Categoria:

consulenza pedagogica

  • Lo stile educativo genitoriale autorevole e lo sviluppo del bambino

    stile educativo genitoriale

    Oggi parliamo dello stile educativo genitoriale e vedremo quanto può influenzare lo sviluppo dei bambini.

    Sapete che esistono diversi stili educativi? Con caratteristiche e peculiarità proprie?

    Ebbene sì, gli stili educativi che oggi vedremo insieme sono tre: permissivo, autoritario e autorevole.

    E’ importante conoscere la propria modalità educativa e di comportamento, per orientare l’azione educativa e andare a modificare o potenziare un certo comportamento nell’educazione dei propri figli.

    Il consulente pedagogico, nella sua attività di sostegno alla genitorialità, fa proprio questo: individua, insieme al genitore, la modalità educativa utilizzata, fornendo poi gli opportuni consigli e strumenti per potenziarla o modificarla.

    Cosa sono gli stili educativi

    Sono tutte quelle modalità educative che ognuno di noi utilizza nell’educazione e nella comunicazione con i propri figli, più o meno consapevolmente.

    Le modalità educative sono specifiche e corrispondono, infatti, ad uno stile piuttosto che ad un altro.

    Tali modalità possono influire, positivamente o negativamente, sullo sviluppo e sulla crescita dei figli, anche nel lungo periodo.

    Molto spesso, infatti, i genitori sono inconsapevoli del proprio stile educativo utilizzato o di tali conseguenze sullo sviluppo dei bambini.

    Per questo motivo, come anticipavo, risulta di fondamentale importanza conoscere e mettere in atto lo stile migliore per favorire uno sviluppo armonioso e coerente, anche con l’aiuto e il sostegno di un professionista esperto.

    Vediamo ora le caratteristiche dello stile educativo genitoriale permissivo e autoritario, i due poli opposti, per poi focalizzare l’attenzione sullo stile autorevole.

    Lo stile permissivo e lo stile autoritario

    Questi sono due stili proprio opposti con caratteristiche ed effetti sullo sviluppo dei bambini molto diversi tra loro.

    Lo stile permissivo

    In questo stile il genitore ha basse aspettative nei confronti del figlio, sia di successo sia di comportamento.

    E’ un genitore aperto al dialogo e affettuoso, soddisfa le richieste e i bisogni del bambinosenza però fornire un sistema di regole adeguato all’età e alle esigenze del bambino. 

    E’ presente e affettuoso, ma si rapporta con il figlio più come un “amico” che come una figura genitoriale, senza essere per lui un modello di comportamento e senza fornire regole e consigli per la crescita.

    “Fai quello che vuoi, puoi fare tutto per me”.

    Di conseguenza, il bambino crescerà senza aver interiorizzato un sistema di regole, dunque sarà presente una bassa disciplina e capacità di controllo, scarse abilità sociali e relazionali, un’insicurezza e una bassa autostima e fiducia in se stesso.

    Lo stile autoritario

    Le aspettative nei confronti del figlio, in questo stile, sono molto elevate: il genitore autoritario è, infatti, rigido e inflessibile, e non è in grado di ascoltare e comprendere i reali bisogni del figlio.

    Al contrario dello stile permissivo, qui il genitore definisce un sistema di regole molto rigido che viene imposto al bambino, e non condiviso con lui, come dovrebbe essere con un sistema di regole positivo.

    Il bambino rispetterà le regole, ma sempre nel terrore e nella paura, perché il mancato rispetto comporta punizioni di tipo fisico e verbale.

    Il genitore autoritario non conosce i bisogni del figlio e, non conoscendoli, non è in grado di soddisfarli, vorrebbe solo che il figlio si comportasse come vuole lui.

    Non è, dunque, per il figlio un modello di comportamento da seguire e non gli fornisce consigli e feedback positivi per una crescita equilibrata.

    A lungo termine, il bambino potrà sviluppare una bassa autostima, una bassa autonomia e indipendenza, una forte difficoltà nel socializzare e relazionarsi con il mondo circostante e con gli altri. 

    Lo stile educativo genitoriale autorevole

    Alla luce di quanto detto sullo stile permissivo e autoritario, sicuramente noterete che hanno effetti diversi sullo sviluppo dei bambini, ma entrambi non positivi.

    La modalità educativa autorevole corrisponde al modello educativo più adeguato per uno sviluppo e una crescita equilibrata del bambino.

    Vediamo insieme perché.

    Innanzitutto, il genitore autorevole fornisce al bambino un sistema di regole positivo, con regole chiare, coerenti e adeguate al livello di sviluppo del figlio spiegando sempre i motivi di tali regole.

    Qui troviamo un concetto fondamentale per l’educazione: regole, che devono essere chiare, condivise e partecipate.

    Il genitore autorevole, infatti, stabilisce regole e linee guida che il figlio è segue in modo democratico, condiviso e partecipato. 

    Non c’è imposizione, invadenza, ma condivisione, comunicazione e partecipazione tra genitori e figli.

    Capace, inoltre, di impartire poche ma chiare norme di comportamento con un atteggiamento assertivo non invadente o restrittivo.

    Lo stile educativo genitoriale autorevole è sicuramente quello più idoneo per promuovere lo sviluppo emotivo, sociale e relazionale dei bambini.

    Quello più idoneo, si, quello più equilibrato.

    Non esitare a contattarci per un consiglio, un parere o un approfondimento 😉

  • Sostenere la genitorialità: il ruolo e i consigli della pedagogista

    sostenere la genitorialità

    Sostenere e aiutare i genitori nel loro ruolo educativo è una delle grandi sfide dei professionisti che si occupano di educazione.

    Il pedagogista, infatti, nel proprio lavoro si occupa di:

    • Sostenere e aiutare i genitori nell’educazione dei propri figli;
    • Incrementare e rafforzare le competenze educative e genitoriali;
    • Potenziare le situazioni che presentano carenze e difficoltà educative.

    Andiamo con ordine e vediamo, dunque, insieme come il pedagogista, con il proprio intervento, può aiutare i genitori nell’educazione dei figli.

