanto, precisiamo che il diritto all’istruzione e all’educazione delle persone con disabilità, sancito dalla Costituzione, è regolato dalla legge Quadro dell’Handicap: la legge 104 del 1992.

    Il testo garantisce l’inserimento dei bambini disabili da 0 a 3 anni nell’asilo nido e il diritto all’istruzione per tutto il percorso scolastico e universitario.

    L’integrazione scolastica, infatti, ha come obiettivo lo sviluppo delle potenzialità della persona disabile, per quanto riguarda l’apprendimento, la comunicazione, le relazioni e la socializzazione.

    Prima di procedere con l’iscrizione a scuola, i genitori del bambino disabile devono recarsi presso la propria Asl di appartenenza e richiedere due documenti:

    • L’attestazione di “alunno in situazione di handicap”, redatta da uno specialista;
    • La diagnosi funzionale, ovvero il documento che contiene una diagnosi clinico-medica e una valutazione psicologica e sociale per individuare le potenzialità del soggetto.

    Alla diagnosi funzionale fa seguito, nei primi mesi del nuovo ciclo di studi, un profilo dinamico-funzionale (Pdf) che indica le caratteristiche fisiche, psichiche, sociali e affettive dell’alunno.

    Il profilo, dunque, pone in rilievo:

    • Le difficoltà di apprendimento conseguenti alla situazione di disabilità e le possibilità di recupero;
    • Le capacità possedute che devono essere sostenute e sollecitate e progressivamente rafforzate e sviluppate nel rispetto delle scelte culturali della persona disabile.

    Sulla base di ciò si procede alla stesura del Piano Educativo Individualizzato (Pei), redatto congiuntamente dagli operatori sanitari, dal personale insegnante curricolare e di sostegno della scuola.

    Il ruolo dell’educatore di sostegno

    Quando si parla di disabilità e scuola, il ruolo dell’educatore di sostegno è molto importante.

    L’educatore lavora per recuperare e reinserire socialmente persone in difficoltà e in situazioni di disagio, che vivono per questo ai margini della società.

    L’obiettivo finale, dunque, è il recupero delle potenzialità dell’allievo e il raggiungimento di livelli sempre più avanzati di autonomia, collaborando con la famiglia e il contesto sociale.

    Le funzioni dell’educatore sono:

    • Collaborazione alla stesura e aggiornamento del Piano Educativo Individualizzato e partecipazione a tutti i momenti di lavoro di équipe della scuola;
    • Programmazione, realizzazione e verifica di interventi quanto più integrati con quelli educativi e didattici dei docenti;
    • Supporto dell’alunno nelle sue difficoltà e promozione della sua autonomia, proponendo strategie per perseguire le finalità formative e di sviluppo complessivo della persona;
    • Spinta verso la socializzazione con gli altri alunni, mettendo in atto la cultura dell’inclusione;
    • Collaborazione con le famiglie e promozione di relazioni efficaci con esse.

    Un ruolo quindi coordinato, di completamento rispetto a quello di docenti e di altri operatori scolastici, che richiede competenze specifiche e titoli adeguati.

    Disabilità e scuola: l’esperienza di un educatore di sostegno

    Oggi vogliamo proporvi il racconto di un’esperienza diretta, per farvi capire realmente l’importante ruolo dell’educatore di sostegno quando parliamo di disabilità e scuola,

    Milena Gollini, Educatrice di Sostegno a Cento (Fe), ci spiega il suo lavoro educativo con un bambino di nome Mattia che ha accompagnato e sostenuto nel suo percorso di crescita.

    Mattia è un ragazzo affetto da autismo e da un grave ritardo mentale.
    Il suo ingresso alla scuola primaria non è stato facile: la sua condizione non gli permetteva di avere un’autonomia sociale e personale consona all’ambiente scolastico che frequentava.
    Le insegnanti, che tendono ad avere un approccio prettamente didattico anche nei confronti della disabilità, richiedevano la sua presenza in classe.
    Il bisogno principale di Mattia, però, era quello di trovare un ambiente sereno e sicuro, che gli permettesse di affrontare la giornata nella piena tranquillità.
    Diversamente avrebbe potuto irrompere in comportamenti-problema di difficile gestione.
    Ciò gli avrebbe permesso anche di acquisire un’autonomia, rapportata alle sue possibilità, sufficientemente accettabile dal contesto che si trovava a frequentare ogni giorno.
    La famiglia, inizialmente, non ha facilitato questo compito.
    A causa della non accettazione della condizione del proprio figlio, dell’approccio assistenziale che continuavano ad avere  e dello scarso interesse nell’impegnarsi a creare in lui determinate capacità.
    Mattia veniva imboccato, utilizzava il pannolino e veniva vestito e spogliato, non esprimeva bisogni o preferenze, non accettava nessun tipo di negazione o di richiesta da parte dell’adulto.
    Il suo tempo lo passava guardando esclusivamente cartoni animati (sempre gli stessi) e ascoltando musica, senza accettare che venisse interrotta.
    I coetanei per lui erano oggetti da guardare dall’angolo più lontano del giardino, gli adulti erano nemici da affrontare con la forza.

