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consulenza pedagogica

  • Per un sostegno alla genitorialità: la consulenza pedagogica

    sostegno alla genitorialità

    Come abbiamo detto il mestiere del genitore non è sicuramente facile, anzi possiamo dire che è uno dei più difficili e complessi.

    Capita molto spesso ai genitori di sentirsi inadeguati nello svolgimento delle proprie modalità genitoriali, così come non mancano mai dubbi, ostacoli o difficoltà da affrontare.

    Niente paura, è più che normale: nessuno è nato capace di fare tutto 😉

    Riconoscere di non essere in grado e richiedere un sostegno, un consiglio, un aiuto su come svolgere al meglio il ruolo del genitore non è sintomo di debolezza, bensì di grande coraggio.

    In questo senso, la consulenza pedagogica o la mediazione familiare sono due strumenti molto efficaci come sostegno alla genitorialità.

    Alcuni consigli pratici per i genitori

    Nel momento in cui si diventa genitori si devono affrontare problematiche, incertezze, dilemmi riguardanti l’educazione dei propri figli.

    Diventa quindi importante essere in grado di gestire queste situazioni.

    Le domande più frequenti sono: scegliere per loro o consigliare? Aiutare od ostacolare? Farli sperimentare o evitare l’errore? Ignorare o ascoltare? Fare o insegnare a fare? Punire o lasciare correre?

    Ovviamente non esiste una risposta giusta o sbagliata ma andrebbe valutata ogni singola situazione.

    Per questo motivo, la figura del  consulente pedagogico può essere di grande aiuto e sostegno nell’affrontare e risolvere tali situazioni.

    Ecco alcuni semplici consigli, che potete utilizzare fin da subito nell’educazione dei vostri figli 😉

    Stabilite delle regole a seconda delle loro esigenze e fate seguire i fatti alle parole: non promettete qualcosa, sia positiva che negativa, e poi non rispettate tale promessa.

    Parlate in modo chiaro, fate richieste precise, controllate il tono di voce e il modo in cui comunicate le cose; se necessario, ripetete anche più volte e chiaramente quello che gli chiedete di fare.

    Ascoltateli e accogliete le loro esigenze, parlandogli in prima persona: devono sapere che li ascoltate e comprendete profondamente le loro richieste.

    Incentivateli piuttosto che minacciarli con punizione: credetemi troppe punizioni, per ogni cosa, sono controproducenti.

    Una punizione, comunque, deve essere misurata, coerente ed essere accompagnata da una spiegazione.

    Insegnate sempre ai vostri figli ad assumersi le proprie responsabilità e ad essere autonomi ed indipendenti.

    Devono imparare a fare le cose da soli e a prendere autonomamente le loro decisioni, senza sentirsi abbandonati.

    Loro sanno che voi siete al loro fianco, pronti ad aiutarli, ma sanno anche di poter decidere da soli.

    Per un sostegno alla genitorialità

    In questo senso, di grande aiuto sono i percorsi educativi di sostegno e di accompagnamento propri della consulenza pedagogica.

    Tali percorsi sono rivolti a genitori con figli di tutte le fasce d’età e hanno i seguenti obiettivi:

    • Sostenere i genitori nel loro ruolo;
    • Promuovere la consapevolezza dell’importanza di tale compito;
    • Accrescere e rafforzare le proprie competenze educative.

    Offrono, dunque, uno spazio di riflessione sugli atteggiamenti educativi e comunicativi messi in gioco nel rapporto tra genitori e figli.

    Come abbiamo già detto, una corretta pratica educativa e una comunicazione efficace sono strumenti fondamentali nell’educazione dei vostri figli.

    Questi percorsi, infatti, non sono solo rivolti a famiglie problematiche, o in situazioni particolarmente conflittuali, ma possono essere un cammino utile a qualsiasi genitore per migliorare la relazione e la comunicazione con i propri figli e le dinamiche familiari.

    Lo scopo è proprio quello di fornire ai genitori strumenti operativi per affrontare in maniera più adeguata i problemi evolutivi ed educativi che riguardano i propri figli.

    Contattaci per condividere i tuoi dubbi e risolvere, col nostro sostegno, le situazioni problematiche.

  • Educare e responsabilizzare i figli adolescenti: istruzioni per l’uso

    responsabilizzare i figli

    Educare e responsabilizzare i figli nell’età adolescenziale è un compito fondamentale dei genitori, non sempre facile.

    Autonomia e responsabilità sono due concetti molto importanti nella crescita e nello sviluppo di bambini e ragazzi.

    Autonomia e responsabilità

    L’autonomia è un aspetto importante della personalità che bisogna adeguatamente stimolare per permettere uno sviluppo armonioso e coerente.

    La conquista dell’ autonomia non è da considerarsi come una tappa unica raggiunta in un particolare momento dello sviluppo.

    E’ invece un lungo processo che comincia dalla nascita e che ci accompagna per tutta la vita.

    Ogni età ha i suoi ostacoli ed i suoi traguardi, e per ognuno di essi occorre tempo e pazienza.

    Le richieste, in termini di autonomia, devono essere adeguate all’età e al momento dello sviluppo.

    Non si può, infatti, pretendere lo stesso livello di autonomia in tutte le fasi evolutive e a tutte le età.

    I bambini poi non sono tutti uguali: lo sviluppo dell’autonomia, così come lo sviluppo cognitivo, emotivo e linguistico possono svilupparsi in momenti diversi.

    Sostenere l’autonomia e responsabilizzare i figli

    Uno dei fattori più importanti nel sostenere le autonomie è quello dell’autostima.

    Fondamentale è, infatti, incoraggiare l’autonomia e l’acquisizione della responsabilità, trasmettendo loro fiducia: possono farcela da soli, ma noi ci siamo se c’è bisogno 😉

    Alla base della capacità di responsabilizzare i figli troviamo proprio il concetto del genitore come base sicura.

    Una base dalla quale partire per esplorare il mondo circostante e fare le proprie esperienza, certi però che noi siamo lì pronti a sostenerli e ad incoraggiarli nelle difficoltà e nei traguardi positivi.

    Rendere i ragazzi autonomi non vuol dire infatti lasciare che “si arrangino” da soli nella quotidianità, ma piuttosto accompagnarli lungo un percorso che permetta loro, passo passo, di diventare sempre più indipendenti.

    Pian piano il loro livello di autonomia aumenta, sosteniamoli in ogni passo, anche quando questa autonomia non viene usata come ci aspettiamo.

    Mettiamoli nelle condizioni di riuscire con aspettative, però, che siano alla loro portata ed enfatizzando sempre le cose buone, aiutandoli a capire dove e come potevano fare meglio.

    Sottolineiamo tutti i traguardi, concentrandoci sull’impegno e non sui risultati.

    Aiutiamoli poi a decidere, ma non decidiamo al loro posto!

    Abbassiamo il livello di controllo ed aumentiamo le responsabilità man mano che crescono e imparano a fare da soli 😉

    Noi ci siamo, siamo sempre lì, ma devono imparare a fare da soli e devono essere lasciati liberi di fare le proprie esperienze, di commettere sbagli ed errori, di cadere per poi rialzarsi.