  • Disabilità e famiglia: il racconto di una mamma

    disabilità e famiglia

    Abbiamo parlato a lungo di disabilità, dei concetti di integrazione e autonomia: oggi parliamo, invece, di disabilità e famiglia.

    La disabilità all’interno di una famiglia è una presenza che va a toccarne tutti i componenti, tutte le dinamiche e il loro funzionamento.

    E’ un evento che irrompe violentemente nella vita di una  famiglia, modificandone, dunque, gli assetti mentali, emotivi e relazionali.

    Disabilità e famiglia

    La disabilità è un terremoto emotivo che cambia per sempre la vita dei genitori.

    Dall’iniziale negazione della realtà, all’accettazione della disabilità, la strada è lunga e faticosa e non sempre si giunge alla reale accettazione.

    Molti genitori, infatti, rimangono nella rassegnazione del“dobbiamo conviverci”.

    Inevitabilmente, la nascita di un figlio disabile pone la famiglia di fronte alla necessità di riorganizzarsi e di modificare i propri equilibri.

    La famiglia è un sistema in evoluzione: affronta perciò compiti evolutivi che richiedono un più o meno vasto processo di riorganizzazione.

    Le famiglie differiscono fra loro per le modalità con cui affrontano tali compiti evolutivi.

    Il modo in cui una famiglia reagisce a circostanze difficili risulta dall’interazione tra diversi fattori:

    • Le dinamiche familiari;
    • La capacità di effettuare una valutazione corretta del problema;
    • Le strategie disponibili per affrontarlo, le risorse materiali e i supporti sociali forniti dall’esterno.

    Il momento della comunicazione della diagnosi

    Un punto cardinale riguarda le modalità con cui la diagnosi viene comunicata.

    La chiarezza e la gradualità delle informazioni, sia nel contenuto che nella modalità di presentazione.

    Essi sembrano essere elementi importanti che non possono naturalmente impedire la sofferenza, ma possono accompagnare la famiglia verso un cammino fatto di speranza e un naturale processo di adattamento, stimolando reazioni di tipo costruttivo, attivo, anziché di rassegnazione.

    La diagnosi può provocare nei genitori un forte trauma, legato alla discrepanza tra il bambino “ideale” che hanno costruito come oggetto d’amore durante l’attesa e il bambino “imperfetto” che la realtà presenta loro.

    Il momento in cui viene data la diagnosi ed il successivo periodo di adattamento della famiglia restano determinanti per avviare una relazione tra il bambino, la famiglia e gli operatori che forniranno un sostegno terapeutico.

    La testimonianza di una mamma

    Oggi vi proponiamo la sincera testimonianza di Alba, mamma di Noemi, una bambina affetta da Autismo che frequenta la seconda elementare.

    Come tutto ebbe inizio

    Tutto è iniziato con un abbraccio, di una neuropsichiatra che stimo tantissimo, e con la frase “la piccola e’nello spettro dell autismo”. Uscendo dalla stanza ho pianto, di quei pianti che partono dalla pancia attraversano il cuore e fermano il battito, ma che alla fine ti danno un senso di liberazione. In quel momento non sapevo nulla della parola Autismo: non ne conoscevo il significato e cosa avrebbe comportato. Poi mi sono detta che l’autismo era solo una parte della mia bambina e che mi sarei concentrata su ciò che c’era e non su ciò che non c’era e che da lì sarei partita. Mi resi conto che dovevo affidarmi, e fidarmi, a persone specializzate che mi avrebbero insegnato a vedere. E così feci: io volevo fare la mamma, e non la terapista di mia figlia.

    L’inizio del percorso

    Cosi è iniziato il percorso. Non dico che è stato semplice, anzi, è stato tortuoso e doloroso ma sostenuta e indirizzata da professionisti siamo riusciti a far partire tutto. Ogni giorno bisogna fare un bilancio: le cose per cui vale la pena investire tempo e fatica e quelle, invece, per le quali è inutile lottare. Noemi mi ha insegnato a pensare prima di agire, c’è sempre bisogno di un pensiero, per proteggersi e per investire il tempo nel modo giusto. Ho, quindi, deciso di condividere la mia esperienza con le persone che frequentavo, e all’asilo ho trovato tante braccia aperte.

    L’importanza della condivisione

    Ho scelto di parlare, di condividere, sono stata ascoltata e,a mia volta, ho ascoltato. Tutti noi abbiamo delle difficoltà, e per ciascuno di noi sembrano enormi e insormontabili. Con questi confronti ho potuto ridimensionare il mio dolore: un dolore condiviso è un dolore dimezzato e questo vale anche per la gioia, una gioia condivisa è una gioia moltiplicata. In fondo da soli non si può fare niente. Come si dice, per educare un bambino ci vuole un intero villaggio ed proprio così: amici, amiche, educatrici, insegnanti, familiari, vicini di casa.

    Un progetto per la socializzazione

    In quel periodo abbiamo pensato ad un progetto, io e una delle educatrice di Noemi, per favorire l’integrazione e la socializzazione. Noi possiamo parlare, spiegare, confrontarci, ma solo vivendoci tutti i giorni possiamo sconfiggere le barriere che ci separano: solo ciò che non si vive e non si conosce ci fa paura. Così abbiamo pensato di creare dei momenti di gioco a casa con i compagni della classe, strutturati con l’aiuto e il sostegno dell’educatrice. Il tutti per dare la possibilità ai bimbi che vengono a casa di giocare con Noemi con fluidità e naturalezza, mentre per lei capire come fare per giocare ed interagire al meglio. Ognuno rispetta i tempi dell altro. Questo progetto è un vero successo, i bimbi fanno a gara per venire e Noemi è felicissima di condividere dei momenti unici con i suoi amici.

