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violenza e maltrattamenti

  • Maltrattamenti sui bambini. L’incuria e il caso di Tommaso

    maltrattamenti sui bambini

    Abbiamo già trattato in precedenza alcune forme di maltrattamenti sui bambini: la violenza assistita e psicologica, le forme di educazione autoritaria, quella iperprotettiva e l’ipercuria.

    In questo articolo parlerò di un’altra forma di maltrattamenti sui bambini, riferita alla mancanza di cura e premura da parte dei genitori.

    Affronteremo il concetto di malattia e disabilità in famiglia e come queste possono influenzare le capacità genitoriali.

    Negligenza e trascuratezza

    La trascuratezza si classifica come una forma di disattenzione e discuria nei confronti dei minori, rientrando dunque in una delle forme di incapacità genitoriale.

    Il nostro codice civile, all’articolo 147, chiarisce quali sono i doveri dei genitori nei confronti dei figli.

    Educazione, istruzione, mantenimento sono solo alcuni degli obblighi genitoriali.

    Cura, protezione, accudimento, vicinanza, sostegno, sono le parole chiave riferite ai doveri emotivi e di assistenza morale, non meno importanti.

    Quando tali comportamenti sono gravemente assenti, si verifica una carenza di responsabilità genitoriale.

    Negligenza e trascuratezza sono forme (dis)educative che possono comportare gravi conseguenze sullo sviluppo futuro del bambino.

    Perché si è negligenti

    Gli studi sulla prevenzione dei comportamenti devianti e negligenti dimostrano che ci sono alcune condizioni per le quali le condotte di trascuratezza possono verificarsi con maggiore probabilità.

    Nello specifico, è possibile analizzare il nucleo famigliare ed individuare alcuni fattori di rischio che sono alla base della messa in atto di maltrattamenti sui bambini.

    Fattori di rischio primari

    I fattori di rischio più influenti nel condizionare le condotte genitoriali sono:

    • Condizioni economiche precarie;
    • Posizione lavorativa incerta;
    • Condizioni abitative non agiate;
    • Difficoltà socio-relazionali dei genitori;
    • Famiglie disgregate e conflittuali;
    • Sfiducia verso le istituzioni;
    • Trascorsi e vissuti di violenza.

    Dietro le forme di negligenza educativa vi sono dunque fattori estremamente legati alla situazione della coppia genitoriale.

    Non solo.

    Anche la giovane età dei genitori ed un basso livello di istruzione influenzano i fattori di rischio.

    Fattori secondari

    È possibile individuare alcuni fattori secondari riferiti a situazioni di debolezza e fragilità del singolo genitore o della coppia, che sono causa della vulnerabilità educativa.

    Possiamo individuare:

    • Dipendenze da gioco, sostanze, alcol;
    • Conflitti di genere nella coppia;
    • Scarsi livelli di empatia;
    • Condizione psicologica dei genitori;
    • Eventuale situazione di malattia o disabilità del minore.

    Questo aspetto della malattia verrà trattato a breve in modo approfondito.

    La patologia delle cure

    La patologia delle cure rientra nelle forme di maltrattamenti sui bambini ed è intesa come una prassi educativa e di genitorialità errata.

    Nello specifico, rientrano in questa definizione l’ipercuria, tipica del modello educativo di iperprotezione, e l’incuria.

    Mentre l’ipercuria è già stata trattata in precedenza, vediamo ora, insieme, che cosa intendiamo con il termine incuria.

    Le forme dell’incuria

    Quando si parla di incuria si intende la mancanza di cure, di premure e di attenzioni da parte dei genitori verso i figli.

    Rientrando nelle forme di trascuratezza e negligenza, l’incuria può essere:

    • Fisica: i minori presentano carenze alimentari, insufficienza di materiale scolastico, vestiti sporchi, larghi e non adatti, problemi sanitari;
    • Emotiva: il genitore mantiene un atteggiamento di indisponibilità, disattenzione, apatia, mancato ascolto e comunicazione con il figlio;
    • Educativa: i figli non sono sostenuti, seguiti, affiancati, presentano carenze scolastiche legate a compiti non fatti, cambio frequente delle scuole frequentate;
    • Medico-sanitaria: il rifiuto di sottoporre il figlio a cure mediche, terapie, esami, controlli e visite, da parte del genitore.

    Ecco che, l’incuria medico-sanitaria può essere correlata ad uno dei fattori di rischio che abbiamo visto poco sopra.

    La presenza di una malattia o disabilità nel bambino può essere un elemento di rischio verso una futura incuria medico-sanitaria.

    Ma perché la malattia del minore diventa concausa verso forme educative negligenti?

    La malattia e la disabilità in famiglia

    La malattia muta inevitabilmente le dinamiche famigliari e le aspettative su un futuro perfetto e ideale.

    L’annuncio di una malattia, che sia alla nascita o diagnosticata durante l’infanzia, provoca una modificazione permanente degli assetti famigliari.

    Spesso e volentieri, un nucleo unito, alla notizia della malattia, presenta un rischio elevato di disgregazione.

    Restare tutti vicini, sostenersi, comprendere la situazione e le esigenze mutate della famiglia, non è sempre facile.

    Accettare la condizione di malattia presuppone senso di responsabilità, altruismo, una forte empatia e coraggio.

    La disabilità di un figlio condiziona l’essere genitore.

    Il bambino diventa necessariamente dipendente dalle figure di accudimento, la cura e la protezione nei suoi confronti richiedono più energie ed una sviluppata maturità e capacità genitoriale.

    Le reazioni al trauma della malattia

    Diverse sono le reazioni dell’adulto all’annuncio di malattia o disabilità del figlio. Possono essere:

    • Accettazione e comprensione;
    • Negazione di ciò che sta accadendo e incredulità;
    • Ipercuria e iperprotezione;
    • Distanziamento e incuria.

    Un genitore che non dispone di risorse per affrontare la situazione, materiali, socio-assistenziali e di sostegno psicologico, è più esposto al rischio di mettere in essere condotte di incuria.

    Ma quindi, perché correlare la malattia del minore a forme di maltrattamenti sui bambini?

    Malattia e incuria medico-sanitaria

    Come abbiamo detto, una disabilità può essere fattore di rischio per una educazione genitoriale negligente, che rientra nella forma dell’incuria.

    Questo è vero nei nuclei famigliari a più alto rischio di condotte negligenti, secondo le definizioni sopra riportate.

    È con queste famiglie più sole, precarie, spesso disgregate e disagiate che è necessario lavorare per prevenire danni futuri al minore.

    Conoscere la situazione e migliorarla, attraverso un piano progettuale di recupero, sostegno ed aiuto è molto importante.

    Emozioni di rabbia, senso di colpa, frustrazione e sconforto, impotenza e incredulità possono colpire il genitore, abbassando di fatto la propria capacità educativa.

    Il caso di Tommaso

    Tommaso è un ragazzo di 15 anni che vive con la madre in una piccola cittadina di provincia.

    Da quando i suoi genitori si sono separati, vive la sua quotidianità il più possibile fuori casa.

    Tommaso frequenta un’associazione carnevalesca in cui si preparano carri allegorici tutto l’anno.

    Frequenta un gruppo di ragazzi coetanei ed adulti, lavora con la cartapesta e tutti i giorni si presenta ai capannoni, per portare avanti il lavoro.

    A scuola gli è stato assegnato un educatore di sostegno, sua madre dice che non è poi così necessario perché, in fondo, sa badare a sé stesso.

    Tommaso è malato di diabete di tipo II, una patologia piuttosto grave ed invalidante, che necessita di cure ed attenzioni.