  • Autonomia personale bambini: consigli e buone pratiche per svilupparla

    autonomia personale bambini

    L’autonomia personale bambini è un tema di grande importanza che deve essere conosciuto, e compreso, dai genitori per essere conseguentemente promosso e sviluppato nei bambini.

    I genitori devono educare i propri figli all’autonomia e al senso di responsabilità fin da subito, quando sono piccoli, e continuare quando sono più grandi.

    In questo contributo vi forniremo dei consigli molto utili che potrete utilizzare nella vostra pratica educativa per favorire un’adeguata educazione all’autonomia.

    Educare i bambini all’autonomia

    L’autonomia è un aspetto importante della personalità che bisogna adeguatamente stimolare per permettere uno sviluppo armonioso e coerente.

    Le vostre richieste, in termini di autonomia, devono essere adeguate allo sviluppo cognitivo e linguistico dei bambini.

    Non si può, infatti, pretendere lo stesso livello di autonomia in tutte le fasi evolutive e a tutte le età.

    I bambini poi non sono tutti uguali: lo sviluppo dell’autonomia, così come lo sviluppo cognitivo, emotivo e linguistico possono svilupparsi in momenti diversi.

    Ecco alcune cose che dovete sempre tenere presenti.

    • Mantenete obiettivi realisti: ad ogni specifica età corrispondono compiti, attività e richieste ben precise, e ogni bambino è diverso;
    • Perseverate e rimanete costanti: quando richiedete a vostro figlio di svolgere un compito o un’attività, dovete spiegare la richiesta in modo chiaro e dovete essere costanti;
    • Incoraggiate senza imporre: le richieste devono essere sempre incoraggiate, mai imposte, e non devono essere eccessive.
    • Create delle routine: è necessario avere delle routine, per fornire al bambino un senso di sicurezza in quello che deve fare, soprattutto per quanto riguarda l’indipendenza nei pasti, nel sonno e nell’igiene personale;
    • Sosteneteli nei loro progressi e negli errori: è fondamentale supportare i bambini sia nei progressi ma anche negli errori, utilizzando sempre un linguaggio comunicativo chiaro.

    Le tappe di sviluppo dell’autonomia

    Come anticipato, dovete sempre considerare le fasi evolutive dei bambini per capire quali richieste è possibile fargli.

    Intorno ai 15 mesi il bambino è in grado tenere in mano il cucchiaio e comincia a desiderare di mangiare da solo.

    Tra i 18 e i 20 mesi egli inizia a spostare gli oggetti da un luogo ad un’altro.

    A 24 mesi il bambino è capace di lavarsi e asciugarsi da solo le mani e la faccia.

    Intorno ai 3-4 anni è in grado di vestirsi da solo.

    A 4-5 anni, infine, comincia a voler fare le stesse cose dei genitori.

    Durante tutte queste fasi il genitore deve essere in grado di guidare, dare consigli, stimolare e porsi come modello di comportamento per il bambino.

    Allo stesso tempo, deve anche essere in grado di lasciare al bambino degli spazi e dei momenti in cui possa prendere l’iniziativa, senza interferenze.

    Come si raggiunge l’autonomia nei bambini

    Il bambino deve essere educato a fare da solo, a risolvere i problemi quotidiani e ad affrontare le difficoltà.

    E’ fondamentale insegnargli prontamente a “fare le cose”, ovvero a mangiare da solo, a vestirsi da solo, a sistemare da solo i giochi, a curare l’igiene personale, e così via.

    Come dice Maria Montessori, infatti, “insegnare ad un bambino a mangiare, a lavarsi e a vestirsi, è un lavoro ben più lungo, difficile e paziente che imboccarlo, lavarlo e vestirlo”.

    Più difficile e più lungo certamente, ma fondamentale e di gran lunga più soddisfacente.

    Affinché un bambino acquisisca le competenze in maniera autonoma è indispensabile che abbia a disposizione gli strumenti giusti per realizzare materialmente la sua indipendenza.

    In questo senso, anche l’ambiente domestico deve essere arredato in modo da garantire al bambino di praticare effettivamente la sua autonomia.

    Fondamentale è garantirgli un ambiente a “misura di bambino”, con arredi da lui facilmente accessibili ed utilizzabili.

    Di seguito, troverete alcuni consigli pratici per promuovere l’autonomia.

    Stimolare l’autonomia in relazione all’igiene personale

    Il bambino impara a lavarsi da solo più facilmente, e con più soddisfazione, se accede liberamente al lavandino.

    Se riesce ad arrivare da solo a prendere lo spazzolino o il dentifricio, arrivare alla saponetta o prendere da solo l’asciugamano, avere a disposizione la spazzola e il pettine, sarà più stimolato ad agire.

    In questo modo può liberamente, e in autonomia, fare esperienza ed imitare l’adulto nei gesti relativi l’igiene personale.

    Il mio consiglio è quello di acquistare uno sgabello che permetta al bambino di raggiungere il lavandino, sul quale, poi, egli troverà tutto l’occorrente per l’igiene personale avendo ogni cosa a disposizione.

    E’ fondamentale che il bambino capisca la funzione dello sgabello e senta di possederlo come strumento che gli appartiene: solo così comprenderà l’importanza dell’igiene personale come routine quotidiana.

    La routine, in questo caso, è di vitale importanza: ogni mattina e ogni sera dovete svolgere assieme a lui queste attività, e poco a poco vedrete che le farà da solo e di sua spontanea volontà.

    Stimolare l’autonomia in relazione al vestirsi da solo

    Un bambino che si veste da solo è un bimbo che prova piacere nel vedersi vestito.

    Per ottenere questo grado di autonomia sono necessarie poche condizioni.

    Innanzitutto, il piccolo deve avere il consenso di mamma e papà, che devono elogiarlo, e mai sgridarlo o criticarlo, magari per una scelta di abbinamento un po’ eccentrica 😉

    In casa deve esserci una specchiera ad altezza di bambino, perché deve potersi specchiare da solo.

    Deve poi poter gestire da solo il suo guardaroba:  i vestiti e l’armadio devono “misurarsi” con l’altezza e le sue abilità motorie.

    Il consiglio è quello di sistemare gli indumenti ad altezza di bambino.

    Dunque, fate in modo che possa accedere alle grucce e destinategli e i cassetti bassi, ovvero quelli che può aprire e chiudere da solo, ed, eventualmente, utilizzata cestoni o cassettiere a misura di bambino.

    Educare il bambino a mangiare da solo

    La prima autonomia che va insegnata a un bambino è quella di mangiare da solo.

    Si inizia durante lo svezzamento mettendogli piccoli pezzi di cibo nel piattino, in modo che se li porti da solo alla bocca.

    Ricordatevi di imboccarlo il meno possibile, deve imparare a fare da solo!

    Quando è più grande si passa all’uso del cucchiaino e della forchetta, fino al coltello (per bambini) per tagliare i cibi più morbidi o spalmabili.

    In parallelo bisogna insegnargli a portare il bicchiere alla bocca e a pulirsi da solo con il tovagliolo.

    Tutte queste attività sviluppano la manualità e l’imparare a maneggiare le posate, come gli adulti, fa crescere l’immagine di sé e l’autostima.

    Tutte queste attenzioni aiuteranno il vostro bambino ad essere autonomo, inizialmente nelle piccole cose e poi, crescendo, in tutte le attività quotidiane.

