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Giulia Piazza

  • La violenza domestica: definizione, forme e conseguenze

    violenza domestica definizione

    Quasi ogni giorno siamo costretti a leggere o ascoltare notizie in merito a fenomeni di violenza: violenza sulle donne, maltrattamenti sui bambini, abusi, violenza sessuale.

    Se apriamo un quotidiano o ascoltiamo un telegiornale, sicuramente troveremo almeno una notizia di cronaca su un atto violento.

    Questo fatto è sconcertante. Viviamo in un mondo in cui la violenza, purtroppo, è all’ordine del giorno, in tutte le sue forme.

    In questo articolo viene approfondita la violenza domestica, focalizzando l’attenzione sulle sue fasi e forme, ma anche sulle sue conseguenze psicologiche.

    La violenza domestica: definizione

    Secondo l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) la violenza domestica è un fenomeno molto diffuso che riguarda ogni forma di abuso e di comportamenti coercitivi, esercitati per controllare emotivamente una persona che fa parte del nucleo familiare.

    Nella definizione di violenza domestica sono comprese tutte le azioni e i comportamenti che mirano ad affermare il potere e il controllo sull’altra persona, sul suo agire e sul suo pensare.

    Non si limita, quindi, solo agli abusi fisici ma può anche essere verbale, emotiva, psicologica, finanziaria e sessuale.

    La violenza domestica viene agita prevalentemente dagli uomini contro le donne e avviene all’interno delle mura domestiche, tra coniugi o conviventi, nell’ambiente cioè che dovrebbe essere ritenuto il più sicuro.

    Include una serie di comportamenti, che spesso si verificano contemporaneamente:

    • La violenza psicologica ed emotiva;
    • La violenza fisica e sessuale;
    • L’uso della coercizione, di minacce e di intimidazioni;
    • L’isolamento; la minimizzazione e la negazione di colpe;
    • La violenza economica.

    Alcuni dati statistici

    E’ un fenomeno diffuso in tutti i Paesi e in tutte le fasce sociali; gli aggressori appartengono a tutte le classi e a tutti i ceti economici, senza distinzione di età, razza ed etnia.

    In una indagine ISTAT (2006) condotta su un campione di 25.000 donne tra i 16 e i 70 anni sono emersi dati allarmanti.

    Sono 2 milioni le donne che hanno subito violenza domestica dal partner attuale o da un ex partner.

    3 milioni 466 mila donne hanno subìto stalking nel corso della vita, il 16,1% delle donne. Di queste, 1 milione 524 mila l’ha subìto dall’ex partner.

    Si è stimato che oltre il 90% delle vittime non denuncia il fatto, per paura o vergogna.

    In realtà non è possibile sapere il numero esatto delle donne che hanno subito queste terribili esperienze, perché questi dati sono relativi soltanto al numero esiguo di donne che hanno denunciato il fatto alle autorità.

    Rispetto al 2006 però emergono importanti segnali di miglioramento: ad oggi, le violenze fisiche o sessuali sono passate dal 13,3% all’11,3%.

    È in calo sia la violenza fisica sia la sessuale, dai partner e ex partner, come dai non partner.

    Ciò è frutto di una maggiore informazione, del lavoro sul campo, e di una migliore capacità delle donne di prevenire e combattere il fenomeno, ma non bisogna fermarsi.

    Le fasi della violenza domestica

    La violenza non si manifesta sempre apertamente, è spesso subdola e generalmente segue un ciclo chiamato “spirale della violenza” che si articola in più fasi, da non sottovalutare.

    Queste fasi seguono una vera e propria escalation della violenza.

    Vediamole insieme.

    La fase iniziale è d’intimidazione, caratterizzata da costanti minacce, lamentele, gelosie, anche eccessive, in cui il partner fa di tutto perché la vittima viva in uno stato costante di paura e si senta sempre inadeguata.

    Segue poi l’isolamento, in quanto, a seguito delle sue continue richieste, la vittima inizia ad isolarsi dal resto del mondo: amici, famiglia, colleghi di lavoro.

    Lui poi tenderà alla sua svalorizzazione, a sminuire, a mortificare: troverà sempre il modo per umiliare e far sentire la vittima incapace.

    Alla violenza psicologica segue, o si può accompagnare, la violenza fisica e quella sessuale.

    Seguono poi quasi sempre delle false riappacificazioni, momenti di pentimento in cui il partner sembra tornare quello di prima, ma è solo un’illusione.

    Molto spesso anche i familiari e gli amici possono fare pressioni sulla vittima per perdonare il partner e dargli un’altra possibilità.

    Le varie forme di violenza

    Non esiste un solo tipo di violenza.

    Consideriamo violenza ogni forma di abuso di potere e di controllo che si manifesta come sopruso fisico, sessuale, psicologico ed economico.

    E’ raro che queste diverse forme si presentino singolarmente, bensì, solitamente, combinate tra loro.

    Vediamole ora nel dettaglio.

    Violenza fisica

    Ogni forma di violenza contro il corpo e la proprietà, con azioni fisiche finalizzate a fare male e spaventare.

    Le aggressioni possono essere evidenti (calci, pugni, spinte), oppure più sottili e rivolte a qualcosa cui la persona tiene (animali, oggetti, vestiti), così come alla casa o a oggetti preziosi.

    Dunque, comprende l’aggressione fisica grave, ma anche tutti i contatti fisici volti a spaventare e controllare la persona.

    Violenza psicologica

    Si intendono tutti quei comportamenti che mancano di rispetto, offendono e mortificano la dignità di una persona.

    Questa è la prima forma che si manifesta ed è quella che permette lo svilupparsi di tutte le altre.

    E’ meno visibile perché non lascia segni sulla pelle, ma è più subdola, ferisce all’interno, facendo anche più male.

    Comprende abusi psicologici come intimidazioni, umiliazioni pubbliche o private, continue svalutazioni, ricatti, controllo delle scelte personali e delle relazioni sociali comportando l’isolamento della vittima.

    Violenza sessuale

    Ogni forma di coinvolgimento in attività sessuali senza un reale consenso, andando contro cioè la volontà della persona, utilizzando la coercizione.

    Questa violenza può essere messa in atto da qualsiasi persona indipendentemente dalla relazione che ha con la vittima, in qualsiasi ambito incluso quello familiare e lavorativo.

    Il suo riconoscimento, però, all’interno della relazione di coppia risulta difficile a causa di radicate convinzioni circa i doveri coniugali.

    Violenza economica

    Si intende qualsiasi comportamento di controllo dell’autonomia economica di una persona.

    E’ difficile da rilevare e spesso ne sono poco consapevoli anche le vittime stesse.

    Comprende forme di controllo economico come il sottrarre o impedire l’accesso al denaro o ad altre risorse basilari, sabotare il lavoro della donna, impedire opportunità educative o lavorative.

    In questo modo si costringe la donna a una situazione di dipendenza: tali strategie infatti  la privano della possibilità di decidere autonomamente.

    Le conseguenze della violenza domestica

    Innanzitutto, può portare gravi conseguenze nella vita psichica della vittima, perché può far sviluppare diversi problemi psicologici quali:

    • Sindromi depressive;
    • Sintomi di ansia e tensione;
    • Sensi di colpa e vergogna;
    • Bassa autostima.

    Le condizioni di chi subisce la violenza sono tanto più gravi quanto più la violenza si protrae nel tempo, o quanto più esiste un legame consanguineo tra l’aggressore e la vittima, come nel caso della violenza domestica.

    Tale violenza lascia segni, non solo fisici, ma anche sul piano relazionale perché le vittime che la subiscono spesso perdono il lavoro, la casa, gli amici e le risorse economiche di sostentamento.

    Le conseguenze sono dunque gravissime, anche, o meglio soprattutto, perché le vittime non denunciano subito, per paura o per vergogna.

    Uscirne è possibile?

    Non è sicuramente facile, ma è assolutamente possibile.

    Per difendersi da situazioni di abuso domestico è necessario prima di tutto imparare a riconoscere i comportamenti tipici, sopra descritti.

    La vittima deve rendersi conto che quello che sta accadendo fra le mura domestiche è un reato.

    Per arrivare a questa consapevolezza deve osservare e analizzare quello che le accade attorno, imparare ad essere obiettiva e giudicante nei confronti di chi sta abusando.