    La mamma, per merenda, spesso gli prepara merendine al cioccolato o pastine zuccherate, perché gli piacciono molto.

    Quando, nel pomeriggio, si ferma a lavorare ai carri, Tommaso ama bere coca cola e mangiare tante patatine, dimenticando a casa i dispositivi medici.

    Tommaso spesso si sente solo, qualcuno lo prende in giro per la sua forma fisica e perché non si cambia mai i vestiti, che spesso sono sporchi.

    Gli insegnanti, chiedendo sostegno ai Servizi territoriali, vogliono che chi di competenza si esprima sulla capacità e responsabilità dei genitori di Tommaso.

    Per non affidare Tommaso ad una Comunità, che peggiorerebbe la sua situazione già precaria, viene proposto un affidamento presso la nonna materna.

    Il Tribunale dispone per il minore l’intervento di uno psicologo per due volte a settimana, per aiutare Tommaso a comprendere e gestire la propria situazione di salute.

    La storia di Tommaso è la storia di tanti ragazzi che per motivi di malattia o disabilità hanno bisogno di essere assistiti da adulti capaci e responsabili.

    Per incoraggiare e sostenere la genitorialità, si consiglia l’intervento di un pedagogista esperto, inserito in un team multidisciplinare.

    Per qualsiasi informazione sul tema del maltrattamenti sui bambini, non esitare a contattarci! 😉

    Quali tutele

    L’articolo 403 c.c. sancisce una conseguenza dei maltrattamenti sui bambini, ad opera di chi deve averne cura.

    L’articolo è stato pensato per proteggere il minore abbandonato o allevato in luoghi pericolosi, sporchi, per motivi di negligenza o ignoranza.

    La prassi prevede l’intervento dei Servizi che, compresa la situazione, effettuano una segnalazione all’autorità pubblica.

    Le autorità, in seguito, intervengono al fine di collocare il minore presso un luogo sicuro, finché si possa provvedere in modo definitivo alla sua protezione.

    Non solo stare bene è un diritto del bambino ma è altresì un dovere di tutti noi operatori, quello di fare emergere situazioni di incuria e porvi rimedio.

  • Violenza di gruppo nei ragazzi e bullismo. Il caso di Lorenzo

    violenza di gruppo e bullismo

    In questo articolo proverò a raccontarvi come si realizza la violenza di gruppo, come e per quali motivi può nascere.

    In un precedente intervento, abbiamo parlato di bullismo: quali sono le condotte in cui si concretizza e come difendersi da esso.

    La violenza di gruppo, infatti, si attua principalmente attraverso i fenomeni di bullismo e mobbing, ovvero la condotta vessatoria attuata sul posto di lavoro.

    Come detto, i due fenomeni si accomunano per le seguenti caratteristiche:

    • La ripetitività nel tempo;
    • La costanza delle condotte vessatorie;
    • Le importanti conseguenze sulla vittima;
    • L’asimmetria nel rapporto tra i soggetti coinvolti;
    • La predominanza di una parte sull’altra.

    Ma vediamo insieme, più nello specifico, come si generano le condotte violente nei gruppi.

    La genesi della violenza di gruppo

    Diversi studi e ricerche di criminologia si sono concentrati ad indagare la genesi dei comportamenti violenti nei gruppi.

    Tutto parte sempre da un soggetto predominante sugli altri, che guida il gruppo.

    Il soggetto aggressivo

    Ancora una volta, tra le principali cause della nascita della violenza di gruppo, è l’educazione a farla da padrona.

    Si, perché il modo in cui veniamo educati è una delle prime variabili che condizionano il nostro carattere ed i nostri comportamenti.

    Le statistiche dimostrano che un soggetto aggressivo presenta sempre trascorsi particolari legati all’educazione impartita.

    Nello specifico:

    • Una educazione autoritaria. Questo modello insegna al figlio a sopraffare gli altri, comandarli, sfruttarli per proprio tornaconto personale: per sopravvivere è necessario sopraffare gli altri.
    • Un modello educativo di trascuratezza: vissuti emotivi di assenza ed apatia rendono il ragazzo vulnerabile, il quale avrà bisogno di un sostegno esterno alla famiglia.

    Il ragazzo, così, cercherà nel gruppo di pari un appoggio, anche se questo significa fare del male agli altri.

    Aggregarsi ad un gruppo di amici devianti è tra le prime posizioni dei fattori di rischio dei comportamenti violenti.

    • Una educazione violenta: i figli che subiscono questo tipo di educazione concepiscono questo come unico modello di relazione possibile con gli altri.

    Una figura di riferimento che sostiene l’aggressività e la prevaricazione, che sostiene condotte prepotenti, è un grave rischio per la messa in atto di condotte aggressive nel ragazzo.

    La responsabilità in un gruppo

    Vediamo ora insieme cosa succede alla responsabilità in un gruppo violento.

     Il capro espiatorio

    Come già anticipato quando parlavamo di bullismo, nella violenza di gruppo si individua un soggetto che funge da capro espiatorio.

    Si tratta di un soggetto, con particolari caratteristiche fisiche o psicologiche, che viene usato per sfogare le pressioni presenti in un gruppo.

    Il gruppo può così mantenere il proprio equilibrio, sfogando all’esterno le problematiche.

    Il soggetto-vittima individuato è di solito scelto tra i ragazzi più isolati, che non si conformano al gruppo ed alle sue regole.

    Le teorie vittimologiche designano, infatti, alcuni soggetti che presentano un maggior rischio di subire aggressioni.

    A scuola, sono i bambini soli, con passioni, attitudini o particolarità che li diversificano dagli altri.

    Sul posto di lavoro, sono i dipendenti più chiusi, con tratti caratteriali particolari o abitudini bizzarre.

    Il disimpegno morale

    Alcuni studiosi autorevoli individuano dei meccanismi che vengono usati per giustificare le condotte violente, soprattutto nella violenza di gruppo. Vediamoli:

    • Etichettamento della vittima“è solo un cretino”, la vittima viene giudicata e dunque resa meritevole del comportamento subito;
    • Deumanizzare la vittima, non facendola sentire meritevole né degna: “non vale niente, se l’è meritato”;
    • Attribuzione della colpa alla vittima“ha cominciato lui, se l’è cercata”;
    • Distorsione delle conseguenze“non gli ho mica rotto la testa”. La condotta violenta viene minimizzata;
    • Giustificazione morale della condotta“ha fatto bene a picchiarlo, tutti quelli come lui vanno tolti di mezzo”;
    • Dislocamento da sé della responsabilità, tipico della violenza nei gruppi: “non c’ero solo io”;
    • Diffusione della responsabilità“eravamo tutti d’accordo”;
    • Confronto vantaggioso“non l’ho mica ucciso, l’ho solo spinto”.

    I meccanismi elencati servono all’aggressore per diminuire la propria responsabilità per il fatto compiuto.

    La propria coscienza viene neutralizzata, adottando strategie che deformano il senso di causa-effetto delle azioni violente.

    Con l’adozione di tali strategie di autogiustificazione, la violazione di valori e norme è motivata e non più considerata sbagliata.

    Spesso e volentieri il prevaricatore non si rende nemmeno conto di mettere in atto queste condotte!

    Per approfondire la bibliografia di questi studi e per curiosità, non esitare a contattarci!

    Il caso di Lorenzo

    Lorenzo è iscritto alla classe terza di un Istituto Superiore di elettronica. È figlio unico, i genitori lo dipingono come un ragazzo a cui piace stare solo.