    Il mestiere del genitore è uno dei più difficili e dei più belli in assoluto, l’importante è conoscere e comprendere le regole dell’educazione.

    In questo possiamo aiutarvi 😉

    Non esitate a contattarci per altri consigli o domande!

  • Gli stili educativi genitoriali e lo sviluppo del bambino

    stili educativi genitoriali

    Cosa sono gli stili educativi genitoriali? Quali sono le caratteristiche di ogni stile?

    Quanto influenzano la crescita e lo sviluppo dei bambini?

    Sono tutte domande che sicuramente vi sarete posti almeno una volta.

    Vediamo di dare una risposta a questi interrogativi, presentando gli stili educativi e indicando quale può essere quello più adeguato ad una crescita armonica dei vostri bambini 😉

    Gli stili educativi possono influenzare notevolmente lo sviluppo e la crescita dei bambini.

    Sono tutte quelle modalità educative che ognuno di noi utilizza nell’educazione e nella comunicazione con i propri figli, più o meno consapevolmente.

    Le modalità educative sono specifiche e corrispondono, infatti, ad uno stile piuttosto che ad un altro.

    Tali modalità possono influire, positivamente o negativamente, sullo sviluppo e sulla crescita dei figli, anche nel lungo periodo.

    È importante conoscere la propria modalità educativa e di comportamento, per orientare l’azione educativa e andare a modificare o potenziare un certo comportamento nell’educazione dei propri figli.

    Esistono tre tipologie di stili educativi genitoriali, vediamoli insieme!

    Immaginatevi una linea: ai due poli opposti troviamo lo stile permissivo e lo stile autoritario, mentre al centro troviamo lo stile autorevole, ovvero il più equilibrato per la crescita dei vostri figli.

    Lo stile permissivo

    • Basse aspettative nei confronti del figlio, sia di successo che di comportamento;
    • Soddisfazione delle richieste e dei bisogni del figlio, senza però fornire un sistema di regole adeguato all’età e alle esigenze del bambino;
    • Il genitore è presente, ma si rapporta al figlio troppo come un “amico” che come una figura genitoriale, senza essere per lui un modello di comportamento e fornirgli regole e consigli per la crescita.

    Il bambino crescerà senza aver interiorizzato un sistema di regole, dunque sarà presente una bassa disciplina e capacità di controllo, scarse abilità sociali e relazionali, un’insicurezza e una bassa autostima e fiducia in se stesso.

    Lo stile autoritario

    • Presenza di un sistema di regole troppo rigido, che viene imposto al bambino, e non condiviso;
    • Eccessive aspettative nei confronti del figlio: il genitore autoritario è rigido e inflessibile e non ascolta, e non conosce, i bisogni e i desideri del figlio;
    • Assenza di un modello di comportamento da seguire e feedback e consigli.

    A lungo termine, il bambino potrebbe sviluppare una bassa autostima, una bassa autonomia e indipendenza, una forte difficoltà nel socializzare e relazionarsi con il mondo circostante e con gli altri.

    Lo stile autorevole

    • Il genitore autorevole fornisce al bambino un sistema di regole positivo, con regole chiare, coerenti e adeguate al livello di sviluppo del figlio spiegando sempre i motivi di tali regole;
    • Il genitore autorevole, infatti, stabilisce regole e linee guida che il figlio è segue in modo democratico, condiviso e partecipato;
    • Non c’è imposizione, invadenza, ma condivisione, comunicazione assertiva e partecipazione tra genitori e figli.

    Lo stile educativo genitoriale autorevole è sicuramente quello più idoneo per promuovere lo sviluppo emotivo, sociale e relazionale dei bambini.

  • Comunicazione verbale e non verbale a confronto nell’emozione di rabbia

    comunicazione non verbale e verbale

    Paul Watzlawick, psicologo e filosofo austriaco, naturalizzato americano, ci ha insegnato importanti concetti legati alla comunicazione.

    Non si può non comunicare” è uno dei principali assunti dello studioso ed è così: con qualsiasi atteggiamento si ha una comunicazione!

    Anche il silenzio rappresenta una forma di interazione (non verbale), facendo riferimento ad un’arma importante nella gestione dei conflitti: l’indifferenza.

    In questo articolo vediamo le differenze tra la comunicazione non verbale e verbale e la loro importanza nelle interazioni tra le persone.

    Il senso di ciò che diciamo

    Quello che abbiamo comunicato è quello che l’altro ha capito.

    Ma cosa significa? Vi ricordate l’articolo sulla comunicazione funzionale?

    Abbiamo detto che nella prevenzione del conflitto intrafamiliare è necessario lavorare alle modalità di relazione ed interazione tra i familiari, applicando le tecniche della comunicazione funzionale.

    Il messaggio che emettiamo verso un soggetto destinatario viene da questo recepito secondo la propria interpretazione di senso.

    E questa interpretazione può non corrispondere al significato originario che noi abbiamo dato al messaggio comunicato.

    Qui si inseriscono i giudizi e le critiche percepite dalle persone persone nel comunicare con gli altri.

    Può succedere che comunicando una nostra opinione, benché neutrale e non giudicante secondo il nostro parere, il nostro interlocutore possa recepirla come un’offesa nei suoi confronti.

    Questo perché chi parla con noi interpreta e filtra secondo le proprie emozioni ed esperienze le nostre parole.

    Lo stesso vale per gli apprezzamenti e i complimenti, per fortuna! 😉

    Ognuno di noi valuta le parole degli altri secondo un proprio metro di giudizio.

    Disguidi e incomprensioni emergono a causa di un uso scorretto della comunicazione tra le persone.

    Ma vediamo come comunicazione non verbale e verbale influiscono in tal senso.

    La comunicazione non verbale e verbale a confronto

    Una interazione è influenzata dal ruolo tra i soggetti coinvolti e dal contesto.

    In un contesto lavorativo si comunica in un determinato modo, a scuola i ragazzi comunicano diversamente da come comunicano in casa con la propria famiglia

    Vediamo come anche il ruolo è importante: i bambini comunicano diversamente con la mamma e con la maestra, con i fratelli o con i compagni.

    Questo perché una comunicazione è formata da:

    • La parte cognitiva: viene elaborato il pensiero da trasmettere ad un interlocutore;
    • La parte emotiva e affettiva: il sentire dentro del soggetto comunicatore, il proprio stato d’animo, che inevitabilmente cambia a seconda di chi abbiamo di fronte;
    • Una parte comportamentale: l’agire verso l’altro, il comportamento, anche non verbale, che teniamo nei confronti del nostro interlocutore.

    Comunicazione non verbale e verbale qui si incrociano.

    Siamo state, di recente, presso una scuola superiore territoriale a parlare di criminologia.

    Nei giorni precedenti avevo preparato una presentazione da mostrare agli studenti, con testo, immagini e grafici.

    La mia comunicazione non verbale e verbale si è mossa, verso i miei interlocutori in diverse direzioni, al fine di trasmettere al meglio le mie informazioni e renderle più efficaci.

    Essa è stata:

    • Verbale, nella spiegazione dei concetti;
    • Non verbale, attraverso alcune immagini (della scena del crimine 😉 ) che hanno stimolato l’emotività dei ragazzi.

    La comunicazione per immagini stimola una reazione di comportamento, attraverso foto accattivanti, e rende il messaggio più efficace e memorizzabile.

