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consulenza pedagogica

  • Diversità e integrazione. Le basi per un’educazione interculturale

    diversità e integrazione

    Negli ultimi decenni, la società in cui viviamo ha assistito a grandi trasformazioni e cambiamenti in senso multiculturale.

    La causa è da attribuire ai processi migratori, agli scambi tra culture diverse e alla globalizzazione.

    Tali fenomeni hanno, infatti, posto alla società attuale nuove problematiche e nuove emergenze educative e sociali.

    Concetti come diversità e integrazione, accoglienza e spazio dell’incontro, dialogo costruttivo sono divenuti fondamentali per fronteggiare tali emergenze.

    L’educazione interculturale riguarda proprio questo: teorie e strategie per incontrare, accogliere e rapportarsi con le diversità, etniche e culturali.

    Vediamo insieme, in questo articolo, quali sono le basi della pedagogia interculturale, da conoscere e da promuovere sia a scuola che in famiglia.

    Multicultura e intercultura

    Ogni cultura non ha confini netti e separati, non coincide necessariamente con un determinato territorio, ma si presenta come un insieme complesso caratterizzato da incroci e scambi.

    Da sempre infatti le culture si sono intrecciate le une alle altre e sono state sottoposte a varie influenze, dovute a scambi, commerci, guerre, migrazioni.

    A maggior ragione, oggi, con l’aumento dei flussi migratori e della globalizzazione non si può pensare ad un territorio costituito da un’unica cultura chiusa in se stessa.

    Gli scambi e i contatti con differenti culture sono inevitabili.

    Tuttavia, non è più sufficiente un approccio multiculturale, che mette in atto soltanto una netta separazione fra le diverse culture, senza riconoscerle e valorizzarle.

    È proprio in questa situazione che risulta fondamentale promuovere un approccio pedagogico interculturale.

    Una pedagogia, cioè, attenta alle diversità fra le culture, volta all’interazione reciproca e all’integrazione.

    In questo senso, occorre affrontare il rapporto con le altre culture e con la differenza su due registri distinti:

    • L’accoglienza all’altro come incontro/scontro democratico e non violento;
    • La convivenza con le differenze per contribuire allo sviluppo dei processi di globalizzazione, interdipendenza e comunicazione interpersonale.

    Da una società multiculturale a una società interculturale

    Passare da una società multiculturale a una interculturale non è però automatico, per il semplice motivo che la cultura multiculturale risulta ormai da tempo consolidata.

    Ad impedire la costruzione di una società disponibile al confronto e allo scambio culturale, vi sono  atteggiamenti contradditori e resistenze messe in atto dalla popolazione autoctona.

    Infatti, il passaggio da una società multiculturale, caratterizzata dalla presenza di culture tra loro separate, ad una società interculturale, caratterizzata invece da interazione e integrazione delle differenze fra le varie culture, richiede un preciso progetto pedagogico.

    Un progetto cioè finalizzato alla costruzione e allo sviluppo di un pensiero:

    • Aperto e flessibile;
    • Problematico;
    • Antidogmatico;
    • Decentrato dai propri riferimenti mentali e morali.

    Tale pensiero sarà in grado di riconoscere e comprendere le differenze e le analogie con le altre culture.

    Oggi l’intercultura rappresenta il più alto grado di civilizzazione e va perseguita, nella società e nelle scuole, secondo l’approccio che assume la “diversità come normalità”, capace di introdurre l’educazione interculturale come progetto trasversale e interdisciplinare, a scuola e in famiglia.

    L’intercultura

    Il termine interculturale indica:

    una situazione di interazione e di integrazione fra le diverse culture, caratterizzata da pluralismo culturale, incontro e confronto democratico.

    Non indica, dunque, soltanto una compresenza su uno stesso territorio, di popoli diversi per etnia, lingua e cultura.

    Non è una realtà statica del fenomeno migratorio, che vede l’esistenza di una pluralità di popolazioni su uno stesso territorio, senza comportare necessariamente confronto, apertura, scambio, reciprocità e incontro.

    L’intercultura presuppone l’idea e l’impegno a ricercare forme, strumenti ed occasioni per sviluppare un confronto e un dialogo costruttivo e creativo.

    E’ infatti un concetto dinamico, che vede la volontà di riconoscere e accogliere le differenze e le diversità senza annullarle, bensì valorizzandole.

    Confronto, dialogo e ascolto

    Pluralismo e differenza possono costituire la base su cui è possibile costruire l’incontro e il confronto con l’altro che, se autentici, scaturiscono nel dialogo, che è insieme capacità di ascolto e di interazione.

    Il dialogo presuppone l’ascolto, vale a dire la capacità di intendere i problemi dell’altro attraverso le “sue” parole e i “suoi” bisogni.

    L’ascolto richiede la capacità di empatia, ossia la capacità di indossare i panni degli altri per vivere l’esperienza dall’altro punto di vista.

    In questo senso, si parla di ascolto attivo, capace, cioè, di porre attenzione alla comunicazione dell’altro senza formulare giudizi.

    È un atto intenzionale che impegna la nostra attenzione a cogliere quanto l’altro ci riferisce sia in modo esplicito che implicito, sia a livello verbale che non verbale.

    Il pensiero interculturale

    L’intercultura è un vero e proprio un modo di essere del pensiero che si conquista a livello di conoscenza, comprensione ed interpretazione dell’alterità.

    Essa infatti implica, e comporta, la pratica di un pensiero plurale e di una relazione ricca e creativa.

    Un pensiero complesso: disponibile a conoscere e a confrontarsi con una pluralità di approcci e punti di vista, non dando niente per scontato e rimettendo in discussione quanto già acquisito.

    Richiede necessariamente apertura e flessibilità.

    Così attrezzato il pensiero costituisce uno strumento efficace per esplorare i livelli di interazione e di integrazione tra le varie lingue e culture.

    Il pensiero interculturale è, dunque, fondamentale per reggere la sfida della complessità e del cambiamento, utilizzando le categorie del confronto e della cooperazione piuttosto che quelle del conflitto e della chiusura.

    La pedagogia interculturale

    Si pone come obiettivo la riflessione sulla diversità culturale e, più in generale, sul tema dell’alterità.

    Si preoccupa di facilitare la conoscenza reciproca e la disponibilità allo scambio e all’incontro, secondo un’ottica di cambiamento.

    Essa lavora, infatti, non solo per l’integrazione, ma anche per l’interazione, riconoscendo così il ruolo ineliminabile delle differenze, per fare in modo che culture diverse convivano senza ignorarsi.

    La pedagogia interculturale educa alla flessibilità cognitiva, aiutando la decostruzione di schemi mentali rigidi, al riconoscimento e all’interazione positiva con la diversità, ed infine alla capacità di convivere con l’incertezza.

    Ha come meta la formazione di persone con le seguenti competenze:

    • Mentali, quali capacità di problem solving, consapevolezza della relatività, contestualità e storicità delle culture;
    • Relazionali, ovvero capacità di confronto e dialogo con l’alterità, interesse per le diversità, capacità di empatia e di messa in discussione;
    • Valoriali, ossia solidarietà, coesistenza pacifica e responsabilità.

    Per questi motivi, l’educazione interculturale deve essere promossa a scuola e in famiglia, per educare le giovani generazioni ad accogliere e riconoscere le diversità.

    Nei prossimi articoli affronteremo sempre il tema della diversità, proponendo strategie e tecniche pratiche per educare alla diversità e viverla come ricchezza e risorsa.

    Bibliografia

    Reggio P., Santerini M, (a cura di), (2013), Le competenze interculturali nel lavoro educativo, Carocci Editore

    Giusti M, (2004), Pedagogia interculturale, Editori Laterza

    Cambi F, (2012), Incontro e dialogo, Prospettive della pedagogia interculturale, Carocci Faber

  • La crescita personale di genitori e figli per superare le difficoltà

    la crescita personale

    Responsabilità, autostima, controllo e pensiero positivo sono ingredienti segreti per implementare la crescita personale di un genitore ma anche per sostenere la crescita dei figli, nel loro percorso di vita.