    Fondamentale poi è rompere l’isolamento e trovare il coraggio di parlarne con qualcuno: rivolgendosi alle Forze dell’Ordine oppure ad una persona fidata o ai servizi di assistenza.

    Solo così sarà possibile iniziare il percorso di “rinascita” e uscire dalla situazione abusante.

    Se ti rivedi in tutto questo o hai bisogno di saperne di più, non esitare a contattarci.

    Siamo qui per aiutarti e offrirti il sostegno di cui hai bisogno per uscire dalla spirale della violenza.

  • Il bullismo spiegato ai bambini: manuale di istruzioni

    bullismo spiegato ai bambini

    Parlare di bullismo ai bambini

    Nei precedenti articoli abbiamo affrontato due tematiche estremamente attuali: il bullismo e il cyberbullismo.

    Tematiche, purtroppo, ancora molto silenziose, delle quali bisognerebbe assolutamente parlare di più.

    Parlarne è fondamentale: solo con la conoscenza e la comprensione sarà poi possibile decostruire questo meccanismo altamente offensivo.

    Questo è l’unico modo per prevenirlo e combatterlo.

    Solo così, educando le nuove generazioni, si potrà realizzare, nel lungo periodo, un radicale cambiamento nella nostra società.

    Ma, come fare tutto ciò? Come parlarne ai vostri figli? Come affrontare l’argomento? Quale strategia utilizzare?

    E ancora, qual è il momento giusto per parlare di queste tematiche?

    In questo contributo si cercherà di rispondere a tutte queste domande, trattando il bullismo spiegato ai bambini, anche attraverso la presentazione di un progetto da noi ideato e realizzato.

    Quando iniziare a parlare di bullismo

    Le ricerche e gli studi di pedagogia e criminologia evidenziano come le esperienze precoci, che caratterizzano il periodo 0-3 anni, siano determinanti nella formazione di schemi di comportamento.

    Tali schemi, positivi o negativi, infatti, si formano e si stabilizzano proprio in questa fascia di età.

    Appare chiaramente che, per prevenire la devianza minorile, è necessario agire sulle primissime variabili dell’infanzia, ovvero la famiglia, la scuola ed i pari.

    Come parlare di bullismo: la storia delle due mele

    Per spiegare il bullismo ai bambini è possibile utilizzare il metodo delle due mele introdotto dalla maestra Rosie Dutton, un’insegnante residente in una cittadina dell’Inghilterra.

    Una mattina decise di mostrare ai piccoli alunni due mele rosse, apparentemente identiche, anche se una si mostrava leggermente ammaccata verso l’interno, chiedendo la loro opinione.

    Tutti gli alunni concordarono nel dire che i frutti erano abbastanza simili e appetitosi.

    La maestra prese la mela “cattiva”, quella che in precedenza aveva sbattuto sul piano, iniziando ad “offenderla” dicendole quanto fosse disgustosa, con un colore ed un aspetto orribile.

    Invitò poi i suoi alunni a fare altrettanto, dicendo loro che se quel frutto non era di suo gradimento non avrebbe dovuto esserlo per nessuno.

    Seppur stupiti, i bambini si passarono a turno la mela “cattiva”, rivolgendole frasi offensive.

    In seguito, la maestra invitò poi gli alunni a dire a turno frasi carine alla mela “buona”.

    Al termine di questa seconda operazione, tutti, osservando entrambe le mele, dedussero che nulla era cambiato in loro.

    La maestra, successivamente, tagliò le mele in due parti.

    Mentre la mela “buona” aveva una polpa chiara e succosa, quella “cattiva” appariva contusa, pastosa e poco attraente.

    I bambini compresero così che le azioni di un bullo non sono visibili esternamente ma logorano la vittima all’interno che, sentendosi una persona orribile, decide di non mostrare o raccontare ad altri come si sente realmente.

    Questo è solo uno dei tanti modi per parlarne ai bambini: può servirvi come spunto per inventare voi stessi una storia.

    Il bullismo spiegato ai bambini: un progetto per le scuole

    Sulla base di queste premesse, abbiamo elaborato un Progetto specifico, con l’intento di prevenire e contrastare i fenomeni di bullismo, ma anche incrementarne la conoscenza e la sensibilizzazione.

    Tale Progetto è rivolto alle scuole di vario grado di istruzione, adattandolo di volta in volta: dalla scuola dell’infanzia alla scuola superiore, passando per la scuola primaria e quella secondaria.

    In concreto, abbiamo elaborato un percorso progettuale così strutturato:

    • Da un lato, interventi mirati per bambini e ragazzi, con attività e laboratori tematici, di prevenzione sociale, in particolare sul bullismo e cyberbullismo;
    • Di pari passo, un percorso rivolto ai genitori ed educatori, con l’intento di operare una sensibilizzazione ai temi attraverso workshop di sostegno educativo e approfondimento.

    L’attività di prevenzione include anche piani educativi personalizzati per i genitori, i quali potranno usufruire di consulenze specifiche.

    Gli obiettivi specifici del nostro progetto sono i seguenti:

    • Sensibilizzare il contesto di vita e di appartenenza (la famiglia, gli operatori
      professionisti) ai rischi di devianza minorile;
    • Promuovere il benessere societario e ridurre il rischio di devianza minorile, educando al
      rispetto dell’Altro e delle diversità;
    • Prevenire ed organizzare i comportamenti schematici della prima infanzia in armonia
      con l’ambiente ed il contesto di vita;
    • Promuovere una crescita armonica attraverso esperienze e opportunità esterne al
      proprio ambiente famigliare;
    • Aumentare i fattori di protezione in soggetti in età evolutiva, diminuendo i rischi di devianza e dipendenza;
    • Educare le famiglie al corretto uso di tecnologie e social media.

    Se siete interessati ad approfondire tali tematiche, o volete maggiori informazioni in merito a questo progetto, o anche ad altri, contattateci!

    Saremo in grado di fornirvi consigli e sostegno per elaborare soluzioni adatte alle vostre esigenze! 🙂

  • Il cyberbullismo in Italia: definizione del problema e ipotesi di miglioramento

    cyberbullismo in Italia

    Il cyberbullismo in Italia è un fenomeno sempre più diffuso, soprattutto in seguito alla grande diffusione e utilizzo delle nuove tecnologie.

    Strettamente correlato al bullismo, trattato nell’articolo precedente, il cyberbullismo è un attacco continuo, ripetuto, sistematico e offensivo, compiuto tramite gli strumenti telematici.

    Indica una qualunque forma di pressione, aggressione, molestia, manipolazione, diffamazione, realizzata per via telematica.

    Ciò può avere conseguenze disastrose, specialmente quando la vittima è un minore.

    La diffusione delle nuove tecnologie

    I media, oggi, permeano ogni aspetto della nostra vita, soprattutto dei minori, e occupano gran parte del loro tempo sociale.

    La grande diffusione delle nuove tecnologie ha posto una vera e propria emergenza pedagogica, in merito al loro utilizzo nella società e nella scuola.

    I mezzi di comunicazione, la loro cultura e l’ambiente che contribuiscono a formare, rappresentano grandi problemi aperti.

    Il cambiamento ci ha portati verso un mondo in comunicazione, non più basato su una cultura patriarcale ma una cultura telematica e digitale.

    La libertà di comunicazione è ampliata, i mezzi di comunicazione sono sempre più vasti: ormai tutto ciò che sappiamo, lo sappiamo grazie ai mass media.

    Televisione, cinema e stampa, gli “old media”, hanno lasciato il posto ai “new media”: computer, telefonino, videogiochi e infine Internet, o per meglio dire, il cyberspazio.

    Internet fa ricerche e raccoglie informazioni su un argomento, svolgendo così una funzione positiva, educativa e ludica.

    Il cellulare, invece, è molto utile per la sua funzione di chiamare, oltre che per mandare foto, video o navigare in Internet.

    I nuovi media rappresentano una innovazione, una scoperta, sia dal punto di vista sociale ed economico, sia da quello culturale.

    Il loro utilizzo dunque non va vietato, ma esplorato in modo positivo, responsabile e coscienzioso, senza esagerare e senza abusarne, per non sforare nell’illegalità.

    Il cyberbullismo in Italia: aspetti definitori

    Il bullismo elettronico è un fenomeno nuovo e, purtroppo, ancora poco approfondito.

