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Martina Petrucciani

  • Culla dell’aggressività. La violenza psicologica in famiglia

    violenza psicologica in famiglia

    La violenza psicologica in famiglia rappresenta una delle principali cause di disagio nel minore.

    In diversi articoli abbiamo ribadito l’importanza di crescere in una famiglia armoniosain un contesto educativo coerente e ben equilibrato.

    La famiglia è il primo luogo di riferimento del bambino, che prende ad esempio i modelli relazionali e comportamentali dei propri genitori.

    Gli schemi fissi

    E’ nella prima infanzia che si formano gli schemi di comportamento che accompagneranno il bambino nella propria vita, finanche durante l’età adulta.

    Sto parlando di schemi rigidi, caratterizzati da emozioni e reazioni fisiologiche, apprese nelle primissime esperienze di vita, a contatto con gli adulti di riferimento.

    Nel periodo 0-3 anni è bene impartire un’educazione equilibrata, poiché errori pedagogici, in questa fase, possono avere conseguenze gravi e durature nel bambino.

    Tra questi errori rientra la violenza psicologica in famiglia, fatta di azioni violente ma anche di scelte educative dannose.

    La prima educazione è una specie di imprinting in cui il bambino riceve le primissime istruzioni su come affrontare le situazioni della quotidianità.

    Una mala-educazione può rivelarsi molto difficile da cambiare e può determinare, nel tempo, condizioni anche patologiche nel minore.

    Certo, con le esperienze e con il tempo, a contatto con gli amici, il bambino potrà continuare ad apprendere e modellare il proprio atteggiamento.

    In realtà, questo è vero solo in parte. Vediamo in che senso.

    Cambiare ma fino un certo punto

    Tutte le situazioni che affrontiamo durante gli anni dell’adolescenza ci temprano e ci preparano a diventare adulti.

    Questo è vero per le nostre abilità intellettive e, in parte, anche per l’intelligenza emotiva, che sta alla base dell’empatia.

    Ma è molto più facile, per noi, migliorare le nostre performance sportive o di calcolo, piuttosto che modificare il nostro comportamento.

    L’esempio classico è quello della violenza domestica: in certi casi, nonostante ci si accorga di subire violenza psicologia in famiglia, si decide di rimanere nella relazione amorosa.

    E indovinate cosa influisce in questa decisione?

    Esatto, si tratta del prevalere dei nostri schemi comportamentali primari, formati nel primissimo periodo di sviluppo.

    Questo è l’atteggiamento di molte donne che escono da una relazione violenta e rientrano in un’altra simile: studi di vittimologia evidenziano che tali donne possono avere subito o assistito ad un’educazione violenta.

    Ancora, chi ha sviluppato uno schema insicuro ed ansioso tenderà ad affrontare tutte le situazioni decisionali con paura, che blocca l’azione.

    Siamo fatti di piccoli pezzi

    Le esperienze della prima infanzia e gli stili educativi dei nostri genitori ci hanno formato nel momento più importante del nostro sviluppo.

    I ricordi più belli e più brutti che conserviamo e sono vividi nella nostra memoria più di altri, hanno contribuito a formare il nostro schema emotivo personalissimo.

    Il modo in cui abbiamo affrontato una situazione dolorosa quando eravamo piccoli, vissuto i nostri primi successi e le nostre prime delusioni, si inserisce nel nostro DNA in modo indelebile.

    Si tratta di una sorta di imprinting educativo.

    I bambini che assistono ad un modello di relazione violento, come la violenza assistita, lo assumono come unico modello di relazione tra le persone, in cui è necessario sopraffare l’altro.

    Durante la loro vita, i bambini conosceranno stili relazionali diversi, ma tenderanno a ripetere il modello prevalente, che hanno imparato ed assimilato da piccoli, all’interno della famiglia.

    Crescere in un ambiente coerente ed equilibrato contribuisce a diminuire il rischio di comportamenti passivi o aggressivi nel bambino.

    Individuare e correggere prontamente episodi di violenza psicologica in famiglia è davvero molto importante.

    Siamo parte dei nostri genitori e delle esperienze che abbiamo affrontato: queste ci accompagnano sempre e ci condizionano, nel bene e nel male.

    Adolescenti e acting-out violento

    “Ho impartito una buona educazione a mio figlio: va bene a scuola, è un bravo ragazzo, mi considero un bravo genitore”.

    D’accordo, ma cosa succede se, improvvisamente, un adolescente con una vita apparentemente normale agli occhi del genitore, attua una condotta violenta?

    I conti non tornano. È possibile che siano intervenuti altri fattori, a parte la famiglia e le prime esperienze, a cambiare il ragazzo e portarlo a tenere determinati comportamenti?

    La risposta è sì.

    Consumare droghe leggere, diminuire il rendimento scolastico, diventare scontrosi e aggressivi, può essere frutto di un condizionamento del gruppo di pari, dettato anche da motivazioni di noia.

    “Ho fatto tutto quello che ho potuto, non gli ho fatto mancare niente”, è una delle frasi pronunciate dai genitori di alcuni ragazzi che improvvisamente hanno manifestato un acting-out violento, anche di tipo omicida.

    “E’ sempre stato un ragazzo tranquillo, in casa si comportava in modo normale per un ragazzo della sua età”.

    Ma cosa è normale?

    Spesso i genitori si chiedono che cosa è successo ad un certo punto, cosa ha cambiato il proprio figlio, cosa l’ha spaventato e condizionato.

    Indipendentemente dalle singole situazioni, nel minore esiste un qualcosa, una spinta che proviene dall’interno, dal proprio personale modo di vivere ed affrontare ciò che accade, che ha radici nell’infanzia.

    Le risorse che vengono sollecitate per gestire lo stress e le forze a cui l’adolescente attinge per risolvere una situazione fanno parte degli schemi rigidi, di cui abbiamo parlato.

    Ancora una volta c’entra la violenza psicologica in famiglia, intesa come quei fattori educativi di una genitorialità sbagliata.

    Le radici dell’aggressività

    Nell’articolo sulla violenza domestica, abbiamo trattato il tema della violenza psicologica in famiglia nelle sue forme e definizioni.

    È utile ricordare sempre che la famiglia è il primo luogo in cui un bambino si forma e che le radici dell’aggressività possono nascere in questo contesto.

    Crescere in un determinato ambiente è presupposto per sviluppare determinate inclinazioni all’aggressività, alla dominanza e alla prepotenza.

    Non è raro che da adulti ci trovi a sviluppare le stesse situazioni relazionali apprese nella propria famiglia di appartenenza.

    Se, in quanto genitori, avete il dubbio di attuare un modello educativo errato sui vostri figli, potrebbe essere necessario richiedere una consulenza ed appoggiarsi ad esperti.

    Capire se si sta andando nella direzione giusta è importante per prevenire comportamenti antisociali e violenti nei vostri figli.

    Episodi di violenza psicologica in famiglia condizioneranno per sempre il comportamento del bambino in quanto tale e del futuro adulto.

    Se siete interessati ad approfondire queste tematiche o per richiedere una consulenza, non esitate a scriverci!

  • Affrontare cyberbullismo e bullismo. Consigli educativi pratici

    cyberbullismo e bullismo

    Cyberbullismo e bullismo sono due fenomeni che vedono un gruppo di persone coinvolte in azioni di molestie verso altre.