    Vediamo insieme ciascuno di questi elementi, così come influenza le nostre performance, i nostri comportamenti e le nostre emozioni.

    Come interpretiamo gli eventi

    Nell’articolo sul cambiamento personale abbiamo già visto in che maniera i nostri pensieri influiscono su ciò che ci accade, nel bene e nel male.

    Esiste questo atteggiamento mentale grazie al quale, o a causa del quale, interpretiamo gli avvenimenti e ne determiniamo anche i risultati.

    La potenza del nostro pensiero è davvero importante!

    Pensate a volere smettere di fumare: l’elemento determinante per uscire da una dipendenza è la convinzione mentale.

    Se tuo figlio va sempre male nelle interrogazioni di matematica è possibile che non investa tempo nella preparazione, tanto “andrà male, perché è sempre così”.

    Beh allora spieghiamo ai figli che cambiando alcune convinzioni cristallizzate, anche le loro performance potrebbero cambiare!

    La crescita personale di un genitore deve tenere conto di questo principio, anche per meglio indirizzare il figlio verso una propria crescita a sua volta.

    Pensate positivo!

    Pensate all’effetto placebo: se sono convinto di bere acqua con vitamine mi sentirò più stimolato anche se non c’è nulla dentro a quel bicchiere se non semplice acqua frizzantina!

    Ricordate le profezie che si auto-avverano? Ne abbiamo parlato nell’articolo sulle risorse personali; le nostre percezioni sugli eventi e le convinzioni influenzano gli eventi. Ma in che modo?

    1. Associamo uno stimolo ad una reazione che si ripete in base alla nostra esperienza (davanti al compito di matematica reagisco con chiusura e rifiuto, perché “tanto non va mai bene”);
    2. La percezione che ho del compito è negativa e la mia emozione sarà negativa, provo tristezza, disgusto, paura, rabbia;
    3. Le emozioni provate provocano modificazioni fisiologiche di stress, ansia, tensione;
    4. Vi è una modifica del funzionamento biochimico del cervello, in conseguenza all’attivazione di tali emozioni;
    5. In conclusione, la mia mente e il mio corpo portano ad un fallimento nel compito di matematica!!!

    Percezioni, convinzioni e neuroscienze

    Le convinzioni negative dunque agiscono sul nostro cervello!

    L’emozione comporta cambiamenti nell’organismo animale e umano, che fanno riferimento al sistema nervoso: amigdala ed ippocampo sono le parti del cervello più fortemente influenzate.

    Gli stati d’animo e le emozioni veicolano neurotrasmettitori che modificano il corpo.

    Gli stimoli agiscono sul cervello ed esso si adatta alle esperienze creando continuamente nuovi neuroni.

    L’esperienza crea nel cervello nuove strutture neurali, perciò in ogni situazione simile reagiamo allo stesso modo e col tempo cristallizziamo i nostri comportamenti!

    Consigli pratici per agire sul pensiero

    Nel processo del cambiamento, la crescita personale può partire dai concetti della Mindfulness: i pensieri vanno e vengono, cerchiamo di non reagire ad essi!

    Provate a cercare di distanziarvi dal pensiero negativo per vederlo sparire…

    Proviamo a decentrarci, accettiamo i sentimenti spiacevoli, non ci identifichiamo con essi!

    La crescita personale vostra e dei vostri figli deve proseguire in questa direzione, per riconoscere ed affrontare le difficoltà. Pensate al compito di matematica tanto temuto:

    “Provate a modificare la vostra convinzione, trasformate la percezione e la paura del fallimento in determinazione, e osserverete un cambiamento nel risultato!”

    In soldoni dobbiamo essere convinti che ce la faremo e che le cose andranno bene!! 😉

    Abbiamo parlato del pensiero. Ma per rafforzare la crescita personale di ciascuno di noi, vediamo insieme altri capisaldi: responsabilità, autostima e controllo.

    La responsabilità è nostra

    Per crescere e migliorare le nostre prestazioni dobbiamo avere la convinzione che esse dipendano da noi e dunque la responsabilità degli eventi che ci capitano è esclusivamente nostra.

    Se la causa del nostro fallimento nel compito di matematica è del professore, del poco tempo a disposizione, di un compagno che mi ha distratto, non potrò mai responsabilizzarmi e portare avanti con fermezza il mio cambiamento.

    La crescita personale comincia sempre con un processo di consapevolezza sulle proprie responsabilità.

    Possiamo cambiare e condizionare gli eventi che siamo convinti dipendano da noi.

    Dobbiamo trovare dentro di noi, nel nostro atteggiamento, le cause di un fallimento, per cominciare a cambiare le cose!

    Non c’entra la fortuna, il fato, il caso, una serie di coincidenze che si susseguono.

    Cominciamo da questo, per rafforzare la nostra responsabilità genitoriale e sostenere la crescita personale dei nostri figli.

    D’altro canto, dobbiamo accettare che ci sono delle cose che non possiamo controllare ed è necessario fare intervenire un aiuto esterno, se la situazione è fuori dal nostro controllo; il rischio è un senso di frustrazione e stress e ricordate che ne risponde anche il vostro corpo!

    Forza e coraggio, autostima e auto-efficacia

    Dalla nascita tutti noi sviluppiamo una forte motivazione ad impegnarci nel controllare le cose e ad acquisire nuove capacità.

    È molto importante che i genitori sostengano questo processo nei piccoli, la voglia di scoprire, la curiosità, fare esperienza.

    Come abbiamo detto in un articolo sulla resilienza nei bambini, è importante cadere e rialzarsi da soli, alcune volte, per rafforzare la propria convinzione di farcela.

    È questo il significato del concetto di auto-efficacia, è la convinzione di farcela, di essere efficaci.

    I bambini imparano presto se possono ottenere qualche risultato, oppure no. Come sostengono i pedagogisti:

    “L’auto-efficacia viene trasmessa già ai lattanti, è la fiducia a superare i propri problemi”

    Per favorire la crescita personale di un bambino, questo non deve essere mai inibito o può generare un futuro individuo passivo, scarsamente resistente.

    “Questa responsabilizzazione precoce favorisce lo sviluppo dell’auto-efficacia e della perseveranza”

    Sapere di potere risolvere le cose, di valere, aumenta la propria autostima e motiva al rendimento, aiutando a superare le sconfitte.

    L’impotenza appresa

    Se prendiamo continuamente il controllo delle situazioni difficili che riguardano i nostri figli, non lasceremo mai loro spazio per imparare ad affrontare le difficoltà e una volta nel mondo esterno, non protetto, non saranno in grado di reagire.

    In mancanza di resistenza psichica, un ragazzo prova apatia, azzeramento di auto-efficacia, aumenta la sua vulnerabilità fisiologica: anche in condizione di disagio non fa niente per salvarsi!

    Questo concetto si chiama impotenza appresa: è ciò che imparano i figli in un ambiente spesso iperprotettivo, in cui i genitori impediscono qualsiasi esperienza possa esporli a pericolo, stress e frustrazione.

    Sviluppo dell’autostima, resistenza psicologica, coraggio, responsabilità e pensiero positivo costituiscono la ricetta per un percorso di cambiamento personale.

    Modellare e sviluppare queste caratteristiche già da bambini è il segreto per affrontare serenamente le difficoltà quotidiane, soprattutto nel periodo delicatissimo dell’adolescenza.

  • Risorse personali ed educazione alla resistenza psicologica

    risorse personali

    Il tema delle nostre risorse personali va di pari passo con quello della resilienza o resistenza psicologica.

    Tante sono le difficoltà legate a questa condizione, ma la buona notizia è che noi siamo stati progettati per affrontarla con successo!

    Innata o no, la seconda buona notizia è che si tratta di una capacità che si può sempre migliorare e fortificare.

    È dunque per noi stessi, per il nostro cambiamento personale e per l’educazione ed il sostegno verso i nostri figli che è necessario acquisire questa caratteristica.