    Al centro della sua definizione vi è sicuramente il fatto di utilizzare strumenti elettronici, come il computer e il cellulare, per molestare, ferire o diffamare altre persone.

    Si tratta quindi di un comportamento offensivo, ostinato e ripetuto, ma soprattutto intenzionale.

    Una forma di violenza, principalmente psicologica, nascosta, che viene perpetuata dietro uno schermo. 

    Ad esempio, si ha bullismo elettronico quando vengono inviati contenuti offensivi o foto imbarazzanti via email oppure messaggi con l’intento di deridere o minacciare. 

    Sicuramente la caratteristica principale di tutti questi fenomeni è l’anonimato, reso possibile dallo strumento tecnologico.

    Gli elementi caratteristici, come per il bullismo, sono i seguenti:

    • Intenzionalità: non è un comportamento accidentale ma volontario;
    • Ripetizione: non è un episodio isolato ma è reiterato nel tempo;
    • Anonimato: la vittima non sa chi ha inviato l’offesa;
    • Danno: provoca sempre un disagio negativo alla vittima;
    • Strumento o tecnologie elettroniche: cellulare e computer.

    Il profilo dei protagonisti

    I protagonisti del cyberbullismo sono tre:

    • I cyber bulli: chi commette l’azione offensiva;
    • Le cyber vittime: chi subisce l’azione;
    • Gli spettatori: chi assiste all’azione.

    Come anticipato, la caratteristica principale è l’anonimato.

    Il bullo, infatti, si sente sicuro e protetto dall’anonimato possibile attraverso la rete Internet. 

    Le vittime non conoscendo il loro aggressore, la maggior parte delle volte non riescono neppure a difendersi. 

    Una possibile soluzione: la Media Education

    I media sono i più importanti mezzi di espressione culturale e di comunicazione e, allo stesso tempo, sono l’agente di socializzazione più significativo nella società contemporanea.

    Con ciò non voglio dire che essi sono onnipotenti, ma che oggigiorno sono senz’altro onnipresenti e inevitabili.

    Essi, infatti, sono radicati nel tessuto e nelle abitudini della vita quotidiana, e forniscono una grande quantità di risorse e di informazioni.

    Si ritiene, dunque, fondamentale studiare i media, non tanto come qualcosa da cui proteggersi o evitare, ma piuttosto come un ambiente da frequentare e per il quale bisogna prepararsi adeguatamente.

    Sulla base di queste considerazioni, è possibile affermare che una risposta educativa alla loro presenza e al loro utilizzo è rintracciabile nella Media Education, o educazione ai media.

    Può essere definita come un ambito d’intervento educativo che punta a migliorare la conoscenza e la consapevolezza di queste nuove tecnologie negli individui.

    I destinatari sono i minori, ma anche tutti coloro che, per diversi motivi, mostrano la necessità di migliorare la propria relazione critica e attiva sugli strumenti telematici.

    La Media Education è finalizzata a sviluppare le potenzialità critiche e creative, proponendosi di sviluppare una competenza più ampia sui media.

    Non si tratta di assicurare solo una maggiore capacità d’uso delle tecnologie, ma di fare in modo che, insieme alle competenze di utilizzazione, sia incrementata una loro reale comprensione, critica e responsabile.

    Solo così i minori possono diventare critici, responsabili, consapevoli ed autonomi nel loro rapporto di utilizzo dei media.

    In questo senso, così delineata, la Media Education può essere una risposta concreta, estremamente attuale, per cercare di risolvere il problema del cyberbullismo in Italia.

    Bibliografia

    Menesini E, Nocentini A, Palladino E. B, (2017), Prevenire e contrastare il bullismo e il cyberbullismo, Editore Il Mulino

    Buckingam D, (2006), Media Education: alfabetizzazione, apprendimento e cultura contemporanea, Erickson

    Craggs E. C, (2006), Media Education nella scuola primaria, Morlacchi Editore

    Felini D, Trinchero R, (a cura di) (2015), Progettare la media education. Dall’idea all’azione, nella scuola e nei servizi educativi, FrancoAngeli

  • Il minore nel processo civile: la consulenza tecnica

    consulenza tecnica

    Il minore può essere coinvolto in prima persona nel procedimento giudiziario: può essere lui l’oggetto o il destinatario indiretto.

    L’ordinamento giuridico si è preoccupato di disciplinare la posizione del minore imputato di un reato, cercando di garantirne i diritti nei procedimenti che lo riguardano.

    Scarsamente si è invece preoccupato del minore vittima in un procedimento penale o chiamato a testimoniare, a seguito di una situazione abusante o violenta.

    Di questi delicati argomenti parleremo nel prossimo articolo.

    Qui approfondiremo il procedimento civile, focalizzandoci sul ruolo della consulenza tecnica, anche nei casi di separazione dei genitori, le cui conseguenze toccano anche i figli.

    L’ascolto del minore nel processo

    Fondamentale, per rispettare la personalità del minore, è garantirgli la possibilità di far conoscere le proprie valutazioni della situazione in cui è coinvolto, esigenze aspettative.

    La riforma della filiazione (l. 219/2012 e D.lgs 154/2013) ha disciplinato con portata generale l’ascolto del minore.

    L’articolo 315 bis menziona il diritto di essere ascoltato in tutte le questioni e procedure che lo riguardano, quando abbia compiuto i 12 anni o quando, anche di età inferiore, sia capace di discernimento.

    Con ciò viene sancita l’esistenza di un vero e proprio diritto del minore.

    Il giudice, prima di procedere all’ascolto, deve informare il minore della natura del procedimento e dei suoi effetti.

    Per garantire la spontaneità della partecipazione del minore, è prevista la partecipazione dei genitori e dei difensori delle parti o anche del curatore, solo se ammessi dal giudice.

    L’ascolto può essere condotto direttamente dal giudice, oppure può essere effettuato avvalendosi di esperti, sempre per tutelare la personalità minorile.

    La rappresentanza tecnica: il difensore

    Le persone che non hanno, come i minori, il libero esercizio dei propri diritti, non possono stare in giudizio se non a mezzo di un rappresentante.

    Il difensore tecnico viene assegnato al minore solo se egli è parte nel processo, se è coinvolto in prima persona.

    Si prevede infatti una obbligatoria assistenza legale nel campo della procedura di adozione e nel campo degli interventi sulla responsabilità genitoriale.

    Nelle procedure civili in cui è ora prevista la presenza di un difensore, il minore non ha capacità processuale in proprio ed è processualmente assente se non è rappresentato da qualcuno.

    Il difensore tecnico ha soltanto la funzione di “assisterlo” sul piano della tecnica giuridica.

    E’ un mero strumento di assistenza tecnica e può non comprendere completamente l’interesse del minore in questione.

    Nonostante ciò, dovrà ovviamente avere una particolare capacità ed attitudine a comprendere le esigenze del soggetto in formazione, con il suo vissuto e i suoi problemi.

    L’interpretazione delle esigenze del minore: la consulenza tecnica

    E’ sempre più viva l’attenzione al minore come persona e la necessità di comprendere i suoi reali bisogni, nel rispetto della sua personalità.

    Ciò comporta, sempre più spesso, il ricorso ad un consulente tecnico, per lo più un pedagogista o uno psicologo, che analizzi la situazione, il modo in cui è vissuta e sofferta dal bambino e le migliori prospettive per aiutarlo a uscire da una situazione di difficoltà.

    La consulenza tecnica si ritiene lo strumento ideale per poter prendere una decisione conforme ai suoi interessi, da privilegiare rispetto a quelli degli adulti.

    L’attività del consulente tecnico, di parte o di ufficio, comporta le seguenti attività:

    • Evidenziare l’interesse del minore, in un contesto in cui esso rischia di essere trascurato o posto in secondo piano;
    • Far emergere dall’ombra le situazioni di disagio del minore, spesso non avvertite dai genitori o attribuite alla responsabilità dell’altro;
    • Analizzare, comprendere e giudicare una situazione problematica;
    • Sviluppare una funzione di aiuto, sostegno, di sviluppo positivo delle relazioni.

    In questo senso, la consulenza tecnica implica non tanto un asettico giudizio finale quanto, lo svolgimento di un percorso che consenta di migliorare le condizioni del bambino.