    Ma com’è possibile riconoscere il fenomeno? Quali sono i segnali a cui prestare attenzione? Se ve lo state chiedendo, proseguite nella lettura!

    Le vittime di cyberbullismo e bullismo si possono riconoscere da indicatori, che sono alla base della presenza delle condotte di prevaricazione, ad esempio:

    • Indizi di bullismo diretto: perdita o danneggiamento di oggetti, segni fisici di aggressione;
    • Indicatori indiretti: apparire depressi, piagnucolosi, isolarsi dal gruppo di amici, peggiorare il rendimento scolastico, attaccamento ai grandi. Sono connessi ai cambiamenti di comportamento della vittima;
    • Indizi di cyberbulling: il bullo manifesta dipendenza da internet di giorno e di notte, chiude i programmi o spegne il pc se arriva un adulto. La vittima si mostra turbata, depressa, frustrata dopo aver usato il pc.

    Se vostro figlio presenta una delle caratteristiche citate, è bene informarsi su tali fenomeni, al fine di prevenirli e contrastarli.

    Il bullismo classico

    Come trattato in dettaglio, in un precedente articolo, le condotte di bullismo si verificano ad opera, solitamente, di un gruppo di individui ai danni di un singolo ragazzo.

    Le sue caratteristiche principali sono l’asimmetria di potere tra i soggetti coinvolti, l’intenzionalità delle prepotenze e la ripetizione nel tempo delle stesse, la maggior parte delle volte sono attacchi finalizzati ad umiliare i bambini isolati.

    Il desiderio di farsi accettare, fa sì che gli studenti siano spinti a conformarsi ai valori negativi, anche se non li condividono, il sostegno del gruppo aiuta il bullo a delegittimare le proprie responsabilità, diminuendo la gravità del gesto.

    Il luogo privilegiato in cui si verifica bullismo è la scuola: in classe, in giardino, nei bagni o nei tragitti casa-scuola.

    Il bullismo elettronico

    L’avvento delle nuove tecnologie, come il computer ed il telefonino personale, hanno rivoluzionato anche la modalità di tenere condotte violente sugli altri.

    Ad oggi molti adolescenti, sempre più precocemente, ne fanno un uso-abuso, che può portare ad una dipendenza da questi mezzi elettronici.

    Cellulare e computer possono rappresentare mezzi con cui molestare i pari, nelle mani di ragazzi non educati ad usarli nel modo corretto.

    Ciò che accomuna il bullismo tradizionale con questa nuova modalità di violenza non sono dunque i mezzi e le condotte prevaricatrici, ma restano invariate le caratteristiche principali, ovvero:

    • Il danno inflitto è volontario
    • È un atto ostinato e ripetuto
    • Vi è asimmetria di potere tra cyberbullo e vittima

    Cyberbullismo e bullismo si somigliano anche per le conseguenze psicologiche sulla vittima.

    Essa, infatti, si mostra triste, isolata e diffidente verso gli amici, incapace di raccontare la propria giornata, prova vergogna e paura.

    Cyberbullismo e bullismo classico a confronto

    Vediamo ora quali aspetti differenziano cyberbullismo e bullismo classico.

    Mezzi

    Come anticipato, il cyberbulling prevede l’utilizzo di due strumenti: computer e cellulare, a differenza del bullismo tradizionale, che consta in aggressioni prevalentemente fisiche.

    Condotte

    Le condotte violente del bullismo elettronico riguardano:

    • Diffondere pettegolezzi online
    • Sostituirsi ad un’altra persona, altra identità per mandare messaggi, pubblicare testi, compromettere la reputazione
    • Diffondere immagini o insulti riferiti alla vittima
    • Diffondere informazioni riservate della vittima

    Sesso

    Per motivi culturali e caratteriali, le femmine provano più senso di colpa e ansia, quando sono aggressive, mentre i maschi sono più giustificati e presentano meno empatia.

    In questo senso, il bullismo tradizionale è più un fenomeno maschile, mentre la prevaricazione tra femmine è indiretta, più psicologica, con pettegolezzi ed esclusione.

    Il cyberbullismo riguarda, invece, bulli ambosessi, con una prevalenza femminile, che attua le violenze tramite l’uso dei social network.

    Anonimato

    A differenza del bullismo tradizionale, quello elettronico si caratterizza per l’anonimato, la vittima, infatti, può non sapere chi ha inviato o diffuso l’offesa e fa molta più fatica a difendersi.

    Per questo motivo, il bullo in rete si sente più forte, nascosto dietro ad una realtà virtuale in cui molestatore e vittima non entrano mai in contatto.

    Il tempo e lo spazio

    Cyberbullismo e bullismo tradizionale sono caratterizzati da tempi diversi: il primo si protrae per tutto il giorno o la notte, nel periodo estivo o in pausa dalla scuola.

    Addirittura, un video pubblicato e diffuso online può rimanere nello spazio virtuale anche per un tempo indeterminato, a differenza del bullismo tradizionale, che avviene nel mondo reale sotto gli occhi di tutti.

    Ragazzi in difficoltà: riconoscere le cause

    In precedenza, abbiamo analizzato il carattere della vittima e del bullo, evidenziando gli aspetti psicologici e comportamentali che portano i bambini a trovarsi in queste situazioni.

    Cyberbullismo e bullismo presentano una vittima caratterizzata da poca autostima, debole ed un bullo prepotente e leader.

    Ma qualcosa li accomuna: il periodo della crescita e le difficoltà relazionali, dettate da situazioni differenti.

    Il duro periodo dell’adolescenza

    Il periodo dell’adolescenza si presenta con la necessità di fare parte di un gruppo ed essere accettati, controllando e sottomettendo gli altri, per ottenere una sensazione di potere.

    È periodo di cambiamento fisico e di sviluppo della propria identità, in cui si decide se isolarsi o aggregarsi agli altri.

    Caratteri personali come bisogno di dominio, uso del potere, prepotenza, ed accettazione della violenza da parte degli adulti favoriscono i comportamenti bullizzanti.

    La famiglia e l’educazione

    Tra gli elementi correlati all’essere bullo o vittima rientra di certo l’educazione impartita dalla famiglia, che insegna i principi e le norme condivise socialmente. Il suo compito è educare i figli nel rispetto della propria persona e degli altri.

    Se vi accorgete di rientrare in questi modelli genitoriali, è bene cominciare a cambiare qualcosa quanto prima. Possiamo riassumere così i tipi di educazione disfunzionale:

    • Troppo permissiva

    Tollerare continuamente i “no”, soprattutto dei piccoli maschietti, accondiscendere alle richieste e risolvere il pianto con il “dare”, non potrà che portare a sempre più arroganza nel bambino.

    Dare tutto subito è un errore in cui molti genitori spesso incorrono nel tentativo di emulare il genitore ideale che non fa mancare niente ai figli, perchè i mezzi economici non mancano.

    Questo comportamento non permette ai giovani di apprezzare quello che hanno, tutto si può avere. Così la noia, l’insoddisfazione per la vita, il desiderio di superare i limiti, di trasgredire le norme possono portare a comportamenti a rischio.

    • Iperprotettiva

    Uno stile iperprotettivo sviluppa un attaccamento morboso alla madre, non educando il figlio a crescere nel mondo ed attraversare le avversità e le paure con le proprie risorse e forze.