    Tra le risorse personali la più… particolare è proprio questa Resilienza, definita come la capacità di piegarsi senza spezzarsi.

    Ed è la mia preferita! 😉

    Conoscete la resilienza….

    Tante sono le risorse personali necessarie per affrontare i momenti più difficili della nostra quotidianità, ma è importante ricordare che dietro ogni “Crisi” si nasconde una “Opportunità”.

    Una Crisi comporta sempre una “Scelta”: singole frustrazioni quotidiane a scuola tormentano i vostri figli oppure hanno dovuto affrontare traumi non da poco, è bene, da genitori, sapere che c’è sempre una via di uscita!

    Una forza che si trova dentro di noi, dentro a ciascun genitore che sta attraversando un periodo di separazione o di divorzio, dinamiche familiari conflittuali o perdite, dentro a ciascun bambino coinvolto in violenza assistita o ragazzo vittima di bullismo.

    Siamo accanto e dentro ai nostri figli: noi conosciamo lo stress lavorativo e loro lo stress scolastico, noi ci misuriamo con le richieste articolate del capo e loro con i risultati scolastici.

    E per affrontare tutto ciò è necessario essere uniti, comunicare in modo funzionale, ascoltarsi ed implementare insieme la resilienza.

    Biogenetica delle risorse personali

    Le risorse personali di ciascuno di noi si apprendono e solidificano attraverso l’esperienza.

    Alcune sono genetiche, ereditarie, trasmesse dai nostri genitori.

    Tutte possono essere potenziate, se ci impegniamo!

    Studi sul cervello

    Bambini che in condizioni iniziali devastate possono sfuggire il destino disastroso, Emmy Werner lo dimostra. Anche se le condizioni di partenza sono tanto brutte, ci sono persone che riescono apprendere il controllo della propria vita.

    Il criminologo Friedrich Losel ha cercato di capire quali possibilità abbiano bambini provenienti da un ambiente sociale difficile di condurre la loro vita in modo diverso nel futuro.

    Ebbene, è stato provato che ci sono bambini che hanno inclinazione a cavarsela bene anche in presenza di condizioni familiari negative!

    Certo, le statistiche sociologiche dimostrano prevalentemente il contrario, ma almeno possiamo negare la correlazione tra maltrattamento in infanzia e disturbi nell’adulto.

    Addirittura è stato dimostrato che alla base di una predisposizione a soffrire più lo stress e dunque ad essere meno resiliente ci sarebbe una modificazione del cervello.

    Da un esperimento su piccoli roditori si è dimostrato che a causa di piccole mutazioni generiche alcuni sono predisposti a male tollerare le avversità della vita, in seguito ad un abuso nell’infanzia.

    Effetti dell’educazione all’affettività

    “La difesa più grande in assoluto nella vita è la formazione”

    I fattori ambientali incidono sulle nostre risorse personali: anche le personalità deboli possono superare le crisi grazie al sostegno del proprio ambiente.

    Anche in un ambiente terribilmente negativo si dà la possibilità di uno sviluppo sano; non tutti i bambini maltrattati diventano a loro volta violenti!

    Questo perché l’educazione ed il sostegno emotivo-affettivo hanno una grandissima potenza nel migliorare la vita dei bambini.

    Una ricerca svolta all’interno di una comunità in Germania ha mostrato che alcuni ragazzi hanno sviluppato, in età adulta, comportamenti violenti o dipendenze.

    Quasi la metà dei ragazzi, quelli che hanno potuto incontrare una buona famiglia affidataria con la quale sviluppare una buona relazione, non ha sviluppato disturbi.

    Di fatti, le maggiori statistiche presentano, in ragazzi abbandonati o cresciuti soli, una maggiore probabilità di diventare vittime croniche o di sviluppare disturbi psichiatrici.

    È negli anni ’80 che i ricercatori sottolineano l’importanza del contatto fisico per un sano sviluppo del bambino!

    Durante un esperimento svolto in un orfanotrofio di Bucarest, alcune famiglie adottive vennero istruite con l’indicazione di dare particolare affetto ed attenzione ai figli adottati.

    Nell’arco di 20 mesi dal Progetto, il Q.I. di questi bambini aumentò e diminuì l’incidenza di disturbi legati a paure e fobie.

    ….Per insegnarla ai vostri figli

    Seneca diceva: “le difficoltà rafforzano la mente, così come il lavoro irrobustisce il corpo”.

    Nella società di oggi siamo concentrati sul tutto e subito, le teorie sociologiche descrivono una società in velocissimo cambiamento, in cui pretendiamo egoisticamente, senza adattarci mai.

    Saper incassare e stringere i denti, incamerare delusioni e sconfitte sono capacità che non esistono quasi più.

    È qui che crescono i bambini di oggi; hanno tutto ciò che vogliono.

    In questa società, sempre più, i genitori adottano modelli educativi di iperprotezione, con la conseguenza di allevare ragazzi impulsivi, aggressivi e insicuri.

    È un istinto naturale del bambino quello di provare a fare le cose da sé: se non sostenuto c’è il rischio che con la crescita egli mostri passività e poca resistenza psicologica.

    Crescendo protetti da tutte le frustrazioni, non sviluppano sufficienti risorse personali; da grandi saranno dunque adulti delusi, che rischiano un vero e proprio trauma a contatto con il mondo esterno.

    Non è necessario per forza privarsi di tutto per coltivare la resilienza, ma come diceva Confucio:

    “Lascia che i figli abbiano sempre un po’ di freddo e un po’ di fame”

    Una certa abitudine e dimestichezza con il disagio e i sacrifici in tenera età aiutano a costruire l’antidoto al senso di frustrazione da adulti.

    Il sostegno delle risorse del bambino si accompagna con il processo di autonomia e responsabilizzazione. Nel mondo reale mamma e papà non ci saranno sempre, dunque:

    “Per ottenere ciò che si desidera è necessario faticare e soffrire un po’. Fattene una ragione, perché non c’è alternativa!”

    Sostenere questo davanti ai vostri figli li aiuta a prepararsi all’adattamento e alle strategie necessarie per fronteggiare tutte le difficoltà della vita.

    La vita non ti vizia!

    Gli studi della psicoanalisi, con Freud, spiegano che, alla nascita, siamo caratterizzati dal “principio del piacere”, per il quale vogliamo vedere realizzati immediatamente tutti i nostri desideri.

    Questo avviene quando un bambino piange e la mamma lo prende in braccio, assecondando il suo bisogno di attenzioni, il bimbo smette di piangere.

    Durante la crescita è necessario però sostituire questo funzionamento con il “principio di realtà”.

    L’educazione genitoriale per lo sviluppo delle proprie risorse personali è davvero determinante per riuscire ad aspettare e sopportare.

    Implementare la capacità di tollerare il disagio e di accettare la fatica è il trucco per aumentare la resistenza psicologica.

    È solo attraverso il lavoro umile, i sacrifici ed i fallimenti, che si impara il rispetto per tutti gli uomini.

  • Cambiamento personale: breve guida per conoscerne i segreti

    cambiamento personale

    In questo articolo vorrei parlarvi di cambiamento personale, sperando di potere rispondere alle vostre necessità personali di cambiamento 🙂

    Parto con un esempio: alcuni genitori ci hanno scritto chiedendoci “mi riconosco come troppo permissivo, come posso fare per modificare questo aspetto?” oppure “come posso rendermi un genitore più aperto e disponibile?”.

    Le nostre caratteristiche di personalità ed i nostri stili comunicativi, di cui abbiamo parlato nell’articolo sulla comunicazione funzionale, in età adulta sono già formati e risultano difficilmente modificabili.

    Quindi, se ho uno stile caratterizzato da reazioni aggressive e mi arrabbio molto quando mio figlio fa i capricci, non potrò mai modificare questo mio atteggiamento?”

