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Internet e bullismo

  • Il cyberbullismo a scuola: l’aggressività e le nuove tecnologie

    cyberbullismo a scuola

    Abbiamo visto, negli articoli precedenti, come la diffusione delle nuove tecnologie, in particolare di Internet, è accompagnata da messaggi ambivalenti.

    Da una parte si sottolinea la sua utilità per migliorare le pratiche quotidiane, dall’altra, invece, si enfatizzano i rischi implicati nel loro utilizzo.

    Il maggiore di questi rischi è senz’altro rappresentato dal cosiddetto bullismo elettronico, meglio conosciuto come cyberbullismo.

    In questo articolo approfondiremo il cyberbullismo a scuola, confrontandolo con il bullismo tradizionale, cercando di capire quali sono i fattori determinanti e le caratteristiche.

    Il bullismo elettronico

    Il bullismo elettronico è un fenomeno nuovo e, purtroppo, ancora poco approfondito.

    Al centro della sua definizione vi è sicuramente il fatto di utilizzare strumenti elettronici, come il computer e il cellulare, per molestare, ferire o diffamare altre persone.

    Si tratta quindi di un comportamento offensivo, ostinato e ripetuto, ma soprattutto intenzionale.

    Una forma di violenza, principalmente psicologica, nascosta, che viene perpetuata dietro uno schermo. 

    Ad esempio, si ha bullismo elettronico quando vengono inviati contenuti offensivi o foto imbarazzanti via email oppure messaggi con l’intento di deridere o minacciare. 

    Sicuramente la caratteristica principale di tutti questi fenomeni è l’anonimato, reso possibile dallo strumento tecnologico.

    Gli elementi caratteristici, come per il bullismo, sono i seguenti:

    • Intenzionalità: non è un comportamento accidentale ma volontario;
    • Ripetizione: non è un episodio isolato ma è reiterato nel tempo;
    • Anonimato: la vittima non sa chi ha inviato l’offesa;
    • Danno: provoca sempre un disagio negativo alla vittima;
    • Strumento o tecnologie elettroniche: cellulare e computer.

    Il profilo dei protagonisti

    I protagonisti del cyberbullismo sono tre:

    • I cyber bulli: chi commette l’azione offensiva;
    • Le cyber vittime: chi subisce l’azione;
    • Gli spettatori: chi assiste all’azione.

    Come anticipato, la caratteristica principale è l’anonimato.

    Il bullo, infatti, si sente sicuro e protetto dall’anonimato possibile attraverso la rete Internet. 

    Le vittime non conoscendo il loro aggressore, la maggior parte delle volte non riescono neppure a difendersi. 

    Il caso di Alice

    Alice oggi ha 15 anni ma è dall’età di 11 anni che è vittima di comportamenti aggressivi da parte dei suoi compagni di classe.

    E’ una ragazza molto sensibile, timida, introversa; si è sempre sentita a disagio per essere un pò in sovrappeso.

    Va molto bene a scuola, prende buoni voti, risponde sempre alle domande dei professori.

    Circa un mese dopo l’inizio della scuola comincia ad essere presa di mira da un bulletto con il suo gruppo: la disturbano con prese in giro e nomignoli, le lanciano palline di carta in aula, le rompono i quaderni, le svuotano o nascondono l’astuccio.

    Questi comportamenti continuano per mesi, fino a peggiorare passando, come succede nella maggior parte dei casi, dal bullismo tradizionale a quello elettronico.

    Un giorno, durante l’ora di educazione fisica, le scattano una fotografia che viene postata sui social network, con commenti denigranti e offensivi.

    Alice ne soffre tantissimo, non vuole più andare a scuola, comincia a sentirsi inadatta e sbagliata.

    Segue però il prezioso consiglio della sorella maggiore “Alice, più dimostri di essere vulnerabile, più loro continueranno, fagli vedere che sei superiore alle loro prese in giro e smetteranno, fidati”.

    Dopo qualche tempo il gruppo smette di prenderla in giro e Alice comincia a riacquistare fiducia in sè stessa e autostima.

    Oggi Alice frequenta il secondo anno di liceo: è più forte, socievole ed espansiva, va sempre bene a scuola, ha molte amiche e si sente parte della classe.

     
    Noi possiamo aiutarvi ad affrontare questa situazione: contattateci o scriveteci!!

    Bibliografia

    Menesini E, Nocentini A, Palladino E. B, (2017), Prevenire e contrastare il bullismo e il cyberbullismo, Editore Il Mulino

    Buckingam D, (2006), Media Education: alfabetizzazione, apprendimento e cultura contemporanea, Erickson

    Craggs E. C, (2006), Media Education nella scuola primaria, Morlacchi Editore

  • I rischi dei social network per le nuove generazioni

    rischi dei social network

    Negli articoli precedenti abbiamo parlato della grande diffusione e del grande utilizzo dei media da parte di tutti noi, anche dei bambini e degli adolescenti.

    Oggi le tecnologie fanno parte della nostra vita, a tal punto che non possiamo eliminarli: quello che possiamo fare, invece, è educare i bambini ad un loro utilizzo consapevole e critico.

    Per fare ciò occorre conoscere i rischi e i pericoli delle nuove tecnologie ed imparare a navigare coscientemente nella Rete, per non cadere nelle sue trappole.

    In questo articolo approfondiremo i cosiddetti social network, utilizzatissimi dai più giovani, per imparare a conoscerli ed utilizzarli nel modo giusto.

    La società della conoscenza

    Con questo termine ci riferiamo alla società contemporanea, quella attuale, che ha portato al superamento della precedente società dell’informazione.

    Parlare di società della conoscenza mette in risalto la possibilità degli individui non solo di accedere alle informazioni, ma anche di riorganizzare e ristrutturare la propria conoscenza.

    Significa proprio la capacità di dare un senso personale alle informazioni stesse per farle proprie ed elaborare, costruire, produrre e diffondere conoscenze nuove.

    La conoscenza diventa così il nuovo e più importante bene da possedere, produrre, acquisire e consumare.

    Tutto ciò è strettamente legato allo sviluppo e alla diffusione globale delle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione.

    Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione

    Con tale definizione ci riferiamo a tutte quelle tecnologie che permettono la conservazione, la trasformazione e, soprattutto, la trasmissione delle informazioni attraverso i computer e la rete.

    Le cosiddette nuove tecnologie velocizzano e ottimizzano le modalità di comunicazione, e permettono l’accesso alle informazioni a milioni di individui che a loro volta possono ricevere e trasmettere conoscenza.

    Si possono consultare enormi quantità di dati senza limitazioni di tipo spazio-temporale.

    I processi di conoscenza diventano così di tipo reticolare e la fruizione dei saperi è aperta a gruppi allargati di persone.

    Hanno quindi un ruolo importante come strumento democratico che possa garantire a tutti il diritto alla conoscenza e all’informazione.

    Vivere nella rete

    Possiamo dire che siamo tutti gli abitanti della “Rete”, uno spazio che è un non luogo, perché non è uno spazio fisico, ma che allo stesso tempo è ovunque.

    Siamo compagni di viaggio, abitanti dello stesso luogo, secondo forme di socialità nuove, diverse da quelle sperimentata nella vita reale.

    Forme di socialità che però ci consentono di comunicare con sconosciuti, di condividere, di sentirci parte della stessa collettività.

    E’ un mondo, quello della Rete, che viene definito virtuale ma che è fatto di persone collegate tra loro.