    • Coercitiva, autoritaria, violenta

    I bambini sgridati, puniti, repressi anche fisicamente, tendono a riconoscere la violenza come unico modello possibile di relazione.

    Se la debolezza e la compassione verso gli altri, in famiglia, viene considerata fonte di emarginazione, il bambino crescerà mostrando sicurezza e aggressione all’esterno e proverà, dentro di sé, un grande disagio e deficit empatico.

    • Assente, non comunicativa

    Uno stile genitoriale di trascuratezza, mancanza di calore e disinteresse, soprattutto della madre, porta il figlio ad essere ostile ed aggressivo verso gli altri o a crescere isolato e senza risorse personali.

    Anche eventi quali conflitti tra genitori, liti, divorzi e separazioni conflittuali, dipendenze, alcolismo, influiscono negativamente sul comportamento minorile.

    Cause esterne

    Tra le cause dei comportamenti di cyberbullismo e bullismo rientrano anche le scene di violenza di film e programmi televisivi. I videogiochi violenti spingono alla continua competizione, innescando un sentimento aggressivo che può sfociare in reati minori.

    Numerosi studi evidenziano le dipendenze come principale causa esterna delle condotte minorili devianti: il sesso, il gioco d’azzardo, l’alcool e le droghe.

    Il consumo di sostanze porta a condotte di aggressività, legate all’astinenza, alla dipendenza fisica ed economica dagli stupefacenti, finanche a commettere piccoli reati, ma non solo.

    Consigli pratici per genitori

    Vista la difficoltà dei ragazzi a raccontare ciò che accade è importante che i genitori siano informati sul tema bullismo, per coglierne i sintomi e agire. Nello specifico, consigliamo di:

    • Aiutare i figli ad inserirsi nei vari contesti, spronarli per favorire lo sviluppo delle abilità sociali
    • Incoraggiare i minori per favorire la loro autostima, consigliarli senza influenzarli
    • Educare alla diversità, sensibilizzare alle emozioni, per imparare a comunicare con gli altri
    • Trasmettere regole e limiti e farli rispettare
    • Spiegare che la scuola è il luogo in cui si impara ad aspettare il proprio turno, ad alzare la mano per prendere parola, a rispettare gli altri
    • Fare attenzione ai segnali ed alle variazioni comportamentali dei propri figli
    • Dialogare e confrontarsi con altri genitori e con gli insegnanti, partecipando a corsi
    • Controllare la cronologia dei siti visitati

    È importante affiancare vostro figlio in tutte le fasi della sua vita, durante le decisioni più importanti e nei momenti di difficoltà, lasciandolo sbagliare e assumersi le proprie responsabilità.

    Fare il genitore è un compito molto difficile ed una grande responsabilità, in quanto la capacità genitoriale non è innata.

    Puoi contattarci per un consiglio sulla tua situazione, vedremo insieme come affrontarla, e se leggi su smartphone, premi pure sull’icona verde, e scrivimi con WhatsApp!

  • Essere vittima di bullismo. Cosa significa e strategie di difesa

    essere vittima di bullismo

    Abbiamo parlato, in un precedente articolo, del fenomeno del bullismo, approfondendo la figura del bullo.

    La devianza minorile è oggi un problema allarmante: le statistiche affermano che, ad essere vittima di bullismo, sono già bambini tra gli 8-9 anni.

    Agire in termini preventivi, riconoscendo il fenomeno, è fondamentale per contrastare e diminuire le conseguenze negative, che possono essere davvero pericolose per la vittima.

    La vittima: tipologie

    Ad essere vittima di bullismo è colui che subisce violenze e prevaricazioni. Gli studi criminologici evidenziano diverse tipologie di soggetto a rischio:

    • La vittima passiva: con scarsa autostima, debole, ansiosa, incapace di difendersi.

    Si tratta di un soggetto insicuro e timido, scarsamente abile nel gestire i conflitti, spesso esile, con scarsa forza fisica. È una vittima tranquilla, con pochi amici, che resta spesso sola.

    Si tratta di un bambino che suscita antipatia a causa della sua incapacità di riconoscere i segnali emotivi altrui, come la rabbia.

    La vittima passiva non è aggressiva, non provoca conflitti in nessun modo, perché è avversa alla violenza.

    Il bimbo con queste caratteristiche, se aggredito, reagisce con il pianto. Questo stuzzica il bullo e lo porta ad agire, consapevole che per paura di subire ancora, la vittima non contrattaccherà.

    • La vittima provocatrice è un bimbo spesso iperattivo, che prova il bisogno di rimanere al centro dell’attenzione e di essere elogiato.

    È un soggetto irascibile, che crea tensioni e risponde ai bulli in modo inappropriato, perché incapace di gestire il conflitto.

    Questa vittima può, a sua volta, perpetrare atteggiamenti aggressivi e da bullo verso altri bambini, essendo molto irritabile.

    • La vittima collusiva è colei che accetta di assumere questo ruolo per attirare su di sé l’attenzione degli altri.

    Per raggiungere questo obiettivo è disposta a rendersi ridicola agli occhi di tutti, o a nascondere le proprie qualità intellettuali per sentirsi parte di un gruppo.

    Quali emozioni

    I bambini vittime di bullismo sono caratterizzati da una bassa autostima, si sentono spesso fuori luogo, a disagio nel gruppo e non hanno fiducia in sé e negli altri.

    Presentano difficoltà scolastiche e una forte dipendenza dalla famiglia, la cui separazione determina traumi interiori importanti.

    Le caratteristiche sopracitate devono essere trattate, in tempo, dai genitori, con l’aiuto di specialisti del settore, per aiutare i bambini a migliorarsi e rafforzare le proprie relazioni.

    Essere vittima di bullismo, se non aiutati a sviluppare risorse personali, può comportare importanti problemi relazionali durante la vita e l’età adulta.

    Quali reazioni

    Due sono le possibili reazioni del bambino vittima di violenze e bullismo:

    • Il contrattacco. La vittima reagisce attaccando il bullo, con offese e urla davanti ai compagni
    • L’indifferenza. È una tecnica molto utile: la vittima resta calma, fa finta di nulla, reagisce con il silenzio

    L’indifferenza è un’arma che, se usata con coscienza, può servire a diminuire gli attacchi dei bulli, oppure rappresenta l’incapacità di reagire della vittima, perché bloccata dalla paura.

    I risultati di una ricerca effettuata mostrano che la vittima maschio reagisce con il contrattacco mentre la femmina mostra indifferenza.

    Caratteristiche del soggetto a rischio

    I bulli individuano, all’interno della classe, un soggetto capro-espiatorio da prendere di mira, al fine di mantenere salda la propria centralità ed unire il gruppo-classe.

    Essere vittima di bullismo può essere legato ad alcune caratteristiche, che il bullo usa come giustificazione dei propri attacchi. Ad esempio:

    • Caratteristiche fisiche: portare gli occhiali, essere in sovrappeso, il colore della pelle o dei capelli.
    • Aspetti del carattere: la generosità verso gli altri, la cortesia, il pianto, la sensibilità, la riservatezza, l’incapacità sportiva o a difendersi, soprattutto se maschi.
    • Attitudini e passioni: alcuni sport o essere il primo della classe, che risulta un tradimento nei confronti degli altri, che si oppongono alla scuola.

    I pretesti per selezionare un bambino-vittima sono legati al tipo di educazione genitoriale ricevuta ed ai discorsi degli adulti.