    A questa domanda, nello specifico, abbiamo risposto, qualche giorno fa, in questo modo:

    Ogni comportamento può essere modificato in una direzione o in un’altra, ma è importante essere consapevoli che operare un cambiamento personale comporta dei sacrifici, necessita di una dose iniziale di coraggio, tanta fiducia in sé stessi, la convinzione che quel miglioramento porterà a benefici chiari e calcolabili e tantissima motivazione”.

    Dunque non è per niente facile e immediato, ma un cambiamento è sempre possibile!

    Infatti consapevolezza, sacrificio, coraggio, forza di volontà e motivazione sono caratteristiche che possiamo sempre sviluppare o migliorare, ma necessitano di metodo, tempo e costanza.

    Cadere è normale, insomma, ma è importante sempre rialzarsi per raggiungere il proprio obiettivo.

    I fallimenti lungo il percorso che è la vita sono naturali, errare è umano, sbagliare è sano e fortifica la crescita, se guidati nel modo giusto ed è bene accettarli come parte della nostra sfida di cambiamento.

    Dunque SI! caro genitore, puoi modificare il tuo atteggiamento. Vediamo insieme come farlo!

    I segreti del cambiamento personale

    Le abitudini, la quotidianità, le nostre routine, i comportamenti che mettiamo in atto in risposta a determinati stimoli, sono tutti ostacoli al nostro obiettivo di cambiamento.

    I nostri comportamenti, infatti, sono frutto dell’apprendimento, da quando siamo piccoli, dell’imitazione dei nostri adulti di riferimento, dei compagni di scuola e gli amici, che integrano le nostre conoscenze e le nostre idee e inevitabilmente le influenzano.

    Diverse sono le correnti di studio del comportamentismo che ci spiegano come apprendiamo un comportamento da piccoli, in modo più o meno volontario, e come esso viene nel tempo cristallizzato, grazie ai rinforzi che ci vengono proposti.

    Il comportamentismo spiega che, imparando a riconoscere un determinato stimolo, positivo o negativo che sia, durante la crescita apprendiamo, anche attraverso l’esperienza, a reagire ad esso in un determinato modo e così ci abituiamo piano piano ad associare lo stesso stimolo alla stessa reazione.

    E’ così che nascono i comportamenti umani.

    È chiaro che quanto più le abitudini comportamentali sono forti, tanto più sarà difficile mettere in atto un cambiamento personale!

    Ecco perché non ce la fai

    Vorrei analizzare qui alcuni principi che rendono molto più difficile perseguire il nostro obiettivo di cambiamento.

    • A causa del Principio del Verificazionismo siamo portati a cercare qualsiasi prova, affinché la nostra idea e la nostra convinzione siano confermate. La nostra ipotesi rispetto ad un evento viene così convalidata, escludendo ogni altra possibilità.

    Attraverso questo processo di pensiero saremo portati ad effettuare diversi ragionamenti logici, ma ATTENZIONE! È un trucco della nostra mente, un meccanismo inconscio che ci frega!

    Lasciamoci andare a idee differenti, usciamo un po’ dalla nostra zona di comfort!

    E’ importante pensare che esista un’alternativa, così impariamo piano piano a considerare prospettive diverse dalla nostra e smantelliamo le nostre convinzioni, poiché esse ci allontanano dal nostro obiettivo di cambiamento personale.

    • L’Euristica di Pensiero è un modo di pensare automatico, basato sulle esperienze vissute; è una strategia di giudizio che ci porta, ad esempio, a sovrastimare l’accadimento di qualche evento, anche senza avere fatto prima una stima di probabilità.

    Le euristiche di pensiero sono anche definite bias cognitivi: non c’entrano nulla con il pensiero critico logico e con la ragione, bensì si basano su pregiudizi ed ideologie, che semplificano la presa di decisione.

    I bias sono errori, scorciatoie mentali che ci aiutano a convincerci di alcune cose (ad esempio che ce la faremo o no) ma non sono frutto di una valutazione razionale tra pro e contro o tra benefici e costi, bensì trappole mentali.

    • Il fenomeno della Fallacia di Gabler, è la tendenza a dare rilevanza a ciò che ci è accaduto in passato, così che i giudizi attuali risultano completamente influenzati da esperienze passate, da nostri fallimenti pregressi, ad esempio.
    • Il pensiero negativo, è un Bias della Negatività: molto banalmente, è la considerazione di essere portatori sani di una macchietta della sfortuna.. Comincia a cambiare tu stesso per primo il tuo pensiero, vedrai come cambieranno le cose!!!
      Non mi credi?
      Fai una prova!!

    La profezia che si auto-avvera

    Con Profezia che si auto-avvera definiamo una situazione che, solo perché siamo convinti che si verificherà, si realizzerà in concreto di conseguenza.

    Se siamo convinti di non riuscire nel nostro obiettivo di cambiamento personale, bene! ..faremo di tutto per non riuscirci!

    La psicologia sociale ha studiato che le nostre convinzioni hanno una grandissima influenza sulla realtà: gli schemi stabili e rigidi dei nostri comportamenti cristallizzati, orientati in direzione di una nostra convinzione, possono essere profetici!!

    Se dite:

    Non ci riuscirò mai”; “Fallirò come le altre volte”; “Non troverò mai parcheggio”; “Se mangio quel cibo mi verrà sicuramente mal di stomaco”.

    Provate a dire:

    Mi impegno al massimo, sono determinato a riuscirci!”; “Questa volta sarà diverso!”; “Basta impegnarsi, sicuramente troverò parcheggio“; “Non starò sicuramente male questa volta!”.

    E fatemi sapere! 😉

    Come puoi fare: comincia così!

    Ecco alcuni segreti che ti fornisco per cominciare il tuo percorso di cambiamento:

    1. Inizia a cambiare la convinzione che hai di te stesso.

    Sei capace! Puoi farlo! Fai un altro tentativo! Non giudicare mai la tua persona: non dire “sono cattivo” ma ripetiti “ho un comportamento inadeguato”. Convinciti che è necessario cambiare per te stesso, per i tuoi figli e il benessere della tua famiglia.

    1. Fai piccoli passi per volta.

    Non cambierai dall’oggi al domani. Siediti, prendi carta e penna e scriviti i temperamenti e i comportamenti che vorresti cambiare. Riconosci i momenti in cui li metti in atto durante la giornata e crea piccoli step di cambiamento.

    Una cosa alla volta, una regola dopo l’altra, ma fai con calma e monitora ogni miglioramento, premia ogni tuo piccolo successo!

    1. Dialoga con tuo figlio.

    Se la sua età lo permette, spiega a tuo figlio la motivazione del tuo cambiamento personale: perché è importante per te cambiare? Come migliorerà questo il vostro rapporto?

    Includere tuo figlio aiuterà a siglare tra voi un nuovo patto di fiducia; è un atto di umiltà e perché no… di amicizia!

    1. Contattaci!

    Se vuoi misurare le tue abilità educative, chiederci un consiglio sulle tue reazioni o cerchi un sostegno per il tuo percorso di cambiamento, contattaci, scrivici una email!

  • Per una educazione alle emozioni e all’affettività nei bambini

    educazione alle emozioni

    Il tema delle emozioni è senza dubbio uno dei più ampi nel campo delle scienze umane.

    Soprattutto da quando, grazie al contributo degli studi sociologici e psicologici, si è iniziato a considerare le emozioni come la base del comportamento individuale e sociale.

    Le emozioni, infatti, regolano e governano tutti i rapporti umani, permettendo alle persone di aprirsi al mondo e di entrare in relazione con gli altri.

    Per questo motivo, l’educazione alle emozioni è di vitale importanza per promuovere lo sviluppo dei bambini e degli adolescenti.

    Come promuovere l’educazione alle emozioni?

    Ecco alcuni consigli pratici da utilizzare sia a casa che a scuola.

    La drammatizzazione e la narrazione

    La recitazione è uno strumento privilegiato per sperimentare completamente le emozioni.

    Recitare vuol dire fingere, fingere significa immedesimarsi, ci si può immedesimare solo se si è empatici.