    Spesso torna a casa da scuola con pagine dei quaderni scarabocchiate, con parolacce scritte e pagine del diario strappate.

    La madre di Lorenzo ci riporta che il ragazzo non parla della propria giornata scolastica, evita l’argomento.

    La classe di Lorenzo si sta preparando per una gita di alcuni giorni, ma lui non intende andare.

    Capita che abbia la nausea quando rientra da scuola e che si chiuda per ore in camera.

    Ultimamente, il suo rendimento scolastico non è dei migliori, Lorenzo non ha voglia di studiare ed è spesso distratto.

    La mamma ci riferisce che il ragazzo ha un carattere piuttosto chiuso, ma che ha preso una nota per avere gridato contro un compagno.

    L’insegnante di italiano riferisce ai genitori di Lorenzo che un gruppo di quattro ragazzi, durante la ricreazione, isolano, umiliano e offendono il ragazzo, ormai da settimane.

    Richiamati i ragazzi, la famiglia è più tranquilla ma Lorenzo torna a casa sempre troppo stanco e arrabbiato.

    Dopo cinque mesi Lorenzo lascia la scuola, in accordo con i genitori e si iscrive in altro Istituto scolastico.

    Le pene però non sono finite: ha timore ad uscire di casa, soffre di insonnia, ha paura a frequentare i luoghi di ritrovo del proprio paese.

    Per aiutarlo, la madre decide di recarsi presso le Autorità per riferire delle condotte abusanti dei quattro ragazzi, sospettando il perdurare di tali condotte sul figlio.

    La Cassazione, con Sentenza, riconosce, negli atteggiamenti del gruppo di ragazzi, la violazione dell’art. 612 bis c.p.

    La Corte individua gli atti di bullismo come atti persecutori e stalking, risolvendo una questione di giustizia molto rilevante.

    Il ruolo degli adulti

    Abbiamo già visto come e in quali casi è possibile fare causa al genitore che viola gli obblighi ed i doveri sanciti dal codice civile.

    Anche nel caso della violenza di gruppo tra adolescenti è possibile configurare una responsabilità in capo agli adulti.

    Secondo l’art. 2048 c.c. il tutore, insegnante o genitore che si prende cura del minore, risponde per i fatti illeciti da questo compiuti.

    Dunque, non solo il genitore con il dovere di vigilanza ed educazione può essere responsabile, ma anche l’insegnante che non ha impedito il fatto.

    L’adulto deve dimostrare di avere messo in atto tutte le possibili misure preventive di custodia e sorveglianza, anche al di fuori degli orari e dei luoghi di lezione.

    E’ il Ministero dell’Istruzione a risponderne, rifacendosi poi, economicamente, sul dipendente statale presente nei momenti degli atti violenti.

  • Terrore psicologico in famiglia. Il caso di Margherita

    terrore psicologico in famiglia

    In diversi precedenti articoli abbiamo visto alcune prassi educative errate, messe in atto da genitori verso i figli.

    Ma il genitore dunque, non è libero di scegliere come meglio educare i propri figli?” è ciò che spesso i genitori ci chiedono.

    La risposta è sì e no. Spieghiamoci.

    I genitori, involontariamente, lasciano parti di sé nei propri figli; infatti, tutti noi siamo fatti di piccoli pezzi. Pezzi che ci rappresentano, come un puzzle, spesso anche ambivalenti.

    Come anticipato nell’articolo sulla “culla dell’aggressività”, è nel periodo di età tra 0-3 anni che si formano i nostri schemi fissi di personalità.

    I genitori trasmettono ai propri bambini la loro esperienza di vita, i propri punti di vista su ciò che accade nella quotidianità e nel mondo, i loro valori.

    I figli imparano e fanno propri, però, anche i lati negativi: i tratti aggressivi, i pregiudizi, l’aggressività.

    Questo perché solo una parte di eredità deriva dalla genetica!

    Prendiamo dai nostri genitori il colore degli occhi, dei capelli, la forma del naso, l’altezza.

    Ma attraverso l’apprendimento, già nella prima fase di sviluppo del bambino, attraverso il condizionamento, l’imitazione, trasmettiamo ai nostri figli i modi di fare, pensare, le abitudini.

    Quando date un consiglio su come affrontare una situazione, quando piangete o ridete per un evento, il modo di verbalizzare o mostrare le emozioni è parte di un apprendimento inconscio.

    Dunque SI, il genitore educa liberamente il figlio, a partire dalle proprie conoscenze, mentre “è se stesso”.

    Ma è bene essere responsabili e coscienti del fatto che un figlio non sempre riuscirà a separarsi dalle situazioni vissute in famiglia, soprattutto se negative.

    Ciò di cui parlerò in questo articolo è il terrore psicologico in famiglia, in cui rientra la violenza domestica, assistita, ma anche un’educazione rigida, autoritaria, trascurante, ansiosa ed iperpresente.

    Educazioni sbagliate vengono vissute con dolore, internalizzate e causeranno traumi e conseguenze difficili da rimuovere, nell’età adulta.

    L’abuso emotivo

    Stiamo qui analizzando le forme di terrore psicologico in famiglia; tra cui vorrei includere l’abuso emotivo e l’abuso di mezzi di correzione, proprio di uno stile genitoriale autoritario.

    Vediamo per primo l’abuso emotivo.

    Definizione

    Con abuso emotivo intendiamo una forma di violenza psicologica che consiste nel fornire al proprio figlio risposte emozionali inadeguate.

    Nell’articolo sullo sviluppo emotivo del bambino, abbiamo sottolineato l’importanza di reagire in modo adeguato ad uno stimolo lanciato dal figlio.

    Facciamo un esempio.

    Se nel periodo di sviluppo 0-3 anni un bambino, non ancora in grado di verbalizzare i propri disagi, piange, sarà necessario mettere in atto una condotta di protezione ed accudimento.

    Se un bambino di 2 anni cade dalla sedia, esprimere un’emozione di paura, relativa al rischio che il proprio figlio si faccia male, è una reazione adeguata, se non esasperata.

    Ma se a fronte di questo episodio, la mamma lo sgrida, si arrabbia e lo mette in punizione, ciò che viene trasmesso al figlio è che in caso di pericolo è meglio non affidarsi ai genitori!

    La risposta emotiva della figura di accudimento viene assimilata dal figlio e contribuisce alla sua alfabetizzazione emotiva, in un momento di massimo sviluppo.

    È importante che un bambino impari ad associare una determinata emozione al giusto stimolo ricevuto, per esempio all’interno di una interazione.

    Nelle relazioni future, il bambino imparerà ad ascoltare, dialogare e provare empatia, sentendosi triste, arrabbiato o felice, adeguatamente alle situazioni che fronteggerà.

    Il terrore psicologico in famiglia è spesso una delle principali cause dietro a diversi disagi psicologici adolescenziali.

    Attenzione alle vostre reazioni, dunque: esagerazioni, attacchi di grida e panico, momenti di apatia, rappresentano alcune delle peggiori risposte emotive ai comportamenti dei bambini.

    Reazioni attese

    Nel periodo di età compresa tra 0-3 anni il bambino comincia ad apprendere ciò che vede, a dare un senso alle emozioni, a seconda del suo sviluppo emozionale.

    I ragazzi già un po’ più grandi e sviluppati, invece, iniziano a dare un nome ai sentimenti ed agli stati d’animo e ad esprimerli in modo organizzato.

    Già dai 4 anni di età i bambini hanno aspettative emotive nei confronti dei genitori: mi spiego.