    Capacità genitoriale è anche sapere adottare un metodo educativo improntato sulla solidarietà, sull’amore e l’accettazione dell’altro, accettando il Diverso come motivo di ricchezza culturale.

    Strategie per i genitori di bambini-vittime

    Numerosi studi hanno riscontrato che i genitori di vittime di bullismo improntano una educazione molto protettiva.

    È importante ricordare, però, che la protezione del proprio figlio si mette in pratica lasciandolo libero di esplorare e crescere, mantenendosi in secondo piano e ponendosi come riferimento, in caso di bisogno.

    Ciò che si consiglia è di ascoltare e parlare emotivamente con il proprio figlio, spronarlo a reagire con le proprie risorse, facendogli capire che essere vittima di bullismo non è colpa sua.

    Alcuni genitori iperprotettivi reagiscono con l’allontanamento dalla scuola ma, in questo caso, vi è il rischio che il bambino percepisca nel genitore paura, rabbia o ansia, invece di forza e sostegno.

    Un secondo problema legato al cambio di scuola è che, nel passaggio tra le due scuole, il bambino rimanga legato al proprio status di vittima, ritrovandosi nuovamente nella medesima situazione.

    Quando il bambino piange è necessario prestare attenzione alle motivazioni: dietro al pianto possono esservi stati d’animo che derivano da una situazione prolungata di stress ed abusi di bullismo.

    Accogliere il figlio, anche solo con un abbraccio, serve per farlo sentire al sicuro e, insieme, cominciare ad essere forti, lavorando su bisogni, autostima, anche conoscendo amici nuovi.

    È sempre sconsigliato allontanare e sgridare un bambino che piange, piuttosto è bene comprendere le sue ragioni e lavorare sul controllo delle emozioni.

    L’insegnante e la vittima in classe

    Come citato in precedenza, il bullismo è un fenomeno che si attua principalmente all’interno della classe.

    La collaborazione tra i genitori e gli insegnanti si rivela fondamentale per non essere vittima di bullismo e la prevenzione del fenomeno.

    In classe, è necessario prestare molta attenzione ai bambini soli, senza amici, con i quali l’insegnante dovrebbe instaurare un rapporto di fiducia, per comprendere ciò che provano.

    Comprendere gli stati d’animo degli alunni è, per gli insegnanti, un compito tanto importante quanto difficile.

    Gli studenti si aspettano che gli insegnanti li giudichino solo in base al rendimento scolastico e non, invece, per come si comportano, alimentando, soprattutto nei bulli, sentimenti di rancore e rabbia.

    Difatti, la bassa produttività dei bambini bulli è spesso influenzata dal loro stato d’animo.

    Il muro del silenzio della vittima-bambino che prova vergogna e non vuole che nulla sia raccontato deve essere infranto. La cooperazione scuola-genitori è un’arma vincente.

    Individuati i comportamenti di prevaricazione, i genitori della vittima, se non ascoltati, possono esporre denuncia scritta agli organi giudiziari, con l’assistenza di un avvocato.

    Conclusione

    Tra il mondo degli adulti ed il mondo minorile si presenta, oggi, un vuoto di comunicazione e di comprensione, in cui le parti non dialogano.

    I giovani sono designati come annoiati, insensibili, indifferenti e non sempre ciò è vero. La responsabilità è degli adulti, che devono dimostrare la loro maturità.

    La mancanza di ascolto e attenzione del bambino e di una figura di riferimento adulta aumenta le probabilità di essere vittima di bullismo.

    Gli adulti devono crescere insieme ai bambini, nel rispetto reciproco, affrontando la realtà con la consapevolezza di non essere soli.

    Moltissime sono le tecniche di difesa dagli attacchi verbali, tecniche di resistenza psicologica, di mediazione del conflitto, che ci rendono forti contro le crisi della vita.

    Per consigli su come affrontare, con sicurezza, offese e provocazioni puoi scriverci, ti faremo avere un manuale di istruzioni per tuo figlio!

  • Bullismo nella scuola. Come prevenirlo ed i consigli per affrontarlo

    bullismo nella scuola

    In un articolo precedente, abbiamo trattato del processo penale minorile, spiegando come si svolge e qual è la posizione del minore che ha commesso un reato.

    Abbiamo individuato il fenomeno del bullismocome risultato di un insieme di condotte, che sono penalmente sanzionate.

    Infatti, il bullismo non è riconosciuto, nel nostro ordinamento, come reato. Ad esso, però, si può rispondere a titolo di risarcimento danni e per altri diversi reati, come la violenza privata, le lesioni, minaccia, ed altri.

    Per potere fare valere i propri diritti davanti alla Legge, come vittime di bullismo, è necessario sapere riconoscere il fenomeno quando si verifica.

    Il bullismo: gli studi norvegesi

    Il fenomeno del bullismo viene riconosciuto per la prima volta in Norvegia, intorno al 1970, da un autore e studioso di nome Dan Olweus.

    Intorno a quegli anni si verificarono una serie di suicidi di bambini di età diversa, i quali avevano denunciato, in precedenza, di avere subito maltrattamenti dai compagni di classe, in modo ripetitivo e violento.

    Nelle lettere di addio, i bambini giustificavano il loro gesto con la sofferenza estrema, provocata da quei continui abusi e prepotenze.

    Olweus, in seguito ad una attività di studio e ricerca approfondita all’interno degli Istituti Scolastici, evidenziò che il bullismo nella scuola coinvolgeva circa il 16% degli studenti della scuola primaria e secondaria.

    Per una definizione

    La letteratura europea definisce il bullismo come l’insieme di abusi e condotte oppressive, perpetrate in modo fisico o psicologico, ripetute per settimane, mesi o perfino anni.

    Le sue caratteristiche sono:

    • La persistenza nel tempo dell’abuso
    • L’intenzionalità di dominare, offendere ed opprimere l’Altro
    • L’asimmetria della relazione tra il prevaricatore e la vittima

    È frequente e sano che i bambini litighino: bisticciare è importante per avere un confronto, per rafforzare la conoscenza degli altri e per crescere insieme.

    Una litigata, strapparsi i giochi di mano, darsi una spinta, urlare, non configurano atti di bullismo, se i bambini risolvono la lite facendo la pace.

    Qualsiasi sia la natura dello screzio, in un gruppo di bambini o ragazzi adolescenti, in conflitto tra loro, ciò che è importante capire è se si tratta di un episodio isolato o se ciò avviene frequentemente.

    Il bullismo nella scuola è un fenomeno molto pericoloso, attuato nei confronti di studenti ma anche degli insegnanti. Saperlo riconoscere è fondamentale per poterlo prevenire e gestire prontamente.

    Come si verifica

    Il bullismo nella scuola può essere perpetrato tramite violenza fisica o violenza psicologica. Nel primo caso, tra le condotte rientrano:

    • Picchiare, dare calci e pugni
    • Tirare i capelli, dare schiaffi, spingere
    • Appropriarsi degli oggetti degli altri o rovinarli, strappare il diario, rubare la merenda, nascondere le cose

    Il bullismo che si verifica tramite la violenza psicologica è una forma di prevaricazione subdola e spesso molto più pericolosa, perché rischia di rimanere nascosta, anche per diverso tempo.

    Tale violenza può essere diretta o indiretta.