    Le basi per il cambiamento

    L’unica cosa da fare era osservarlo attentamente in ogni istante della sua quotidianità scolastica, leggere la sua comunicazione non verbale e non conscia, per poter cogliere messaggi non espliciti, ma rilevanti.
    In questo senso, ho esercitato quotidianamente un ruolo di mediazione.
    Mediazione tra il suo fastidio per il rumore in classe e le richieste della scuola, tra le risorse a mia disposizione e i suoi bisogni, tra la sua scarsa collaborazione e gli obiettivi che mi ero imposta.
    Ho dovuto trovare strategie sempre nuove per permettergli di crescere nella sua diversità, stimolandolo e attivandolo costantemente, nonostante le sue capacità e i suoi tempi di attenzione.
    Ho cercato di creare un ambiente accogliente e sicuro, di entrare nel suo mondo senza pretendere che lui entrasse nel nostro, nelle regole imposte dalla società e nelle necessità dettate dalla scuola.

    Gli obiettivi raggiunti

    In 8 anni, tanta testardaggine e una pazienza infinita, sono riuscita ad abbattere i muri familiari, entrare in contatto con la mamma e ottenere una collaborazione efficace e una totale fiducia.
    Mattia ha imparato gradualmente a mangiare da solo.
    Inizialmente non riusciva nemmeno a trovare la sua bocca o tenere in mano la forchetta, ora non versa nemmeno una goccia di brodo dal cucchiaio.
    Mattia ora va autonomamente in bagno ed esegue tutti i procedimenti da solo, compresa l’igiene di mani e viso.
    Ha imparato ad accettare la presenza di coetanei o adulti, prima all’interno dei suoi spazi e a piccole dosi, e ora corre con loro in giardino e li prende per mano di sua iniziativa.
    Inoltre, ti abbraccia se ha paura, o si porta le mani alle orecchie se qualcosa lo infastidisce, senza creare più panico.
    Non si butta a terra, non sbatte le mani forte sulle gambe, non ti graffia il collo e non ti strappa i capelli.
    Mattia ama ancora la musica, ma se la spegni sa che arriverà una richiesta da parte tua e si alza, pronto ad esaudirla.

    Ecco, questo per farvi capire l’importante ruolo che esercita l’educatore di sostegno sulla crescita e lo sviluppo di un bambino con disabilità.

    Grazie, Milena per aver condiviso con noi la tua esperienza 😉

    E grazie a tutti gli Educatori di Sostegno che ricoprono questo ruolo di grande responsabilità.

  • I disturbi dell’apprendimento nel bambino: consigli per insegnanti e genitori

    disturbi dell'apprendimento nel bambino

    I disturbi dell’apprendimento nel bambino rientrano tra i disagi in età scolare.

    Più evidenti, infatti, in questa fase perché si manifestano con difficoltà della lettura, della scrittura e del calcolo.

    L’ingresso nella classe prima elementare è di solito cruciale per l’individuazione dei bambini che potrebbero sviluppare uno dei disturbi specifici dell’apprendimento.

    Sono, spesso, insegnanti e genitori a segnalare tali difficoltà.

    I disturbi dell’apprendimento nel bambino

    Con il termine Disturbi evolutivi Specifici di Apprendimento ci si riferisce ai solo disturbi delle abilità scolastiche, e in particolare alla:

    • Dislessia, ovvero il disturbo della lettura;
    • Disortografia, il disturbo della scrittura;
    • Discalculia, il disturbo del calcolo.

    La principale caratteristica è quella della specificità, intesa come disturbo che interessa uno specifico dominio di abilità in modo significativo ma circoscritto, lasciando intatto il funzionamento intellettivo.

    In questo senso, il criterio necessario per stabilire la diagnosi di DSA è quello della “discrepanza” tra:

    • l’abilità nel dominio specifico interessato (deficitaria in rapporto alle attese per l’età e/o la classe frequentata):
    • l’intelligenza generale (adeguata per l’età cronologica).

    Queste tre tipologie di disturbo non devono essere necessariamente presenti nello stesso momento.

    Un bambino con un disturbo dell’apprendimento, infatti, può mostrare difficoltà nell’imparare la matematica, ma non avere difficoltà a leggere, scrivere e avere un buon rendimento in altre materie.

    Questi disturbi sono difficoltà che si manifestano nel bambino fin dalle prime fasi del suo apprendimento quando deve acquisire nuove abilità come la lettura, la scrittura ed il calcolo.