    A fronte di un successo scolastico o di una vittoria sportiva, il bambino si aspetta che i genitori mostrino gioia, rinforzo, congratulazioni.

    Quando si sente triste si aspetta apertura, conforto, vicinanza, comprensione.

    E così via.

    Una reazione genitoriale inappropriata alle aspettative ed alle emozioni del bambino causa sentimenti di paura, angoscia ed umiliazione.

    Le principali forme di terrore psicologico in famiglia, dunque, possono essere così sintetizzate:

    • Trascuratezza emotiva;
    • Forme di PAS;
    • Violenza assistita e domestica;
    • Interazioni inappropriate;
    • Educazione iperprotettiva o autoritaria.

    L’abuso di mezzi di correzione

    Rientra nelle forme di terrore psicologico in famiglia l’abuso di mezzi di correzione e di punizioni corporali.

    Nell’articolo precedente abbiamo visto la fattispecie di abbandono di minori, quale reato punito dal codice penale, con l’esempio più classico dell’abbandono di minore in auto.

    Vediamo qui un’ulteriore fattispecie codificata, ovvero l’articolo 571 c.p.

    Tale articolo punisce la persona che abusa di mezzi di correzione su un soggetto sottoposto alla sua autorità o a lui affidata, per ragione di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia.

    Il caso di Margherita

    Margherita è una bambina a cui piace imparare, ma non andare a scuola. Le piace leggere e fare lunghe camminate nel parco.

    È una bambina intelligente, sveglia, ma che non resta volentieri insieme ai propri compagni.

    Spesso resta in disparte, nessuno la sceglie nei giochi di squadra, non ha un’amica del cuore.

    Ha il timore ad esprimere il proprio pensiero, ogni tanto piange prima di dormire.

    Margherita, in casa, si sente spesso sola. Vuole bene alla mamma, con cui però è sempre arrabbiata, anche se non sa spiegarsi il perché.

    Quando ha un problema, scrive sul suo diario segreto. Chiede protezione, vicinanza, calore, a pagine che non le risponderanno.

    Il papà di Margherita torna a casa tardi la sera, è un uomo intransigente e forte, che chiede alla mamma puntualità nel servire la cena.

    Mamma e papà non parlano molto, non vanno d’accordo, ogni tanto litigano ad alta voce e Margherita alza il volume della musica in cameretta.

    Molto spesso, papà chiude Margherita a chiave in camera, mandandola a letto senza cena.

    Abitualmente la punisce con schiaffi e la costringe a pulire per ore i suoi abiti da lavoro, se rientra tardi o risponde male.

    Con una Sentenza, la Cassazione incolpa il papà d Margherita di abuso di mezzi di correzione.

    Lo inquadra come un padre vessatorio, che non riesce a comunicare, con atteggiamenti aggressivi e metodi severi di disciplina.

    I suoi metodi educativi non sono condivisibili né accettabili, neanche per migliorare le relazioni ed il rendimento scolastico della figlia.

    Margherita, sentendosi rifiutata dal padre e non aiutata dalla madre, prova oggi timore e soggezione verso gli uomini e, ormai adolescente, ha scelto di intraprendere un percorso di sostegno psicologico.

    E’ importante saper riconoscere i propri metodi educativi e correggerli, in caso di errore.

    Come abbiamo visto, le forme di trascuratezza, abbandono, iperprotezione e punizioni autoritarie, rientrano in forme educative sicuramente inadeguate.

    Se vuoi discutere con noi di una situazione che ti incuriosisce, o vuoi un parere educativo, contattataci.

  • La violenza psicologica sui figli e le condotte lesive

    violenza psicologica sui figli

    Nei precedenti articoli abbiamo parlato di quali sono le forme e le conseguenze della violenza, approfondendo quella assistita e intrafamiliare.

    Essa è una particolare forma di violenza e di maltrattamento che avviene tra le mure domestiche e coinvolge l’intero nucleo familiare, anche i figli.

    Quando questi atti di violenza si svolgono all’interno della famiglia ed in presenza di minori, si parla di “violenza assistita”, una forma molto pericolosa per lo sviluppo del bambino.

    Può infatti essere la causa di gravi conseguenze emotive, cognitive e comportamentali, ma anche uno sviluppo e una crescita disfunzionali.

    In questo articolo affronteremo le cosiddette “condotte lesive”, ovvero le forme di violenza psicologica causata dai genitori nei confronti dei figli.

    Le condotte lesive

    La violenza psicologica, così come la violenza assistita, non prevede necessariamente azioni fisiche e dirette, bensì può riguardare anche azioni indirette.

    Rientrano infatti nei casi di violenza psicologica tutte quelle azioni e comportamenti che, indirettamente, hanno una influenza negativa e violenta sui figli.

    Questi casi, purtroppo, sono ancora nascosti e poco conosciuti, in quanto la violenza psicologica agisce nell’ombra e passa spesso inosservata, lasciando lo spazio solo alla violenza puramente fisica.

    Vediamoli insieme e iniziamo a conoscerli.

    PAS: la sindrome di alienazione parentale

    Con questo termine si intende una forma di violenza psicologica sui figli che coinvolge direttamente sia figli che genitori.

    E’ una dinamica psicologica disfunzionale che può avere effetti gravissimi: emotivi, comportamentali, di sviluppo e di crescita.

    Può avvenire in presenza di una coppia coniugata e convivente, ma anche e soprattutto in presenza di genitori separati, o in procinto di separarsi.

    Ricordate che nella maggior parte dei casi la PAS si verifica proprio nel momento in cui i genitori si stanno separando o si sono appena separati.

    Una situazione molto comune vede un genitore che vuole controllare il coniuge e l’intera situazione familiare, attraverso il figlio. E’ il caso di un padre violento che vuole controllare la madre.

    Si tratta di condotte e comportamenti manipolatori, che causano una vera e propria violenza psicologica sui figli.

    Il minore diventa, così, un mezzo di sfogo per genitori in conflitto: per un padre violento e manipolatorio, da un lato, e per una madre vittimizzata che cerca sostegno, dall’altro.

    Attenzione!

    In questa situazione, vostro figlio non riuscirà ad instaurare un legame significativo, reale e concreto con nessuno dei due genitori, perché non in grado di sostenerlo per un sereno ed equilibrato sviluppo.

    L’abbandono di minore

    Parlerò adesso di una fattispecie violenta nei confronti dei figli, di cui purtroppo sentiamo parlare, ogni tanto, anche dai media.

    Nell’articolo 591 del codice penale si fa riferimento all’abbandono di persone deboli: i minori e i soggetti incapaci.

    Tale condotta fa riferimento ad un’azione o ad un’omissione a carico dei soggetti che devono avere cura e garantire protezione dei cosiddetti soggetti deboli.

    Per poter parlare di abbandono, da questa omissione deve derivare uno stato di pericolo, anche potenziale, che necessita di essere dimostrato.

    L’abbandono non è dunque una violenza fisica, ma è una trascuratezza che rientra nelle forme di violenza psicologica.

    Il termine trascuratezza fa riferimento ad una inadeguata attenzione da parte delle figure genitoriali nei confronti dei bisogni evolutivi e delle necessità del bambino.

    E‘ quindi una particolare forma di maltrattamento e di abuso.

    A sostegno di ciò troviamo diverse Sentenze della Cassazione che, nei doveri genitoriali, annoverano quello di “essere presenti” per i propri figli.

    Importante sottolineare che l’articolo 591 del codice penale è strettamente in correlazione con i maltrattamenti sui minori.