    Comunicazione non verbale e intenzionalità

    Un’altra differenza fondamentale tra la comunicazione non verbale e verbale è l’intenzione di comunicare qualcosa.

    Infatti, la comunicazione può essere involontaria, inconscia, non intenzionale.

    Nello specifico, con il canale non verbale è possibile trasmettere significati ed emozioni ad un ricevente, senza verbalizzare alcun messaggio.

    Attraverso un sorriso si può comunicare complicità, con un sopracciglio elevato perplessità, disgusto arricciando il naso e così via.

    Ma vediamo insieme quali sono le parti di una comunicazione.

    comunicazione non verbale e verbale

    Solo il 7% della comunicazione è formata dalle parole dette; il 38% è formato dal modo di dire le cose.

    E la fetta più imponente, il 55%, riguarda il non verbale (puro): la posizione del corpo rispetto al nostro interlocutore, le espressioni facciali.

    Le parti di una comunicazione

    La comunicazione verbale avviene attraverso l’uso del linguaggio, sia in forma scritta che orale e dipende da precise regole sintattiche e grammaticali.

    La prosodia è la parte della linguistica che studia l’intonazione, la durata e l’accento nel linguaggio parlato.

    Si tratta dunque di una parte abbastanza rigida e fissa che caratterizza un soggetto.

    Il paraverbale riguarda la voce: ne comprende il tono ed il ritmo. Ma anche le pause e altre espressioni sonore come lo schiarirsi la voce.

    Questa rappresenta una parte variabile e che cambia a seconda del nostro stato d’animo e di ciò che vogliamo comunicare.

    La tristezza, ad esempio, comporta un tono di voce basso ed un ritmo piuttosto lento.

    A differenza, la gioia viene espressa attraverso un timbro di voce più elevato, un verbale più fluente ed un ritmo più sostenuto.

    La comunicazione non verbale (pura) riguarda le mimiche facciali, gli sguardi, i gesti, la distanza, la postura tra noi ed il nostro interlocutore.

    Tutti questi sono aspetti che rivelano moltissime informazioni sia sulla relazione tra due interlocutori, sui loro ruoli e sulle loro emozioni esperite in quel momento di incontro e confronto.

    La cinesica studia le posture.

    Come stiamo seduti su una sedia durante un colloquio di lavoro può influenzare il nostro selezionatore.

    La prossemica è la disciplina che studia lo spazio e le distanze tra due persone che stanno comunicando, che si trovano in una interazione, a livello di comunicazione non verbale e verbale.

    La distanza tra le persone racconta i rapporti ed i ruoli tra i comunicatori. Osservando possiamo capire se due persone mantengono una distanza di intimità o più formale.

    La comunicazione non verbale e verbale sono entrambe guidate dall’emozione. Vediamo in che senso.

    Il ruolo delle emozioni

    Le emozioni sono stati di attivazione che coinvolgono l’organismo e influenzano il modo in cui noi elaboriamo le informazioni guidandoci nell’attribuire i significati a tutto ciò che ci succede.

    Partendo da questa definizione, un po’ complessa, cerchiamo di capire insieme come si concretizza un’emozione.

    1. Prima fase: il soggetto, in risposta ad un stimolo visivo o uditivo, ha un’attivazione emotiva;
    2. Seconda fase: il segnale ricevuto viene dal soggetto classificato, ad esempio come pauroso, di gioia, disgustoso, di tristezza;
    3. Terza fase: si ha la risposta psicofisica allo stimolo.

    E’ lo studioso Paul Ekman che teorizza il metodo definito FACS (Facial Acting Coding System).

    comunicazione funzionale

     

    Questo metodo studia il movimento di singole unità muscolari del viso e riconduce ciascuno di essi ad un codice, il quale viene correlato ad una precisa emozione.

     

     

     

     

    Ad esempio: un muscolo frontale si contrae e permette il movimento di elevazione del sopracciglio, nella sua parte esterna, che codifichiamo con il numero 2.

    Questo movimento 2 è decodificato con l’emozione di dubbio.

    Ecco che quando eleviamo la parte esterna di un sopracciglio ci mostriamo dubbiosi.

    E così via.

    Comunicazione non verbale e verbale: la rabbia

    comunicazione non verbale e verbale

     

    Di che emozione si tratta?

    Siamo in grado di identificare questa espressione e dunque l’emozione che ne sta alla base?

    Si, attraverso il metodo Ekman di analisi del comportamento non verbale!

    Cosa succede durante l’attivazione fisiologica nella rabbia?

    Abbiamo visto che la terza fase di elaborazione di un’emozione è la risposta fisiologica ad uno stimolo.

    L’attivazione in risposta ad uno stimolo che fa provare rabbia, comporta:

    • Aumento della pressione sanguigna;
    • Tachicardia;
    • Ipersudorazione;
    • Tensione di vene sulla fronte e sul collo;
    • Arrossamento del viso.

    Tra gli indicatori paraverbali, ad esempio, troviamo aumento del tono di voce e eloquio più veloce.

    Tra gli indicatori non verbali troviamo:

    • Gesticolare più frequente;
    • Corpo in avanti, con petto in fuori e spalle indietro;
    • Mani ad artiglio, chiuse a pugno, dita puntate in alto o indice alzato;
    • Braccia verso l’alto.

    comunicazione non verbale e verbale

     

    Tutti i segnali non verbali di rabbia sono prodromici di un acting-out violento, ovvero il cosiddetto passaggio all’azione.

    Saperli riconoscere in una conversazione con un soggetto aggressivo è fondamentale per poter prevenire un attacco di violenza fisica.

    Abbiamo già parlato della gestione della rabbia nei bambini.

    Ma quali sono le funzioni della rabbia?

    Funzioni positive:

    • Aumenta l’energia, l’intensità alla base della determinazione;
    • Aumenta il senso di potere per l’autostima;
    • Riduce il sentirsi vulnerabile;
    • Attutisce l’insicurezza e la vulnerabilità percepita;
    • Stabilisce dominanza in una interazione.

    Funzioni negative:

    • Risposta alla frustrazione;
    • Necessità, bisogno che spinge alla rabbia;
    • Esaltazione di principi morali:
    • Un ostacolo da eliminare per uno scopo;
    • Un rifiuto, una ferita.

    Per gestire la rabbia è necessario il suo precoce riconoscimento attraverso i segnali che anticipano un’esplosione al fine di prendere misure preventive ed evitare la escalation emotiva.

  • La gestione della rabbia nei bambini: come aiutarli a comprenderla

    gestione della rabbia nei bambini

    In un precedente articolo abbiamo approfondito l’importanza e l’influenza delle emozioni sul nostro comportamento e sui nostri modi di agire, soprattutto nei bambini.

    I bambini devono imparare a riconoscere e gestire la propria emotività, dando un nome a tutte le emozioni, accettarle ed imparare ad esprimerle.

    Prima fra tutte la rabbia, in quanto emozione primaria e fondamentale.

    La gestione della rabbia nei bambini, infatti, acquista una grande importanza nell’educazione e deve essere insegnata con l’aiuto e il sostegno dei genitori e degli educatori.