    Un nodo, una persona: il suo punto di vista, i suoi pensieri, la sua visione del mondo, per costituire un’autobiografia intellettuale a disposizione di chi è interessato alla conoscenza e al confronto.

    I collegamenti tra un nodo e l’altro sono le relazioni tra le persone.

    E i collegamenti di un nodo rimandano ad altri nodi, in un reticolato di relazioni, di scambi, che virtualmente mettono in comunicazione un vastissimo numero di persone.

    Un reticolato che prende il nome di rete sociale o social network.

    I rischi dei social network

    Vediamo insieme quali sono i rischi, i pericoli, di questa realtà virtuale.

    Innanzitutto, quello di creare una realtà basata sull’apparenza, sull’immagine che, nella maggior parte dei casi, può non corrispondere alla realtà.

    Si creano, così, identità virtuali, immaginarie, false. 

    Sicuramente poi i social network vanno a ledere la nostra privacy, in quanto tutti sul web possono vedere tutto: immagini, video, informazioni personali, che possono poi essere usate contro di noi. 

    Essi sono infatti il luogo ideale per la diffusione del cyberbullismo in quanto le persone si sentono protette dall’anonimato e scrivono cattiverie e insulti senza riflettere sulle conseguenze.

    Le sfide educative

    La Rete ci consente di collaborare, condividere e lavorare in gruppo, considerando sempre la diversità come un valore aggiunto.

    Internet deve riportare gli individui verso una partecipazione attiva nella costruzione della società, della cultura, della politica.

    In tutto questo, l’educazione ha il compito di formare gli individui a “essere digitali” e non creare ulteriori divari digitali, enfatizzando la collaborazione e partecipazione di tutti.

    Innanzitutto, vi è la necessità di formare all’uso dei social network, ad un utilizzo critico e consapevole delle informazioni.

    Si tratta di educare a sapere:

    • Leggere nel modo corretto i contenuti, sapendo che essi son di natura collaborativa;
    • Valutare e comparare i diversi contenuti;
    • Cercare in modo critico.

    Ciò comporta una alfabetizzazione ad un uso consapevole, fornendo le competenze necessarie a comprendere e a utilizzare le informazioni e i contenuti fino ad arrivare ad una forma più produttiva.

    In secondo luogo, occorre formare alla produzione di contenuti, allo sviluppo delle capacità necessarie per partecipare attivamente al processo di utilizzo e produzione delle conoscenze.

    Si tratta, in questo caso, di educare a sapere:

    • Rappresentare ed esprimere le proprie idee;
    • Organizzare i contenuti, condividere e comunicare in modo critico;
    • Ragione per obiettivi e compiere sintesi del proprio pensiero, per creare contenuti innovativi;
    • Sollecitare una partecipazione attiva e una collaborazione responsabile che sia rispettosa del singolo.

    Infine, vi è la necessità di formare a diventare davvero parte della realtà virtuale, stimolando una produzione e un utilizzo creativo e soggettivo.

    Educare, dunque, all’abilità di sapere:

    • Essere flessibili nel proprio ruolo di utilizzatori e produttori;
    • Collaborare e condividere con gli altri le proprie competenze e conoscenze.

    Sono sfide molto importanti per l’educazione ma necessarie, o per meglio dire, inevitabili, in funzione della crescente diffusione dei media.

    In questo senso, noi proponiamo corsi di formazione rivolti a insegnanti e genitori: solo così, solo conoscendo e padroneggiando le nuove tecnologie, sarete in grado di educare i vostri figli e i vostri alunni ad un loro utilizzo critico e consapevole.

    Bibliografia

    Guerra L, (a cura di), (2010), Tecnologie dell’educazione e innovazione didattica, Edizioni Junior

  • La media education a scuola: buone pratiche e strategie didattiche

    media education a scuola

    Nell’articolo precedente abbiamo introdotto la Media Education a scuola in tutti i suoi aspetti teorici e formativi, spiegando la sua importanza e le sue peculiarità.

    Ora invece entriamo nel vivo dell’argomento fornendovi consigli, buone pratiche e strategie didattiche per proporre l’educazione ai media a scuola.

    Il fondamentale scopo della scuola è proprio quello di promuovere un ruolo attivo e un atteggiamento critico negli studenti e formarli anche alla competenza mediale.

    Per fare ciò occorre una progettazione mirata, competenze specifiche ed una conoscenza ampia dell’argomento da parte degli insegnanti, ma anche dei genitori, per garantire un’educazione parallela scuola-famiglia.

    Perché insegnare la Media Education a scuola

    Innanzitutto, per l’attuale consumo di media: i mezzi di comunicazione sono una parte fondamentale ed innegabile dell’ambiente culturale di ciascun individuo, compresi i bambini e gli adolescenti.

    Significativo non è soltanto il volume di saturazione prodotto dai media, ma anche il ruolo di queste influenze sociali nella comprensione del mondo e nella costruzione del senso d’identità.

    I bambini sono continuamente esposti ed influenzati dalle informazioni che ottengono dalle nuove tecnologie e ciò può portare a conseguenze molto negative, anche al cyberbullismo.

    Ciò che possiamo fare è incoraggiarli a decostruire i testi mediali per analizzare, indagare e giudicare i valori trasmessi, sia quelli manifesti sia quelli nascosti.

    In secondo luogo, perché l’approccio pedagogico della Media Education valorizza alcuni principi fondamentali per l’educazione, quali:

    • L’educazione alla cittadinanza e alla partecipazione attiva;
    • L’apprendimento centrato sul bambino;
    • L’imparare ad imparare;
    • L’apprendimento di tipo trasversale.

    Dunque, è un approccio non autoritario, orientato all’azione, basato sui processi, cooperativo e caratterizzato da un clima che consente di prendere decisioni su basi democratiche.

    Promuove un esercizio critico da parte del bambino ponendolo al centro del suo apprendimento, e non in una posizione subalterna.

    Favorisce la motivazione degli studenti attraverso un insegnamento significativo e piacevole, per stimolare la loro naturale curiosità e criticità, mettendo in discussione le loro conoscenze e credenze.

    Aiuta i bambini ad imparare a imparare, ovvero aiutarli ad indagare e riflettere e a pensare da soli.

    E’ un approccio che cerca di generare l’atteggiamento interrogativo, accompagnato dal dialogo e dal pensiero critico.

    Possiamo così affermare che la Media Education persegue le stesse finalità della scuola: formare cittadini autonomi, critici, democratici e responsabili.

    Per tutti questi motivi è così importante.

    Un curricolo di Media Education

    L’educazione ai media deve essere intesa come insegnamento di tipo trasversale, in quanto non vuole ottenere un posto a sé nel programma scolastico.

    I media possono, e devono, essere pensati come trasversali al programma, come elementi imprescindibili e come dimensione aggiuntiva, valorizzante e ispiratrice.

    In questo senso, l’educazione ai media dovrebbe essere inclusa come curricolo trasversale a tutte le discipline di insegnamento, per incrementare e migliorare l’insegnamento e l’educazione.

    Deve essere garantita agli studenti con sistematicità e continuità da insegnanti interessati e capaci, e non in modo estemporaneo, sporadico, nelle ore di laboratorio.

    Il passo da compiere, dunque, è quello di passare da una programmazione per singoli laboratori alla progettazione di un curricolo di Media Education, cosa che richiede uno sforzo di riflessione e progettazione.