    Non deve avvenire soltanto attraverso la predisposizione di quesiti e la stesura della relazione finale, così come non deve essere vista come mera indagine in un momento limitato del procedimento giudiziario.

    Deve, bensì, prevedere un complesso lavoro volto a comprendere in profondità la situazione del bambino e sviluppare ipotesi di miglioramento per tale situazione.

    La consulenza nei casi di separazione

    Nelle dinamiche processuali legate alla separazione, come l’affidamento o le modalità di frequentazione, non sono coinvolti soltanto i genitori, ma anche i figli.

    In questi casi il giudice deve regolamentare il nuovo assetto relazionale della famiglia, avendo sempre riguardo all’interesse del minore.

    Proprio per garantire e rispettare tale interesse, può acquisire informazioni utili, avvalendosi dell’aiuto di un esperto, per individuare la soluzione più idonea.

    Un consulente tecnico incaricato di compiere un’indagine sulle capacità genitoriali e sui rapporti dei genitori con il figlio, è di grande aiuto per prendere la decisione finale.

    Una consulenza simile, senza però una valenza legale, bensì personale, la potete trovare fra i nostri servizi.

    Tale consulenza pedagogica può essere molto utile per i genitori: per sostenerli ed accompagnarli nel difficile percorso della separazione o per risolvere problematiche e conflittualità, litigi ed incomprensioni.

    Il tutto sempre nell’esclusivo interesse dei figli, per limitare il più possibile l’impatto negativo della separazione e mantenere comunque un equilibrio familiare sereno e positivo.

    Bibliografia

    Moro C. A, (2014), Manuale di diritto minorile, Zanichelli Bologna

  • Lo sviluppo emotivo dei bambini e il linguaggio delle emozioni

    sviluppo emotivo dei bambini

    Perché è importante studiare lo sviluppo dei bambini?

    Perché è necessario conoscere le tappe e l’evoluzione del loro sviluppo psico-fisico, emotivo e linguistico?

    Quale disciplina si occupa di questo studio?

    Quando si diventa genitori ci si domanda di continuo che cosa aspettarsi dalla crescita del proprio bambino: quando comincerà a camminare, quando dirà le prime parole.

    Esistono delle fasi di crescita, della tappe evolutive, degli intervalli temporali, da non prendere però alla lettera, in cui i bambini tendono ad acquisire determinate capacità.

    Occorre sempre ricordare che ogni bambino ha i propri tempi e i propri ritmi di crescita, non bisogna mettergli fretta, ma aspettare e rispettare i loro tempi, incoraggiandoli e sostenendoli.

    In questo articolo si vuole offrire un approfondimento sullo sviluppo emotivo dei bambini e sul linguaggio delle emozioni, toccando le tappe evolutive di tale sviluppo.

    La psicologia dello sviluppo

    La psicologia dello sviluppo è lo studio scientifico del comportamento e dello sviluppo dei bambini, che ha come obiettivo quello di costruire una base di conoscenze per comprendere la natura dell’infanzia, ma anche le caratteristiche distintive dei bambini.

    L’infanzia è un processo di continuo cambiamento e ciò che si vuole definire sono le tappe dello sviluppo.

    Le pietre miliari dello sviluppo però assumono forme diverse.

    Alcune sono palesi, come l’età in cui i bambini imparare a camminare o a parlare, altre sono meno ovvie, perché si riferiscono ad aspetti meno evidenti.

    Quello che si cerca di stabilire è la fascia di età in cui la maggior parte dei bambini dimostra, per la prima volta, di aver acquisito un’abilità e, sulla base della regola individuata, seguire il progresso dei singoli bambini.

    Tenendo sempre presente che ogni bambino è unico.

    Ciò significa che lo sviluppo delle varie abilità non è uguale per tutti i bambini: alcuni possono essere più precoci, altri più tardivi.

    Per un genitore è indispensabile conoscere l’evoluzione e le fasi di crescita dei bambini, dallo sviluppo emotivo, cognitivo, sociale a quello linguistico.

    Lo sviluppo emotivo dei bambini

    Cominciamo con una definizione dell’emozione: “l’emozione è una reazione soggettiva a un evento saliente, caratterizzata da cambiamenti fisiologici, esperienziali e comportamentali”.

    C’è sempre un evento scatenante specifico per ogni emozione, così come ci sono sempre cambiamenti fisiologici, esperienziali e comportamentali.

    Le emozioni sono il costante sottofondo delle nostre esperienze quotidiane, eppure la scienza ha mostrato sempre un’estrema lentezza a passarle al microscopio.

    Al contrario delle funzioni cognitive, le emozioni riguardano il sistema nervoso autonomo, una parte cioè più primitiva, più remota della nostra struttura.

    Le emozioni sono importanti per lo sviluppo dei bambini, sia dal punto di vista psico-fisico sia dell’adattamento sociale.

    Hanno funzioni positive, non sono elementi di disturbo all’interno del sistema: servono per comunicare i propri bisogni ed esigenze agli altri, hanno una valore di sopravvivenza e svolgono funzioni utili per la regolazione interpersonale.

    I bambini si avvicinano alle emozioni nel contesto relazionale: le relazioni interpersonali sono inevitabilmente questioni emotive.

    E’ proprio durante l’interazione con gli altri che i bambini hanno l’opportunità di osservare come le altre persone maneggiano i propri sentimenti, ma anche, soprattutto, come il loro comportamento emotivo influisce sugli altri.

    La consapevolezza del proprio stato emotivo

    I bambini devono:

    • Imparare che in certe situazioni possono provare rabbia, in altre paura o felicità;
    • Saper identificare queste circostanze;
    • Comprendere cosa si prova interiormente quando si è in preda di certe emozioni, come le si manifesta all’esterno;
    • Riconoscerle per poterle verbalizzare.

    Tutto ciò implica un certo grado di consapevolezza di sé, cioè la capacità di rimanere in disparte e monitorare i propri sentimenti e il proprio comportamento; un traguardo sofisticato nella sua forma più evoluta, sebbene gli inizi si possono osservare già in età precoce.

    Controllare l’espressione delle proprie emozioni

    Lo sviluppo emotivo dei bambini è basato su fondamenta biologiche comuni; il suo corso successivo è forgiato dalle diverse esperienze sociali.

    Il modo in cui le emozioni vengono manifestate può differenziarsi radicalmente da una società all’altra.

    Ogni società ha elaborato regole proprie sulle modalità socialmente accettabili di espressione delle emozioni, sia su quelle negative sia su quelle positive.

    Trasmettere queste regole ai bambini è un aspetto molto importante della socializzazione.

    I bambini, ovviamente, apprendono i primi fondamenti sulle emozioni nel contesto familiare: come esprimerle, come possono manifestarsi e sul tipo di azioni da prendere quando compaiono determinate emozioni.

    Il tipo di relazione che i piccoli instaurano con le figure di attaccamento determinano il modo e la misura in cui avrà luogo la loro socializzazione emotiva.

    Le lezioni impartite dai genitori vengono immagazzinate e trasferite, negli anni successivi, ad altre relazioni, per diventare parte dello stile affettivo di ogni individuo.

    Riflettere sulle emozioni

    I bambini, con gli anni, dedicano una porzione sempre crescente di tempo a riflettere sulle emozioni, oltre che a viverle.

    Cercano di comprendere che cosa significhi per loro stessi e per altre persone, essere coinvolti in episodi emotivi, e di conseguenza formulano teorie sulla natura e sulle cause dei sentimenti.

    All’inizio le teorie sono piuttosto primitive, per poi assumere una forma sempre più sofisticata. i bambini comprendono che le emozioni implicano anche stati emotivi interiori.

    Con l’età, dunque, i bambini passano da una concezione comportamentale a una concezione mentalistica.

    Acquisiscono la cosiddetta teoria della mente: la comprensione del fatto che gli altri hanno un mondo interiore e l’abilità di descrivere quel mondo come tratto distintivo di ciascun individuo.

    Tale comprensione si sviluppa notevolmente nel periodo prescolare perché i bambini sono sempre più abili nel generare teorie che li aiutino a prevedere i sentimenti altrui.

    Al più tardi a sei anni, i bambini hanno acquisito la capacità di comprendere lo stato mentale di un’altra persona.