    La drammatizzazione aiuta i bambini a socializzare tra di loro, a lavorare in gruppo, a collaborare e ad aiutarsi.

    Allo stesso modo, la narrazione può essere uno dei momenti più importanti per sviluppare la competenza emotiva del bambino.

    Attraverso la lettura di libri i bambini possono esplorare ed entrare in contatto con il mondo delle emozioni.

    E’ compito dei genitori e degli insegnanti stimolarli nella lettura, con domande costruttive per comprendere le varie emozioni che si incontrano nei personaggi delle storie.

    Il diario delle emozioni

    Attività che può essere svolta sia a casa che a scuola, ma anche in continuità.

    Si richiede ai bambini di annotare su un diario le emozioni che provano, in modo tale che, a fine giornata, è possibile stimolarli con domande, quali: come ti senti? come ti sei sentito in quel momento? cosa hai provato?

    Le domande sulle emozioni provate sono fondamentali per incrementare la comprensione e la verbalizzazione delle emozioni.

    Con i bambini più grandi, invece, si può anche pensare di creare una vera e propria cartellina delle emozioni, in cui possono descrivere le emozioni provate, le cause e le conseguenze.

    Sul diario si annotano, a fine giornata, le emozioni più intense che hanno provato, divise in due colonne: positive e negative.

    Lo scopo è poi sempre quello di capire le cause ed imparare a riconoscere e a gestire le proprie emozioni.

    Contattaci per tanti altri consigli e attività pratiche 😉

  • Per un sostegno alla genitorialità: la consulenza pedagogica

    sostegno alla genitorialità

    Come abbiamo detto il mestiere del genitore non è sicuramente facile, anzi possiamo dire che è uno dei più difficili e complessi.

    Capita molto spesso ai genitori di sentirsi inadeguati nello svolgimento delle proprie modalità genitoriali, così come non mancano mai dubbi, ostacoli o difficoltà da affrontare.

    Niente paura, è più che normale: nessuno è nato capace di fare tutto 😉

    Riconoscere di non essere in grado e richiedere un sostegno, un consiglio, un aiuto su come svolgere al meglio il ruolo del genitore non è sintomo di debolezza, bensì di grande coraggio.

    In questo senso, la consulenza pedagogica o la mediazione familiare sono due strumenti molto efficaci come sostegno alla genitorialità.

    Alcuni consigli pratici per i genitori

    Nel momento in cui si diventa genitori si devono affrontare problematiche, incertezze, dilemmi riguardanti l’educazione dei propri figli.

    Diventa quindi importante essere in grado di gestire queste situazioni.

    Le domande più frequenti sono: scegliere per loro o consigliare? Aiutare od ostacolare? Farli sperimentare o evitare l’errore? Ignorare o ascoltare? Fare o insegnare a fare? Punire o lasciare correre?

    Ovviamente non esiste una risposta giusta o sbagliata ma andrebbe valutata ogni singola situazione.

    Per questo motivo, la figura del  consulente pedagogico può essere di grande aiuto e sostegno nell’affrontare e risolvere tali situazioni.

    Ecco alcuni semplici consigli, che potete utilizzare fin da subito nell’educazione dei vostri figli 😉

    Stabilite delle regole a seconda delle loro esigenze e fate seguire i fatti alle parole: non promettete qualcosa, sia positiva che negativa, e poi non rispettate tale promessa.

    Parlate in modo chiaro, fate richieste precise, controllate il tono di voce e il modo in cui comunicate le cose; se necessario, ripetete anche più volte e chiaramente quello che gli chiedete di fare.

    Ascoltateli e accogliete le loro esigenze, parlandogli in prima persona: devono sapere che li ascoltate e comprendete profondamente le loro richieste.

    Incentivateli piuttosto che minacciarli con punizione: credetemi troppe punizioni, per ogni cosa, sono controproducenti.

    Una punizione, comunque, deve essere misurata, coerente ed essere accompagnata da una spiegazione.

    Insegnate sempre ai vostri figli ad assumersi le proprie responsabilità e ad essere autonomi ed indipendenti.

    Devono imparare a fare le cose da soli e a prendere autonomamente le loro decisioni, senza sentirsi abbandonati.

    Loro sanno che voi siete al loro fianco, pronti ad aiutarli, ma sanno anche di poter decidere da soli.

    Per un sostegno alla genitorialità

    In questo senso, di grande aiuto sono i percorsi educativi di sostegno e di accompagnamento propri della consulenza pedagogica.

    Tali percorsi sono rivolti a genitori con figli di tutte le fasce d’età e hanno i seguenti obiettivi:

    • Sostenere i genitori nel loro ruolo;
    • Promuovere la consapevolezza dell’importanza di tale compito;
    • Accrescere e rafforzare le proprie competenze educative.

    Offrono, dunque, uno spazio di riflessione sugli atteggiamenti educativi e comunicativi messi in gioco nel rapporto tra genitori e figli.

    Come abbiamo già detto, una corretta pratica educativa e una comunicazione efficace sono strumenti fondamentali nell’educazione dei vostri figli.

    Questi percorsi, infatti, non sono solo rivolti a famiglie problematiche, o in situazioni particolarmente conflittuali, ma possono essere un cammino utile a qualsiasi genitore per migliorare la relazione e la comunicazione con i propri figli e le dinamiche familiari.

    Lo scopo è proprio quello di fornire ai genitori strumenti operativi per affrontare in maniera più adeguata i problemi evolutivi ed educativi che riguardano i propri figli.

    Contattaci per condividere i tuoi dubbi e risolvere, col nostro sostegno, le situazioni problematiche.

  • Educare e responsabilizzare i figli adolescenti: istruzioni per l’uso

    responsabilizzare i figli

    Educare e responsabilizzare i figli nell’età adolescenziale è un compito fondamentale dei genitori, non sempre facile.

    Autonomia e responsabilità sono due concetti molto importanti nella crescita e nello sviluppo di bambini e ragazzi.

    Autonomia e responsabilità

    L’autonomia è un aspetto importante della personalità che bisogna adeguatamente stimolare per permettere uno sviluppo armonioso e coerente.

    La conquista dell’ autonomia non è da considerarsi come una tappa unica raggiunta in un particolare momento dello sviluppo.

    E’ invece un lungo processo che comincia dalla nascita e che ci accompagna per tutta la vita.

    Ogni età ha i suoi ostacoli ed i suoi traguardi, e per ognuno di essi occorre tempo e pazienza.

    Le richieste, in termini di autonomia, devono essere adeguate all’età e al momento dello sviluppo.

    Non si può, infatti, pretendere lo stesso livello di autonomia in tutte le fasi evolutive e a tutte le età.

    I bambini poi non sono tutti uguali: lo sviluppo dell’autonomia, così come lo sviluppo cognitivo, emotivo e linguistico possono svilupparsi in momenti diversi.

    Sostenere l’autonomia e responsabilizzare i figli

    Uno dei fattori più importanti nel sostenere le autonomie è quello dell’autostima.

    Fondamentale è, infatti, incoraggiare l’autonomia e l’acquisizione della responsabilità, trasmettendo loro fiducia: possono farcela da soli, ma noi ci siamo se c’è bisogno 😉

    Alla base della capacità di responsabilizzare i figli troviamo proprio il concetto del genitore come base sicura.

    Una base dalla quale partire per esplorare il mondo circostante e fare le proprie esperienza, certi però che noi siamo lì pronti a sostenerli e ad incoraggiarli nelle difficoltà e nei traguardi positivi.

    Rendere i ragazzi autonomi non vuol dire infatti lasciare che “si arrangino” da soli nella quotidianità, ma piuttosto accompagnarli lungo un percorso che permetta loro, passo passo, di diventare sempre più indipendenti.

    Pian piano il loro livello di autonomia aumenta, sosteniamoli in ogni passo, anche quando questa autonomia non viene usata come ci aspettiamo.