    Per fare ciò occorre:

    • Riflettere su quali siano le competenze necessarie oggi per vivere da cittadini nel mondo dei media;
    • Pensare a quali attività educative siano necessarie per sviluppare tali competenze in maniera completa e organica;
    • Disporre tali attività in ordine logico lungo i diversi anni di scolarità, in modo che la competenza mediale vada di pari passo con la crescita e con le altre esperienze di apprendimento offerte dalla scuola.

    Così facendo sarà possibile accrescere la confidenza dei bambini con i linguaggi e le tecnologie dei media.

    Le buone pratiche dell’educazione ai media

    I percorsi di Media Education, intesi come l’esperienza di accompagnamento dei bambini all’incontro e alla scoperta dei media, richiedono una grande complicità tra pedagogisti, educatori, insegnanti e genitori.

    Per una concreta, positiva ed efficace realizzazione dei percorsi, è necessaria un’attenzione organizzativa e relazionale che ne permetta e ne agevoli l’attuazione.

    A questo fine vengono di seguito riportate alcune “buone pratiche“, ampiamente sperimentate e irrinunciabili, che potete utilizzare nella realizzazione dei vostri percorsi di insegnamento ai media a scuola.

    1. E’ una partita da giocare in squadra: deve costituirsi un gruppo docenti, in cui ognuno possiede un ruolo e competenze specifiche, dove regna la collaborazione e la condivisione per perseguire uno scopo comune;
    2. Il Dirigente Scolastico deve promuovere, agevolare e stimolare l’attuazione del curricolo di Media Education;
    3. E’ necessario definire chiaramente tempi e spazi per la realizzazione delle attività;
    4. Fondamentale è la documentazione dell’esperienza e la sua valutazione;
    5. Così come la condivisione con i genitori, per favorire una costruttiva collaborazione scuola-famiglia;
    6. E’ opportuno che gli studenti tengano un loro quaderno di Media Education, nel quale raccogliere tutti i materiali, le informazioni e le riflessioni, per raccogliere i saperi e le pratiche;
    7. Ogni percorso prevede un prodotto di comunicazione (cartaceo, filmico o digitale) che deve essere condiviso con la comunità scolastica: deve essere socializzato.

    Queste buone pratiche possono rivelarsi di grande utilità agli insegnanti che intendono avventurarsi in questo terreno.

    L’importante è avventurarsi convinti negli obiettivi, consapevoli dei contenuti, organizzati nelle pratiche, mantenendo vivo lo spirito di scoperta e di novità.

    Le strategie didattiche

    Una strategia didattica è l’applicazione di un insieme di azioni intenzionali, coerenti e coordinate, volte al raggiungimento di un obiettivo educativo.

    Non ha però soltanto l’obiettivo di raggiungere lo scopo prefissato, ma anche di farlo bene: deve cioè essere efficace per quella situazione specifica.

    Per quanto riguarda la Media Education, le strategie didattiche devono trovare un equilibrio tra pratiche trasmissive della conoscenza e forme di costruzione sociale dei messaggi del sapere.

    Nell’uso quotidiano i media sono spesso legati al gioco, al piacere, alla relazione sociale, pertanto è opportuno utilizzare metodologie che non trasgrediscano tali modelli.

    Di seguito, riportiamo le tecniche di insegnamento specifiche e applicabili all’educazione ai media.

    L’analisi del testo e del contenuto

    Sono tecniche molto utili per l’insegnamento dei media, in quanto è essenziale avviare gli studenti alla conoscenza dei media tramite l’analisi sia testuale che di contenuto, per sviluppare la conoscenza della grammatica mediale.

    L’analisi del contenuto implica l’analisi quantitativa di un numero ampio di materiali, utilizzando codici e categorie stabiliti; ad esempio misurando le proporzioni tra testo e immagini, o la quantità di spazio dedicata alla pubblicità nei giornali.

    L’analisi del testo, invece, implica una maggiore profondità, concentrandosi sui dettagli del singolo testo per comprendere e giudicare.

    Entrambe, per avere senso, devono essere applicate a testi reali in reali contesti.

    Il Case study

    E’ lo studio di un caso specifico, in cui gli studenti sono incoraggiati a condurre una ricerca approfondita su un argomento di loro scelta relativo ai media.

    Si può chiedere ai ragazzi di studiare il lancio di un programma televisivo o di una rivista di giornale, o una campagna pubblicitaria, raccogliendo tutte le informazioni necessarie allo studio.

    Questo approccio richiede che gli studenti sviluppino abilità come “ricercatori”, incentivando così il giudizio critico e la valutazione dell’affidabilità delle informazioni raccolte.

    La simulazione

    E’ una tecnica molto nota e molto utilizzata nell’insegnamento dei media, in cui la sfida e il gioco di ruolo agiscono sia sulla motivazione sia sulla conoscenza.

    La simulazione è proprio una forma di gioco di ruolo, una simulazione, facendo assumere agli studenti il ruolo di produttori, in modo ovviamente immaginario.

    Viene infatti presentata una serie di scelte da fare o di problemi da risolvere, incoraggiandoli a riflettere sulle conseguenze delle proprie azioni e decisioni, confrontandole anche con quelle degli altri gruppi all’interno della classe.

    Tale tecnica consente un approccio attivo e accessibile, garantendo l’esperienza diretta e concreta e la partecipazione personale.

    La produzione

    E’ l’aspetto centrale e indispensabile della Media Education, in quanto comporta l’uso pratico, coinvolgente e diretto delle tecnologie.

    Il lavoro pratico offre uno spazio in cui i ragazzi sono messi nelle condizioni di esplorare il proprio investimento emotivo nei media, e di rappresentare i propri interessi.

    L’attività di produzione ha un forte valore educativo, garantendo una comprensione chiara e critica del linguaggio mediale, così come una sistematica riflessione e autovalutazione.

    In questo senso noi possiamo aiutarvi: contattateci per avere maggiori informazioni su come educare i vostri studenti o i vostri figli all’educazione ai media.

    Bibliografia

    Masterman L, (1997), A scuola di media. Educazione, media e democrazia dell’Europa degli anni ’90, Editrice La Scuola

    Buckingam D, (2006), Media Education: alfabetizzazione, apprendimento e cultura contemporanea, Erickson

    Craggs E. C, (2006), Media Education nella scuola primaria, Morlacchi Editore

    Felini D, Trinchero R, (a cura di) (2015), Progettare la media education. Dall’idea all’azione, nella scuola e nei servizi educativi, FrancoAngeli

  • Un primo sguardo alla media education tra formazione e scuola

    media education tra formazione e scuola

    I nuovi media occupano gran parte del nostro tempo sociale e sono fortemente presenti, ed utilizzati, anche a scuola da bambini e adolescenti.

    Spesso e purtroppo, però, li utilizziamo in modo spropositato ed errato e ciò può avere gravi conseguenze per le persone e per la società.

    Ora più che mai è importante parlare delle nuove tecnologie: solo così sarà possibile conoscerle, comprenderle, per utilizzarle in modo consapevole, critico e cosciente.

    Ciò deve avvenire sia a scuola che in famiglia, allo stesso modo e nello stesso tempo, per educare i bambini e gli adolescenti alla cosiddetta Media Education.

    In questo articolo viene approfondita la Media Education tra formazione e scuola, offrendone un primo sguardo, un’introduzione, focalizzando l’attenzione sui suoi aspetti teorici.

    Perché educare ai media

    La grande diffusione dei media e del loro utilizzo, negli ultimi vent’anni, ha posto alla società attuale, una vera e propria emergenza pedagogica.

    Viviamo ormai da tempo in quella che possiamo chiamare era dell’immagine, dell’informazione, della comunicazione, della multimedialità.