    Tra le condotte di violenza psicologica diretta rientrano insultare, offendere, prendere in giro, minacciare, esprimere pensieri razzisti, denigrare qualcuno, anche davanti agli altri.

    Il bullismo indiretto, invece, si verifica con pettegolezzi, dicerie, calunnie, diffuse anche tramite i social network, escludere qualcuno dal gruppo, non invitarlo a giocare.

    Il bullismo nella scuola

    È la scuola il luogo in cui i ragazzi e le ragazze passano molto tempo delle loro giornate, durante le lezioni in classe, nei corridoi o nei cortili, durante l’intervallo, o sui mezzi pubblici.

    È proprio lì che si verifica la più alta percentuale di attacchi da parte dei bulli, nei confronti di studenti o, più di recente, anche degli insegnanti.

    Infatti, le ricerche mostrano che i luoghi maggiormente a rischio sono quelli ove gli studenti si riuniscono e si ritrovano in diversi momenti: vicino ai bagni, in angoli nascosti del cortile, alcune aule in disuso, negli spogliatoi o alla fermata dell’autobus.

    Chiedendosi quali sono le motivazioni che spingono i bulli a comportarsi in questo modo, potremmo individuare moltissime ragioni. Ciò che però spesso ci sentiamo dire, quando chiediamo ad uno studente “perché l’hai fatto”, potrebbe essere “per noia, era divertente”.

    Diverse sono le ragioni che spingono un minore ad attuare tali condotte vessatorie nei confronti di altri.

    I propri problemi personali, la situazione famigliare, relazionale, eventuali disturbi comportamentali, forti emozioni di rabbia non gestite, sono solo alcune.

    È bene sempre ricordare che ogni adolescente ed ognuno di noi, assume comportamenti differenti in base al contesto in cui si trova ed al proprio ruolo in quel momento.

    Le interazioni con gli altri cambiano totalmente gli atteggiamenti individuali, che dunque si presentano diversi in contesti differenti.

    Quando si verificano episodi di bullismo nella scuola, è importante intervenire con una educazione mirata alla prevenzione di questi atti.

    Ciò che è importante fare è promuovere le attività cooperative, di comunicazione e lo sviluppo delle abilità emotive.

    Chi è il bullo

    Le statistiche rivelano che più del 50% dei ragazzi tra gli 11 e i 17 anni è stata vittima di un episodio di bullismo nella scuola; il 19,8% di essi è vittima assidua e subisce più volte al mese.

    Ma vediamo bene insieme chi è il bullo e quali sono le sue principali caratteristiche.

    La letteratura individua nella figura del bullo dominante, un soggetto con queste caratteristiche:

    • Aggressivo verso adulti e coetanei
    • Poco propenso per la scuola
    • Ha una bassa tolleranza alla frustrazione
    • Reagisce con violenza
    • Si mostra superiore e ha il desiderio di dominare gli altri
    • Ha bisogno di provare emozioni forti
    • Non rispetta le regole

    Negli atti di bullismo nella scuola, il bullo dominante fatica a riconoscere le emozioni degli altri, li manipola psicologicamente per ottenere ciò che vuole, come i compiti fatti o che altri compiano azioni devianti al suo posto.

    Spesso, alla base di queste condotte, vi è un forte sentimento di rabbia represso, che viene buttato fuori tramite la violenza, poiché il ragazzo non conosce altri modi per incanalare le proprie energie.

    Il bullo utilizza diverse strategie per giustificare il proprio comportamento, la vittima viene deumanizzata ed incolpata, per ciò che ha subito.

    Le ricerche individuano anche una tipologia di bullo ansioso ed insicuro, che si aggrega ad un gruppo violento per essere riconosciuto ed accettato.

    Il bullismo nella scuola, che si verifica nei gruppi-classe, ha dinamiche particolari: generalmente questi sono formati da un bullo dominante, un sostenitore ed un gruppo gregario, che osserva.

    Come riconoscere la vittima

    Alcune ricerche svolte a campione, mostrano che, per difendersi dai bulli, il 65% delle vittime di violenza chiede aiuto ai genitori, mentre il 41% di esse agli insegnanti.

    Ma come possiamo capire se un alunno o vostro figlio sono vittime di bullismo?

    Tra le condotte a cui bisogna sempre prestare attenzione possiamo individuare le seguenti:

    • Rifiuto immotivato di recarsi a scuola
    • Sparizione frequente di materiale scolastico e personale
    • Abiti sporcati, rovinati
    • Segni di violenza fisica
    • Alterazione dell’umore all’uscita da scuola
    • Rifiuto di raccontare la propria giornata scolastica
    • Calo improvviso del rendimento scolastico
    • Disturbi del sonno, scarso appetito

    Consigli per gli insegnanti

    Ciò che la scuola può fare è fornire una formazione specifica al proprio personale: agli insegnanti, educatori e chiunque lavori all’interno della scuola.

    I corsi di sensibilizzazione sulle tematiche del bullismo si rivelano molto importanti per sapere riconoscere il fenomeno e prevenirlo.

    È necessario attuare un piano anti-bullismo ben definito e strutturato, con regole chiare da rispettare, da fornire a tutte le classi.

    E, ancora:

    • È bene non tollerare né sottovalutare episodi di bullismo ma intervenire sempre
    • Favorire momenti di riflessione in gruppo e attività pro-sociali
    • Essere aperti al dialogo, individuare soggetti a rischio
    • Preparare questionari anonimi nelle classi
    • Organizzare laboratori che valorizzino le differenze individuali, la conoscenza reciproca

    In questo senso, progettiamo percorsi di formazione, proprio su queste tematiche, rivolti alle scuole di vario grado con lo scopo di informare gli studenti, sensibilizzarli, prevenire e contrastare fenomeni devianti.

    Progettiamo anche percorsi di formazione rivolti agli insegnanti, per fornire loro gli strumenti necessari per riconoscere e contrastare i fenomeni di bullismo.

    Consigli per i genitori

    Alcuni genitori potrebbero pensare che le condotte aggressive siano una scuola di vita, che i ragazzi devono imparare a cavarsela da soli, che gli scontri fanno crescere o, ancora, che si tratti di ragazzate.

    Minimizzare queste condotte è molto grave, poiché ne permette la continuità nel tempo, peggiorandone le conseguenze. Per una buona genitorialità, la prassi è:

    • Ascoltare il figlio, parlando dei suoi sentimenti e delle sue paure
    • Educare il figlio a chiedere aiuto senza vergognarsi
    • Essere presenti nella vita del figlio e sostenerlo
    • Appoggiare le attività con altri coetanei, come fare uno sport o suonare uno strumento

    Un genitore ha spesso parte di responsabilità per le condotte attuate dal figlio. Cogliere i segnali di disagio è importante per prevenire condotte antisociali.

    Un pedagogista specializzato in devianza minorile potrà aiutarvi, in caso di dubbi sulle condotte di vostro figlio. Contattateci per un consiglio!

  • Minori contro la legge: la testimonianza nel processo penale

    testimonianza nel processo penale

    Nell’articolo precedente abbiamo parlato del minore nel processo civile, spiegando in cosa consiste la consulenza tecnica.

    In questo articolo, parlerò del minore e della sua testimonianza nel processo penale, ovvero in presenza di reati.

    Vediamo ora i principali aspetti del processo minorile, in ambito civile ed in quello penale.

    Il processo civile minorile: cosa, come, dove.