    Per una vita possibile

    Ad oggi posso dire che una vita è possibile, anzi ci vuole 😉 La fatica è grande, ma le soddisfazioni sono tantissime. Alla diagnosi ci dissero che Noemi probabilmente non avrebbe parlato; oggi, invece, in seconda elementare inizia a scrivere e leggere. Siamo una famiglia come tante altre, con alti e bassi, e con le nostre difficoltà, ma siamo uniti. E grazie anche a  mio marito che, nonostante per una coppia reagire a tutto questo  è difficilissimo e i tempi di risposta al dolore sono diversissimi, siamo riusciti insieme a cambiare sguardi e direzioni.

    Io sono convinta che l’amore abbatte tutti i muri e tanto amore concentrato è un esplosione miracolosa!

    Un Grazie sincero ad Alba per aver condiviso con noi la sua esperienza e le sue parole 😉

    Quando si parla di disabilità e famiglia, unione e amore sono le parole chiave.

  • Autonomia e disabilità: le parole di una Educatrice di Sostegno

    autonomia e disabilità

    Quando parliamo di autonomia e disabilità ci stiamo riferendo a due concetti che un educatore di sostegno deve conoscere a fondo e padroneggiare.

    Infatti, nel lavoro educativo con la disabilità bisogna sempre tenere presente il concetto di autonomia e quello di inclusione.

    Oggi  parliamo dell’importanza dell’acquisizione dell’autonomia da parte di un bambino con disabilità.

    Il tutto con la testimonianza diretta di una Educatrice di Sostegno, Noemi Ferranti, che lavora da alcuni anni a stretto contatto con la disabilità.

    La sua esperienza come Educatrice di Sostegno

    L’esperienza di lavoro nelle scuole come educatore di sostegno mi ha dato la possibilità di confrontarmi con situazioni diverse e particolari. Ogni bambino con cui ci ritroviamo a lavorare ha la propria storia, il proprio vissuto e una patologia con cui confrontarsi, di fronte alla quale coloro che si trovano nella mia posizione devono riuscire ad improntare un percorso di crescita.

    Percorso non solo prettamente didattico e scolastico, ma anche per quanto riguarda il livello dell’autonomia personale.

    Durante questi 2 anni di lavoro ho avuto la possibilità di confrontarmi con il Disturbo dello Spettro Autistico. Un disturbo dello sviluppo che comporta un deficit più o meno grave nell’area della comunicazione e interazione sociale, nella creazione di legami e nell’area degli interessi e delle attività”.

    Il lavoro educativo

    Nella mia situazione specifica mi sono trovata a lavorare con una bambina della scuola primaria che, due anni fa, mi colpì fin da subito per la sua particolarità.

    Nonostante la sua certificazione denotasse un livello grave del disturbo, la bambina presentava buoni aspetti, seppur comunque limitati, di comunicazione e interazione con gli adulti di riferimento e alcuni pari in particolare, oltre ad uno sviluppo alto dell’ autonomia personale e fisica.

    Il tutto è stato possibile grazie ad un grande lavoro da parte dei terapeuti, degli educatori e della famiglia, che tuttora proseguono questo percorso educativo.

    Il lavoro integrato tra professionisti con diverse competenze è, infatti, fondamentale per elaborare un intervento globale verso l’autonomia e l’inclusione.

    Il lavoro quotidiano

    Fin dai primi anni, dopo il riscontro della patologia, l’obiettivo è stato quello di rendere la bambina capace di muoversi attivamente negli ambienti di casa.

    Per questo motivo, ci ha spiegato l’Educatrice, sono state applicate metodologie per consentire alla bambina di poter apprendere le funzioni degli oggetti e dei luoghi, la routine quotidiana, le azioni da compiere in base alla situazione in cui si trovava.

    Ad esempio, l’utilizzo di disegni raffiguranti “storie sociali” come la routine delle azioni da svolgere in bagno, lavarsi i denti, lavarsi le mani, usare il wc e delle azioni a tavola ovvero apparecchiare, usare la forchetta, il bicchiere e il tovagliolo.

    Queste hanno consentito alla bambina di potersi gestire autonomamente in molte cose, senza il bisogno perenne dell’adulto, acquisendo mano a mano maggior autonomia; anche la camera da letto è stata adattata tramite l’utilizzo di immagini per classificare i giochi in modo che lei riuscisse, senza bisogno di aiuto, a cercare un gioco da lei desiderato in base alla classificazione dentro i cassettoni.

    Il lavoro a scuola

    Nell’ambito scolastico si è lavorato sull’autonomia nelle azioni che si ripetono ogni giorno, ad esempio:

    svuotare lo zaino, preparare il banco per le attività con il materiale necessario, preparare la merenda e durante le ore di lezione.

    Si è cercato al meglio, ci ha riferito l’Educatrice, di far comprendere alla bambina il fatto di dover rimanere seduta al proprio banco e alzarsi solo in determinati momenti o per richiesta dell’insegnante, tutto tramite comunicazione visiva (disegno o immagini), seguita dal verbale.

    Il “visivo” è stata la rampa di lancio per agganciare la comunicazione con la bambina, essendo essa capace di poter trasmettere un messaggio anche in situazioni frustranti, in cui l’ascolto del verbale si annulla.

    La riflessione

    Come conferma l’Educatrice, i miglioramenti raggiunti dalla bambina denotano l’importanza di non porsi un muro di fronte a ciò che appare impossibile da compiere.

    Ciò soprattutto se si pensa che oggi la bambina è arrivata a parlare, leggere e scrivere, quando al momento della diagnosi sembrava non esserci speranza su quegli aspetti.

    E’, quindi, fondamentale ricercare il fondo del problema, che sia esso la comunicazione o la difficoltà del compito, e cercare di risolverlo utilizzando gli strumenti di cui si dispone.

    Spesso la praticità, il gioco e l’immagine visiva sono fonti di apertura verso concetti nuovi e apprendimenti che diventano col tempo naturali e autonomi.

    L’occhio dell’educatore diventa quindi lo strumento per ricercare la strategia giusta in un determinato momento, che sia esso positivo o negativo. Trovarsi di fronte a casi del genere, in cui il lavoro è supportato da un team disponibile a indirizzare verso determinati percorsi educativi, aiuta a sviluppare strategie alternative per consentire al bambino di viversi l’esperienza scolastica al meglio e all’educatore di poter raggiungere determinati obiettivi di lavoro.