    Uno strumento che può essere utilizzato per canalizzare la rabbia dei bambini è rappresentato dalla “scatola della rabbia” 😉

    La scatola della rabbia

    Un modo molto funzionale e divertente che voglio consigliarvi è quello di costruire, insieme ai bambini, una vera e propria scatola della rabbia.

    Costruirla insieme è fondamentale: il bambino deve personalizzarlo e sentire suo questo oggetto.

    Poi deve scegliere un posto dove tenerlo: sulla scrivania, dentro l’armadio, sopra un mobile.

    Un posto dove possa prenderlo ed utilizzarlo facilmente da solo senza dover chiedere aiuto a nessuno.

    Il bambino ogni volta che si arrabbia, prende la sua rabbia, oppure un oggetto o un disegno che rappresenta la sua rabbia, e la mette nella scatola, chiudendola dentro.

    Oggetti e disegni che poi potranno essere guardati insieme nei momenti di calma per cercare di parlare insieme di quello che ha provato.

    Il potenziale educativo di questo gesto è immenso: il bambino incanala la sua energia distruttiva in un’azione costruttiva.

    La scatola della rabbia non serve tanto per liberarsi della rabbia, piuttosto per aiutare il bambino a dare una forma alla sua rabbia e ad imparare a gestirla.

    Se avete domande o avete bisogno di un sostegno più specifico nella gestione della rabbia dei vostri piccoli, non esitate a contattarci!

  • La comunicazione funzionale nella prevenzione del conflitto

    comunicazione funzionale

    In questo articolo esuliamo brevemente dalle tematiche di tutela minorile per affrontare l’ampio tema della comunicazione funzionale.

    È vero, la maggior parte delle volte lavoriamo con famiglie in cui la comunicazione si è spezzata già prima del nostro arrivo.

    Infatti, lavorare sulle conseguenze di una rottura familiare fa parte delle nostre attività di sostegno alla funzione genitoriale e tutela dei figli.

    Ma non si parla mai abbastanza di prevenzione, questa sconosciuta!

    L’analisi dei comportamenti individuali, per effettuare una prevenzione del rischio, rappresenta una delle nostre attività prevalenti.

    È qui che si inserisce la comunicazione funzionale come elemento base di partenza per una buona prevenzione!

    Alla base di una comunicazione funzionale

    Quante volte, parlando con qualcuno, ci siamo sentiti dire: “io non lo comprendo proprio”; “parliamo due lingue diverse”; “ha alzato un muro tra di noi”.

    Si tratta di espressioni che indicano una impossibilità comunicativa tra due persone.

    Si, perché alla base di un buon rapporto c’è sempre una buona comunicazione.

    Una conversazione effettuata nel modo corretto, che possiamo definire comunicazione funzionale.

    Ma cos’è una comunicazione e qual è la sua funzione?

    Mettiamo un po’ di noi nella nostra comunicazione

    I soggetti coinvolti in una interazione sono un emittente, che trasmette un messaggio ed un ricevente, che ascolta e recepisce ciò che viene detto.

    Perché una comunicazione funzionale abbia luogo è necessario che il soggetto emittente del messaggio ed il soggetto ricevente si “sintonizzino” sulla medesima frequenza.

    Questo passaggio, però, è reso più complicato dalle singole caratteristiche psicologiche e comportamentali dei due soggetti. Mi spiego meglio:

    Guardate questo schema.

    comunicazione funzionale

    Le informazioni contenute in un messaggio trasmesso non sono quasi mai completamente neutrali.

    Chi comunica le informazioni, infatti, è caratterizzato da propri schemi di senso, personalissimi, dettati e formati dalle proprie esperienze.

    Le caratteristiche del messaggio emesso sono sempre influenzate dalle percezioni e dalle emozioni dell’emittente, dal contesto di riferimento e dal ruolo e la relazione tra i soggetti coinvolti.

    Allo stesso modo, chi riceve la comunicazione filtrerà, attraverso propri canali, le informazioni ricevute, operando una interpretazione del messaggio.

    Non è dunque tanto semplice riuscire in una perfetta comunicazione funzionale!

    Sì, perché soggetti con differenti valori, percezioni, conoscenze, esperienze potrebbero non sintonizzarsi sulla medesima frequenza, reinterpretando il messaggio ricevuto fino ad equivocarne il senso o distorcerne il significato.

    Questo può accadere in ogni comunicazione: al lavoro, in famiglia, tra amici.

    Chi riceve un’informazione, un messaggio, effettua una interpretazione dello stesso, secondo i propri vissuti, giudizi e pregiudizi, il proprio sistema di valori.

    Ecco che il rischio è proprio parlare due lingue diverse!

    Tipologie di comunicazione e differenti obiettivi

    E’ molto importante indagare lo scopo e l’obiettivo di una comunicazione, al fine di migliorarne l’efficacia e la comprensione.

    Ad esempio, se si ha l’intenzione di comunicare mere informazioni di dati, la trasmissione del messaggio risulterà più schematica e netta, che non lascia spazio all’interpretazione!

    Ma guardate la comunicazione pubblicitaria: i messaggi televisivi hanno l’obiettivo di persuadere il pubblico a casa a fare un acquisto e comprare un determinato prodotto.

    Una comunicazione persuasiva utilizza tecniche di conversazione tese a catturare l’interesse e la fiducia di chi ascolta, con l’obiettivo di convincere l’interlocutore.

    Ma il più rilevante, in questa sede, è per noi lo scambio di interazioni nel nucleo famigliare, tra soggetti che condividono la quotidianità ed in cui è fondamentale preservare le relazioni interpersonali.

    Certo, perché quando conosciamo bene il nostro interlocutore e tra noi intercorrono rapporti di amicizia o amore, è importante per noi essere ascoltati, compresi e sostenuti.

    La comunicazione funzionale in ambito familiare è alla base di una buona relazione basata sulla comprensione, sul rispetto reciproco e sulla fiducia.

    Sentirsi liberi di parlare apertamente dei propri problemi, chiedere un consiglio, discutere in merito ad una decisione da prendere sono elementi necessari per una relazione stabile e duratura.

    Quando ci sentiamo aperti e pronti a condividere le nostre emozioni e le nostre preoccupazioni con la nostra famiglia ci sentiamo protetti, più sicuri.

    Ma se il nostro bagaglio esperienziale e personologico influisce molto nella interpretazione (o mal-interpretazione) di un messaggio ricevuto, vediamo come anche lo stile comunicativo di ciascuno, se differente, può impedire una comunicazione funzionale.

    Gli stili di comunicazione

    Sono individuabili 3 principali famiglie in cui suddividere lo stile comunicativo:

    • Lo stile comunicativo passivo, caratterizza un soggetto che non prende o subisce decisioni, dà ragione al più forte, resta in disparte, non affronta i problemi, evita il conflitto.
    • Una comunicazione aggressiva, caratterizza un soggetto che domina l’altro, lo oscura, resta fermo nelle proprie idee, interrompe e svaluta gli altri, tende a scaricare le responsabilità.
    • Lo stile assertivo, caratterizza un soggetto che comunica senza ferire, ammette i propri errori, è un buon ascoltatore, accetta le critiche, è un buon mediatore e propone in modo costruttivo.

    Ciò che il nostro interlocutore comprende da noi non è sempre ciò che noi intendevamo dire!

    Come già visto, diverse variabili incidono sul senso percepito delle nostre parole.