    I media sono diventati parte integrante dei nostri processi di costruzione delle conoscenze, orientando i nostri comportamenti e mutando le tradizionali modalità di comunicare.

    Le nuove tecnologie permeano, nel bene o nel male, ogni aspetto della nostra vita quotidiana, modificando sempre più le dimensioni relazionali, familiari, professionali, scolastiche e del tempo libero.

    Ciò non implica naturalmente che sono onnipotenti, ma piuttosto che sono onnipresenti ed inevitabili.

    Dunque, siamo tutti consapevoli della loro presenza e del fatto che non possiamo eliminarli o smettere di utilizzarli.

    Ciò che possiamo fare è parlarne, conoscerli e “imparare a conviverci” utilizzando i media in modo educativo, critico e consapevole.

    Studiare e vedere le nuove tecnologie non tanto come qualcosa da cui proteggersi, ma piuttosto come un ambiente da frequentare e per il quale bisogna prepararsi adeguatamente.

    Tutto ciò anche per prevenire fenomeni di cyberbullismo, ormai troppo presenti nelle nostre scuole.

    Una possibile risposta a tutto ciò la possiamo trovare nella Media Education.

    Cosa è la Media Education

    Nasce come forma di educazione degli allievi, ad un uso critico e consapevole dei mezzi di comunicazione.

    E’ un ambito d’intervento educativo che punta a migliorare la conoscenza e la consapevolezza dei media negli individui.

    Possiamo definirla anche come un processo di insegnamento e apprendimento centrato sulle nuove tecnologie.

    Dunque, non è soltanto riferita ad un incremento della loro capacità di utilizzo, bensì ad un incremento della loro conoscenza e comprensione, in senso critico e consapevole.

    Ecco perché parliamo di Media Education tra formazione e scuola: per il forte collegamento all’ambiente formativo, proprio della scuola.

    I destinatari privilegiati sono senz’altro i minori, ma anche gli adulti, genitori, insegnanti, educatori, che a loro volta andranno ad educare le nuove generazioni.

    E’ possibile riferirsi alla Media Education in qualità di educazione con i media e educazione ai media.

    Educazione con i media: il contesto metodologico

    Di questa categoria fanno parte quelle attività in cui le tecnologie assumono il carattere strumentale di “supporti didattici”, ovvero come oggetti e linguaggi che facilitano l’azione di insegnare ed apprendere.

    Ad esempio, quando l’insegnante o l’educatore utilizza strumenti specifici, come il videoproiettore e le Lavagne Multimediali, per amplificare e supportare il proprio intervento.

    L’educazione con i media non ha come oggetto di apprendimento le tecnologie, ma le utilizza come strumenti utili per facilitare e promuovere l’apprendimento.

    Educazione ai media: il contesto critico

    Questo contesto si ha quando l’intervento educativo mira ad una comprensione dei media intesi come fenomeno complesso che include aspetti linguistici, sociali e psicologici.

    Le finalità principali sono la promozione di un ruolo attivo e di un atteggiamento critico in chi fruisce delle tecnologie.

    Qui i media sono posti come oggetto di studio privilegiato, in modo che ciò che si insegna e si apprende riguardi specificatamente il mondo della comunicazione.

    L’educazione ai media si concentra dunque sui contenuti: studiare e capire i modi con cui un telegiornale viene prodotto, capire come funziona la pubblicità, produrre e realizzare un cortometraggio, raccontare una storia.

    Le nuove tecnologie non solo vengono utilizzate, ma c’è uno sforzo di comprensione delle stesse che, in quanto oggetti culturali, fanno parte del nostro mondo e devono essere conosciute.

    I principi base della Media Education

    L’educazione ai media si basa sui seguenti concetti e principi fondamentali.

    1. Rappresentazione: i media, essendo sistemi simbolici, non riflettono la realtà ma la rappresentano;
    2. Investigazione: mira ad accrescere la comprensione da parte degli studenti dei modi in cui i media rappresentano la realtà, incoraggiandoli ad esplorare e ad esaminare le fonti e gli effetti;
    3. Lifelong learning: è un processo di apprendimento a lungo termine, che dura per tutta la vita;
    4. Motivazione, coinvolgimento e interesse: deve garantire un’esperienza divertente e appagante, stimolante, oltre che istruttiva, per non ridurre le sue potenzialità;
    5. Comprensione, consapevolezza e autonomia critica: deve stimolare la fiducia in se stessi, il giudizio critico, così come autonomia e comprensione;
    6. Utilizzo di temi di attualità per suscitare l’interesse e l’entusiasmo, illuminando le situazioni di vita quotidiana;
    7. Riflessione e dialogo nel rapporto tra docente e studente;
    8. Partecipazione attiva e democratica: incoraggia gli studenti ad assumersi maggiore responsabilità e controllo sul proprio apprendimento;
    9. Apprendimento cooperativo: preferisce il lavoro in gruppo;
    10. Cambiamento continuo della realtà circostante.

    Il media educator: ruolo e competenze

    Questa figura professionale, dotata di alte competenze specifiche, esiste e risulta necessaria nella società attuale.

    Quello che ancora manca è il riconoscimento istituzionale di una figura responsabile di interventi di educazione ai media.

    Occorre superare la prospettiva secondo la quale chiunque possa fare interventi di Media Education, per passare ad una nuova prospettiva in cui essa richieda una figura professionale specifica: il media educator.

    Egli è dotato sia di competenze specifiche di comprensione e fruizione dei media, sia di competenze formative:

    • Strategie didattiche specifiche;
    • Metodi di lettura dei contesti;
    • Competenze relative alla progettazione di interventi formativi;
    • Tecniche di gestione dell’aula e dei gruppi;
    • Competenze di supervisione e valutazione;
    • Conoscenza dei linguaggi e dei processi dei media;
    • Padronanza delle metodologie e delle pratiche didattiche.

    Dunque, una figura complessa, dotata di un ruolo preciso e di alte competenze specialistiche, che però necessita di un riconoscimento formale per essere presa sul serio all’interno dei contesti scolastici e formativi.

    Concludiamo così questa panoramica dell’educazione ai media, nella speranza che possa avervi stimolato l’interesse e la voglia di conoscere e comprendere le nuove tecnologie.

    Nel prossimo articolo affronteremo nello specifico le strategie didattiche e le buone pratiche per promuovere la Media Education a scuola.

    Bibliografia

    Masterman L, (1997), A scuola di media. Educazione, media e democrazia dell’Europa degli anni ’90, Editrice La Scuola

    Buckingam D, (2006), Media Education: alfabetizzazione, apprendimento e cultura contemporanea, Erickson

    Craggs E. C, (2006), Media Education nella scuola primaria, Morlacchi Editore

    Felini D, Trinchero R, (a cura di) (2015), Progettare la media education. Dall’idea all’azione, nella scuola e nei servizi educativi, FrancoAngeli

  • Essere vittima di bullismo. Cosa significa e strategie di difesa

    essere vittima di bullismo

    Abbiamo parlato, in un precedente articolo, del fenomeno del bullismo, approfondendo la figura del bullo.

    La devianza minorile è oggi un problema allarmante: le statistiche affermano che, ad essere vittima di bullismo, sono già bambini tra gli 8-9 anni.

    Agire in termini preventivi, riconoscendo il fenomeno, è fondamentale per contrastare e diminuire le conseguenze negative, che possono essere davvero pericolose per la vittima.