    Tali difficoltà possono dunque persistere, in modo più o meno marcato fino all’età adulta.

    Le cause

    I disturbi dell’apprendimento nel bambino non sono un problema di intelligenza, ma un disturbo di origine biologica.

    L’origine del disturbo determina delle anomalie a livello cognitivo, che influenzano il modo in cui le informazioni vengono ricevute, elaborate e comunicate.

    Bambini e adulti con queste problematiche hanno gravi difficoltà nell’elaborazione delle informazioni sensoriali perché vedono, sentono e capiscono le cose in maniera diversa.

    I disturbi specifici dell’apprendimento non sono causati da disabilità neurologica o sensoriale.

    I bambini, infatti, sono intelligenti, il loro Q.I. è nella norma e presentano adeguate capacità cognitive, visive ed uditive

    La scienza ha fatto enormi progressi nella comprensione del funzionamento del cervello e una della più importanti scoperte che apporta nuove speranze per i disturbi dell’apprendimento è la neuroplasticità.

    Con questo termine si fa riferimento alla naturale e duratura capacità del cervello di modificarsi, formare nuove connessioni e generare nuove cellule in risposta alle esperienze e all’apprendimento.

    Le conseguenze

    Il disagio, la frustrazione, la scarsa fiducia in se stessi, la demotivazione e i problemi della condotta sono una conseguenza delle difficoltà di apprendimento, perché il bambino si rende conto di quanto sia faticoso per lui imparare nonostante l’impegno.

    “Se si impegnasse di più, avrebbe maggiori risultati”.

    “È un bambino intelligente, ma è svogliato”.

    “Non studia, non si applica”.

    Non studiare non è la causa, ma la conseguenza delle difficoltà di apprendimento.

    Ecco perché è importante diagnosticare precocemente tali difficoltà ed intervenire con trattamenti specifici.

    Vediamo ora alcune tipiche manifestazioni dei disturbi dell’apprendimento.

    Difficoltà nell’elaborazione linguistica

    Quando l’insegnante pone una domanda alla classe, il bambino con DSA non elabora immediatamente la risposta, ma continua ad elaborare la domanda ed arriva alla risposta molto dopo gli altri bambini.

    Ha la sensazione che tutto vada molto velocemente e, mentre lui è ancora impegnato nel cercare la risposta, la lezione è già andata avanti.

    Il bambino con tale disturbo è convinto che gli altri parlino molto velocemente, ma in realtà è lui che ha problemi nell’elaborare le informazioni che gli giungono.

    Tempi di attenzione e percezione visiva

    I tempi di attenzione sono diversi da quelli dei bambini senza disturbo;

    I bambini con DSA sono facilmente distraibili.

    Non riescono a concentrarsi su un singolo stimolo, ma sono attratti da tante altre cose contemporaneamente.

    Il bambino con DSA, poi, ha difficoltà a percepire correttamente uno stimolo: vede, ma non dà il giusto significato a ciò che osserva.

    Tale carenza viene spesso confusa con una mancanza di motivazione.

    I problemi specifici dell’apprendimento, però, non hanno nulla a che vedere con la scarsa motivazione, perché causati da un problema di percezione.

    Leggere, decodificare e comprendere

    Il bambino con un disturbo specifico dell’apprendimento ha difficoltà nel percepire la differenza delle lettere a seconda della posizione spaziale.

    Confonde “p”, “d”, “q”, “b” e non riesce a seguire le righe mentre scrive.

    Per questo, leggere e comprendere il testo risulta difficile per lui.

    Inoltre, quando il bambino legge tutte le sue energie sono già state spese per la decodifica del testo (1° compito cognitivo) a spese della comprensione.

    Può però capire e imparare ascoltando: è perciò importante avere materiale verbale inciso su cassette.

    La diagnosi

    La diagnosi di un disturbo dell’apprendimento dovrebbe essere svolta entro la fine della II° elementare. 

    Già nel corso dell’ultimo anno della scuola materna e della I° elementare, però, si possono anticipare alcune valutazioni con l’obiettivo di realizzare attività didattiche-pedagogiche mirate a potenziare le abilità deficitarie.

    La diagnosi deve essere fatta da specialisti esperti, mediante specifici test che consentono di evidenziare il problema in modo specifico e personalizzato.

    Essa permette di ottenere e realizzare aiuti mirati, programmi di riabilitazione e semplici provvedimenti di modifica della didattica.

    Il percorso successivo alla diagnosi è personale e individualizzato a seconda dell’età, delle abilità riscontrate, del livello in cui è presente il disturbo.

    In questa fase, molto importante è garantire la collaborazione tra scuola e famiglia, per sostenere i bambini con queste difficoltà.

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