    Valori personali, emozioni del momento, esperienze di chi ci ascolta filtrano il nostro messaggio, contribuendo alla sua interpretazione.

    Anche lo stile di comunicazione che ciascuno di noi ha acquisito ed imparato caratterizza i nostri modi di reagire, le nostre risposte impulsive, impedendo o agevolando una interazione con gli altri.

    Studiare gli stili di comunicazione di ciascun membro della famiglia è per noi fondamentale per analizzare ciò che può essere migliorato per favorire una buona interazione.

    Va da sé che lo stile comunicativo migliore è lo stile assertivo, che, tra i tanti pregi, ingloba anche quello di utilizzare strategie di comunicazione non verbale, in grado di avvicinare l’interlocutore a sé in modo empatico.

    La comunicazione non verbale

    Noi non comunichiamo solo a parole ma:

    • 38% con il modo di dire le cose;
    • 55% con le espressioni del volto e del corpo che usiamo mentre conversiamo.

    La CNV può essere paraverbale, che riguarda la voce: comprende il tono, volume e ritmo, le pause e altre espressioni sonore quali lo schiarirsi la voce.

    Oppure può essere non verbale pura, avviene senza l’uso delle parole, attraverso canali diversificati, quali mimiche facciali, sguardi, gesti e posture.

    Uno stile comunicativo assertivo si serve molto della CNV, la quale è strettamente correlata alle emozioni.

    L’emozione è l’ingrediente segreto di una comunicazione funzionale, poiché è uno stato di attivazione che coinvolge l’organismo ed influenza il modo in cui si conversa e si comprende un messaggio.

    Quando comunichiamo un messaggio positivo, il nostro tono di voce aumenta, siamo più allegri, gesticoliamo di più, abbiamo un bel sorriso stampato sulla faccia!

    Quando informiamo di una triste notizia, la nostra postura diviene calante, siamo più chiusi, le sopracciglia si abbassano, così come gli angoli della bocca ed il nostro tono di voce si fa più lento e basso.

    Rappresentare attraverso la nostra voce, i nostri gesti e la nostra mimica facciale emozioni coerenti con il messaggio che stiamo trasmettendo ci aiuta ad attivare nell’altro l’empatia e l’ascolto.

    Essere coerenti e congrui con il canale verbale, ciò che comunichiamo a voce, e quello non verbale, cioè il modo in cui lo diciamo, ci rende affidabili e buoni comunicatori.

    Rende il nostro messaggio molto più concreto, accettabile e comprensibile.

    Ci avvicina al sistema di valori, percezioni del nostro interlocutore, trasmettendo il messaggio così come vogliamo intenderlo, non lasciando spazio ad interpretazioni.

    Le regole di una comunicazione funzionale

    Quali sono, dunque, le regole base per una buona comunicazione?

    • Assumere uno stile comunicativo assertivo;
    • Comunicare in modo empatico ed emozionale;
    • Ascoltare attivamente l’altro;
    • Comunicare un messaggio in modo coerente sul piano verbale e non verbale;
    • Assumere un tono di voce chiaro, disteso e preciso;
    • Rimanere in una posizione di apertura e positività verso l’altro;
    • Non essere mai giudicante, fare attenzione alla scelta del lessico utilizzato.

    Alcuni consigli per migliorare i vostri rapporti con qualcuno con cui faticate a dialogare possono essere di non rimuginare, domandare sempre il significato inteso di una espressione che ci ha feriti, rimanere in silenzio di fronte a provocazioni sterili.

    Per consigli di lettura o approfondimenti, contattaci!

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    Fu lo studioso Paul Ekman ad organizzare le espressioni del viso in famiglie emozionali e a correlarle all’analisi degli episodi di menzogna.

    comunicazione funzionale

    Da: Ekman, P., Friesen, W.V. (2003). Unmasking the face: A guide to recognizing emotions from facial clues. Ishk.

    Chiedici informazioni se ti interessa approfondire questo argomento!

  • Il conflitto familiare: come riconoscerlo, gestirlo e trasformarlo in risorsa

    conflitti familiari

    Nell’articolo precedente abbiamo parlato delle relazioni familiari, introducendo la loro importanza e l’influenza delle relazioni conflittuali sullo sviluppo dei bambini.

    In tutte le famiglie sono inevitabili i momenti di conflitto familiare: tutti li abbiamo vissuti almeno una volta!

    Il conflitto non deve essere visto solo come scontro o controversia, bensì come possibilità di crescita, confronto, opportunità e collaborazione.

    E’ proprio nelle situazioni difficili e complesse che nascono le migliori opportunità.

    Per questi motivi, bisogna essere in grado di riconoscere i conflitti, gestirli e risolverli in modo positivo.

    Vederli, cioè, come espressione di visioni differenti e come possibilità di crescere e migliorare le proprie relazioni attraverso una comunicazione efficace.

    Il conflitto in famiglia

    La famiglia è il luogo dei conflitti: nella relazione, tra generi e generazioni, tra la famiglia ed il mondo che sta fuori.

    E’ in famiglia che si impara a gestire il conflitto e le differenze, e a stare in relazione con gli altri.

    Ciò che si riceve nella famiglia è parte costitutiva del nostro patrimonio, fisico e psichico, che portiamo nella comunità, in cui viviamo.

    Il conflitto è un evento naturale, fisiologico, che si ripete ciclicamente nella vita delle persone e in tutti i tipi di relazione.

    Può assumere una valenza positiva o negativa in base al modo con il quale viene risolto.

    Rappresenta, dunque, un’esperienza, propria dei rapporti interpersonali, che può permettere a ciascun membro della famiglia di differenziarsi, stabilire i propri confini e delineare la propria identità.

    Si configura come funzionale, se risolto e positivo, alla crescita dell’individuo e delle relazioni.

    Al contrario, un conflitto non risolto oppure negato, può creare tensioni e incomprensioni all’interno della famiglia impedendo il confronto autentico e il riconoscimento dei bisogni più profondi di ciascun componente.

    Se affrontata consapevolmente, anche la discordia può rappresentare un’esperienza di cambiamento e crescita, utile per riconoscere le idee altrui e ricercare soluzioni ai problemi condivise.

    Caratteristiche e specificità del conflitto

    Il conflitto è un aspetto inevitabile dell’esperienza umana: dall’infanzia all’adolescenza, dall’età adulta alla senilità, è un fenomeno che ci accompagna per tutto l’arco dell’esistenza.

    Esso può scaturire da una molteplicità di fattori:

    • Diversità dei sistemi valoriali;
    • Divergenza di interessi ed esigenze;
    • Dilemmi intrapersonali ed equivoci;
    • Problemi di comunicazione;
    • Difficoltà nell’accettare l’altro.

    Il conflitto è fisiologico e la sua natura è soggettiva.

    Giocano infatti un ruolo essenziale l’interpretazione e la rappresentazione che le parti danno della situazione e, pertanto, verrà percepito in modo dissimile in base alle diverse personalità coinvolte, alle esperienze conflittuali passate, alla percezione degli interessi altrui.

    Imparare a gestire il conflitto promuove le cosiddette “life skills“, ossia le abilità cognitive, emotive e relazionali che consentono di operare con competenza sia sul piano individuale che su quello sociale.