    La vittima: tipologie

    Ad essere vittima di bullismo è colui che subisce violenze e prevaricazioni. Gli studi criminologici evidenziano diverse tipologie di soggetto a rischio:

    • La vittima passiva: con scarsa autostima, debole, ansiosa, incapace di difendersi.

    Si tratta di un soggetto insicuro e timido, scarsamente abile nel gestire i conflitti, spesso esile, con scarsa forza fisica. È una vittima tranquilla, con pochi amici, che resta spesso sola.

    Si tratta di un bambino che suscita antipatia a causa della sua incapacità di riconoscere i segnali emotivi altrui, come la rabbia.

    La vittima passiva non è aggressiva, non provoca conflitti in nessun modo, perché è avversa alla violenza.

    Il bimbo con queste caratteristiche, se aggredito, reagisce con il pianto. Questo stuzzica il bullo e lo porta ad agire, consapevole che per paura di subire ancora, la vittima non contrattaccherà.

    • La vittima provocatrice è un bimbo spesso iperattivo, che prova il bisogno di rimanere al centro dell’attenzione e di essere elogiato.

    È un soggetto irascibile, che crea tensioni e risponde ai bulli in modo inappropriato, perché incapace di gestire il conflitto.

    Questa vittima può, a sua volta, perpetrare atteggiamenti aggressivi e da bullo verso altri bambini, essendo molto irritabile.

    • La vittima collusiva è colei che accetta di assumere questo ruolo per attirare su di sé l’attenzione degli altri.

    Per raggiungere questo obiettivo è disposta a rendersi ridicola agli occhi di tutti, o a nascondere le proprie qualità intellettuali per sentirsi parte di un gruppo.

    Quali emozioni

    I bambini vittime di bullismo sono caratterizzati da una bassa autostima, si sentono spesso fuori luogo, a disagio nel gruppo e non hanno fiducia in sé e negli altri.

    Presentano difficoltà scolastiche e una forte dipendenza dalla famiglia, la cui separazione determina traumi interiori importanti.

    Le caratteristiche sopracitate devono essere trattate, in tempo, dai genitori, con l’aiuto di specialisti del settore, per aiutare i bambini a migliorarsi e rafforzare le proprie relazioni.

    Essere vittima di bullismo, se non aiutati a sviluppare risorse personali, può comportare importanti problemi relazionali durante la vita e l’età adulta.

    Quali reazioni

    Due sono le possibili reazioni del bambino vittima di violenze e bullismo:

    • Il contrattacco. La vittima reagisce attaccando il bullo, con offese e urla davanti ai compagni
    • L’indifferenza. È una tecnica molto utile: la vittima resta calma, fa finta di nulla, reagisce con il silenzio

    L’indifferenza è un’arma che, se usata con coscienza, può servire a diminuire gli attacchi dei bulli, oppure rappresenta l’incapacità di reagire della vittima, perché bloccata dalla paura.

    I risultati di una ricerca effettuata mostrano che la vittima maschio reagisce con il contrattacco mentre la femmina mostra indifferenza.

    Caratteristiche del soggetto a rischio

    I bulli individuano, all’interno della classe, un soggetto capro-espiatorio da prendere di mira, al fine di mantenere salda la propria centralità ed unire il gruppo-classe.

    Essere vittima di bullismo può essere legato ad alcune caratteristiche, che il bullo usa come giustificazione dei propri attacchi. Ad esempio:

    • Caratteristiche fisiche: portare gli occhiali, essere in sovrappeso, il colore della pelle o dei capelli.
    • Aspetti del carattere: la generosità verso gli altri, la cortesia, il pianto, la sensibilità, la riservatezza, l’incapacità sportiva o a difendersi, soprattutto se maschi.
    • Attitudini e passioni: alcuni sport o essere il primo della classe, che risulta un tradimento nei confronti degli altri, che si oppongono alla scuola.

    I pretesti per selezionare un bambino-vittima sono legati al tipo di educazione genitoriale ricevuta ed ai discorsi degli adulti.

    Capacità genitoriale è anche sapere adottare un metodo educativo improntato sulla solidarietà, sull’amore e l’accettazione dell’altro, accettando il Diverso come motivo di ricchezza culturale.

    Strategie per i genitori di bambini-vittime

    Numerosi studi hanno riscontrato che i genitori di vittime di bullismo improntano una educazione molto protettiva.

    È importante ricordare, però, che la protezione del proprio figlio si mette in pratica lasciandolo libero di esplorare e crescere, mantenendosi in secondo piano e ponendosi come riferimento, in caso di bisogno.

    Ciò che si consiglia è di ascoltare e parlare emotivamente con il proprio figlio, spronarlo a reagire con le proprie risorse, facendogli capire che essere vittima di bullismo non è colpa sua.

    Alcuni genitori iperprotettivi reagiscono con l’allontanamento dalla scuola ma, in questo caso, vi è il rischio che il bambino percepisca nel genitore paura, rabbia o ansia, invece di forza e sostegno.

    Un secondo problema legato al cambio di scuola è che, nel passaggio tra le due scuole, il bambino rimanga legato al proprio status di vittima, ritrovandosi nuovamente nella medesima situazione.

    Quando il bambino piange è necessario prestare attenzione alle motivazioni: dietro al pianto possono esservi stati d’animo che derivano da una situazione prolungata di stress ed abusi di bullismo.

    Accogliere il figlio, anche solo con un abbraccio, serve per farlo sentire al sicuro e, insieme, cominciare ad essere forti, lavorando su bisogni, autostima, anche conoscendo amici nuovi.

    È sempre sconsigliato allontanare e sgridare un bambino che piange, piuttosto è bene comprendere le sue ragioni e lavorare sul controllo delle emozioni.

    L’insegnante e la vittima in classe

    Come citato in precedenza, il bullismo è un fenomeno che si attua principalmente all’interno della classe.

    La collaborazione tra i genitori e gli insegnanti si rivela fondamentale per non essere vittima di bullismo e la prevenzione del fenomeno.

    In classe, è necessario prestare molta attenzione ai bambini soli, senza amici, con i quali l’insegnante dovrebbe instaurare un rapporto di fiducia, per comprendere ciò che provano.

    Comprendere gli stati d’animo degli alunni è, per gli insegnanti, un compito tanto importante quanto difficile.

    Gli studenti si aspettano che gli insegnanti li giudichino solo in base al rendimento scolastico e non, invece, per come si comportano, alimentando, soprattutto nei bulli, sentimenti di rancore e rabbia.

    Difatti, la bassa produttività dei bambini bulli è spesso influenzata dal loro stato d’animo.

    Il muro del silenzio della vittima-bambino che prova vergogna e non vuole che nulla sia raccontato deve essere infranto. La cooperazione scuola-genitori è un’arma vincente.

    Individuati i comportamenti di prevaricazione, i genitori della vittima, se non ascoltati, possono esporre denuncia scritta agli organi giudiziari, con l’assistenza di un avvocato.

    Conclusione

    Tra il mondo degli adulti ed il mondo minorile si presenta, oggi, un vuoto di comunicazione e di comprensione, in cui le parti non dialogano.

    I giovani sono designati come annoiati, insensibili, indifferenti e non sempre ciò è vero. La responsabilità è degli adulti, che devono dimostrare la loro maturità.

    La mancanza di ascolto e attenzione del bambino e di una figura di riferimento adulta aumenta le probabilità di essere vittima di bullismo.

    Gli adulti devono crescere insieme ai bambini, nel rispetto reciproco, affrontando la realtà con la consapevolezza di non essere soli.