    Ricordiamo qui che il procedimento civile fa riferimento a decisioni che riguardano la potestà genitoriale (artt. 330, 333, e 336 c.c.), nello specifico nei casi di:

    • Separazione e divorzio
    • Affidamento a l’uno o l’altro genitore, o ad un tutore
    • Adozione
    • Abbandono di minore
    • Pregiudizio del benessere del bambino
    • Casi specifici di convivenza

    E’ al Tribunale per i Minorenni, territorialmente competente, che ci si rivolge per gestire tali situazioni.

    Questo Tribunale è formato da giudici e da soggetti non togati, esperti studiosi in ambito minorile.

    I soggetti che possono fare ricorso al Tribunale per i Minori, in un procedimento civile, sono:

    • Un genitore
    • Un parente
    • I servizi sociali
    • Il minore stesso, ma solo tramite il Pubblico Ministero

    In una causa civile, è necessario acquisire tutte le informazioni necessarie per prendere una decisione favorevole al benessere del bambino.

    Le fonti di informazione del P.M. e del Giudice, nello specifico, sono:

    Il Tribunale è comunque sempre obbligato a convocare e sentire i genitori del bambino.

    Inoltre, come visto in un precedente articolo, fondamentale è, in queste cause civili, l’ascolto del minore.

    Durante un processo civile, il Tribunale può adottare provvedimenti di urgenza, per garantire la sicurezza immediata del minore, prassi però molto contestata.

    Una volta emessa una Sentenza, è il Tribunale stesso, attraverso il suo Giudice Tutelare, che vigila sul rispetto della decisione presa, anche attraverso i Servizi Sociali.

    Il minore nel processo penale: cosa cambia.

    Vediamo brevemente come si svolge il processo penale per un ragazzo minorenne.

    Anche in questo caso, è il Tribunale per i Minorenni ad essere competente, poiché si occupa di  reati commessi dai minori degli anni 14 e delle misure rieducative, per soggetti con irregolarità di condotta.

    Infatti, già a 14 anni un ragazzo può rispondere di un reato commesso ma, in questo caso, avrà una pena diminuita.

    In una procedura penale, è sempre obbligatorio accertare l’età del ragazzo e, in caso di dubbio, è necessario presumere la minore età.

    Per accertare la capacità di discernimento di un adolescente e la sua responsabilità per un fatto, il Giudice deve sempre accertare la sua situazione, ovvero:

    • Le condizioni di vita
    • Le risorse personali
    • La struttura famigliare
    • Le relazioni sociali

    Per queste informazioni, il Giudice può sempre sentire soggetti che sono a conoscenza dei fatti o esperti, consulenti della famiglia.

    Nel processo penale minorile, alcuni capisaldi della procedura sono:

    • Il processo a porte chiuse, se disposto dal Giudice
    • La presenza dei Servizi Sociali, in ogni fase di processo
    • L’informativa al minore e ad un tutore di ciò che sta accadendo
    • L’audizione protetta, per le vittime di reato

    Il procedimento minorile mette all’ultimo posto la punizione, cerca, invece, laddove possibile, di trovare una soluzione di mediazione.

    Per alcune tipologie di reato, accertata la tenuità ed occasionalità del fatto, è possibile non procedere a condannare il minore.

    Al contrario, in caso di condanna, il Giudice può scegliere di applicare diverse misure, lasciando la detenzione come ultima spiaggia.

    Diverse sono le misure cautelari, indicate dal codice di procedura, che si possono applicare per un minore.

    Mi sento qui di citarne due in particolare: la comunità e la messa in prova.

    Condannato a vivere in una comunità, il minore ha l’obbligo di lavorare o di frequentare la scuola, seguendo sempre le prescrizioni ordinate dal Giudice.

    Nel caso della messa alla prova, il processo viene sospeso, per affidare il minore ai servizi sociali, i quali dispongono di un programma di attività personalizzato.

    Al termine della prova, il Giudice valuta la personalità del ragazzo ed i suoi miglioramenti, al fine di dichiarare il reato estinto.

    Il caso del bullismo: quale punizione?

    Il bullismo, di cui parleremo in modo più approfondito in seguito, non è un reato, ma può concretizzare alcuni di essi, ad esempio:

    • Estorsione
    • Minaccia
    • Stalking
    • Molestia
    • Diffamazione
    • Violenza privata
    • Percosse
    • Maltrattamenti

    In alcuni casi, per attivare un procedimento penale, è sufficiente la denuncia ad un organo di polizia, ad esempio in caso di lesioni gravi, minaccia grave e molestie.

    In altri casi, è necessario sporgere querela, ovvero la richiesta che si proceda penalmente contro l’autore di reato.

    Nel processo contro minorenni, il sistema di giustizia cerca sempre di individuare una misura educativa mirata, attivando una mediazione per riparare il danno creato.

    Come anticipato, al 14esimo anno di età, il ragazzo deve già rispondere delle proprie azioni.

    Non è escluso che i genitori di un minorenne, autore di reato, rispondano a loro volta penalmente per il reato, punibile o meno, commesso dal figlio. Anche con un risarcimento economico.

    La responsabilità genitoriale ha un ruolo centrale nella prevenzione, così come l’educazione e la sorveglianza dei figli.

    Il minore e la testimonianza nel processo penale

    Abbiamo visto che, nelle procedure civili che lo riguardano, il minore ha il diritto di esprimersi.

    Nel caso della testimonianza nel processo penale, il minore è chiamato ad esprimersi su fatti rilevanti a cui ha assistito, che ha commesso o di cui è stato vittima.

    L’articolo 498 c.p.p., al comma 4, spiega qual è la procedura da seguire in questi casi:

    • È sempre e solo il Giudice che pone le domande al minore
    • Nei casi in cui il minore è vittima, si può ricorrere, per l’ascolto, all’audizione protetta
    • E’ vietato porre domande suggestive
    • Il Giudice può avvalersi di un familiare o di un esperto in materia minorile

    Al di sotto dei 14 anni, la testimonianza nel processo penale di un minorenne non si può mai disporre.

    Ad ogni modo, è sempre necessario prestare attenzione all’attendibilità delle informazioni rilasciate dal minore.

    E’ sempre preferibile, per evitare interferenze e accelerare il processo di elaborazione dei vissuti dolorosi, ascoltare il minore in via anticipata, prima dell’avvio del processo.

    La testimonianza indiretta, ad esempio rilasciata dai genitori per bambini piccolissimi, non è ammessa dalla Legge.

    Un’ulteriore accortezza è quella di registrare i contenuti rilasciati dal bambino, assisterlo in ogni momento, chiedere il sostegno di esperti e chiedere di elaborare un documento scritto.

    L’audizione protetta dei minori vittime di reato

    La testimonianza nel processo penale minorile si effettua, nel caso di minori vittime, con una audizione protetta.

    Nello specifico, i reati per i quali si dispone questo tipo di ascolto, sono:

    • Prostituzione minorile
    • Tratta di persone
    • Violenza sessuale
    • Atti sessuali con minorenni
    • Corruzione di minore
    • Atti persecutori
    • Ignoranza dell’età della persona offesa

    Durante un’audizione protetta, i bambini vengono sentiti all’interno di una stanza con vetro a specchio ed impianto citofonico.

    Nei casi di abusi e violenze, ciò permette alla vittima di non trovarsi davanti al proprio carnefice.