    Il linguaggio delle emozioni

    Quando imparano a parlare, lo sviluppo emotivo dei bambini assume una dimensione del tutto nuova.

    Ora le emozioni possono diventare oggetto di riflessione: grazie alla capacità di definire i sentimenti che provano, possono separarsene, riflettere su di esse ed esternare quanto avviene nel loro intimo.

    Ora che possiedono le parole delle emozioni, i bambini possono avventurarsi in discussioni sul tema.

    Da un lato, possono comunicare ad altri il proprio stato d’animo, dall’altro possono ascoltare le descrizioni che altre persone fanno dei propri sentimenti.

    Possono dunque condividere le emozioni e comprenderne la natura, le cause, le conseguenze e le modalità per maneggiarle; impresa che diventa più facile quando si dispone dello strumento verbale.

    Verso il secondo anno i bambini iniziano ad utilizzare le parole, come semplice commento, che esprimono i sentimenti: parole come felice, triste, arrabbiato e spaventato compaiono nei discorsi dei bambini.

    Durante il terzo anno di vita, l’uso di termini che indicano lo stato emotivo aumenta di quantità fino ad arrivare ai sei anni in cui usano abitualmente parole come agitato, spaventato o infastidito.

    Già a tre anni inoltre i bambini sono in grado di parlare non solo dei propri sentimenti, ma anche delle emozioni di altre persone.

    Nel periodo prescolare, la verbalizzazione delle emozioni acquista rapidamente accuratezza, chiarezza e complessità, iniziando a riferire le cause dei sentimenti di altre persone.

    I bambini già dai due anni si interessano alla comprensione delle emozioni, indagando il motivo per cui le persone si comportano in un determinato modo.

    Questo interesse a conversare sulle emozioni si sviluppa durante l’interazione sociale e svolge numerose funzioni:

    • Permette ai bambini di affrontare le proprie emozioni;
    • Favorisce la comprensione di una vasta gamma di sentimenti;
    • Consente di comprendere la natura e le circostanze delle relazioni interpersonali;
    • Permette di condividere le esperienze emotive con altre persone;
    • Spiega il comportamento proprio e degli altri.

    A tempo debito i bambini devono apprendere la competenza emotiva; è un concetto usato per definire l’abilità di maneggiare le proprie emozioni e riconoscere e affrontare le emozioni altrui.

    Essere in grado di maneggiare le proprie emozioni, regolarle, controllarle, modificare i propri impulsi è essenziale per un corretto e adeguato funzionamento emotivo.

    Naturalmente la competenza emotiva deve essere sempre valutata in base all’età della persona, segue cioè delle tappe specifiche di sviluppo, fino a raggiungere la piena maturità.

    Bibliografia

    Shaffer R. H, (2004), Psicologia dello sviluppo. Un’introduzione, Raffaello Cortina Editore

  • Lo sviluppo cognitivo del bambino: step di crescita e problemi evolutivi

    sviluppo cognitivo del bambino

    Quali sono gli step di crescita dello sviluppo cognitivo del bambino?

    Sono uguali per tutti? Oppure possono essere differenti e mostrarsi anche in momenti diversi?

    Quando è opportuno preoccuparsi pensando a problemi evolutivi e contattare un esperto?

    E’ importante sapere che non tutti i bambini presentano gli stessi schemi ed acquisiscono allo stesso modo le loro abilità: alcuni richiederanno più tempo di altri, ma non per questo è necessario preoccuparsi.

    Occorre conoscere le varie fasi dello sviluppo cognitivo del bambino per essere in grado di notare eventuali difficoltà e ritardi per rivolgersi ad un esperto che possa chiarirvi in merito allo sviluppo del vostro bambino.

    Il bambino e i primi bisogni

    Alla nascita tutti quanti siamo caratterizzati da alcuni meccanismi che ci proteggono dalla realtà esterna e ci difendono, in modo naturale ed innato.

    Alcuni comportamenti sono spontanei e possono rappresentare delle reazioni agli stimoli di risposta all’ambiente circostante. Ad esempio starnutire, singhiozzare, sbadigliare, piangere.

    In questa fase l’interpretazione dei bisogni fondamentali e affettivi del bambino è compito del genitore, poiché il piccolo non è ancora in grado di verbalizzare le proprie esigenze.

    Osservare e capire quali possono essere le motivazioni ed i bisogni del bambino è la chiave per operare una giusta ed equilibrata educazione.

    • Il Sorriso

    Nei primi 3 mesi di vita, noterete che il vostro bambino comincia a riconoscere i volti famigliari, come quello materno, imparando piano piano a rispondere al vostro sorriso.

    È importante sottolineare che alcuni sorrisi sono rivolti maggiormente alle figure di accadimento, poiché le emozioni non sono ancora ben sviluppate, si tratta di un sorriso di “ringraziamento” per le cure ricevute.

    Insieme al sorriso anche il pianto è un comportamento che fin da subito possiamo osservare già in un neonato.

    • Il Pianto

    L’azione del pianto può essere motivata da sensazioni di fame, dolore o disagio.

    Quando il pianto è motivato dal bisogno di ottenere una determinata cosa, il genitore ha una grande responsabilità: accontentando il bambino rafforzerà anche l’attività di piangere.

    In questo modo, il piccolo imparerà che quando vuole qualcosa deve piangere. Si tratta di una strategia educativa a doppio taglio, che durante la crescita può rivelarsi controproducente.

    Comprendere quale è il bisogno alla base del pianto è fondamentale, cercando di dare precedenza alle attenzioni affettive, alle dimostrazioni di vicinanza ed al dialogo.

    In questa fase di sviluppo è bene parlare al proprio bambino, tenendolo in braccio, consolarlo.

    Infatti, il contatto fisico rafforza il senso di protezione e di sicurezza di vostro figlio, aiutandolo a sviluppare le proprie capacità empatiche ed emotive.

    Gli step di crescita dello sviluppo cognitivo del bambino

    • Tra i 3 e i 6 mesi

    Il vostro bambino comincia a mettere in atto quello che viene definito “rispecchiamento emotivo”.

    Noterete che il bambino comincerà a riconoscere e a rispondere alle emozioni degli altri, mostrandosi più socievole e aperto soprattutto con i genitori.

    Questo tentativo di socialità si sviluppa sempre di più al contatto con gli altri, poichè il senso di vicinanza fisica, di gioco reciproco, attenzione e protezione rassicurano il piccolo.

    In questa fase aumenta la consapevolezza del proprio essere, del proprio nome e delle figure che si hanno attorno. In presenza di estranei il piccolo può manifestare comportamenti di paura e spavento.

    Gli stimoli esterni cominciano ad essere molto importante per vostro figlio, che comincia a catalogarli, riconoscerli e farli propri.

    In questa fase di crescita il bambino emette alcune vocalizzazioni, si tratta di suoni grazie ai quali si prende coscienza delle proprie capacità.

    Un consiglio educativo è quello di sostenere e rinforzare con gesti ed atteggiamenti i vocalizzi del piccolo, per aumentare le sue capacità empatiche e farlo sentire riconosciuto ed apprezzato.

    • Ad un anno di età

    Il bambino è in grado di utilizzare abilità cognitive più sviluppate, interagisce con le proprie figure di accadimento soprattutto grazie ad un precoce inserimento all’asilo.

    Il piccolo fa capire ciò che desidera, comincia a fare i primi passi, ripetere le parole ed utilizzare gli oggetti semplici.

    In presenza dei genitori si sente a proprio agio, ma prova ancora timore quando essi si allontanano, soprattutto in presenza di estranei.

    • Fino a due anni

    Il bambino mostra sempre maggiore autonomia, si sposta nello spazio e gioca da solo, interagisce volentieri con i coetanei e con gli adulti.

    Comincia quindi a fare le cose quotidiane da solo, incrementando la sua autonomia.

    A livello affettivo è possibile che il piccolo cominci a mostrare il proprio affetto verso i famigliari.

    In seguito, soprattutto se inserito in un contesto come l’asilo in cui è possibile socializzare con gli altri, mostrerà cooperazione.

    Prende coscienza di sé, del concetto di diversità, oltre che si può giocare con forme, colori e concetti diversi.

    Con la crescita il bambino avrà sempre maggiore inventiva nei giochi liberi e con il “fare finta che”, sviluppando la concezione del tempo e del conteggio.