    Moltissime sono le tecniche di difesa dagli attacchi verbali, tecniche di resistenza psicologica, di mediazione del conflitto, che ci rendono forti contro le crisi della vita.

    Per consigli su come affrontare, con sicurezza, offese e provocazioni puoi scriverci, ti faremo avere un manuale di istruzioni per tuo figlio!

  • Il bullismo spiegato ai bambini: manuale di istruzioni

    bullismo spiegato ai bambini

    Parlare di bullismo ai bambini

    Nei precedenti articoli abbiamo affrontato due tematiche estremamente attuali: il bullismo e il cyberbullismo.

    Tematiche, purtroppo, ancora molto silenziose, delle quali bisognerebbe assolutamente parlare di più.

    Parlarne è fondamentale: solo con la conoscenza e la comprensione sarà poi possibile decostruire questo meccanismo altamente offensivo.

    Questo è l’unico modo per prevenirlo e combatterlo.

    Solo così, educando le nuove generazioni, si potrà realizzare, nel lungo periodo, un radicale cambiamento nella nostra società.

    Ma, come fare tutto ciò? Come parlarne ai vostri figli? Come affrontare l’argomento? Quale strategia utilizzare?

    E ancora, qual è il momento giusto per parlare di queste tematiche?

    In questo contributo si cercherà di rispondere a tutte queste domande, trattando il bullismo spiegato ai bambini, anche attraverso la presentazione di un progetto da noi ideato e realizzato.

    Quando iniziare a parlare di bullismo

    Le ricerche e gli studi di pedagogia e criminologia evidenziano come le esperienze precoci, che caratterizzano il periodo 0-3 anni, siano determinanti nella formazione di schemi di comportamento.

    Tali schemi, positivi o negativi, infatti, si formano e si stabilizzano proprio in questa fascia di età.

    Appare chiaramente che, per prevenire la devianza minorile, è necessario agire sulle primissime variabili dell’infanzia, ovvero la famiglia, la scuola ed i pari.

    Come parlare di bullismo: la storia delle due mele

    Per spiegare il bullismo ai bambini è possibile utilizzare il metodo delle due mele introdotto dalla maestra Rosie Dutton, un’insegnante residente in una cittadina dell’Inghilterra.

    Una mattina decise di mostrare ai piccoli alunni due mele rosse, apparentemente identiche, anche se una si mostrava leggermente ammaccata verso l’interno, chiedendo la loro opinione.

    Tutti gli alunni concordarono nel dire che i frutti erano abbastanza simili e appetitosi.

    La maestra prese la mela “cattiva”, quella che in precedenza aveva sbattuto sul piano, iniziando ad “offenderla” dicendole quanto fosse disgustosa, con un colore ed un aspetto orribile.

    Invitò poi i suoi alunni a fare altrettanto, dicendo loro che se quel frutto non era di suo gradimento non avrebbe dovuto esserlo per nessuno.

    Seppur stupiti, i bambini si passarono a turno la mela “cattiva”, rivolgendole frasi offensive.

    In seguito, la maestra invitò poi gli alunni a dire a turno frasi carine alla mela “buona”.

    Al termine di questa seconda operazione, tutti, osservando entrambe le mele, dedussero che nulla era cambiato in loro.

    La maestra, successivamente, tagliò le mele in due parti.

    Mentre la mela “buona” aveva una polpa chiara e succosa, quella “cattiva” appariva contusa, pastosa e poco attraente.

    I bambini compresero così che le azioni di un bullo non sono visibili esternamente ma logorano la vittima all’interno che, sentendosi una persona orribile, decide di non mostrare o raccontare ad altri come si sente realmente.

    Questo è solo uno dei tanti modi per parlarne ai bambini: può servirvi come spunto per inventare voi stessi una storia.

    Il bullismo spiegato ai bambini: un progetto per le scuole

    Sulla base di queste premesse, abbiamo elaborato un Progetto specifico, con l’intento di prevenire e contrastare i fenomeni di bullismo, ma anche incrementarne la conoscenza e la sensibilizzazione.

    Tale Progetto è rivolto alle scuole di vario grado di istruzione, adattandolo di volta in volta: dalla scuola dell’infanzia alla scuola superiore, passando per la scuola primaria e quella secondaria.

    In concreto, abbiamo elaborato un percorso progettuale così strutturato:

    • Da un lato, interventi mirati per bambini e ragazzi, con attività e laboratori tematici, di prevenzione sociale, in particolare sul bullismo e cyberbullismo;
    • Di pari passo, un percorso rivolto ai genitori ed educatori, con l’intento di operare una sensibilizzazione ai temi attraverso workshop di sostegno educativo e approfondimento.

    L’attività di prevenzione include anche piani educativi personalizzati per i genitori, i quali potranno usufruire di consulenze specifiche.

    Gli obiettivi specifici del nostro progetto sono i seguenti:

    • Sensibilizzare il contesto di vita e di appartenenza (la famiglia, gli operatori
      professionisti) ai rischi di devianza minorile;
    • Promuovere il benessere societario e ridurre il rischio di devianza minorile, educando al
      rispetto dell’Altro e delle diversità;
    • Prevenire ed organizzare i comportamenti schematici della prima infanzia in armonia
      con l’ambiente ed il contesto di vita;
    • Promuovere una crescita armonica attraverso esperienze e opportunità esterne al
      proprio ambiente famigliare;
    • Aumentare i fattori di protezione in soggetti in età evolutiva, diminuendo i rischi di devianza e dipendenza;
    • Educare le famiglie al corretto uso di tecnologie e social media.

    Se siete interessati ad approfondire tali tematiche, o volete maggiori informazioni in merito a questo progetto, o anche ad altri, contattateci!

    Saremo in grado di fornirvi consigli e sostegno per elaborare soluzioni adatte alle vostre esigenze! 🙂

  • Il cyberbullismo in Italia: definizione del problema e ipotesi di miglioramento

    cyberbullismo in Italia

    Il cyberbullismo in Italia è un fenomeno sempre più diffuso, soprattutto in seguito alla grande diffusione e utilizzo delle nuove tecnologie.

    Strettamente correlato al bullismo, trattato nell’articolo precedente, il cyberbullismo è un attacco continuo, ripetuto, sistematico e offensivo, compiuto tramite gli strumenti telematici.

    Indica una qualunque forma di pressione, aggressione, molestia, manipolazione, diffamazione, realizzata per via telematica.

    Ciò può avere conseguenze disastrose, specialmente quando la vittima è un minore.

    La diffusione delle nuove tecnologie

    I media, oggi, permeano ogni aspetto della nostra vita, soprattutto dei minori, e occupano gran parte del loro tempo sociale.

    La grande diffusione delle nuove tecnologie ha posto una vera e propria emergenza pedagogica, in merito al loro utilizzo nella società e nella scuola.

    I mezzi di comunicazione, la loro cultura e l’ambiente che contribuiscono a formare, rappresentano grandi problemi aperti.

    Il cambiamento ci ha portati verso un mondo in comunicazione, non più basato su una cultura patriarcale ma una cultura telematica e digitale.

    La libertà di comunicazione è ampliata, i mezzi di comunicazione sono sempre più vasti: ormai tutto ciò che sappiamo, lo sappiamo grazie ai mass media.

    Televisione, cinema e stampa, gli “old media”, hanno lasciato il posto ai “new media”: computer, telefonino, videogiochi e infine Internet, o per meglio dire, il cyberspazio.