    E’ sempre il Giudice in prima persona che si occupa di ascoltare il minore, spesso con domande formulate in precedenza da un esperto.

    Se non riferite al contesto in modo specifico, sono vietate le domande sulla vita privata del bambino, le inclinazioni, la sessualità.

    E’ inoltre necessario che un genitore o un tutore sia presente, durante l’audizione.

    Soprattutto se si tratta di bambini molto piccoli, sono vietate le domande che suggeriscono la risposta, ma devono essere aperte, lasciando del tempo per pensare.

    Tra le tecniche di comunicazione, soprattutto con i bambini, quelle non verbali sono importanti, come i disegni, l’uso di giochi e bambole, la scrittura libera di pensieri.

    La consulenza tecnica di parte nel procedimento di ascolto

    Nell’affiancare un minorenne nella procedura di ascolto, l’esperto consulente deve tenere conto di diversi aspetti.

    Durante la testimonianza nel processo penale e l’audizione di un minore, soprattutto se molto piccolo, si possono verificare le cosiddette “trappole della memoria“.

    E’ bene tenere a mente che ciò che influenza una dichiarazione è:

    • La percezione personale ed emotiva del soggetto, durante il fatto e dopo
    • Il lasso di tempo trascorso dal fatto
    • La durata dell’evento
    • L’influenza di altri soggetti, soprattutto nei minori
    • Lo sviluppo cognitivo di un minore, della realtà, della memoria
    • L’impostazione e la struttura della domanda

    Il consulente deve tenere conto di qualsiasi forma di violenza subita in tenera età, che può purtroppo provocare gravi conseguenze sul processo di crescita.

    I bambini sono più suggestionabili nei ricordi e nelle dichiarazioni, anche a causa delle poche esperienze e delle scarse abilità linguistiche.

    Nelle dichiarazioni dei bambini possono essere presenti fraintendimenti, esagerazioni, bugie di diversa natura, spinte da diverse motivazioni, disturbi e patologie.

    In ogni caso, quando la consulenza valuta elementi di dubbio sulla credibilità del minore, è bene richiedere una perizia ad un esperto di psichiatria infantile.

    La nostra esperienza lavorativa e di progettazione all’interno delle carceri minorili ci ha insegnato a lavorare con determinate problematiche, legate all’universo dei ragazzi.

    Alcuni comportamenti possono essere riconosciuti e prevenuti grazie all’intervento degli esperti.

    La famiglia ha il compito di preservare ed aiutare un figlio in difficoltà, così da evitare situazioni e conseguenze spiacevoli.

    Per una richiesta di sostegno e per pareri, puoi contattarci, per lavorare insieme ed individuare un percorso di crescita adatto ai tuoi figli.

  • L’ascolto del minore nelle procedure che lo riguardano: aspetti

    l'ascolto del minore

    Negli articoli precedenti abbiamo analizzato le capacità emotive ed affettive del bambino, durante il percorso di crescita, e lo sviluppo delle abilità cognitive.

    Oggi parliamo di “ascolto”, quale importante diritto del minore, nelle questioni che lo riguardano personalmente.

    Vediamo cosa ci indicano la normativa internazionale e quella italiana a riguardo, spiegando poi quali accortezze è bene applicare durante tale delicata prassi.

    La normativa sull’ascolto

    Le norme sull’ascolto del minore nelle procedure che lo riguardano comprendono diversi aspetti: dalle adozioni al divorzio, a cominciare dalle normative internazionali.

    Nello specifico, la Convenzione sui diritti del fanciullo, conosciuta quale Convenzione di New York, all’articolo 12, spiega che il bambino ha il diritto di esprimere la propria opinione, durante le procedure di affidamento ed adozione.

    Anche la Convenzione europea sull’esercizio dei diritti dei minori, o Convenzione di Strasburgo, all’articolo 6, dice che il bambino, che abbia compiuto i 12 anni, ha sempre diritto di essere ascoltato.

    Allo stesso modo, la normativa italiana si impegna a chiarire l’importanza ed il diritto del minore ad essere sentito nelle questioni di proprio interesse.

    È con la Legge n. 149 del 2001, che disciplina le linee guida sull’adozione nazionale, che si sancisce l’importanza dell’ascolto del minore nelle procedure di affidamento ed adozione.

    Per procedere, il minore deve avere compiuto i 12 anni o, in seguito al compimento del quattordicesimo anno di età, il bambino deve prestare il proprio consenso all’adozione.

    In tutti i casi in cui si ha a che fare con un minore degli anni 12, tale norma impone al Giudice di sentire il bambino, valutando, anche con l’aiuto di un esperto, la sua maturità e capacità di pensiero.

    Nel 2012, con la Legge n. 219, si elimina ogni differenza tra figli naturali e figli legittimi, allargando gli stessi diritti anche ai figli nati fuori dal matrimonio.

    Il diritto all’ascolto si estende a tutti i minori che fanno parte di una famiglia, grazie all’introduzione, nel codice civile, dell’articolo 315 bis, che riguarda i diritti e doveri dei figli.

    L’ascolto del minore nelle procedure che lo riguardano è un diritto garantito dall’articolo 336 c.c.; che spiega le modalità attraverso cui il Giudice o il PM lo effettuano ed i casi in cui non è, invece, possibile.

    Infatti, il disposto dell’articolo 336 bis dice che, qualora l’ascolto del bambino sia inutile, superfluo o addirittura contro il suo interesse, non deve essere ordinato.

    La capacità di discernimento

    Molte normative fanno riferimento all’età del bambino per disporne l’ascolto ed alla sua “capacità di discernimento”, la quale viene stabilita verso l’età dei 12 anni.

    Ma cosa significa capacità di discernimento?

    Per procedere all’ascolto del minore nelle procedure che lo riguardano è importante che il bambino abbia sviluppato le capacità cognitive, di memoria, di ragionamento autonomo, sufficienti per riuscire ad esprimersi in modo sensato e coerente.

    Nonostante si possano individuare alcuni periodi in cui determinate facoltà e capacità sono più sviluppate, ogni minore presenta un proprio percorso e ha i propri tempi di sviluppo.

    Come già trattato nell’articolo sullo sviluppo cognitivo del minore, è bene sapere che un bambino affronta diverse fasi evolutive, in cui rafforza il senso di realtà e la capacità di prendere decisioni.

    È circa verso gli 11-12 anni che il bambino raggiunge un livello di ragionamento autonomo, riconoscendo e ricordando le diverse situazioni con maggiore lucidità, capace dunque di riconoscere la realtà.

    Al di sotto di tale soglia di età, dice la norma, è possibile ascoltare il minore, ma ciò viene valutato caso per caso da un esperto in materia, o direttamente dal Giudice, qualora lo ritenga necessario.

    Quali sono “le questioni che lo riguardano”

    Il minore deve essere ascoltato in tutte le questioni e le procedure che lo riguardano. Ad esempio:

    • Affidamento nazionale e internazionale
    • Adozione nazionale e internazionale
    • Separazione dei genitori
    • Divorzio dei genitori
    • Episodi vissuti come maltrattamenti o violenza assistita

    La giurisprudenza italiana ci ricorda che l’ascolto del minore è obbligatorio per le sole questioni di vita del minore (dove e con chi vivere, scelta delle frequentazioni, della scuola, dello sport), non deve essere disposto, invece, per le questioni economiche (assegni famigliari, mantenimento).