    L’iperprotezione

    Con iperprotezione si intende un eccesso di cure, di protezione, di paure e di ansie da parte del genitore verso i figli: è proprio il contrario della trascuratezza!

    Non è un reato, bensì è una errata modalità educativa, che può  portare a gravi conseguenze per lo sviluppo del minore.

    E’ generalmente la madre, il genitore più iperprotettivo, prima figura di rifermento per il piccolo.

    I genitori che crescono i figli (dis-educano, possiamo dire) usando una educazione di questo tipo, sono generalmente genitori spaventati, ansiosi a loro volta, chiusi, critici e autoreferenziali.

    E’ una modalità educativa che può includere fare regali costosi, promettere di diventare come la mamma da grandi, bandire attività più libere o vacanze a contatto con molta gente.

    Il bambino così cresce con un eccesso di ansie, preoccupazioni e paure nei confronti del mondo esterno e degli altri, da non permettergli una corretta crescita psico-fisica.

    L’eccesso di accudimento e di attenzioni comporta un isolamento del minore dalle attività scolastiche e ricreative, impedendo i rapporti sociali con i coetanei.

    Così facendo vengono violati i diritti del bambini, causando una vera e proprio violenza psicologica sui figli.

    La violenza psicologica e il reato di maltrattamento

    La violenza psicologica è punibile dalla legge perché rientra nell’articolo 572 del codice penale “Maltrattamenti contro familiari o conviventi”.

    Il reato di maltrattamenti si configura quando ci sono comportamenti vessatori, che coinvolgono anche indirettamente i figli, come involontari spettatori delle liti tra i genitori.

    Non prevede dunque necessariamente azioni fisiche dirette sui figli, ma offende ugualmente l’interesse del minore, in quanto lo costringe ad essere presente e testimone di queste manifestazioni violente.

    A conferma di ciò cito la Sentenza n. 1833 del 2018, che inserisce la violenza assistita indirettamente dai figli, nel reato di maltrattamenti.

    Il caso di Riccardo

    Riportiamo ora un caso realmente accaduto, il caso di Riccardo, un adolescente il cui nome è naturalmente fittizio, per farvi capire in che modo la violenza assistita rientra nei reati di maltrattamenti.

    I genitori di Riccardo non vanno più d’accordo, litigano sempre più spesso, anche davanti al figlio.

    Il padre, violento, aggredisce verbalmente la madre, spaventata e silenziosa.

    Riccardo assiste a tutto ciò. Spesso è costretto a chiudersi nella sua camera o ascoltare la musica ad alto volume per non sentire.

    Nonostante ciò non manifesta particolari segnali di disagio, palesi, se non alcune forme di “imbarazzo”, come verrà riferito poi in sede di giudizio.

    Il clima in casa è ormai irrespirabile, colmo di violenza, paura e tensione, ma i genitori, non rendendosi conto del problema, e di quanto Riccardo stia soffrendo, continuano a litigare.

    A seguito di una denuncia, i genitori vengono imputati del reato di maltrattamento sul figlio, per averlo costretto ad assistere alle reiterate manifestazioni di conflittualità e ripetuti episodi di violenza psicologica.

    E’ emerso che la condotta del genitore ha causato disprezzo, offesa alla dignità e sofferenza morale del figlio minore.

    Il figlio ha dovuto vivere in una famiglia, anche se per un lasso di tempo limitato, nella quale regnava timore, paura e supremazia.

    Il tempo non ha importanza, anche se è stato limitato ha comunque provocato una grave sofferenza nel figlio.

    Quando e come fare causa a un genitore

    E’ consentito fare causa a un genitore. o ad entrambi, quando viene a mancare la responsabilità genitoriale.

    Quando cioè non vengono rispettati i doveri genitoriali, espressi dall’articolo 315 bis del codice civile.

    Secondo questo articolo, “il figlio ha diritto di essere mantenuto, educato, istruito e assistito moralmente dai genitori, nel rispetto delle sue capacita’, delle sue inclinazioni naturali e delle sue aspirazioni”.

    I principali motivi di cause civili contro i genitori sono i seguenti:

    • Non adempiere all’obbligo di mantenimento dei figlio, anche se maggiorenne;
    • Interferire nelle scelte del figlio, costringendolo a fare qualcosa contro la sua volontà, non rispettando le sue inclinazioni naturali e aspirazioni.
    • Impedire al figlio di frequentare la scuola e di ottenere un’educazione adeguata.

    Il procedimento giudiziario può essere attivato dal Giudice Tutelare, su richiesta da parte degli assistenti sociali o di coloro che assistono a tali violazioni.

    Il Giudice deve accertare che la segnalazione dica il vero, analizzando la situazione della famiglia, sentendo i genitori, ascoltando il minore, sempre sopra i 12 anni di età.

    Se la situazione riscontrata è grave, può prendere provvedimenti urgenti.

    Il Tribunale dei Minori può predisporre l’affidamento temporaneo ai servizi sociali, in attesa della sentenza, e prevedere il decadimento della capacità genitoriale e l’allontanamento definitivo del minore dalla famiglia violenta.

    Ciò non deve, o perlomeno non dovrebbe succedere, fino a quando non si ha la certezza assoluta che i genitori stanno commettendo un reato nei confronti dei figli.

    Allontanare un minore dalla propria famiglia, anche se per poco tempo, è sempre un evento traumatico, e deve essere fatto accertando e comprendendo bene la situazione.

    In questo senso, noi ci occupiamo di segnalare una eventuale situazione di disagio, ma sempre e solo dopo aver accertato le dinamiche e fatto le opportune verifiche, contattando chi di competenza, dopo avere compreso ed ascoltato i genitori.

    Contattateci, possiamo aiutarvi a ritrovare la vostra armonia familiare e superare situazioni di disagio.

  • Violenza assistita intrafamiliare e conseguenze sui figli

    violenza assistita intrafamiliare

    La violenza assistita intrafamiliare rientra nella più conosciuta violenza domestica, di cui abbiamo parlato in un precedente articolo.

    Così come già definita, si tratta di una forma di maltrattamento attuato tra le mura domestiche, all’interno del nucleo famigliare.

    Si configura in tutte le azioni ed i comportamenti vessatori in cui un membro della famiglia vuole predominare sugli altri ed imporre le proprie idee e decisioni.

    Tali atteggiamenti vengono perpetrati tramite minacce, violenze fisiche, intimidazioni e l’isolamento di uno o più membri della famiglia.

    Quando gli atti di violenza domestica si svolgono in presenza di minori, si parla di “violenza assistita”, una forma di abuso grave, pericolosa e dannosa per lo sviluppo del bambino.

    Forme e definizioni

    La violenza assistita intrafamiliare riguarda le figure di riferimento del bambino, nello specifico può riguardare:

    • Atti di violenza, abusi e maltrattamenti tra i genitori;
    • Violenze psicologiche e fisiche sui fratelli;
    • Soprusi e maltrattamenti sui nonni, da parte dei genitori.

    La recente giurisprudenza ha affermato che anche liti tra genitori, in cui la donna è in gravidanza, rientrano nella violenza assistita, poiché diversi studi hanno riscontrato una sofferenza nel feto, durante i conflitti tra genitori.

    La violenza assistita intrafamiliare può essere:

    • Diretta, quando i figli assistono direttamente alle forme di abuso;
    • Indiretta, quando i minori vengono a conoscenza di tali situazioni senza assistervi, percependone gli effetti sul proprio equilibrio psico-fisico.