    Internet fa ricerche e raccoglie informazioni su un argomento, svolgendo così una funzione positiva, educativa e ludica.

    Il cellulare, invece, è molto utile per la sua funzione di chiamare, oltre che per mandare foto, video o navigare in Internet.

    I nuovi media rappresentano una innovazione, una scoperta, sia dal punto di vista sociale ed economico, sia da quello culturale.

    Il loro utilizzo dunque non va vietato, ma esplorato in modo positivo, responsabile e coscienzioso, senza esagerare e senza abusarne, per non sforare nell’illegalità.

    Il cyberbullismo in Italia: aspetti definitori

    Il bullismo elettronico è un fenomeno nuovo e, purtroppo, ancora poco approfondito.

    Al centro della sua definizione vi è sicuramente il fatto di utilizzare strumenti elettronici, come il computer e il cellulare, per molestare, ferire o diffamare altre persone.

    Si tratta quindi di un comportamento offensivo, ostinato e ripetuto, ma soprattutto intenzionale.

    Una forma di violenza, principalmente psicologica, nascosta, che viene perpetuata dietro uno schermo. 

    Ad esempio, si ha bullismo elettronico quando vengono inviati contenuti offensivi o foto imbarazzanti via email oppure messaggi con l’intento di deridere o minacciare. 

    Sicuramente la caratteristica principale di tutti questi fenomeni è l’anonimato, reso possibile dallo strumento tecnologico.

    Gli elementi caratteristici, come per il bullismo, sono i seguenti:

    • Intenzionalità: non è un comportamento accidentale ma volontario;
    • Ripetizione: non è un episodio isolato ma è reiterato nel tempo;
    • Anonimato: la vittima non sa chi ha inviato l’offesa;
    • Danno: provoca sempre un disagio negativo alla vittima;
    • Strumento o tecnologie elettroniche: cellulare e computer.

    Il profilo dei protagonisti

    I protagonisti del cyberbullismo sono tre:

    • I cyber bulli: chi commette l’azione offensiva;
    • Le cyber vittime: chi subisce l’azione;
    • Gli spettatori: chi assiste all’azione.

    Come anticipato, la caratteristica principale è l’anonimato.

    Il bullo, infatti, si sente sicuro e protetto dall’anonimato possibile attraverso la rete Internet. 

    Le vittime non conoscendo il loro aggressore, la maggior parte delle volte non riescono neppure a difendersi. 

    Una possibile soluzione: la Media Education

    I media sono i più importanti mezzi di espressione culturale e di comunicazione e, allo stesso tempo, sono l’agente di socializzazione più significativo nella società contemporanea.

    Con ciò non voglio dire che essi sono onnipotenti, ma che oggigiorno sono senz’altro onnipresenti e inevitabili.

    Essi, infatti, sono radicati nel tessuto e nelle abitudini della vita quotidiana, e forniscono una grande quantità di risorse e di informazioni.

    Si ritiene, dunque, fondamentale studiare i media, non tanto come qualcosa da cui proteggersi o evitare, ma piuttosto come un ambiente da frequentare e per il quale bisogna prepararsi adeguatamente.

    Sulla base di queste considerazioni, è possibile affermare che una risposta educativa alla loro presenza e al loro utilizzo è rintracciabile nella Media Education, o educazione ai media.

    Può essere definita come un ambito d’intervento educativo che punta a migliorare la conoscenza e la consapevolezza di queste nuove tecnologie negli individui.

    I destinatari sono i minori, ma anche tutti coloro che, per diversi motivi, mostrano la necessità di migliorare la propria relazione critica e attiva sugli strumenti telematici.

    La Media Education è finalizzata a sviluppare le potenzialità critiche e creative, proponendosi di sviluppare una competenza più ampia sui media.

    Non si tratta di assicurare solo una maggiore capacità d’uso delle tecnologie, ma di fare in modo che, insieme alle competenze di utilizzazione, sia incrementata una loro reale comprensione, critica e responsabile.

    Solo così i minori possono diventare critici, responsabili, consapevoli ed autonomi nel loro rapporto di utilizzo dei media.

    In questo senso, così delineata, la Media Education può essere una risposta concreta, estremamente attuale, per cercare di risolvere il problema del cyberbullismo in Italia.

    Bibliografia

    Menesini E, Nocentini A, Palladino E. B, (2017), Prevenire e contrastare il bullismo e il cyberbullismo, Editore Il Mulino

    Buckingam D, (2006), Media Education: alfabetizzazione, apprendimento e cultura contemporanea, Erickson

    Craggs E. C, (2006), Media Education nella scuola primaria, Morlacchi Editore

    Felini D, Trinchero R, (a cura di) (2015), Progettare la media education. Dall’idea all’azione, nella scuola e nei servizi educativi, FrancoAngeli

  • Bullismo nella scuola. Come prevenirlo ed i consigli per affrontarlo

    bullismo nella scuola

    In un articolo precedente, abbiamo trattato del processo penale minorile, spiegando come si svolge e qual è la posizione del minore che ha commesso un reato.

    Abbiamo individuato il fenomeno del bullismocome risultato di un insieme di condotte, che sono penalmente sanzionate.

    Infatti, il bullismo non è riconosciuto, nel nostro ordinamento, come reato. Ad esso, però, si può rispondere a titolo di risarcimento danni e per altri diversi reati, come la violenza privata, le lesioni, minaccia, ed altri.

    Per potere fare valere i propri diritti davanti alla Legge, come vittime di bullismo, è necessario sapere riconoscere il fenomeno quando si verifica.

    Il bullismo: gli studi norvegesi

    Il fenomeno del bullismo viene riconosciuto per la prima volta in Norvegia, intorno al 1970, da un autore e studioso di nome Dan Olweus.

    Intorno a quegli anni si verificarono una serie di suicidi di bambini di età diversa, i quali avevano denunciato, in precedenza, di avere subito maltrattamenti dai compagni di classe, in modo ripetitivo e violento.

    Nelle lettere di addio, i bambini giustificavano il loro gesto con la sofferenza estrema, provocata da quei continui abusi e prepotenze.

    Olweus, in seguito ad una attività di studio e ricerca approfondita all’interno degli Istituti Scolastici, evidenziò che il bullismo nella scuola coinvolgeva circa il 16% degli studenti della scuola primaria e secondaria.

    Per una definizione

    La letteratura europea definisce il bullismo come l’insieme di abusi e condotte oppressive, perpetrate in modo fisico o psicologico, ripetute per settimane, mesi o perfino anni.

    Le sue caratteristiche sono:

    • La persistenza nel tempo dell’abuso
    • L’intenzionalità di dominare, offendere ed opprimere l’Altro
    • L’asimmetria della relazione tra il prevaricatore e la vittima

    È frequente e sano che i bambini litighino: bisticciare è importante per avere un confronto, per rafforzare la conoscenza degli altri e per crescere insieme.

    Una litigata, strapparsi i giochi di mano, darsi una spinta, urlare, non configurano atti di bullismo, se i bambini risolvono la lite facendo la pace.

    Qualsiasi sia la natura dello screzio, in un gruppo di bambini o ragazzi adolescenti, in conflitto tra loro, ciò che è importante capire è se si tratta di un episodio isolato o se ciò avviene frequentemente.

    Il bullismo nella scuola è un fenomeno molto pericoloso, attuato nei confronti di studenti ma anche degli insegnanti. Saperlo riconoscere è fondamentale per poterlo prevenire e gestire prontamente.