    L’impegno e la determinazione degli Educatori di Sostegno sono fondamentali per raggiungere risultati e cambiamenti.

    Ringraziamo Noemi per aver condiviso la sua esperienza con noi 😉

  • Per un sostegno pedagogico: il nonno ha l’alzheimer

    sostegno pedagogico

    Questo articolo ha l’intento di fornire consigli e buone pratiche per un sostegno pedagogico a tutti coloro che hanno un familiare affetto da Alzheimer: un nonno, una nonna, un padre, una madre.

    La sempre maggiore incidenza di questa malattia può considerarsi la risultante del progressivo invecchiamento demografico che contraddistingue l’Italia e, più in generale, tutti i paesi a sviluppo avanzato.

    Siccome la malattia colpisce le persone anziane, sono tanti i bambini che hanno un nonno o una nonna che ne soffrono.

    Non nascondete la malattia ai vostri figli

    Come in tutte le cose, è sempre consigliabile dire la verità ai bambini: capiscono e si accorgono di tutto e hanno il diritto di sapere cosa sta succedendo.

    Inventarsi qualcosa di non vero, nella maggior parte dei casi, andrà soltanto a complicare la situazione.

    I bambini capiscono quando stiamo mentendo, se ne accorgono, e non raccontargli la verità creerà in loro confusione e disorientamento.

    In questo modo il bambino andrà ad amplificare il problema, senza capire realmente la situazione.

    La reazione dei bambini, naturalmente, dipende soprattutto dalla loro età.

    I bambini molto piccoli faranno più fatica a capire e a comprendere la situazione.

    E’ importante spiegare loro la situazione con parole semplici, chiare, e un tono di voce calmo e tranquillo, senza preoccuparlo.

    Come dovete comportarvi da genitori

    Come anticipato, dovete spiegare con parole semplici che il nonno è affetto da una malattia che colpisce la memoria, e che è per questo motivo che spesso si dimentica le cose, sicuramente il bambino lo avrà già notato 😉

    Attraverso questa vostra sincerità, il bambino comincerà a capire e a darsi finalmente una spiegazione per i diversi comportamenti del nonno o della nonna rispetto al passato.

    Per un sostegno pedagogico alla famiglia

    La malattia di Alzheimer coinvolge, al tempo stesso, il malato ma anche, e soprattutto, la sua famiglia.

    Non è una situazione semplice, alla quale prepararsi è quasi impossibile, il cambiamento nella famiglia sarà molto grande e potrà avere molte ripercussioni sui rapporti personali.

    Molto utile innanzi tutto potrebbe essere documentarsi ed informarsi rispetto alla malattia. 

    Sono molti i centri che si occupano di tali dinamiche e che possono offrire un sostegno anche alla famiglia che si prende cura del malato di Alzheimer.

    Centri che svolgono interventi educativi per accompagnare la famiglia nell’accettazione e nell’elaborazione di tale situazione per imparare a conoscere e a gestire la malattia.

    In questo, di grande aiuto potrebbe essere il sostegno pedagogico, con la modalità della consulenza pedagogica, per gestire questa delicatissima situazione.

  • Disabilità e scuola: l’esperienza di un educatore di sostegno

    disabilità e scuola

    Disabilità e scuola sono due parole delle quali oggi sentiamo parlare molto.

    Tutti noi, infatti, abbiamo sentito parlare della figura dell’educatore di sostegno e della sua importanza nell’inclusione di bambini con disabilità.

    Tuttavia, non tutti conoscono il significato delle sigle Pdf, Profilo Dinamico Funzionale, o Pei, il cosiddetto Piano Educativo Individualizzato.

    Vediamo insieme il loro significato e l’iter da seguire per l’inserimento a scuola di vostro figlio.

    Disabilità e scuola: l’iter da seguire

    Intanto, precisiamo che il diritto all’istruzione e all’educazione delle persone con disabilità, sancito dalla Costituzione, è regolato dalla legge Quadro dell’Handicap: la legge 104 del 1992.

    Il testo garantisce l’inserimento dei bambini disabili da 0 a 3 anni nell’asilo nido e il diritto all’istruzione per tutto il percorso scolastico e universitario.

    L’integrazione scolastica, infatti, ha come obiettivo lo sviluppo delle potenzialità della persona disabile, per quanto riguarda l’apprendimento, la comunicazione, le relazioni e la socializzazione.

    Prima di procedere con l’iscrizione a scuola, i genitori del bambino disabile devono recarsi presso la propria Asl di appartenenza e richiedere due documenti:

    • L’attestazione di “alunno in situazione di handicap”, redatta da uno specialista;
    • La diagnosi funzionale, ovvero il documento che contiene una diagnosi clinico-medica e una valutazione psicologica e sociale per individuare le potenzialità del soggetto.

    Alla diagnosi funzionale fa seguito, nei primi mesi del nuovo ciclo di studi, un profilo dinamico-funzionale (Pdf) che indica le caratteristiche fisiche, psichiche, sociali e affettive dell’alunno.

    Il profilo, dunque, pone in rilievo:

    • Le difficoltà di apprendimento conseguenti alla situazione di disabilità e le possibilità di recupero;
    • Le capacità possedute che devono essere sostenute e sollecitate e progressivamente rafforzate e sviluppate nel rispetto delle scelte culturali della persona disabile.

    Sulla base di ciò si procede alla stesura del Piano Educativo Individualizzato (Pei), redatto congiuntamente dagli operatori sanitari, dal personale insegnante curricolare e di sostegno della scuola.

    Il ruolo dell’educatore di sostegno

    Quando si parla di disabilità e scuola, il ruolo dell’educatore di sostegno è molto importante.

    L’educatore lavora per recuperare e reinserire socialmente persone in difficoltà e in situazioni di disagio, che vivono per questo ai margini della società.

    L’obiettivo finale, dunque, è il recupero delle potenzialità dell’allievo e il raggiungimento di livelli sempre più avanzati di autonomia, collaborando con la famiglia e il contesto sociale.