    Con l’età le capacità cognitive sviluppate favoriscono lo sviluppo della memoria, vostro figlio ricorderà alcuni episodi vissuti.

    In questa fase, però, la fantasia può essere inserita ed integrata con la realtà.

    • Fino ai 6 anni

    Con la maturazione delle capacità motorie, anche la capacità di scrittura si sviluppa e comincia a stabilizzarsi.

    È a cinque anni che il bambino comincia a scrivere il proprio nome, migliorando in tutte le proprie abilità con l’inserimento alla scuola primaria.

    Con i sei anni si sviluppano anche le capacità socio-relazionali con il proprio gruppo di coetanei, il senso di curiosità, fa tante domande e comincia a rispettare le regole.

    Problemi evolutivi di sviluppo

    Lo sviluppo cognitivo del bambino, come descritto, segue delle fasi specifiche di maturazione, che è opportuno conoscere, per notare eventuali problemi e difficoltà evolutive.

    Tale sviluppo non è però uguale per tutti, bensì può svilupparsi in modo diverso, e qualche ritardo può essere normale.

    E’ comunque fondamentale prestare molta attenzione a tutte le difficoltà che possono presentarsi nello sviluppo cognitivo di vostro figlio.

    Ad esempio, quando l’attività del camminare avviene più tardi, questo può influire negativamente nello sviluppo delle attività successive.

    Oppure, un ritardo nello sviluppo motorio può portare a disortografie verso i 7 e 8 anni.

    A sua volta, un ritardo nella scrittura può fare pensare a qualche ritardo, instabilità dell’attenzione o dislessie.

    Sono tutti segnali che vanno immediatamente colti, senza però saltare a conclusioni affrettate, ma avvalendosi dell’aiuto di un esperto per capirne la causa e perfezionare le abilità.

    Bibliografia

    Shaffer R. H, (2004), Psicologia dello sviluppo. Un’introduzione, Raffaello Cortina Editore

  • I bisogni fondamentali dei bambini: conoscerli per soddisfarli

    Bisogni fondamentali dei bambini

    Quali sono i bisogni fondamentali dei bambini? Quali sono i bisogni che devono essere soddisfatti?

    E’ necessario conoscere i bisogni fondamentali ed irrinunciabili dei bambini per essere in grado di soddisfarli.

    La soddisfazione di questi bisogni vitali permette ai bambini di crescere in modo armonioso e sereno, verso l’autonomia e l’auto-realizzazione.

    Naturalmente non è possibile soddisfare tutti i bisogni, non si richiede la perfezione, e ciò non fa di voi dei cattivi genitori.

    Quello che tentiamo di fare, in questa sede, è offrirvi degli spunti di riflessione e consigli pratici per fare del vostro meglio per i vostri figli.

    I bisogni fondamentali secondo Maslow

    Per introdurre l’argomento illustriamo i bisogni individuati da uno psicoterapeuta umanista, A. Maslow, che li ha paragonati a una serie di strati che compongono una piramide dal basso verso l’alto.

    Una gerarchia di bisogni, da quelli più basilari ed elementari a quelli più astratti e complessi.

    Una volta soddisfatto e assicurato il primo strato si può passare alla realizzazione di quello successivo.

    I primi bisogni fondamentali sono quelli fisiologici:

    • La respirazione;
    • L’alimentazione;
    • Il sonno.

    Rappresentano per i bambini i punti focali intorno ai quali gravita la soddisfazione di tutti gli altri bisogni divenendo forti mezzi di comunicazione tra i genitori e il bambino.

    Seguono tutti gli altri bisogni che assumono un importantissimo significato psicologico:

    • Sicurezza, che motivano a ricercare protezione e contatto;
    • Appartenenza e amore, che conducono a comportamenti volti a dare e ricevere amore;
    • Stima e riconoscimento, con comportamenti e atteggiamenti tesi a ottenere il riconoscimento da parte degli altri per le nostre azioni, influenzando la nostra autostima;
    • Auto-realizzazione, che portano a comportamenti e atteggiamenti volti ad esprimere le nostre potenzialità, la creatività, la spontaneità, anche al fine di poter comprendere meglio noi stessi e il mondo che ci circonda.

    I bisogni psicologici dei bambini e buone pratiche

    Rispetto per la personalità del bambino

    Rispetto significa molte cose: avere riguardo per i suoi tempi di crescita, ascoltarlo e rispondere alle sue richieste con sincerità, riconoscere i suoi sentimenti di rabbia, collera o tristezza senza negarli, lasciarlo libero di esprimere la propria personalità senza imposizioni.

    Ai bambini infatti piace che qualche volta i grandi siano affettuosi e gentili con lui, che evitino le critiche distruttive e, allo stesso tempo, che mostrino di tanto in tanto interesse per quello che fanno.

    I bambini si rendono facilmente conto se un adulto è bene o mal disposto nei loro confronti, se è sincero o se li inganna.

    Se si vuole stabilire un clima di fiducia è quindi necessario che la comunicazione non venga continuamente banalizzata o svuotata della sua autenticità.

    La qualità del tempo degli adulti

    La qualità del tempo trascorso con i figli è più importante della quantità, sicuramente.

    Se però la quantità di tempo si abbassa troppo anche la qualità si riduce.

    I bambini, infatti, sono molto sensibili alla presenza fisica delle proprie figure di attaccamento.

    Un attaccamento sicuro: il genitore deve essere in grado di offrire al bambino la propria base sicura e, allo stesso tempo, deve garantirgli la possibilità di esplorare e sperimentare la realtà circostante.

    Rispetto per i tempi dei bambini

    E’ necessario rispettare la gradualità dello sviluppo dei bambini, sia per non metterli di fronte a situazioni che non sono ancora in grado di gestire, in riferimento alle loro capacità.

    Rispettare i loro tempi significa fare attenzione e riconoscere i tempi del loro sviluppo e della loro maturazione.

    Il diritto al gioco

    Il bambino, sin dai primi mesi di vita, interagisce con il mondo circostante attraverso il gioco.

    I bambini hanno bisogno di giocare, nel vero senso della parola, è proprio un loro bisogno fondamentale in riferimento alla possibilità di esprimersi e sviluppare abilità e competenze sociali, relazionali, affettive e cognitive.

    Bibliografia

    Maslow A, (2010), Motivazione e personalità, Armando Editore

    Brazelton B. T, Greenspan I. S, (2001), I bisogni irrinunciabili dei bambini, Cortina Raffaello

  • I disturbi comportamentali e psicologici nei bambini adottati

    bambini adottati

    L’adozione costituisce un momento, o per meglio dire un percorso, molto delicato e problematico per i genitori ma soprattutto per i bambini.

    Per i genitori può essere fonte di dubbi e preoccupazione, di instabilità e debolezze, sia prima che dopo la scelta dell’adozione.

    Per i bambini invece può rappresentare un momento di grande transizione, di incertezza, di instabilità, e può essere fonte di disturbi di varia natura.

    Disturbi comportamentali e psicologici dei bambini adottati

    Alcuni studi affermano che i bambini adottati potrebbero manifestare maggiormente, rispetto ai bambini non adottati, disturbi o problemi comportamentali e psicologici.

    Disturbi che tendono a manifestarsi soprattutto nella fase adolescenziale.

    Gli adolescenti adottati, dunque, possono avere più problemi di vario genere, emotivi e comportamentali, rispetto ai loro coetanei non adottati.

    Problemi e difficoltà che possono essere legati soprattutto alla regolazione emotiva e relazionale, all’adattamento sociale e ai disturbi dell’apprendimento e dell’attenzione.

    Ciò è confermato anche dalla letteratura relativa all’adozione nazionale ed internazionale.

    La predisposizione a tutte queste problematiche può essere ricondotta alle esperienze negative e traumatiche che possono avere vissuto.

    Infatti, l’impatto con esperienze traumatiche in età precoce può avere un’influenza negativa sulla persona e sulla sua organizzazione psicologica.

    Le esperienze dolorose e le carenze affettive hanno una forte incidenza sul bambino.

    Come preparare i genitori adottivi

    La famiglia adottiva, se ben preparata e sostenuta, può rappresentare un fattore di resilienza nel difficile percorso di vita di questi minori.