    Come si verifica

    Il bullismo nella scuola può essere perpetrato tramite violenza fisica o violenza psicologica. Nel primo caso, tra le condotte rientrano:

    • Picchiare, dare calci e pugni
    • Tirare i capelli, dare schiaffi, spingere
    • Appropriarsi degli oggetti degli altri o rovinarli, strappare il diario, rubare la merenda, nascondere le cose

    Il bullismo che si verifica tramite la violenza psicologica è una forma di prevaricazione subdola e spesso molto più pericolosa, perché rischia di rimanere nascosta, anche per diverso tempo.

    Tale violenza può essere diretta o indiretta.

    Tra le condotte di violenza psicologica diretta rientrano insultare, offendere, prendere in giro, minacciare, esprimere pensieri razzisti, denigrare qualcuno, anche davanti agli altri.

    Il bullismo indiretto, invece, si verifica con pettegolezzi, dicerie, calunnie, diffuse anche tramite i social network, escludere qualcuno dal gruppo, non invitarlo a giocare.

    Il bullismo nella scuola

    È la scuola il luogo in cui i ragazzi e le ragazze passano molto tempo delle loro giornate, durante le lezioni in classe, nei corridoi o nei cortili, durante l’intervallo, o sui mezzi pubblici.

    È proprio lì che si verifica la più alta percentuale di attacchi da parte dei bulli, nei confronti di studenti o, più di recente, anche degli insegnanti.

    Infatti, le ricerche mostrano che i luoghi maggiormente a rischio sono quelli ove gli studenti si riuniscono e si ritrovano in diversi momenti: vicino ai bagni, in angoli nascosti del cortile, alcune aule in disuso, negli spogliatoi o alla fermata dell’autobus.

    Chiedendosi quali sono le motivazioni che spingono i bulli a comportarsi in questo modo, potremmo individuare moltissime ragioni. Ciò che però spesso ci sentiamo dire, quando chiediamo ad uno studente “perché l’hai fatto”, potrebbe essere “per noia, era divertente”.

    Diverse sono le ragioni che spingono un minore ad attuare tali condotte vessatorie nei confronti di altri.

    I propri problemi personali, la situazione famigliare, relazionale, eventuali disturbi comportamentali, forti emozioni di rabbia non gestite, sono solo alcune.

    È bene sempre ricordare che ogni adolescente ed ognuno di noi, assume comportamenti differenti in base al contesto in cui si trova ed al proprio ruolo in quel momento.

    Le interazioni con gli altri cambiano totalmente gli atteggiamenti individuali, che dunque si presentano diversi in contesti differenti.

    Quando si verificano episodi di bullismo nella scuola, è importante intervenire con una educazione mirata alla prevenzione di questi atti.

    Ciò che è importante fare è promuovere le attività cooperative, di comunicazione e lo sviluppo delle abilità emotive.

    Chi è il bullo

    Le statistiche rivelano che più del 50% dei ragazzi tra gli 11 e i 17 anni è stata vittima di un episodio di bullismo nella scuola; il 19,8% di essi è vittima assidua e subisce più volte al mese.

    Ma vediamo bene insieme chi è il bullo e quali sono le sue principali caratteristiche.

    La letteratura individua nella figura del bullo dominante, un soggetto con queste caratteristiche:

    • Aggressivo verso adulti e coetanei
    • Poco propenso per la scuola
    • Ha una bassa tolleranza alla frustrazione
    • Reagisce con violenza
    • Si mostra superiore e ha il desiderio di dominare gli altri
    • Ha bisogno di provare emozioni forti
    • Non rispetta le regole

    Negli atti di bullismo nella scuola, il bullo dominante fatica a riconoscere le emozioni degli altri, li manipola psicologicamente per ottenere ciò che vuole, come i compiti fatti o che altri compiano azioni devianti al suo posto.

    Spesso, alla base di queste condotte, vi è un forte sentimento di rabbia represso, che viene buttato fuori tramite la violenza, poiché il ragazzo non conosce altri modi per incanalare le proprie energie.

    Il bullo utilizza diverse strategie per giustificare il proprio comportamento, la vittima viene deumanizzata ed incolpata, per ciò che ha subito.

    Le ricerche individuano anche una tipologia di bullo ansioso ed insicuro, che si aggrega ad un gruppo violento per essere riconosciuto ed accettato.

    Il bullismo nella scuola, che si verifica nei gruppi-classe, ha dinamiche particolari: generalmente questi sono formati da un bullo dominante, un sostenitore ed un gruppo gregario, che osserva.

    Come riconoscere la vittima

    Alcune ricerche svolte a campione, mostrano che, per difendersi dai bulli, il 65% delle vittime di violenza chiede aiuto ai genitori, mentre il 41% di esse agli insegnanti.

    Ma come possiamo capire se un alunno o vostro figlio sono vittime di bullismo?

    Tra le condotte a cui bisogna sempre prestare attenzione possiamo individuare le seguenti:

    • Rifiuto immotivato di recarsi a scuola
    • Sparizione frequente di materiale scolastico e personale
    • Abiti sporcati, rovinati
    • Segni di violenza fisica
    • Alterazione dell’umore all’uscita da scuola
    • Rifiuto di raccontare la propria giornata scolastica
    • Calo improvviso del rendimento scolastico
    • Disturbi del sonno, scarso appetito

    Consigli per gli insegnanti

    Ciò che la scuola può fare è fornire una formazione specifica al proprio personale: agli insegnanti, educatori e chiunque lavori all’interno della scuola.

    I corsi di sensibilizzazione sulle tematiche del bullismo si rivelano molto importanti per sapere riconoscere il fenomeno e prevenirlo.

    È necessario attuare un piano anti-bullismo ben definito e strutturato, con regole chiare da rispettare, da fornire a tutte le classi.

    E, ancora:

    • È bene non tollerare né sottovalutare episodi di bullismo ma intervenire sempre
    • Favorire momenti di riflessione in gruppo e attività pro-sociali
    • Essere aperti al dialogo, individuare soggetti a rischio
    • Preparare questionari anonimi nelle classi
    • Organizzare laboratori che valorizzino le differenze individuali, la conoscenza reciproca

    In questo senso, progettiamo percorsi di formazione, proprio su queste tematiche, rivolti alle scuole di vario grado con lo scopo di informare gli studenti, sensibilizzarli, prevenire e contrastare fenomeni devianti.

    Progettiamo anche percorsi di formazione rivolti agli insegnanti, per fornire loro gli strumenti necessari per riconoscere e contrastare i fenomeni di bullismo.

    Consigli per i genitori

    Alcuni genitori potrebbero pensare che le condotte aggressive siano una scuola di vita, che i ragazzi devono imparare a cavarsela da soli, che gli scontri fanno crescere o, ancora, che si tratti di ragazzate.

    Minimizzare queste condotte è molto grave, poiché ne permette la continuità nel tempo, peggiorandone le conseguenze. Per una buona genitorialità, la prassi è:

    • Ascoltare il figlio, parlando dei suoi sentimenti e delle sue paure
    • Educare il figlio a chiedere aiuto senza vergognarsi
    • Essere presenti nella vita del figlio e sostenerlo
    • Appoggiare le attività con altri coetanei, come fare uno sport o suonare uno strumento

    Un genitore ha spesso parte di responsabilità per le condotte attuate dal figlio. Cogliere i segnali di disagio è importante per prevenire condotte antisociali.

    Un pedagogista specializzato in devianza minorile potrà aiutarvi, in caso di dubbi sulle condotte di vostro figlio. Contattateci per un consiglio!

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