    Le funzioni dell’educatore sono:

    • Collaborazione alla stesura e aggiornamento del Piano Educativo Individualizzato e partecipazione a tutti i momenti di lavoro di équipe della scuola;
    • Programmazione, realizzazione e verifica di interventi quanto più integrati con quelli educativi e didattici dei docenti;
    • Supporto dell’alunno nelle sue difficoltà e promozione della sua autonomia, proponendo strategie per perseguire le finalità formative e di sviluppo complessivo della persona;
    • Spinta verso la socializzazione con gli altri alunni, mettendo in atto la cultura dell’inclusione;
    • Collaborazione con le famiglie e promozione di relazioni efficaci con esse.

    Un ruolo quindi coordinato, di completamento rispetto a quello di docenti e di altri operatori scolastici, che richiede competenze specifiche e titoli adeguati.

    Disabilità e scuola: l’esperienza di un educatore di sostegno

    Oggi vogliamo proporvi il racconto di un’esperienza diretta, per farvi capire realmente l’importante ruolo dell’educatore di sostegno quando parliamo di disabilità e scuola,

    Milena Gollini, Educatrice di Sostegno a Cento (Fe), ci spiega il suo lavoro educativo con un bambino di nome Mattia che ha accompagnato e sostenuto nel suo percorso di crescita.

    Mattia è un ragazzo affetto da autismo e da un grave ritardo mentale.
    Il suo ingresso alla scuola primaria non è stato facile: la sua condizione non gli permetteva di avere un’autonomia sociale e personale consona all’ambiente scolastico che frequentava.
    Le insegnanti, che tendono ad avere un approccio prettamente didattico anche nei confronti della disabilità, richiedevano la sua presenza in classe.
    Il bisogno principale di Mattia, però, era quello di trovare un ambiente sereno e sicuro, che gli permettesse di affrontare la giornata nella piena tranquillità.
    Diversamente avrebbe potuto irrompere in comportamenti-problema di difficile gestione.
    Ciò gli avrebbe permesso anche di acquisire un’autonomia, rapportata alle sue possibilità, sufficientemente accettabile dal contesto che si trovava a frequentare ogni giorno.
    La famiglia, inizialmente, non ha facilitato questo compito.
    A causa della non accettazione della condizione del proprio figlio, dell’approccio assistenziale che continuavano ad avere  e dello scarso interesse nell’impegnarsi a creare in lui determinate capacità.
    Mattia veniva imboccato, utilizzava il pannolino e veniva vestito e spogliato, non esprimeva bisogni o preferenze, non accettava nessun tipo di negazione o di richiesta da parte dell’adulto.
    Il suo tempo lo passava guardando esclusivamente cartoni animati (sempre gli stessi) e ascoltando musica, senza accettare che venisse interrotta.
    I coetanei per lui erano oggetti da guardare dall’angolo più lontano del giardino, gli adulti erano nemici da affrontare con la forza.

    Le basi per il cambiamento

    L’unica cosa da fare era osservarlo attentamente in ogni istante della sua quotidianità scolastica, leggere la sua comunicazione non verbale e non conscia, per poter cogliere messaggi non espliciti, ma rilevanti.
    In questo senso, ho esercitato quotidianamente un ruolo di mediazione.
    Mediazione tra il suo fastidio per il rumore in classe e le richieste della scuola, tra le risorse a mia disposizione e i suoi bisogni, tra la sua scarsa collaborazione e gli obiettivi che mi ero imposta.
    Ho dovuto trovare strategie sempre nuove per permettergli di crescere nella sua diversità, stimolandolo e attivandolo costantemente, nonostante le sue capacità e i suoi tempi di attenzione.
    Ho cercato di creare un ambiente accogliente e sicuro, di entrare nel suo mondo senza pretendere che lui entrasse nel nostro, nelle regole imposte dalla società e nelle necessità dettate dalla scuola.

    Gli obiettivi raggiunti

    In 8 anni, tanta testardaggine e una pazienza infinita, sono riuscita ad abbattere i muri familiari, entrare in contatto con la mamma e ottenere una collaborazione efficace e una totale fiducia.
    Mattia ha imparato gradualmente a mangiare da solo.
    Inizialmente non riusciva nemmeno a trovare la sua bocca o tenere in mano la forchetta, ora non versa nemmeno una goccia di brodo dal cucchiaio.
    Mattia ora va autonomamente in bagno ed esegue tutti i procedimenti da solo, compresa l’igiene di mani e viso.
    Ha imparato ad accettare la presenza di coetanei o adulti, prima all’interno dei suoi spazi e a piccole dosi, e ora corre con loro in giardino e li prende per mano di sua iniziativa.
    Inoltre, ti abbraccia se ha paura, o si porta le mani alle orecchie se qualcosa lo infastidisce, senza creare più panico.
    Non si butta a terra, non sbatte le mani forte sulle gambe, non ti graffia il collo e non ti strappa i capelli.
    Mattia ama ancora la musica, ma se la spegni sa che arriverà una richiesta da parte tua e si alza, pronto ad esaudirla.

    Ecco, questo per farvi capire l’importante ruolo che esercita l’educatore di sostegno sulla crescita e lo sviluppo di un bambino con disabilità.

    Grazie, Milena per aver condiviso con noi la tua esperienza 😉

    E grazie a tutti gli Educatori di Sostegno che ricoprono questo ruolo di grande responsabilità.

  • La diversità spiegata ai bambini: alcuni spunti e consigli

    la diversità spiegata ai bambini

    Nei precedenti articoli abbiamo parlato della diversità e dell’importanza di educare i bambini a scuola, e a casa, al rispetto delle differenze.

    Abbiamo visto l’importanza di spiegare ai bambini la diversità, in modo semplice e sincero.

    Non siamo tutti uguali: ognuno di noi ha le proprie caratteristiche che lo rendono unico.

    E per fortuna che non siamo tutti uguali 😉

    Le diversità ci sono, esistono, ognuno di noi ha il proprio specifico modo di vivere e stare “nel” mondo e “con” il mondo. “. Questo specifico modo che rende ciascuno di noi unico e irripetibile!