    Il minore può assistere a differenti forme di violenza, come:

    • Fisica, con botte, spinte, schiaffi, diretti da un genitore verso l’altro;
    • Verbale, con minacce, intimidazioni;
    • Psicologica, tramite ricatti affettivi, atteggiamenti di rifiuto, indifferenza, svalutazione, denigrazione;
    • Sessuale;
    • Economica, realizzata tramite l’impossibilità di accedere a conti bancari, di disporre di denaro per effettuare spese e pagamenti.

    Tra le definizioni di violenza assistita viene annoverato anche il maltrattamento e l’abbandono di un animale domestico: il figlio che assiste a tali azioni è a tutti gli effetti una vittima di violenza domestica.

    Adulti compromessi

    Dopo avere trattato le forme e le definizioni della violenza assistita intrafamiliare, vorrei evidenziare alcune delle gravissime conseguenze che tali atteggiamenti comportano, su tutti i membri della famiglia.

    Sono i genitori i primi diretti interessati di tali conseguenze:

    • Le forme di maltrattamento familiare inibiscono la capacità genitoriale;
    • I genitori violenti, spesso, credono che mostrare aggressività e superiorità sia segno di una personalità forte e rispettata e ciò viene insegnato, con coscienza, ai figli (sbagliando, chiaramente);
    • I genitori vittime subiscono una distorsione della realtà, minimizzando la gravità delle violenze e negandole;
    • Vi è mancanza di consapevolezza, da parte dei genitori, della situazione di terrore psicologico vissuto dai minori, a contatto con figure di riferimento violente e vittime che non sono da esempio né da aiuto;
    • Mancata capacità di denuncia, di farsi aiutare dai Servizi o da esperti sanitari.

    Mentre i genitori litigano, il tempo passa, le situazioni non cambiano ed i modelli relazionali vengono assimilati dai bambini, soprattutto se di tenera età.

    E’ necessario chiedersi quando la situazione sfugge di mano? Quando ci si rende conto che è troppo tardi?

    Minori danneggiati

    Diverse sono le conseguenze della violenza assistita intrafamiliare sui bambini che vi partecipano, nello specifico:

    • Fisiologiche: si presentano disturbi psicosomatici (gastrointestinali, asmatici, ansiosi, allergici, eczemi), problemi relativi alla crescita, coordinazione motoria, disturbi alimentari, del sonno;
    • Cognitive: ritardi del linguaggio, dell’apprendimento a scuola, distrazioni, scarso impegno, mancata motivazione
    • Socio-comportamentali: fare molte assenze scolastiche o ritirarsi, mostrare scatti di ira, collera, rabbia, aggressività verso i compagni o verso gli animali, buttarsi in situazioni di pericolo, non rispettare le regole imposte;

    Mentre il bambino vive situazioni di silenzio ed isolamento tra le mura domestiche, aumenta il rischio di comportamenti aggressivi nell’ambiente scolastico, relativi al fenomeno del bullismo.

    Adottare un atteggiamento opportunista e manipolatorio e mettere in atto comportamenti violenti con i pari e verso gli insegnanti è un modo per scaricare la tensione presente a casa.

    • Conseguenze emotive: ansia, depressione, sentimenti di colpa, stato costante di allarme o paura, poca autostima, isolamento, vero e proprio terrore.

    Lesioni psicologiche

    Il bambino che assiste ad atti di violenza sulla madre, ad esempio, si sentirà impotente e incapace, sentimenti tipici di una età di crescita.

    Soprattutto nei bambini più piccoli è frequente sentirsi responsabili dei conflitti tra genitori: i piccoli si ripetono “è colpa mia”, si sentono inadeguati e insofferenti.

    Con le proprie risorse, il bambino cercherà di capire cosa sta succedendo e cosa poter fare per migliorare la situazione ed aiutare la propria famiglia a mantenere un ambiente sereno.

    La lesione psicologica ed il trauma causato al bambino vittima di violenza assistita intrafamiliare è tanto grave quanto più frequenti e violenti sono gli attacchi a cui assiste e tanto minore è la sua età.

    E’ importante citare il Disturbo Post Traumatico da Stress: si tratta di un disturbo correlato a eventi traumatici e stressanti, che si può manifestare dopo l’evento, anche a distanza di molto tempo.

    I sintomi includono iperattivazione e disturbi del sonno, situazioni di evitamento, flashback, trattato da professionisti psicoterapeuti.

    Il rischio di un futuro violento

    Le conseguenze sui bambini che assistono alle forme di violenza domestica sono durature e permanenti, se non immediatamente riparate.

    Vedere la propria madre vittima di violenza ed atteggiamenti vessatori spiazza un figlio che vede la propria figura di riferimento come debole e non più protettiva; ciò consiste in un trauma significativo. 

    Vediamo insieme, nello specifico, quali possono essere i rischi per il futuro adulto:

    • Perpetrare atteggiamenti violenti come unico modello di relazione appreso;
    • Considerare la superiorità come una forma di rispetto;
    • Ritenere la donna come soggetto debole e da disprezzare;
    • Mantenere relazioni instabili con le donne;
    • Sviluppare relazioni con uomini aggressivi e non gestire gli stati di rabbia;
    • Avere maggiori probabilità di rimanere vittime di abusi, di dipendenze e comportamenti aggressivi nell’adolescenza;
    • Sentirsi insicuri, ansiosi, depressi;
    • Ripresentare nella propria famiglia futura, modelli educativi violenti o di discredito.

    I bambini spettatori interiorizzano i sensi di colpa per ciò a cui assistono e per un equilibrio famigliare rotto, senza riuscire a farsene una ragione.

    Il bagaglio che si porteranno dietro, pieno di sofferenze celate, sarà sempre troppo pesante, se non saranno in grado di chiedere aiuto.

    Doveri e responsabilità genitoriali: cosa dice la Legge

    Abbiamo già trattato, in un precedente articolo, della responsabilità genitoriale per la crescita dei figli e favorire il loro benessere.

    I genitori non solo sono tenuti a mantenere, istruire ed educare i figli come definito dall’art 147 e 315 codice civile bensì anche a tutelare, assistere e proteggere i minori.

    Il nostro ordinamento prevede un controllo sulla capacità genitoriale: la Legge riconosce, innanzitutto, la possibilità per il giudice di:

    • Dichiarare la decadenza della responsabilità genitoriale “quando il genitore viola o trascura i doveri ad essa inerenti o abusa dei relativi poteri con grave pregiudizio del figlio” (art. 330 c.c.);
    • Limitare la responsabilità genitoriale, quando la condotta del genitore è comunque pregiudizievole al figlio (art. 333 c.c).

    La Legge è stata molto preziosa con l’emanazione del Decreto legge n. 93 del 14 agosto 2013, che sancisce una circostanza aggravante della violenza domestica, nel commettere tali atti in presenza di un minore.

  • Culla dell’aggressività. La violenza psicologica in famiglia

    violenza psicologica in famiglia

    La violenza psicologica in famiglia rappresenta una delle principali cause di disagio nel minore.

    In diversi articoli abbiamo ribadito l’importanza di crescere in una famiglia armoniosain un contesto educativo coerente e ben equilibrato.

    La famiglia è il primo luogo di riferimento del bambino, che prende ad esempio i modelli relazionali e comportamentali dei propri genitori.

    Gli schemi fissi

    E’ nella prima infanzia che si formano gli schemi di comportamento che accompagneranno il bambino nella propria vita, finanche durante l’età adulta.

    Sto parlando di schemi rigidi, caratterizzati da emozioni e reazioni fisiologiche, apprese nelle primissime esperienze di vita, a contatto con gli adulti di riferimento.