    Appare dunque chiaramente la necessità di accompagnare da subito la creazione di legami familiari adottivi promuovendo interventi di sostegno e aiuto precoci, per leggere in tempo i segnali di disagio. 

    Programmi di informazione e preparazione dei genitori adottivi possono aumentare il senso di autoefficacia genitoriale e le abilità nel fronteggiare i comportamenti più difficili.

    In questo senso, fondamentale risultano l’accompagnamento e il sostegno nell’adozione, da parte di un esperto pedagogista, in grado di sostenere la famiglia adottiva in tutto il percorso.

  • Perché preferire l’affidamento ai nonni? Un approfondimento

    affidamento ai nonni

    Nei precedenti articoli abbiamo ampiamente trattato il discorso sull’affidamento, spiegando le caratteristiche e le motivazioni del suo utilizzo.

    L’affidamento familiare è uno strumento temporaneo che prevede, in caso di inadeguatezza genitoriale,  l’affidamento del minore a terzi.

    Il minore può essere affidato, su decisione del giudice, a parenti stretti, nonni o zii, ad un altra famiglia, o ad una comunità, per poi valutare un suo rientro nella famiglia d’origine.

    La scelta migliore sarebbe quella di affidare il bambino all’interno della sua cerchia familiare, o comunque a persone con le quali ha rapporti abituali.

    Il minore rimarrebbe così all’interno del proprio nucleo famigliare, e ciò gli eviterebbe un ulteriore shock.

    L’affidamento ai nonni può essere dunque un’ottima soluzione.

    Diritti e doveri dei nonni

    I nonni hanno tutta una legislazione che li riguarda, con diritti e doveri specifici.

    Il nipote vuole stare con loro anche se i genitori sono separati o lontano dai figli? Ebbene si, può “pretenderlo” perché è un suo diritto.

    I nonni hanno dunque il diritto di conservare rapporti significativi con i nipoti.

    Ma non solo, i nonni hanno l’obbligo di mantenimento dei nipoti se i genitori non sono in grado di farlo.

    ll rapporto di parentela tra nonno e nipote sussiste nel caso in cui la filiazione sia avvenuta all’interno del matrimonio, al di fuori del matrimonio ma anche quando il nipote è un figlio adottivo.

    Il codice civile prevede che «gli ascendenti hanno diritto di mantenere rapporti significativi con i nipoti minorenni»; inoltre, nel caso in cui si verifichi la disgregazione del nucleo familiare si prevede in capo ai nipoti «il diritto di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale».

    Fino al 2006 l’unico aspetto del rapporto tra nonni e nipoti regolato dalla legge era l’obbligo sussidiario, di mantenerli cioè laddove i loro genitori non potessero.

    Viene quindi introdotto con la  L. 54/2006 il diritto dei minori a conservare rapporti significativi con gli ascendenti e i parenti di ciascun ramo genitoriale, pure in caso di separazione dei genitori.

    La riforma della filiazione ha sancito un diritto soggettivo degli ascendenti, stabilendo che gli stessi «hanno diritto di mantenere rapporti significativi con i nipoti minorenni».

    Inoltre «l’ascendente al quale è impedito l’esercizio di tale diritto può ricorrere al giudice del luogo di residenza del minore affinché siano adottati i provvedimenti più idonei nell’esclusivo interesse del minore».

    L’affidamento ai nonni

    Al giorno d’oggi, i nonni accudiscono i nipoti quando i genitori sono assenti e danno spesso un aiuto economico alla famiglia.

    La loro presenza è anche un punto fermo e di conforto quando la famiglia attraversa momenti di difficoltà, che richiedono una separazione o un affidamento temporaneo.

    I nonni, in questi casi, fungono da supporto emotivo per i nipoti in un momento in cui le loro certezze si sgretolano.

    In queste situazioni, rappresentano un importante fattore di protezione proprio per la continuità emotiva che assicurano.

    L’affidamento ai nonni può avvenire solo in quei casi in cui il giudice ritenga che non vi siano le condizioni perché il minore possa vivere e crescere nella propria famiglia di origine, per via di una situazione di abbandono o per mancanza di assistenza materiale e morale, grave e irreversibile.

    Si evita così la dichiarazione dello stato di adottabilità e il minore resta in famiglia.

    I nonni devono però essere giudicati idonei e adeguati ad adempiere a tutti i bisogni del minore: materiali, morali, educativi e di cura.

    Essi devono essere in grado di assicurare  una situazione affettiva, morale e materiale idonea per un adeguato equilibrio psicofisico e armonioso sviluppo della sua personalità.

    Una sentenza della Cassazione, ad esempio, ha escluso l’affidamento ai nonni che si sarebbe risolto nell’esposizione dei bambini a una situazione di pericolo per la loro crescita.

    L’affidamento ai nonni dovrebbe essere visto come la regola generale; naturalmente però bisogna sempre valutare i singoli casi specifici e decidere per il bene di quel minore.

    Il giudice dunque deve valutare sempre prioritariamente i comportamenti che possano recare un pregiudizio al minore e a tutelarne la crescita sana ed equilibrata.

    Bibliografia

    Moro C. A, (2014), Manuale di diritto minorile, Zanichelli Bologna

  • Ho adottato. E adesso? Consigli, buone pratiche e storie di adozioni

    storie di adozioni

    Ho adottato. E adesso? Come devo comportarmi? Cosa posso fare per essere un buon genitore?

    Tante sono le preoccupazioni, i dubbi, i timori: avrò fatto la scelta giusta? Riuscirò ad essere all’altezza di questa nuova situazione?

    Questo contributo ha l’intento di presentare consigli utili, buone pratiche e storie di adozioni, cercando di rispondere alle vostre preoccupazioni e ai vostri dubbi relativi al momento successivo all’avvenuta adozione.

    Non aspettatevi di trovare una ricetta preconfezionata, da utilizzare sempre e valida per tutti: i consigli e le pratiche devono essere sempre adattate alla vostra situazione specifica.

    Il cammino dell’adozione, come sappiamo, è un cammino lungo, impegnativo, che richiede convinzione e perseveranza, ma che naturalmente non manca di difficoltà.

    L’adozione è un mondo vastissimo e complesso, pieno di leggi, articoli, procedure, iter da seguire, che può certamente spaventare le persone che vogliono adottare.

    Ma, posso assicurarvi che, superata la paura iniziale, l’adozione potrà regalarvi emozioni bellissime e vi renderete conto che ne è valsa assolutamente la pena.

    Negli articoli precedenti abbiamo cercato di rispondere alle domande più frequenti: quali sono i requisiti necessari per adottare? Qual è l’iter per l’adozione nazionale? Come procedere per l’adozione internazionale?

    Abbiamo poi approfondito l’adozione in casi particolari, mostrando che anche per le persone singole, o comunque non coniugate, è possibile adottare un minore.

    Il post-adozione

    Con il rientro a casa della coppia con il bambino, inizia la fase più delicata dell’adozione che prende il nome di “post-adozione”. 

    Fase, cioè, dedicata al delicatissimo inserimento del minore nella nuova famiglia. 

    Tale inserimento del bambino necessita di un sostegno e di un supporto alla famiglia adottiva su tutte quelle che sono le dinamiche educative, comportamentali e comunicative. 

    Il sostegno alle famiglie, infatti, risulta di fondamentale importanza per accompagnare la famiglia adottiva nella crescita del bambino e fornire loro le risposte a dubbi e problematiche di varia natura. 

    In questo senso, di grande aiuto e utilità, sono sicuramente le consulenze pedagogiche, volte al sostegno della genitorialità, o la partecipazione della famiglia adottiva a percorsi individuali o di gruppo per incentivare la messa in discussione e il confronto. 

    I genitori adottivi devono essere sostenuti lungo l’intero cammino dell’adozione, prima, durante e dopo. 

    Consigli utili e buone pratiche

    Sicuramente, tempo e pazienza, prima di tutto. 

    I bambini, soprattutto all’inizio, proveranno tante emozioni, anche diverse e contrastanti tra loro, che devono essere sempre sostenute dai genitori adottivi. 

    Essi devono legittimare i vissuti del bambino, aiutandolo a rileggere la propria storia e le emozioni provate. 

    Di conseguenza, deve esserci un dialogo tra genitori adottivi e figli, in relazione all’età del bambino. 