    Viviamo in un mondo pieno di diversità: insegniamo ai bambini a rispettarle e a condividerle.

    La diversità spiegata ai bambini

    I bambini notano le differenze. 

    I bambini sono attenti osservatori e percepiscono odori diversi, colori diversi, forme diverse.

    A differenza di noi adulti, però, i bambini, notano le diversità ma non giudicano.

    Fanno domande, certamente, ma perché sono curiosi, e vogliono sapere: perché io sono bianco e lui è marrone? Perché io cammino e lui usa la carrozzina? Perché a casa mia non vive un papà e a casa sua sì?

    Come parlare di diversità

    Teniamo sempre presente che dalle differenze possono nascere nuove opportunità di crescita e di sviluppo.

    E’ importante, per questo, parlare delle diversità, non nasconderle o accettarle incondizionatamente.

    Se i bambini vi pongono domande del tipo “perché lui è diverso da me?” rispondetegli sinceramente, con onestà e tranquillità, in modo semplice e rispettoso.

    Rispondete loro dicendo che tutti noi siamo unici: abbiamo tutti un diverso aspetto, dei gusti diversi, dei diversi modi di fare, dei diversi interessi.

    Trovare due persone uguali uguali è davvero impossibile!

    Vedrete, la comprensione dei bambini vi stupirà 😉

    Fingere che le diversità non esistono è controproducente per la crescita dei bambini.

    Diverso come uguale

    In questo libro “Diverso come uguale” di Luana Vergari e Massimo Semerano, troviamo una interessante storia sulla diversità che possiamo raccontare o leggere con i bambini.

    Aiutarsi con i libri o le narrazioni è sempre utile quando si vuole iniziare una conversazione su una tematica.

    Leone ha 6 anni, fa la prima elementare, gli piacciono le barzellette e guarda il mondo con occhi curiosi.

    Ovunque trova bambini con cui fare amicizia: bambini che gli somigliano moltissimo, ma che sono anche un po’ diversi da lui.

    In questo libro, la diversità diventa un dettaglio, una peculiarità di ognuno dei personaggi di questo libro. Una peculiarità come le altre.

    E’ proprio così che va affrontato con i bambini il tema della diversità.

    Bibliografia 

    Reggio P., Santerini M, (a cura di), (2013), Le competenze interculturali nel lavoro educativo, Carocci Editore

    Giusti M, (2004), Pedagogia interculturale, Editori Laterza

    Cambi F, (2012), Incontro e dialogo, Prospettive della pedagogia interculturale, Carocci Faber

  • Lo spazio dell’incontro e la diversità come risorsa e occasione di crescita

    diversità come risorsa

    La diversità, per essere pensata come risorsa e come occasione di crescita, presuppone l’introduzione e la comprensione del concetto di intercultura. 

    Tale termine fa riferimento al modello di convivenza e conoscenza delle società attuali tipicamente multiculturali.

    Un modello, cioè, che vede il medesimo spazio abitato da etnie, religioni e culture differenti, con identità proprie, che collaborano e convivono.

    In questo senso, il traguardo non è la semplice accoglienza, bensì la creazione di una cultura condivisa che nasce dal confronto reciproco, dal dialogo e dall’incontro.

    Stereotipi e pregiudizi

    Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza in quanto, spesso, questi due termini vengono fraintesi.

    Lo stereotipo è un modello fisso di conoscenza e di rappresentazione della realtà.

    Infatti, l’uomo ha una tendenza a classificare, a dare un orientamento, a volere controllare l’ambiente circostante e a volere mantenere quest’ordine il più costante e protetto possibile.

    Una concezione orientata in questo senso è proprio all’origine del concetto di stereotipo, concetto che ci aiuta a semplificare le differenze che incontriamo, per renderle più accettabili e affinché non siano causa di paura o preoccupazione.

    Questa tendenza di “categorizzazione” viene estesa inevitabilmente anche ai popoli, ai gruppi umani e alle persone.

    Possiamo dire che:

    Lo stereotipo è l’anticamera del pregiudizio.

    Il pregiudizio, infatti, è una valutazione che precede l’esperienza, un giudizio formulato a priori, prima di disporre dei dati necessari per conoscere e comprendere la realtà.

    Questa caratteristica del pregiudizio fa sì che esso sia potenzialmente sbagliato, poiché l’informazione risulta insufficiente.

    Un concetto e un giudizio errato sono sempre possibili, ma essi si trasformano in pregiudizio quando rimangono irreversibili nonostante nuovi dati conoscitivi.

    Dunque, lo stereotipo è prevalentemente cognitivo, ovvero ci dice quale concezione le persone hanno di un determinato gruppo, mentre il pregiudizio è un vero e proprio atteggiamento.

    L’unico modo per andare oltre gli stereotipi e i pregiudizi è quello di conoscere e incontrare l’altro: incontrarlo, ascoltarlo, capirlo e accettarlo.

    Contro i pregiudizi

    Ogni cultura è fatta di pregiudizi e agisce attraverso i pregiudizi.

    Essi possono essere molteplici, ma comunque capaci di vincolare il ragionamento e di orientare le scelte d’azione.

    I pregiudizi socio-culturali, connessi all’ideologia, sono custoditi dai gruppi e sono assunti inconsapevolmente dalle persone.

    Agiscono, quasi sempre in modo inconscio, nel linguaggio, nei comportamenti, nelle reazioni, fino alle credenze e ai principi.

    Il pregiudizio è mobile e sottile, si infiltra in ogni dove, ed è proprio lì che va trovato e smascherato.

    La diversità come risorsa

    Tra i tanti compiti educativi quello che forse risulta più difficile è insegnare ad accettare e rispettare l’altro indipendentemente dal colore della pelle, dalla religione, dalle diversità sociali e culturali.

    Spesso la diversità è vista come un problema, un ostacolo, e non come risorsa per il confronto, lo scambio di idee e la crescita personale.