    Mettiamoli nelle condizioni di riuscire con aspettative, però, che siano alla loro portata ed enfatizzando sempre le cose buone, aiutandoli a capire dove e come potevano fare meglio.

    Sottolineiamo tutti i traguardi, concentrandoci sull’impegno e non sui risultati.

    Aiutiamoli poi a decidere, ma non decidiamo al loro posto!

    Abbassiamo il livello di controllo ed aumentiamo le responsabilità man mano che crescono e imparano a fare da soli 😉

    Noi ci siamo, siamo sempre lì, ma devono imparare a fare da soli e devono essere lasciati liberi di fare le proprie esperienze, di commettere sbagli ed errori, di cadere per poi rialzarsi.

  • Autonomia personale bambini: consigli e buone pratiche per svilupparla

    autonomia personale bambini

    L’autonomia personale bambini è un tema di grande importanza che deve essere conosciuto, e compreso, dai genitori per essere conseguentemente promosso e sviluppato nei bambini.

    I genitori devono educare i propri figli all’autonomia e al senso di responsabilità fin da subito, quando sono piccoli, e continuare quando sono più grandi.

    In questo contributo vi forniremo dei consigli molto utili che potrete utilizzare nella vostra pratica educativa per favorire un’adeguata educazione all’autonomia.

    Educare i bambini all’autonomia

    L’autonomia è un aspetto importante della personalità che bisogna adeguatamente stimolare per permettere uno sviluppo armonioso e coerente.

    Le vostre richieste, in termini di autonomia, devono essere adeguate allo sviluppo cognitivo e linguistico dei bambini.

    Non si può, infatti, pretendere lo stesso livello di autonomia in tutte le fasi evolutive e a tutte le età.

    I bambini poi non sono tutti uguali: lo sviluppo dell’autonomia, così come lo sviluppo cognitivo, emotivo e linguistico possono svilupparsi in momenti diversi.

    Ecco alcune cose che dovete sempre tenere presenti.

    • Mantenete obiettivi realisti: ad ogni specifica età corrispondono compiti, attività e richieste ben precise, e ogni bambino è diverso;
    • Perseverate e rimanete costanti: quando richiedete a vostro figlio di svolgere un compito o un’attività, dovete spiegare la richiesta in modo chiaro e dovete essere costanti;
    • Incoraggiate senza imporre: le richieste devono essere sempre incoraggiate, mai imposte, e non devono essere eccessive.
    • Create delle routine: è necessario avere delle routine, per fornire al bambino un senso di sicurezza in quello che deve fare, soprattutto per quanto riguarda l’indipendenza nei pasti, nel sonno e nell’igiene personale;
    • Sosteneteli nei loro progressi e negli errori: è fondamentale supportare i bambini sia nei progressi ma anche negli errori, utilizzando sempre un linguaggio comunicativo chiaro.

    Le tappe di sviluppo dell’autonomia

    Come anticipato, dovete sempre considerare le fasi evolutive dei bambini per capire quali richieste è possibile fargli.

    Intorno ai 15 mesi il bambino è in grado tenere in mano il cucchiaio e comincia a desiderare di mangiare da solo.

    Tra i 18 e i 20 mesi egli inizia a spostare gli oggetti da un luogo ad un’altro.

    A 24 mesi il bambino è capace di lavarsi e asciugarsi da solo le mani e la faccia.

    Intorno ai 3-4 anni è in grado di vestirsi da solo.

    A 4-5 anni, infine, comincia a voler fare le stesse cose dei genitori.

    Durante tutte queste fasi il genitore deve essere in grado di guidare, dare consigli, stimolare e porsi come modello di comportamento per il bambino.

    Allo stesso tempo, deve anche essere in grado di lasciare al bambino degli spazi e dei momenti in cui possa prendere l’iniziativa, senza interferenze.

    Come si raggiunge l’autonomia nei bambini

    Il bambino deve essere educato a fare da solo, a risolvere i problemi quotidiani e ad affrontare le difficoltà.

    E’ fondamentale insegnargli prontamente a “fare le cose”, ovvero a mangiare da solo, a vestirsi da solo, a sistemare da solo i giochi, a curare l’igiene personale, e così via.

    Come dice Maria Montessori, infatti, “insegnare ad un bambino a mangiare, a lavarsi e a vestirsi, è un lavoro ben più lungo, difficile e paziente che imboccarlo, lavarlo e vestirlo”.

    Più difficile e più lungo certamente, ma fondamentale e di gran lunga più soddisfacente.

    Affinché un bambino acquisisca le competenze in maniera autonoma è indispensabile che abbia a disposizione gli strumenti giusti per realizzare materialmente la sua indipendenza.

    In questo senso, anche l’ambiente domestico deve essere arredato in modo da garantire al bambino di praticare effettivamente la sua autonomia.

    Fondamentale è garantirgli un ambiente a “misura di bambino”, con arredi da lui facilmente accessibili ed utilizzabili.

    Di seguito, troverete alcuni consigli pratici per promuovere l’autonomia.

    Stimolare l’autonomia in relazione all’igiene personale

    Il bambino impara a lavarsi da solo più facilmente, e con più soddisfazione, se accede liberamente al lavandino.

    Se riesce ad arrivare da solo a prendere lo spazzolino o il dentifricio, arrivare alla saponetta o prendere da solo l’asciugamano, avere a disposizione la spazzola e il pettine, sarà più stimolato ad agire.

    In questo modo può liberamente, e in autonomia, fare esperienza ed imitare l’adulto nei gesti relativi l’igiene personale.

    Il mio consiglio è quello di acquistare uno sgabello che permetta al bambino di raggiungere il lavandino, sul quale, poi, egli troverà tutto l’occorrente per l’igiene personale avendo ogni cosa a disposizione.

    E’ fondamentale che il bambino capisca la funzione dello sgabello e senta di possederlo come strumento che gli appartiene: solo così comprenderà l’importanza dell’igiene personale come routine quotidiana.

    La routine, in questo caso, è di vitale importanza: ogni mattina e ogni sera dovete svolgere assieme a lui queste attività, e poco a poco vedrete che le farà da solo e di sua spontanea volontà.

    Stimolare l’autonomia in relazione al vestirsi da solo

    Un bambino che si veste da solo è un bimbo che prova piacere nel vedersi vestito.

    Per ottenere questo grado di autonomia sono necessarie poche condizioni.

    Innanzitutto, il piccolo deve avere il consenso di mamma e papà, che devono elogiarlo, e mai sgridarlo o criticarlo, magari per una scelta di abbinamento un po’ eccentrica 😉

    In casa deve esserci una specchiera ad altezza di bambino, perché deve potersi specchiare da solo.

    Deve poi poter gestire da solo il suo guardaroba:  i vestiti e l’armadio devono “misurarsi” con l’altezza e le sue abilità motorie.

    Il consiglio è quello di sistemare gli indumenti ad altezza di bambino.

    Dunque, fate in modo che possa accedere alle grucce e destinategli e i cassetti bassi, ovvero quelli che può aprire e chiudere da solo, ed, eventualmente, utilizzata cestoni o cassettiere a misura di bambino.

    Educare il bambino a mangiare da solo

    La prima autonomia che va insegnata a un bambino è quella di mangiare da solo.

    Si inizia durante lo svezzamento mettendogli piccoli pezzi di cibo nel piattino, in modo che se li porti da solo alla bocca.

    Ricordatevi di imboccarlo il meno possibile, deve imparare a fare da solo!

    Quando è più grande si passa all’uso del cucchiaino e della forchetta, fino al coltello (per bambini) per tagliare i cibi più morbidi o spalmabili.

    In parallelo bisogna insegnargli a portare il bicchiere alla bocca e a pulirsi da solo con il tovagliolo.

    Tutte queste attività sviluppano la manualità e l’imparare a maneggiare le posate, come gli adulti, fa crescere l’immagine di sé e l’autostima.

    Tutte queste attenzioni aiuteranno il vostro bambino ad essere autonomo, inizialmente nelle piccole cose e poi, crescendo, in tutte le attività quotidiane.