    Nel periodo 0-3 anni è bene impartire un’educazione equilibrata, poiché errori pedagogici, in questa fase, possono avere conseguenze gravi e durature nel bambino.

    Tra questi errori rientra la violenza psicologica in famiglia, fatta di azioni violente ma anche di scelte educative dannose.

    La prima educazione è una specie di imprinting in cui il bambino riceve le primissime istruzioni su come affrontare le situazioni della quotidianità.

    Una mala-educazione può rivelarsi molto difficile da cambiare e può determinare, nel tempo, condizioni anche patologiche nel minore.

    Certo, con le esperienze e con il tempo, a contatto con gli amici, il bambino potrà continuare ad apprendere e modellare il proprio atteggiamento.

    In realtà, questo è vero solo in parte. Vediamo in che senso.

    Cambiare ma fino un certo punto

    Tutte le situazioni che affrontiamo durante gli anni dell’adolescenza ci temprano e ci preparano a diventare adulti.

    Questo è vero per le nostre abilità intellettive e, in parte, anche per l’intelligenza emotiva, che sta alla base dell’empatia.

    Ma è molto più facile, per noi, migliorare le nostre performance sportive o di calcolo, piuttosto che modificare il nostro comportamento.

    L’esempio classico è quello della violenza domestica: in certi casi, nonostante ci si accorga di subire violenza psicologia in famiglia, si decide di rimanere nella relazione amorosa.

    E indovinate cosa influisce in questa decisione?

    Esatto, si tratta del prevalere dei nostri schemi comportamentali primari, formati nel primissimo periodo di sviluppo.

    Questo è l’atteggiamento di molte donne che escono da una relazione violenta e rientrano in un’altra simile: studi di vittimologia evidenziano che tali donne possono avere subito o assistito ad un’educazione violenta.

    Ancora, chi ha sviluppato uno schema insicuro ed ansioso tenderà ad affrontare tutte le situazioni decisionali con paura, che blocca l’azione.

    Siamo fatti di piccoli pezzi

    Le esperienze della prima infanzia e gli stili educativi dei nostri genitori ci hanno formato nel momento più importante del nostro sviluppo.

    I ricordi più belli e più brutti che conserviamo e sono vividi nella nostra memoria più di altri, hanno contribuito a formare il nostro schema emotivo personalissimo.

    Il modo in cui abbiamo affrontato una situazione dolorosa quando eravamo piccoli, vissuto i nostri primi successi e le nostre prime delusioni, si inserisce nel nostro DNA in modo indelebile.

    Si tratta di una sorta di imprinting educativo.

    I bambini che assistono ad un modello di relazione violento, come la violenza assistita, lo assumono come unico modello di relazione tra le persone, in cui è necessario sopraffare l’altro.

    Durante la loro vita, i bambini conosceranno stili relazionali diversi, ma tenderanno a ripetere il modello prevalente, che hanno imparato ed assimilato da piccoli, all’interno della famiglia.

    Crescere in un ambiente coerente ed equilibrato contribuisce a diminuire il rischio di comportamenti passivi o aggressivi nel bambino.

    Individuare e correggere prontamente episodi di violenza psicologica in famiglia è davvero molto importante.

    Siamo parte dei nostri genitori e delle esperienze che abbiamo affrontato: queste ci accompagnano sempre e ci condizionano, nel bene e nel male.

    Adolescenti e acting-out violento

    “Ho impartito una buona educazione a mio figlio: va bene a scuola, è un bravo ragazzo, mi considero un bravo genitore”.

    D’accordo, ma cosa succede se, improvvisamente, un adolescente con una vita apparentemente normale agli occhi del genitore, attua una condotta violenta?

    I conti non tornano. È possibile che siano intervenuti altri fattori, a parte la famiglia e le prime esperienze, a cambiare il ragazzo e portarlo a tenere determinati comportamenti?

    La risposta è sì.

    Consumare droghe leggere, diminuire il rendimento scolastico, diventare scontrosi e aggressivi, può essere frutto di un condizionamento del gruppo di pari, dettato anche da motivazioni di noia.

    “Ho fatto tutto quello che ho potuto, non gli ho fatto mancare niente”, è una delle frasi pronunciate dai genitori di alcuni ragazzi che improvvisamente hanno manifestato un acting-out violento, anche di tipo omicida.

    “E’ sempre stato un ragazzo tranquillo, in casa si comportava in modo normale per un ragazzo della sua età”.

    Ma cosa è normale?

    Spesso i genitori si chiedono che cosa è successo ad un certo punto, cosa ha cambiato il proprio figlio, cosa l’ha spaventato e condizionato.

    Indipendentemente dalle singole situazioni, nel minore esiste un qualcosa, una spinta che proviene dall’interno, dal proprio personale modo di vivere ed affrontare ciò che accade, che ha radici nell’infanzia.

    Le risorse che vengono sollecitate per gestire lo stress e le forze a cui l’adolescente attinge per risolvere una situazione fanno parte degli schemi rigidi, di cui abbiamo parlato.

    Ancora una volta c’entra la violenza psicologica in famiglia, intesa come quei fattori educativi di una genitorialità sbagliata.

    Le radici dell’aggressività

    Nell’articolo sulla violenza domestica, abbiamo trattato il tema della violenza psicologica in famiglia nelle sue forme e definizioni.

    È utile ricordare sempre che la famiglia è il primo luogo in cui un bambino si forma e che le radici dell’aggressività possono nascere in questo contesto.

    Crescere in un determinato ambiente è presupposto per sviluppare determinate inclinazioni all’aggressività, alla dominanza e alla prepotenza.

    Non è raro che da adulti ci trovi a sviluppare le stesse situazioni relazionali apprese nella propria famiglia di appartenenza.

    Se, in quanto genitori, avete il dubbio di attuare un modello educativo errato sui vostri figli, potrebbe essere necessario richiedere una consulenza ed appoggiarsi ad esperti.

    Capire se si sta andando nella direzione giusta è importante per prevenire comportamenti antisociali e violenti nei vostri figli.

    Episodi di violenza psicologica in famiglia condizioneranno per sempre il comportamento del bambino in quanto tale e del futuro adulto.

    Se siete interessati ad approfondire queste tematiche o per richiedere una consulenza, non esitate a scriverci!

  • La violenza domestica: definizione, forme e conseguenze

    violenza domestica definizione

    Quasi ogni giorno siamo costretti a leggere o ascoltare notizie in merito a fenomeni di violenza: violenza sulle donne, maltrattamenti sui bambini, abusi, violenza sessuale.

    Se apriamo un quotidiano o ascoltiamo un telegiornale, sicuramente troveremo almeno una notizia di cronaca su un atto violento.

    Questo fatto è sconcertante. Viviamo in un mondo in cui la violenza, purtroppo, è all’ordine del giorno, in tutte le sue forme.

    In questo articolo viene approfondita la violenza domestica, focalizzando l’attenzione sulle sue fasi e forme, ma anche sulle sue conseguenze psicologiche.

    La violenza domestica: definizione

    Secondo l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) la violenza domestica è un fenomeno molto diffuso che riguarda ogni forma di abuso e di comportamenti coercitivi, esercitati per controllare emotivamente una persona che fa parte del nucleo familiare.

    Nella definizione di violenza domestica sono comprese tutte le azioni e i comportamenti che mirano ad affermare il potere e il controllo sull’altra persona, sul suo agire e sul suo pensare.

    Non si limita, quindi, solo agli abusi fisici ma può anche essere verbale, emotiva, psicologica, finanziaria e sessuale.