    Accettare la diversità non significa soltanto accettare chi è diverso da noi, ma anche di “vederlo” come un’opportunità di crescita e non come una minaccia.

    Vederlo come un portatore di idee, esperienze e valori che non conosciamo, che in realtà possano arricchirci e aiutarci a comprendere meglio il mondo che ci circonda.

    È proprio attraverso la diversità, infatti, che si arriva alla conoscenza.

    C’è una metafora che spiega tutto molto bene:

    “ciascuno di noi contribuisce con la sua tessera al grande mosaico del sapere umano”.

    Anche senza una sola tessera il mosaico sarebbe incompleto.

    Le tessere del mosaico possono avere varie forme, colori e dimensioni.

    Proprio per questo il mosaico alla fine è così bello 😉

    Il valore della diversità

    Il suo valore sta proprio nell’accettazione dell’altro, nell’amicizia autentica, nello scambio e nel rispetto reciproco, dove ognuno è portatore di conoscenze e comportamenti propri.

    Ognuno è portatore di un proprio bagaglio di risorse e conoscenze, ognuno è un talento, una capacità, un valore da rispettare, da scoprire proprio nell’incontro con le diversità.

    La scoperta del valore educativo della diversità sa attivare atteggiamenti di ascolto-conoscenza di sé e modulare relazioni positive con gli altri, nelle quali ci si confronta, ci si libera da ogni forma di pregiudizio, facendo vivere due dimensioni: il rispetto e la condivisione.

    Dunque, la diversità è ricchezza.

    Lo spazio dell’incontro

    L’intercultura ha il compito di sfidare i pregiudizi, i canoni cognitivi, e ci conduce oltre le identità, pur non negandole, e verso un nuovo orizzonte costruito sull’incontro e sul dialogo.

    Ci conduce verso un orizzonte nuovo, di vita, di relazione, di scambio in cui la regola è porsi con gli altri, accordarsi insieme e far maturare spazi comuni, rispettosi delle differenze.

    Tale orizzonte, però, la maggior parte delle volte, rimane fermo al pluralismo e non si innalza a risorsa, a occasione di crescita.

    Per pensare la diversità come risorsa e occasione di crescita, è necessario sviluppare quattro percorsi ideali:

    • La teorizzazione dell’incontro come spazio fisico e mentale, che si apre al riconoscimento reciproco delle differenze;
    • L’individuazione del dialogo come linea guida, che sia aperto, critico e autocritico;
    • Il riconoscimento della dimensione mondiale e planetaria dell’uomo che vive in una società multiculturale, e la sua relativa formazione;
    • L’importanza della scuola per fare intercultura, sia nelle relazioni sia negli apprendimenti.

    In questo senso, l’educazione e la formazione risultano essere l’unico mezzo per oltrepassare l’appartenenza, i pregiudizi, le chiusure, ed entrare, invece, nello spazio del pluralismo, di incontro e di dialogo.

    Educare alla diversità a scuola

    La scuola è il luogo privilegiato in cui ci avviamo alla costruzione del nostro futuro e alla scoperta del mondo che ci aspetta, oltre i confini dei nostri amici e della nostra famiglia.

    E’ il luogo nel quale entriamo in relazione con l’altro e facciamo le prime esperienze di socializzazione.

    Entrare in relazione con l’altro vuol dire entrare in contatto con un’altra identità, cioè con qualcuno che è diverso da sé.

    Il contesto scolastico rappresenta, infatti, il luogo in cui bambini e ragazzi iniziano a strutturare la propria personalità, i propri valori.

    Uno dei compiti della scuola dovrebbe essere quello di educare alla differenza, all’altro, per creare i presupposti di una cultura dell’accoglienza e aiutare a percepire la differenza non come un limite alla relazione, ma come un valore e una ricchezza.

    Ma, quali strategie e tecniche utilizzare per educare alla diversità come risorsa?

    Seguiteci: tanti consigli e spunti pratici saranno presentati nei prossimi articoli 😉

    Bibliografia 

    Reggio P., Santerini M, (a cura di), (2013), Le competenze interculturali nel lavoro educativo, Carocci Editore

    Giusti M, (2004), Pedagogia interculturale, Editori Laterza

    Cambi F, (2012), Incontro e dialogo, Prospettive della pedagogia interculturale, Carocci Faber

  • Diversità e integrazione. Le basi per un’educazione interculturale

    diversità e integrazione

    Negli ultimi decenni, la società in cui viviamo ha assistito a grandi trasformazioni e cambiamenti in senso multiculturale.

    La causa è da attribuire ai processi migratori, agli scambi tra culture diverse e alla globalizzazione.

    Tali fenomeni hanno, infatti, posto alla società attuale nuove problematiche e nuove emergenze educative e sociali.

    Concetti come diversità e integrazione, accoglienza e spazio dell’incontro, dialogo costruttivo sono divenuti fondamentali per fronteggiare tali emergenze.

    L’educazione interculturale riguarda proprio questo: teorie e strategie per incontrare, accogliere e rapportarsi con le diversità, etniche e culturali.

    Vediamo insieme, in questo articolo, quali sono le basi della pedagogia interculturale, da conoscere e da promuovere sia a scuola che in famiglia.

    Multicultura e intercultura

    Ogni cultura non ha confini netti e separati, non coincide necessariamente con un determinato territorio, ma si presenta come un insieme complesso caratterizzato da incroci e scambi.

    Da sempre infatti le culture si sono intrecciate le une alle altre e sono state sottoposte a varie influenze, dovute a scambi, commerci, guerre, migrazioni.

    A maggior ragione, oggi, con l’aumento dei flussi migratori e della globalizzazione non si può pensare ad un territorio costituito da un’unica cultura chiusa in se stessa.

    Gli scambi e i contatti con differenti culture sono inevitabili.

    Tuttavia, non è più sufficiente un approccio multiculturale, che mette in atto soltanto una netta separazione fra le diverse culture, senza riconoscerle e valorizzarle.

    È proprio in questa situazione che risulta fondamentale promuovere un approccio pedagogico interculturale.