    Un dialogo sincero sull’adozione, senza bugie, per esempio utilizzando libri, storie, racconti e narrazioni. 

    La lettura è sempre molto importante per affrontare il dialogo sui propri vissuti e sulle proprie emozioni, così come la scrittura della propria storia, per aiutare il bambino a comprendere i propri vissuti interiori. 

    Tutti questi consigli sono stati forniti nella speranza che possano esservi di aiuto per fronteggiare le difficoltà che si possono incontrare nella relazione con un figlio adottivo.

    Naturalmente, però, queste difficoltà e problematiche non sono uguali per tutti ma dipendono dalle singole e personali storie di adozioni ed esperienze.

    Tutto, infatti, dipende dalle singole storie di adozioni.

    Il consiglio ultimo che mi sento di dare ai genitori adottivi è questo: imparare a leggere ed interpretare le emozioni dei bambini, dal punto di vista del bambino stesso.

    Bibliografia

    Moro C. A, (2014), Manuale di diritto minorile, Zanichelli Bologna

  • Adottare un bambino da single: l’adozione in casi particolari

    adottare un bambino da single

    In tema di adozione abbiamo in precedenza illustrato le normative di rifermento a livello nazionale ed internazionale, collocando al centro la coppia genitoriale come requisito primario.

    Ma, è possibile adottare un bambino da single? Ebbene si, è possibile, ma soltanto ricorrendo all’adozione in casi particolari.

    Le persone singole devono infatti prestare molta attenzione a questa forma perché, qualora volessero diventare genitori adottivi, questa sarà l’unica modalità alla quale potranno ricorrere.

    L’adozione in casi particolari

    Questa tipologia di adozione può essere vista come l’eccezione alla regola, ovvero all’adozione piena o legittimante che può però attuarsi solo con la presenza di specifici requisiti.

    E’ proprio qui che si situa l’adozione in casi particolari: quando cioè non sussistono i requisiti per un’adozione piena, ma l’adozione si presenta comunque la soluzione migliore per tutelare l’interesse del minore.

    L’adozione in casi particolari rappresenta dunque una autonoma forma di adozione attuabile, in alcuni casi, per tutelare e garantire l’esclusivo interesse del minore.

    Adottare un bambino da single è quindi possibile attraverso questo tipo di adozione.

    L’adozione in casi particolari, disciplinata dall’art. 44 della Legge 184/1983, ha le seguenti caratteristiche:

    • E’ consentita anche ad una persona singola;
    • E’ consentita a chi ha superato i limiti di età richiesti;
    • Non ha effetti legittimanti: il minore non acquisisce lo status di figlio legittimo;
    • Non elimina i rapporti di sangue con la famiglia di origine;
    • Esclude i vincoli di parentela con i parenti dell’adottante;
    • Si radica sul consenso tra le parti;
    • E’ prevista solo in casi specifici, previsti dalla legge.
    • E’ revocabile.

    Lo status di questi minori adottati può essere assimilabile a quello degli adottati maggiorenni, in quanto la Legge estende alcuni effetti dell’adozione dei maggiori di età.

    I casi

    L’art. 44 della legge sul diritto del minore alla famiglia prevede quattro casi in cui è possibile procedere all’adozione particolare.

    • Il primo caso riguarda l’adozione dell’orfano di padre e di madre nell’ambito della propria cerchia familiare entro il sesto grado, oppure da persone estranee al parentado purché sussista un rapporto stabile e duraturo preesistente alla perdita dei genitori.

    Si vuole così assicurare al minore, che sia stato privato dei suoi genitori a seguito di un evento improvviso ed accidentale come la morte, il mantenimento dei suoi ordinari rapporti parentali o affettivi già instaurati.

    • Il secondo caso riguarda l’adozione del figlio del coniuge da parte di chi di fatto svolge funzioni di genitore.

    Nel caso di nuove nozze appare opportuno che il figlio entrato in un nuovo nucleo familiare ponga in essere relazioni più significative con colui o colei che quotidianamente adempie alle funzioni di padre e madre.

    Il tutto senza però tranciare i rapporti con l’altro genitore o con la cerchia parentale.

    • Il terzo caso prevede l’adozione in seguito all’impossibilità di effettuare un affidamento preadottivo.

    Ad esempio quando non ci sono coppie idonee ad adottare il minore oppure quando le coppie si rifiutano di procedere con l’adozione.

    • Il quarto caso prevede l’adozione del minore, orfano di padre e di madre, affetto da handicap.

    In tutti questi casi l’adozione è consentita a chi non è coniugato, che sia una persona singola o separata, e a chi non rientra nei limiti di età richiesti.

    Consensi e assensi necessari

    L’adozione in casi particolari esige la prestazione di consensi e assensi.

    Deve prestare il suo consenso:

    • L’adottante;
    • L’adottando che abbia compiuto quattordici anni;
    • L’adottando con meno di quattordici anni deve essere sentito in considerazione della sua capacità di discernimento, o deve essere sentito il suo legale rappresentante.

    E’ previsto invece l’assenso:

    • Dei genitori;
    • Del coniuge dell’adottando.

    Nel caso che esso non venga prestato, ma non negato, l’adozione può essere ugualmente pronunciata; nel caso in cui venga negato, il Tribunale può, ascoltate le parti, pronunciare comunque l’adozione.

    La decisione è presa dal Tribunale per minorenni del distretto dove si trova il minore con sentenza.

    Il procedimento

    Nel caso di adozione particolare il procedimento è diverso da quello che si deve affrontare per l’adozione piena e legittimante. Questi i passi da seguire:

    • Si presenta domanda alla cancelleria del Tribunale della città in cui è residente il minore;
    • Ricevuta la domanda, il Tribunale fissa un’udienza per verificare i requisiti;
    • Il Tribunale avvia le indagini tramite i servizi sociali competenti;
    • A verifiche fatte, il Tribunale si riunisce e decide emettendo sentenza;
    • La sentenza emessa può essere impugnata entro 30 giorni dalla persona che ha richiesto l’adozione, dal minore, dal tutore o dal pubblico ministero.

    Prima della pronuncia della sentenza il consenso espresso può essere revocato; è inoltre possibile, entro trenta giorni dalla comunicazione del provvedimento, la sua impugnazione, da parte dell’adottante o dell’adottando.

    La revoca

    L’adozione in casi particolari è revocabile: consente cioè la possibilità di scioglimento del rapporto adottivo, con ipotesi di gravi responsabilità nei rapporti tra adottato e adottante.

    La procedura viene attivata sulla base di una domanda dell’adottante, o su domanda dell’adottando, o su istanza del Pubblico Ministero che è legittimato a proporre la revoca.

    La revoca comporta la perdita di tutti gli effetti dell’adozione, viene pronunciata dal Tribunale per minorenni con sentenza, dopo aver svolto le opportune indagini.

    Appare chiaramente che, in tutti questi casi descritti, l’adozione è consentita alle coppie non coniugate, così come ad una persona singola o separata, ma anche a chi non rientra nei limiti di età richiesti.

    Conseguenze

    A seguito dell’adozione il minore adottato:

    • Assume lo stato di figlio adottivo dello o degli adottanti;
    • Mantiene i rapporti, diritti e doveri, con la famiglia di origine;
    • Acquista la qualità di figlio;
    • E’ assoggettato alla responsabilità genitoriale del genitore o dei genitori adottivi;
    • Assume il cognome dell’adottante e lo antepone al proprio.

    Il genitore o i genitori adottivi sono tenuti al mantenimento dell’adottato, mentre tale obbligo viene meno per i genitori di sangue.

    La possibilità di adottare un bambino da single comunque è stata ampliata dalla recente riforma sulla continuità affettiva.

    Questa legge vuole proteggere i minori presi in affido, garantendo loro il diritto alla continuità affettiva, qualora l’affidatario volesse chiederne l’adozione.

    L’affido familiare infatti è assolutamente permesso alle persone singole, così come l’adozione in casi particolari può essere chiesta anche da chi ha un preesistente rapporto stabile e duraturo con un bimbo orfano e disabile (come potrebbe essere l’affido).

    Dunque, l’adozione per single può nascere anche da un affido, che solitamente è la situazione più frequente.

    Bibliografia

    Moro C. A, (2014), Manuale di diritto minorile, Zanichelli Bologna

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