    In particolare, permette di potenziare:

    • La comunicazione efficace;
    • L’autostima;
    • L’assertività;
    • Le abilità di risoluzione dei problemi.

    L’importanza di una comunicazione efficace

    A volte il conflitto che si crea nel rapporto tra genitori e figli può significare una difficoltà di comunicazione all’interno del contesto familiare.

    È molto importante per un genitore saper comunicare in maniera efficace con il proprio figlio perché l’aspetto comunicativo migliora la qualità della diade.

    Una buona comunicazione favorisce l’esperienza da parte dei bambini di essere ascoltati e compresi dai loro genitori.

    Al contrario, una comunicazione non efficace o comunque negativa porta il bambino a credere che non è importante, che non è ascoltato o capito e a rappresentarsi il genitore come distante.

    Appare chiaramente come una comunicazione efficace e positiva è fondamentale soprattutto nelle situazioni conflittuali e verrà approfondita nel prossimo articolo.

    Come gestire il conflitto

    Il conflitto è produttivo e propositivo se gestito efficacemente dai componenti della famiglia.

    Di seguito, alcuni consigli e buone pratiche, basate su un’adeguata valutazione e gestione delle proprie emozioni.

    Innanzitutto, è fondamentale creare un clima sereno e favorevole, contraddistinto da apertura e vicinanza.

    In questo modo tutti i soggetti coinvolti possono sentirsi liberi di esprimere le proprie opinioni, senza essere giudicati o aggrediti.

    Favorire sempre una libera espressione delle reciproche idee.

    Concentrarsi sul problema da affrontare, evitando ogni forma di attacco alla persona con cui si è in disaccordo.

    È necessario chiarire l’oggetto della lite, evitando di accusare l’altro in modo generalizzato: chiarire sempre e mai essere distruttivi.

    Ascoltare sempre l’altro e le sue motivazioni per comprendere e dare significato alla situazione, tenendo in considerazione anche il punto di vista dell’altro e apre alla possibilità di una negoziazione.

    Formulare critiche costruttive: comunicare ciò che si sta provando senza giudicare l’altro permette di acquisire una maggiore comprensione reciproca.

    L’obiettivo comune di tutti i soggetti coinvolti è risolvere il conflitto, superarlo e rafforzare maggiormente i rapporti.

    Un ruolo fondamentale è giocato dal compromesso, dal confronto e dalla negoziazione: in altre parole dalla mediazione.

    Il ruolo del consulente pedagogico

    In alcuni casi può essere utile appoggiarsi ad un pedagogista esperto, che possa aiutare i soggetti coinvolti a risolvere il conflitto.

    Il consulente pedagogico, con il suo bagaglio di informazioni e di esperienza, mira a ristabilire il dialogo tra le parti, con l’obiettivo di sollecitare una riorganizzazione delle relazioni che risulti soddisfacenti per tutti i soggetti coinvolti nel conflitto.

    Egli facilita in essi la comprensione delle proprie e delle altrui emozioni, stabilendo un clima di fiducia e offrendo una visione alternativa al conflitto, che aiuti a conciliare le parti.

    Il consulente crea un ambiente di comunicazione e di scambio che agevola la conclusione di un accordo mutuamente accettabile.

    Dunque, il conflitto non va mai evitato, ma deve essere gestito e trasformato in risorsa per diventare un momento costruttivo e di confronto.

    I conflitti sono inevitabili e per questo bisogna saperli riconoscere, imparare a gestirli, mediandoli in chiave positiva.

    E’ importante vederli come un’espressione di diversità e come un momento di crescita.

    Contattateci o scriveteci per una consulenza!

  • Le relazioni familiari: significato ed influenza sullo sviluppo infantile

    relazioni familiari

    Instaurare relazioni con altre persone è uno dei compiti più vitali dell’infanzia ed è anche uno dei primi a comparire.

    E’ evidente come le prime relazioni siano quelle primarie di attaccamento con i genitori: le cosiddette relazioni familiari.

    La natura di queste prime relazioni esercita un’influenza profonda su tutte le relazioni successive, anche nell’età adulta.

    Comprendere la costruzione delle relazioni, dunque, è un elemento essenziale per capire lo sviluppo dei bambini e i loro comportamenti futuri.

    La natura delle relazioni

    Le relazioni, soprattutto quelle familiari, costituiscono un aspetto fondamentale per comprendere le dinamiche personali e i comportamenti.

    Esse forniscono il contesto in cui si sviluppano tutte le funzioni psicologiche.

    Qui il bambino fa le sue prime incursioni nel mondo esterno, acquisisce mezzi di comunicazione e, con il tempo, sviluppa modalità di considerare se stesso in relazione al mondo.

    Le differenze riguardanti proprio la natura delle relazioni che instaura con gli altri, possono avere profonde implicazioni sul percorso evolutivo che il bambino seguirà in futuro.

    Per analizzare, dunque, obiettivamente quello che accade tra le persone occorre tenere presente alcune considerazioni.

    • Le relazioni possono essere solo desunte e non percepite direttamente: la nostra consapevolezza riguarda le interazioni tra le persone.
    • Solo quando le interazioni danno vita a conseguenze coerenti nel tempo, possiamo dedurre l’esistenza di un certo tipo di relazione.
    • Le interazioni sono un fenomeno circoscritto al qui e ora, mentre le relazioni implicano la continuità nel tempo.
    • Una relazione è un qualcosa di più della semplice somma delle interazioni di cui è composta ed ognuna possiede caratteristiche proprie.
    • Le relazioni non sono isolate da altre relazioni, e tendono a formare una rete: il tipo di rapporto esistente tra moglie e marito ha conseguenze chiare sulla relazione che ognuno di essi instaura con il figlio.

    Il ruolo della famiglia

    La famiglia è il primo nucleo sociale per l’educazione dei figli e agisce come fattore di socializzazione.

    La prima esperienza di relazione dei bambini, infatti, ha luogo generalmente nella famiglia.

    Il bambino nasce, vive e cresce nell’ambiente familiare che provvede ai suoi bisogni primari, influenzando il suo sviluppo psichico in modo determinante.

    L’ambiente consente al bambino di trovare le condizioni adatte allo sviluppo della sua personalità, di integrarsi successivamente nella scuola con i pari e di sviluppare la sua indipendenza e la sua autonomia.

    La famiglia favorisce lo sviluppo del linguaggio e incide sullo sviluppo della personalità per due fattori:

    • L’importanza della sua dimensione affettiva, che soddisfa il bisogno di sicurezza e di auto-realizzazione dei figli
    • Per la struttura sociale  delle relazioni interpersonali mediante le quali i figli interagiscono con gli altri e con il mondo esterno.

    Questo gruppo è il primo e fondamentale contesto utile per lo sviluppo sociale, emotivo e cognitivo del bambino.

    La famiglia introduce il bambino alla convivenza sociale, all’acquisizione delle regole del comportamento interpersonale e adempie alla funzione di fornire una base sicura.

    È proprio all’interno della famiglia che il bambino riceve le prime indicazioni su ciò che è bene fare o non fare, percependo così messaggi riguardo al valore e all’importanza delle proprie azioni.

    E’ dunque il contesto primario e ideale per l’educazione dei bambini.

    Le relazioni familiari e lo sviluppo infantile

    Il rapporto tra genitori e figli è un tassello fondamentale per la crescita e lo sviluppo di un individuo.