    Una pedagogia, cioè, attenta alle diversità fra le culture, volta all’interazione reciproca e all’integrazione.

    In questo senso, occorre affrontare il rapporto con le altre culture e con la differenza su due registri distinti:

    • L’accoglienza all’altro come incontro/scontro democratico e non violento;
    • La convivenza con le differenze per contribuire allo sviluppo dei processi di globalizzazione, interdipendenza e comunicazione interpersonale.

    Da una società multiculturale a una società interculturale

    Passare da una società multiculturale a una interculturale non è però automatico, per il semplice motivo che la cultura multiculturale risulta ormai da tempo consolidata.

    Ad impedire la costruzione di una società disponibile al confronto e allo scambio culturale, vi sono  atteggiamenti contradditori e resistenze messe in atto dalla popolazione autoctona.

    Infatti, il passaggio da una società multiculturale, caratterizzata dalla presenza di culture tra loro separate, ad una società interculturale, caratterizzata invece da interazione e integrazione delle differenze fra le varie culture, richiede un preciso progetto pedagogico.

    Un progetto cioè finalizzato alla costruzione e allo sviluppo di un pensiero:

    • Aperto e flessibile;
    • Problematico;
    • Antidogmatico;
    • Decentrato dai propri riferimenti mentali e morali.

    Tale pensiero sarà in grado di riconoscere e comprendere le differenze e le analogie con le altre culture.

    Oggi l’intercultura rappresenta il più alto grado di civilizzazione e va perseguita, nella società e nelle scuole, secondo l’approccio che assume la “diversità come normalità”, capace di introdurre l’educazione interculturale come progetto trasversale e interdisciplinare, a scuola e in famiglia.

    L’intercultura

    Il termine interculturale indica:

    una situazione di interazione e di integrazione fra le diverse culture, caratterizzata da pluralismo culturale, incontro e confronto democratico.

    Non indica, dunque, soltanto una compresenza su uno stesso territorio, di popoli diversi per etnia, lingua e cultura.

    Non è una realtà statica del fenomeno migratorio, che vede l’esistenza di una pluralità di popolazioni su uno stesso territorio, senza comportare necessariamente confronto, apertura, scambio, reciprocità e incontro.

    L’intercultura presuppone l’idea e l’impegno a ricercare forme, strumenti ed occasioni per sviluppare un confronto e un dialogo costruttivo e creativo.

    E’ infatti un concetto dinamico, che vede la volontà di riconoscere e accogliere le differenze e le diversità senza annullarle, bensì valorizzandole.

    Confronto, dialogo e ascolto

    Pluralismo e differenza possono costituire la base su cui è possibile costruire l’incontro e il confronto con l’altro che, se autentici, scaturiscono nel dialogo, che è insieme capacità di ascolto e di interazione.

    Il dialogo presuppone l’ascolto, vale a dire la capacità di intendere i problemi dell’altro attraverso le “sue” parole e i “suoi” bisogni.

    L’ascolto richiede la capacità di empatia, ossia la capacità di indossare i panni degli altri per vivere l’esperienza dall’altro punto di vista.

    In questo senso, si parla di ascolto attivo, capace, cioè, di porre attenzione alla comunicazione dell’altro senza formulare giudizi.

    È un atto intenzionale che impegna la nostra attenzione a cogliere quanto l’altro ci riferisce sia in modo esplicito che implicito, sia a livello verbale che non verbale.

    Il pensiero interculturale

    L’intercultura è un vero e proprio un modo di essere del pensiero che si conquista a livello di conoscenza, comprensione ed interpretazione dell’alterità.

    Essa infatti implica, e comporta, la pratica di un pensiero plurale e di una relazione ricca e creativa.

    Un pensiero complesso: disponibile a conoscere e a confrontarsi con una pluralità di approcci e punti di vista, non dando niente per scontato e rimettendo in discussione quanto già acquisito.

    Richiede necessariamente apertura e flessibilità.

    Così attrezzato il pensiero costituisce uno strumento efficace per esplorare i livelli di interazione e di integrazione tra le varie lingue e culture.

    Il pensiero interculturale è, dunque, fondamentale per reggere la sfida della complessità e del cambiamento, utilizzando le categorie del confronto e della cooperazione piuttosto che quelle del conflitto e della chiusura.

    La pedagogia interculturale

    Si pone come obiettivo la riflessione sulla diversità culturale e, più in generale, sul tema dell’alterità.

    Si preoccupa di facilitare la conoscenza reciproca e la disponibilità allo scambio e all’incontro, secondo un’ottica di cambiamento.

    Essa lavora, infatti, non solo per l’integrazione, ma anche per l’interazione, riconoscendo così il ruolo ineliminabile delle differenze, per fare in modo che culture diverse convivano senza ignorarsi.

    La pedagogia interculturale educa alla flessibilità cognitiva, aiutando la decostruzione di schemi mentali rigidi, al riconoscimento e all’interazione positiva con la diversità, ed infine alla capacità di convivere con l’incertezza.

    Ha come meta la formazione di persone con le seguenti competenze:

    • Mentali, quali capacità di problem solving, consapevolezza della relatività, contestualità e storicità delle culture;
    • Relazionali, ovvero capacità di confronto e dialogo con l’alterità, interesse per le diversità, capacità di empatia e di messa in discussione;
    • Valoriali, ossia solidarietà, coesistenza pacifica e responsabilità.

    Per questi motivi, l’educazione interculturale deve essere promossa a scuola e in famiglia, per educare le giovani generazioni ad accogliere e riconoscere le diversità.

    Nei prossimi articoli affronteremo sempre il tema della diversità, proponendo strategie e tecniche pratiche per educare alla diversità e viverla come ricchezza e risorsa.

    Bibliografia

    Reggio P., Santerini M, (a cura di), (2013), Le competenze interculturali nel lavoro educativo, Carocci Editore

    Giusti M, (2004), Pedagogia interculturale, Editori Laterza

    Cambi F, (2012), Incontro e dialogo, Prospettive della pedagogia interculturale, Carocci Faber

×