    La violenza domestica viene agita prevalentemente dagli uomini contro le donne e avviene all’interno delle mura domestiche, tra coniugi o conviventi, nell’ambiente cioè che dovrebbe essere ritenuto il più sicuro.

    Include una serie di comportamenti, che spesso si verificano contemporaneamente:

    • La violenza psicologica ed emotiva;
    • La violenza fisica e sessuale;
    • L’uso della coercizione, di minacce e di intimidazioni;
    • L’isolamento; la minimizzazione e la negazione di colpe;
    • La violenza economica.

    Alcuni dati statistici

    E’ un fenomeno diffuso in tutti i Paesi e in tutte le fasce sociali; gli aggressori appartengono a tutte le classi e a tutti i ceti economici, senza distinzione di età, razza ed etnia.

    In una indagine ISTAT (2006) condotta su un campione di 25.000 donne tra i 16 e i 70 anni sono emersi dati allarmanti.

    Sono 2 milioni le donne che hanno subito violenza domestica dal partner attuale o da un ex partner.

    3 milioni 466 mila donne hanno subìto stalking nel corso della vita, il 16,1% delle donne. Di queste, 1 milione 524 mila l’ha subìto dall’ex partner.

    Si è stimato che oltre il 90% delle vittime non denuncia il fatto, per paura o vergogna.

    In realtà non è possibile sapere il numero esatto delle donne che hanno subito queste terribili esperienze, perché questi dati sono relativi soltanto al numero esiguo di donne che hanno denunciato il fatto alle autorità.

    Rispetto al 2006 però emergono importanti segnali di miglioramento: ad oggi, le violenze fisiche o sessuali sono passate dal 13,3% all’11,3%.

    È in calo sia la violenza fisica sia la sessuale, dai partner e ex partner, come dai non partner.

    Ciò è frutto di una maggiore informazione, del lavoro sul campo, e di una migliore capacità delle donne di prevenire e combattere il fenomeno, ma non bisogna fermarsi.

    Le fasi della violenza domestica

    La violenza non si manifesta sempre apertamente, è spesso subdola e generalmente segue un ciclo chiamato “spirale della violenza” che si articola in più fasi, da non sottovalutare.

    Queste fasi seguono una vera e propria escalation della violenza.

    Vediamole insieme.

    La fase iniziale è d’intimidazione, caratterizzata da costanti minacce, lamentele, gelosie, anche eccessive, in cui il partner fa di tutto perché la vittima viva in uno stato costante di paura e si senta sempre inadeguata.

    Segue poi l’isolamento, in quanto, a seguito delle sue continue richieste, la vittima inizia ad isolarsi dal resto del mondo: amici, famiglia, colleghi di lavoro.

    Lui poi tenderà alla sua svalorizzazione, a sminuire, a mortificare: troverà sempre il modo per umiliare e far sentire la vittima incapace.

    Alla violenza psicologica segue, o si può accompagnare, la violenza fisica e quella sessuale.

    Seguono poi quasi sempre delle false riappacificazioni, momenti di pentimento in cui il partner sembra tornare quello di prima, ma è solo un’illusione.

    Molto spesso anche i familiari e gli amici possono fare pressioni sulla vittima per perdonare il partner e dargli un’altra possibilità.

    Le varie forme di violenza

    Non esiste un solo tipo di violenza.

    Consideriamo violenza ogni forma di abuso di potere e di controllo che si manifesta come sopruso fisico, sessuale, psicologico ed economico.

    E’ raro che queste diverse forme si presentino singolarmente, bensì, solitamente, combinate tra loro.

    Vediamole ora nel dettaglio.

    Violenza fisica

    Ogni forma di violenza contro il corpo e la proprietà, con azioni fisiche finalizzate a fare male e spaventare.

    Le aggressioni possono essere evidenti (calci, pugni, spinte), oppure più sottili e rivolte a qualcosa cui la persona tiene (animali, oggetti, vestiti), così come alla casa o a oggetti preziosi.

    Dunque, comprende l’aggressione fisica grave, ma anche tutti i contatti fisici volti a spaventare e controllare la persona.

    Violenza psicologica

    Si intendono tutti quei comportamenti che mancano di rispetto, offendono e mortificano la dignità di una persona.

    Questa è la prima forma che si manifesta ed è quella che permette lo svilupparsi di tutte le altre.

    E’ meno visibile perché non lascia segni sulla pelle, ma è più subdola, ferisce all’interno, facendo anche più male.

    Comprende abusi psicologici come intimidazioni, umiliazioni pubbliche o private, continue svalutazioni, ricatti, controllo delle scelte personali e delle relazioni sociali comportando l’isolamento della vittima.

    Violenza sessuale

    Ogni forma di coinvolgimento in attività sessuali senza un reale consenso, andando contro cioè la volontà della persona, utilizzando la coercizione.

    Questa violenza può essere messa in atto da qualsiasi persona indipendentemente dalla relazione che ha con la vittima, in qualsiasi ambito incluso quello familiare e lavorativo.

    Il suo riconoscimento, però, all’interno della relazione di coppia risulta difficile a causa di radicate convinzioni circa i doveri coniugali.

    Violenza economica

    Si intende qualsiasi comportamento di controllo dell’autonomia economica di una persona.

    E’ difficile da rilevare e spesso ne sono poco consapevoli anche le vittime stesse.

    Comprende forme di controllo economico come il sottrarre o impedire l’accesso al denaro o ad altre risorse basilari, sabotare il lavoro della donna, impedire opportunità educative o lavorative.

    In questo modo si costringe la donna a una situazione di dipendenza: tali strategie infatti  la privano della possibilità di decidere autonomamente.

    Le conseguenze della violenza domestica

    Innanzitutto, può portare gravi conseguenze nella vita psichica della vittima, perché può far sviluppare diversi problemi psicologici quali:

    • Sindromi depressive;
    • Sintomi di ansia e tensione;
    • Sensi di colpa e vergogna;
    • Bassa autostima.

    Le condizioni di chi subisce la violenza sono tanto più gravi quanto più la violenza si protrae nel tempo, o quanto più esiste un legame consanguineo tra l’aggressore e la vittima, come nel caso della violenza domestica.

    Tale violenza lascia segni, non solo fisici, ma anche sul piano relazionale perché le vittime che la subiscono spesso perdono il lavoro, la casa, gli amici e le risorse economiche di sostentamento.

    Le conseguenze sono dunque gravissime, anche, o meglio soprattutto, perché le vittime non denunciano subito, per paura o per vergogna.

    Uscirne è possibile?

    Non è sicuramente facile, ma è assolutamente possibile.

    Per difendersi da situazioni di abuso domestico è necessario prima di tutto imparare a riconoscere i comportamenti tipici, sopra descritti.

    La vittima deve rendersi conto che quello che sta accadendo fra le mura domestiche è un reato.

    Per arrivare a questa consapevolezza deve osservare e analizzare quello che le accade attorno, imparare ad essere obiettiva e giudicante nei confronti di chi sta abusando.

    Fondamentale poi è rompere l’isolamento e trovare il coraggio di parlarne con qualcuno: rivolgendosi alle Forze dell’Ordine oppure ad una persona fidata o ai servizi di assistenza.

    Solo così sarà possibile iniziare il percorso di “rinascita” e uscire dalla situazione abusante.

    Se ti rivedi in tutto questo o hai bisogno di saperne di più, non esitare a contattarci.

    Siamo qui per aiutarti e offrirti il sostegno di cui hai bisogno per uscire dalla spirale della violenza.

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