    E’ attraverso questa relazione che si scoprono elementi fondamentali della vita, che diventeranno un punto di riferimento, sia in positivo, sia in negativo, per il futuro.

    Il senso di Sé e della propria identità si fondano sulla realtà dei legami affettivi sperimentati a partire dai primissimi anni.

    Ogni neonato possiede capacità innate necessarie allo sviluppo e alla sopravvivenza, determinate a livello biologico e genetico.

    In questo senso, l’ambiente di vita, con la sua azione, può stimolare, modificare o bloccare tali potenzialità.

    Per comprendere lo sviluppo infantile, l’ambiente più importante da considerare è la famiglia, poiché al suo interno avviene quasi tutto il processo di crescita e maturazione dell’individuo.

    Sulla base del comportamento pratico dei genitori o di chi si prende cura di lui, il bambino forma l’idea basilare di se stesso nel mondo e costruisce i modelli interni di Sé e degli altri.

    Questi modelli sono importantissimi perché rappresentano la mappa interiore attraverso cui il minore si orienterà nelle esperienze future.

    L’influenza delle relazioni familiari conflittuali

    La struttura della famiglia ha un ruolo molto meno significativo rispetto al suo funzionamento.

    Le variabili strutturali esercitano un’influenza limitata sul risultato psicologico del bambino.

    Molto più importante è, invece, la qualità della relazione che intercorre tra qualunque individuo che compone l’ambiente domestico.

    Un evento che può avere particolari effetti sullo sviluppo dei bambini è la separazione o il divorzio dei genitori.

    Durante e in seguito alla separazione, i genitori hanno un ruolo determinante: devono reggere con efficacia il mondo interiore proprio e quello dei figli, poiché il loro comportamento influenza l’intero sistema parentale.

    Ad influenzare maggiormente, e negativamente, lo sviluppo dei figli, non è tanto la separazione in sé, quanto piuttosto l’esposizione ad un ambiente caratterizzato da alta conflittualità.

    Il conflitto tra i genitori è il fattore fondamentale che danneggia lo sviluppo dei figli e genera in loro problemi di comportamento.

    E, nella maggior parte dei casi, tale conflitto può precedere di anni la separazione.

    Il conflitto prolungato crea un clima familiare più teso e i due genitori, occupati a litigare, sono meno disponibili con i figli.

    Inoltre, il conflitto genera tensione emotiva e dolore ma i bambini per crescere in serenità hanno bisogno di vivere in ambienti armonici.

    E’ più importante che i genitori non siano in conflitto, piuttosto che siano insieme: il bene dei figli lo fa una coppia genitoriale non conflittuale.

    Le relazioni familiari, dunque, possono influenzare, negativamente o positivamente, lo sviluppo infantile dei bambini, e sono alla base di tutti i loro comportamenti o atteggiamenti futuri.

    L’educazione familiare, in questo senso, può essere di grande aiuto e sostegno ai genitori: contattateci o scriveteci!

  • L’educazione tra pari a scuola: caratteristiche e vantaggi

    Sapete cosa si intende con il termine “educazione tra pari” o “peer education”?

    E’ un processo di apprendimento innovativo che vede gli studenti come protagonisti attivi del loro apprendimento.

    Gli studenti, in questo modo, sono maggiormente coinvolti e più motivati ad imparare, rispetto alla modalità di insegnamento tradizionale.

    Le metodologie didattiche utilizzate sono innovative e prevedono la partecipazione attiva dei ragazzi con attività partecipative e pratiche.

    I vantaggi dell’educazione tra pari nell’apprendimento sono notevoli.

    Le relazioni tra pari 

    Facciamo un passo indietro e vediamo insieme l’importanza delle relazioni tra pari nello sviluppo. 

    Quando crescono, i bambini, si avventurano in una gamma sempre più vasta di relazioni interpersonali. 

    Tra queste i legami costruiti con i coetanei svolgono un ruolo particolarmente significativo nella vita dei bambini. 

    In tutte le culture, infatti, i bambini trascorrono una grande quantità di tempo in compagnia dei pari 😉

    Questo aspetto suggerisce che le relazioni tra pari possono avere un’influenza notevole sulle forme di comportamento e di pensiero

    Alcuni studiosi hanno anche suggerito l’idea che la socializzazione abbia luogo prevalentemente nel gruppo dei pari!

    Questa può essere un’esagerazione. 

    Una conclusione più plausibile è quella secondo la quale i genitori e i pari adempiono a funzioni diverse, e ognuno ha un ruolo preciso da svolgere per soddisfare esigenze specifiche nella vita dei bambini. 

    Le relazioni orizzontali

    Possiamo suddividere le relazioni in due categorie: orizzontali e verticali.

    Le relazioni verticali si instaurano con una persona che detiene conoscenza e potere in misura maggiore rispetto al bambino, come un genitore o un insegnante.

    Le relazioni orizzontali, invece, sono quelle che intercorrono tra individui con lo stesso grado di potere sociale. Hanno carattere di uguaglianza e le interazioni sono tendenzialmente reciproche, invece che complementari.

    I ruoli possono essere invertiti, perché i partner hanno abilità simili.

    La funzione delle relazioni orizzontali consiste nell’acquisire abilità che possono essere apprese solo tra pari, come quelle che implicano la cooperazione e la competizione.

    L’educazione tra pari si basa sulle relazioni orizzontali.

    Educazione tra pari e sviluppo sociale dei bambini

    Sociale in riferimento alla costruzione del Sé, un tentativo di rispondere alla domanda più importante di tutte “chi sono io?”.

    Il senso del Sé si costruisce nel contesto relazionale, all’inizio con i genitori, in seguito sempre più di frequente con i pari.

    L’opinione dei pari sul bambino e il modo in cui si comportano nei suoi confronti hanno un’enorme importanza, a partire dall’età prescolare fino all’adolescenza.

    All’interno del gruppo dei pari il bambino scopre qual è il ruolo sociale adatto a un certo individuo.

    Educazione tra pari e sviluppo intellettuale

    Anche le influenze dei pari sullo sviluppo intellettuale dei bambini sono notevoli.

    L’idea che i bambini acquisiscano conoscenze solo dagli adulti è una semplificazione troppo grossolana!

    Prendiamo come esempio la ricerca sull’educazione tra pari o collaborazione tra pari.

    Esistono attualmente molte prove del fatto che quando i bambini affrontano un problema in gruppo progrediscono nella comprensione del problema stesso più di quanto non accada quando cercano di risolverlo da soli.

    Mettiamo due bambini, ugualmente ignari della questione, a confronto su un problema intellettuale che devono risolvere. Non sono presenti insegnanti che possono aiutarli.

    La relazione è basata sull’interesse condiviso.

    Grazie, dunque, allo scambio di idee, alla discussione attiva e alla condivisione delle loro prospettive, i bambini raggiungono alla fine una soluzione a cui nessuno dei due sarebbe arrivato se avesse lavorato da solo.

    L’apprendimento qui è una questione di scoperte a cui si giunge insieme.

    La collaborazione tra pari rappresenta uno strumento molto efficace nell’apprendimento.

    Bibliografia

    Shaffer H. “Psicologia dello sviluppo. Un’introduzione”, Raffaello Cortina Editore, 2014

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