    Il mestiere del genitore è uno dei più difficili e dei più belli in assoluto, l’importante è conoscere e comprendere le regole dell’educazione.

    In questo possiamo aiutarvi 😉

    Non esitate a contattarci per altri consigli o domande!

  • Gli stili educativi genitoriali e lo sviluppo del bambino

    stili educativi genitoriali

    Cosa sono gli stili educativi genitoriali? Quali sono le caratteristiche di ogni stile?

    Quanto influenzano la crescita e lo sviluppo dei bambini?

    Sono tutte domande che sicuramente vi sarete posti almeno una volta.

    Vediamo di dare una risposta a questi interrogativi, presentando gli stili educativi e indicando quale può essere quello più adeguato ad una crescita armonica dei vostri bambini 😉

    Gli stili educativi possono influenzare notevolmente lo sviluppo e la crescita dei bambini.

    Sono tutte quelle modalità educative che ognuno di noi utilizza nell’educazione e nella comunicazione con i propri figli, più o meno consapevolmente.

    Le modalità educative sono specifiche e corrispondono, infatti, ad uno stile piuttosto che ad un altro.

    Tali modalità possono influire, positivamente o negativamente, sullo sviluppo e sulla crescita dei figli, anche nel lungo periodo.

    È importante conoscere la propria modalità educativa e di comportamento, per orientare l’azione educativa e andare a modificare o potenziare un certo comportamento nell’educazione dei propri figli.

    Esistono tre tipologie di stili educativi genitoriali, vediamoli insieme!

    Immaginatevi una linea: ai due poli opposti troviamo lo stile permissivo e lo stile autoritario, mentre al centro troviamo lo stile autorevole, ovvero il più equilibrato per la crescita dei vostri figli.

    Lo stile permissivo

    • Basse aspettative nei confronti del figlio, sia di successo che di comportamento;
    • Soddisfazione delle richieste e dei bisogni del figlio, senza però fornire un sistema di regole adeguato all’età e alle esigenze del bambino;
    • Il genitore è presente, ma si rapporta al figlio troppo come un “amico” che come una figura genitoriale, senza essere per lui un modello di comportamento e fornirgli regole e consigli per la crescita.

    Il bambino crescerà senza aver interiorizzato un sistema di regole, dunque sarà presente una bassa disciplina e capacità di controllo, scarse abilità sociali e relazionali, un’insicurezza e una bassa autostima e fiducia in se stesso.

    Lo stile autoritario

    • Presenza di un sistema di regole troppo rigido, che viene imposto al bambino, e non condiviso;
    • Eccessive aspettative nei confronti del figlio: il genitore autoritario è rigido e inflessibile e non ascolta, e non conosce, i bisogni e i desideri del figlio;
    • Assenza di un modello di comportamento da seguire e feedback e consigli.

    A lungo termine, il bambino potrebbe sviluppare una bassa autostima, una bassa autonomia e indipendenza, una forte difficoltà nel socializzare e relazionarsi con il mondo circostante e con gli altri.

    Lo stile autorevole

    • Il genitore autorevole fornisce al bambino un sistema di regole positivo, con regole chiare, coerenti e adeguate al livello di sviluppo del figlio spiegando sempre i motivi di tali regole;
    • Il genitore autorevole, infatti, stabilisce regole e linee guida che il figlio è segue in modo democratico, condiviso e partecipato;
    • Non c’è imposizione, invadenza, ma condivisione, comunicazione assertiva e partecipazione tra genitori e figli.

    Lo stile educativo genitoriale autorevole è sicuramente quello più idoneo per promuovere lo sviluppo emotivo, sociale e relazionale dei bambini.

  • Comunicazione verbale e non verbale a confronto nell’emozione di rabbia

    comunicazione non verbale e verbale

    Paul Watzlawick, psicologo e filosofo austriaco, naturalizzato americano, ci ha insegnato importanti concetti legati alla comunicazione.

    Non si può non comunicare” è uno dei principali assunti dello studioso ed è così: con qualsiasi atteggiamento si ha una comunicazione!

    Anche il silenzio rappresenta una forma di interazione (non verbale), facendo riferimento ad un’arma importante nella gestione dei conflitti: l’indifferenza.

    In questo articolo vediamo le differenze tra la comunicazione non verbale e verbale e la loro importanza nelle interazioni tra le persone.

    Il senso di ciò che diciamo

    Quello che abbiamo comunicato è quello che l’altro ha capito.

    Ma cosa significa? Vi ricordate l’articolo sulla comunicazione funzionale?

    Abbiamo detto che nella prevenzione del conflitto intrafamiliare è necessario lavorare alle modalità di relazione ed interazione tra i familiari, applicando le tecniche della comunicazione funzionale.

    Il messaggio che emettiamo verso un soggetto destinatario viene da questo recepito secondo la propria interpretazione di senso.

    E questa interpretazione può non corrispondere al significato originario che noi abbiamo dato al messaggio comunicato.

    Qui si inseriscono i giudizi e le critiche percepite dalle persone persone nel comunicare con gli altri.

    Può succedere che comunicando una nostra opinione, benché neutrale e non giudicante secondo il nostro parere, il nostro interlocutore possa recepirla come un’offesa nei suoi confronti.

    Questo perché chi parla con noi interpreta e filtra secondo le proprie emozioni ed esperienze le nostre parole.

    Lo stesso vale per gli apprezzamenti e i complimenti, per fortuna! 😉

    Ognuno di noi valuta le parole degli altri secondo un proprio metro di giudizio.

    Disguidi e incomprensioni emergono a causa di un uso scorretto della comunicazione tra le persone.

    Ma vediamo come comunicazione non verbale e verbale influiscono in tal senso.

    La comunicazione non verbale e verbale a confronto

    Una interazione è influenzata dal ruolo tra i soggetti coinvolti e dal contesto.

    In un contesto lavorativo si comunica in un determinato modo, a scuola i ragazzi comunicano diversamente da come comunicano in casa con la propria famiglia

    Vediamo come anche il ruolo è importante: i bambini comunicano diversamente con la mamma e con la maestra, con i fratelli o con i compagni.

    Questo perché una comunicazione è formata da:

    • La parte cognitiva: viene elaborato il pensiero da trasmettere ad un interlocutore;
    • La parte emotiva e affettiva: il sentire dentro del soggetto comunicatore, il proprio stato d’animo, che inevitabilmente cambia a seconda di chi abbiamo di fronte;
    • Una parte comportamentale: l’agire verso l’altro, il comportamento, anche non verbale, che teniamo nei confronti del nostro interlocutore.

    Comunicazione non verbale e verbale qui si incrociano.

    Siamo state, di recente, presso una scuola superiore territoriale a parlare di criminologia.

    Nei giorni precedenti avevo preparato una presentazione da mostrare agli studenti, con testo, immagini e grafici.

    La mia comunicazione non verbale e verbale si è mossa, verso i miei interlocutori in diverse direzioni, al fine di trasmettere al meglio le mie informazioni e renderle più efficaci.

    Essa è stata:

    • Verbale, nella spiegazione dei concetti;
    • Non verbale, attraverso alcune immagini (della scena del crimine 😉 ) che hanno stimolato l’emotività dei ragazzi.

    La comunicazione per immagini stimola una reazione di comportamento, attraverso foto accattivanti, e rende il messaggio più efficace e memorizzabile.

    Comunicazione non verbale e intenzionalità

    Un’altra differenza fondamentale tra la comunicazione non verbale e verbale è l’intenzione di comunicare qualcosa.

    Infatti, la comunicazione può essere involontaria, inconscia, non intenzionale.

    Nello specifico, con il canale non verbale è possibile trasmettere significati ed emozioni ad un ricevente, senza verbalizzare alcun messaggio.

    Attraverso un sorriso si può comunicare complicità, con un sopracciglio elevato perplessità, disgusto arricciando il naso e così via.

    Ma vediamo insieme quali sono le parti di una comunicazione.

    comunicazione non verbale e verbale

    Solo il 7% della comunicazione è formata dalle parole dette; il 38% è formato dal modo di dire le cose.

    E la fetta più imponente, il 55%, riguarda il non verbale (puro): la posizione del corpo rispetto al nostro interlocutore, le espressioni facciali.

    Le parti di una comunicazione

    La comunicazione verbale avviene attraverso l’uso del linguaggio, sia in forma scritta che orale e dipende da precise regole sintattiche e grammaticali.

    La prosodia è la parte della linguistica che studia l’intonazione, la durata e l’accento nel linguaggio parlato.

    Si tratta dunque di una parte abbastanza rigida e fissa che caratterizza un soggetto.

    Il paraverbale riguarda la voce: ne comprende il tono ed il ritmo. Ma anche le pause e altre espressioni sonore come lo schiarirsi la voce.

    Questa rappresenta una parte variabile e che cambia a seconda del nostro stato d’animo e di ciò che vogliamo comunicare.

    La tristezza, ad esempio, comporta un tono di voce basso ed un ritmo piuttosto lento.

    A differenza, la gioia viene espressa attraverso un timbro di voce più elevato, un verbale più fluente ed un ritmo più sostenuto.

    La comunicazione non verbale (pura) riguarda le mimiche facciali, gli sguardi, i gesti, la distanza, la postura tra noi ed il nostro interlocutore.

    Tutti questi sono aspetti che rivelano moltissime informazioni sia sulla relazione tra due interlocutori, sui loro ruoli e sulle loro emozioni esperite in quel momento di incontro e confronto.

    La cinesica studia le posture.

    Come stiamo seduti su una sedia durante un colloquio di lavoro può influenzare il nostro selezionatore.

    La prossemica è la disciplina che studia lo spazio e le distanze tra due persone che stanno comunicando, che si trovano in una interazione, a livello di comunicazione non verbale e verbale.

    La distanza tra le persone racconta i rapporti ed i ruoli tra i comunicatori. Osservando possiamo capire se due persone mantengono una distanza di intimità o più formale.

    La comunicazione non verbale e verbale sono entrambe guidate dall’emozione. Vediamo in che senso.

    Il ruolo delle emozioni

    Le emozioni sono stati di attivazione che coinvolgono l’organismo e influenzano il modo in cui noi elaboriamo le informazioni guidandoci nell’attribuire i significati a tutto ciò che ci succede.

    Partendo da questa definizione, un po’ complessa, cerchiamo di capire insieme come si concretizza un’emozione.

    1. Prima fase: il soggetto, in risposta ad un stimolo visivo o uditivo, ha un’attivazione emotiva;
    2. Seconda fase: il segnale ricevuto viene dal soggetto classificato, ad esempio come pauroso, di gioia, disgustoso, di tristezza;
    3. Terza fase: si ha la risposta psicofisica allo stimolo.

    E’ lo studioso Paul Ekman che teorizza il metodo definito FACS (Facial Acting Coding System).

    comunicazione funzionale

     

    Questo metodo studia il movimento di singole unità muscolari del viso e riconduce ciascuno di essi ad un codice, il quale viene correlato ad una precisa emozione.

     

     

     

     

    Ad esempio: un muscolo frontale si contrae e permette il movimento di elevazione del sopracciglio, nella sua parte esterna, che codifichiamo con il numero 2.

    Questo movimento 2 è decodificato con l’emozione di dubbio.

    Ecco che quando eleviamo la parte esterna di un sopracciglio ci mostriamo dubbiosi.

    E così via.

    Comunicazione non verbale e verbale: la rabbia

    comunicazione non verbale e verbale

     

    Di che emozione si tratta?

    Siamo in grado di identificare questa espressione e dunque l’emozione che ne sta alla base?

    Si, attraverso il metodo Ekman di analisi del comportamento non verbale!

    Cosa succede durante l’attivazione fisiologica nella rabbia?

    Abbiamo visto che la terza fase di elaborazione di un’emozione è la risposta fisiologica ad uno stimolo.

    L’attivazione in risposta ad uno stimolo che fa provare rabbia, comporta:

    • Aumento della pressione sanguigna;
    • Tachicardia;
    • Ipersudorazione;
    • Tensione di vene sulla fronte e sul collo;
    • Arrossamento del viso.

    Tra gli indicatori paraverbali, ad esempio, troviamo aumento del tono di voce e eloquio più veloce.

    Tra gli indicatori non verbali troviamo:

    • Gesticolare più frequente;
    • Corpo in avanti, con petto in fuori e spalle indietro;
    • Mani ad artiglio, chiuse a pugno, dita puntate in alto o indice alzato;
    • Braccia verso l’alto.

    comunicazione non verbale e verbale

     

    Tutti i segnali non verbali di rabbia sono prodromici di un acting-out violento, ovvero il cosiddetto passaggio all’azione.

    Saperli riconoscere in una conversazione con un soggetto aggressivo è fondamentale per poter prevenire un attacco di violenza fisica.

    Abbiamo già parlato della gestione della rabbia nei bambini.

    Ma quali sono le funzioni della rabbia?

    Funzioni positive:

    • Aumenta l’energia, l’intensità alla base della determinazione;
    • Aumenta il senso di potere per l’autostima;
    • Riduce il sentirsi vulnerabile;
    • Attutisce l’insicurezza e la vulnerabilità percepita;
    • Stabilisce dominanza in una interazione.

    Funzioni negative:

    • Risposta alla frustrazione;
    • Necessità, bisogno che spinge alla rabbia;
    • Esaltazione di principi morali:
    • Un ostacolo da eliminare per uno scopo;
    • Un rifiuto, una ferita.

    Per gestire la rabbia è necessario il suo precoce riconoscimento attraverso i segnali che anticipano un’esplosione al fine di prendere misure preventive ed evitare la escalation emotiva.

  • La gestione della rabbia nei bambini: come aiutarli a comprenderla

    gestione della rabbia nei bambini

    In un precedente articolo abbiamo approfondito l’importanza e l’influenza delle emozioni sul nostro comportamento e sui nostri modi di agire, soprattutto nei bambini.

    I bambini devono imparare a riconoscere e gestire la propria emotività, dando un nome a tutte le emozioni, accettarle ed imparare ad esprimerle.

    Prima fra tutte la rabbia, in quanto emozione primaria e fondamentale.

    La gestione della rabbia nei bambini, infatti, acquista una grande importanza nell’educazione e deve essere insegnata con l’aiuto e il sostegno dei genitori e degli educatori.

    Uno strumento che può essere utilizzato per canalizzare la rabbia dei bambini è rappresentato dalla “scatola della rabbia” 😉

    La scatola della rabbia

    Un modo molto funzionale e divertente che voglio consigliarvi è quello di costruire, insieme ai bambini, una vera e propria scatola della rabbia.

    Costruirla insieme è fondamentale: il bambino deve personalizzarlo e sentire suo questo oggetto.

    Poi deve scegliere un posto dove tenerlo: sulla scrivania, dentro l’armadio, sopra un mobile.

    Un posto dove possa prenderlo ed utilizzarlo facilmente da solo senza dover chiedere aiuto a nessuno.

    Il bambino ogni volta che si arrabbia, prende la sua rabbia, oppure un oggetto o un disegno che rappresenta la sua rabbia, e la mette nella scatola, chiudendola dentro.

    Oggetti e disegni che poi potranno essere guardati insieme nei momenti di calma per cercare di parlare insieme di quello che ha provato.

    Il potenziale educativo di questo gesto è immenso: il bambino incanala la sua energia distruttiva in un’azione costruttiva.

    La scatola della rabbia non serve tanto per liberarsi della rabbia, piuttosto per aiutare il bambino a dare una forma alla sua rabbia e ad imparare a gestirla.

    Se avete domande o avete bisogno di un sostegno più specifico nella gestione della rabbia dei vostri piccoli, non esitate a contattarci!

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