    Nello specifico, in merito alla separazione e al divorzio possono esserci due possibilità:

    1. Se tali procedimenti sono di tipo consensuale:

    I coniugi, insieme agli avvocati, lavorano per produrre una convenzione di separazione, da trasmettere al PM, il quale può decidere di ascoltare l’opinione dei figli. In questi casi, sentire il minore non è obbligatorio, ma viene valutato nei singoli casi.

    1. Se è un caso di separazione conflittuale:

    In caso di crisi genitoriale, il Giudice è chiamato a valutare l’importanza di coinvolgere i figli nella scelta di affidamento. In questi casi, il minore, compiuti i 12 anni di età, può esprimere la propria opinione in merito.

    Il caso della separazione e del divorzio

    In una separazione, i figli hanno il diritto di mantenere un rapporto continuativo con entrambi i genitori, di riceverne le cure, istruzione, una educazione ed il sostegno di cui hanno bisogno durante la crescita.

    L’articolo 337 ter c.c. sancisce che il Giudice, in questi casi, prenda le decisioni che riguardano i figli valutando esclusivamente il loro interesse. La priorità è che restino affidati ad entrambi i genitori ma, in caso contrario, egli chiarisce le modalità per frequentare l’altro genitore, quale diritto del minore.

    Gli accordi consensuali tra i genitori vengono accolti, qualora non creino difficoltà ai bambini.

    Le decisioni più importanti che interessano i figli devono essere prese da entrambi i genitori, considerando le capacità, le aspirazioni e i desideri dei bambini.

    Per questo fine il giudice dà la possibilità ai genitori di raggiungere un accordo, anche mediando con l’aiuto di un esperto, per l’interesse e tutela dei minori.

    In casi di accordi consensuali, laddove l’ascolto del minore possa risultare superfluo, invasivo o contro il proprio interesse, esso non viene disposto.

    Al contrario, soprattutto nelle procedure in cui i genitori non raggiungono un accordo, il giudice dispone l’ascolto del minore che abbia compiuto i 12 anni di età o, se più piccolo, chiedendo l’aiuto di un esperto.

    Le modalità dell’ascolto

    È bene ricordare che l’ascolto del minore non è una testimonianza, infatti, è sempre bene porsi con le dovute cautele, lasciando il minore libero di esprimere le proprie narrazioni.

    • Spiegare al bambino i motivi per cui vi è la necessità di ascoltare la sua opinione
    • Esprimersi con un linguaggio chiaro e semplice in base all’età del minore
    • Non mettere pressioni sul bambino affinché risponda in fretta. Ha bisogno del proprio tempo per riflettere
    • In caso di dubbio sulla veridicità o menzogna è necessario porre domande ma non screditare
    • È bene fare domande aperte o farsi raccontare cose senza imboccare le risposte o suggerirle
    • Farlo sentire a proprio agio, in un luogo sicuro protetto e accogliente

    Per quanto riguarda le linee guida durante processi penali, è necessario accogliere il bambino in aule protette con sistemi di audio e video ripresa e specchio unidirezionale, eventualmente dando la possibilità a genitori e difensori di assistere.

  • Lo sviluppo affettivo del bambino nel percorso di crescita

    lo sviluppo affettivo del bambino

    In un precedente articolo abbiamo parlato dello sviluppo cognitivo di un minore, le cui abilità e capacità si rafforzano durante la crescita, in modo più o meno omogeneo e strutturato in tutti i bambini.

    Sono state individuate alcune tappe di età durante le quali l’intelligenza, la capacità di ragionamento, di organizzazione, di comprensione della realtà cominciano a svilupparsi.

    In questo articolo vedremo che anche lo sviluppo affettivo del bambino è strutturato in passaggi: dal primo attaccamento alla figura materna, il bambino comincerà poco a poco a riconoscere e provare sentimenti nei confronti di altre figure famigliari.

    È molto importante, per il piccolo, riuscire a sviluppare una buona rete di amicizie, imparare a relazionarsi e ad impostare da subito delle relazioni “sane” per il futuro.

    Per permettere ciò, è indispensabile una educazione affettiva coerente, fornendo sempre ai vostri bambini un buon esempio affettivo.

    Le emozioni permeano in tutte le nostre relazioni. Ogni rapporto con gli altri (sul posto di lavoro, a scuola, in famiglia, ecc..) presuppone una comunicazione che trasmette emozioni, sia positive che negative, con le quali abbiamo a che fare quotidianamente.

    Conoscere il linguaggio emotivo, riuscire a mostrare il nostro stato d’animo in maniera opportuna ed averne una gestione responsabile e cosciente, può aiutarci nelle interazioni con gli altri.

    Non tutti i bambini sono in grado allo stesso modo di verbalizzare o di mostrare i propri stati emotivi ed i propri sentimenti; spesso, dietro a reazioni violente, rabbiose o di chiusura, possono nascondersi motivazioni importanti.

    Neurobiologia dell’emozione

    Alla base delle relazioni affettive si trovano le emozioni.

    Ma dove nascono le emozioni? A cosa servono?

    Alcuni studiosi (McLean, 1970) sottolineano che nel nostro cervello sia presente un’area molto antica, specializzata proprio nella gestione delle emozioni.

    Questo “cervello emotivo” è la casa di tutti i nostri sentimenti; si tratta della parte più vecchia del nostro cervello, quella irrazionale ed istintiva.

    E’ il luogo dove si formano le prime emozioni, le quali si sviluppano, in seguito, nell’interazione con gli altri.

    In un neonato è possibile notare fin da subito come le emozioni giochino un ruolo fondamentale nella comunicazione con l’adulto e con la figura di riferimento, generalmente la madre, presentandosi come un istinto di sopravvivenza.

    Ecco che il pianto di un neonato è un grido alla sopravvivenza, in una situazione di disagio causata, ad esempio, dal sonno o dalla fame, mentre il sorriso è inizialmente un’azione muscolare inconscia, prima di trasformarsi in una risposta sociale.

    Lo sviluppo affettivo del bambino va di pari passo con quello cognitivo, del pensiero logico e razionale.

    Entrambe le “partizioni” del cervello, quella emozionale e quella intellettiva, sono necessarie per un percorso di crescita armonioso.

    Secondo Ekman e Friesen, alcune famiglie di emozioni sono innate e spontanee, uguali in tutti gli esseri umani e negli animali più sviluppati.

    Le emozioni primarie

    Gioia, tristezza, rabbia, paura, disgusto e sorpresa sono le emozioni presenti fin dalla nascita in un neonato, le quali si associano a diversi stimoli ricevuti.

    • La gioia è legata all’interesse o alla sorpresa, ad una situazione piacevole, provocando benessere in generale. È dapprima un sorriso spontaneo, poi un sorriso sociale.
    • Il disgusto è legato ad una situazione spiacevole, ad uno stimolo che provoca disagio.
    • La rabbia, che a volte può essere vera angoscia, è legata a stati di insoddisfazione, delusione, collegate ad esigenze che non trovano risposta nella figura di accudimento o, ancora, disagio provocato da sonno o necessità di mangiare.
    • La paura è un’emozione successiva, che si prova soprattutto a causa del distacco dalla madre, dalla principale figura di accudimento. Si intensifica con l’inclusione di altre figure estranee. È collegata a disappunto e circospezione.
    • La delusione, si verifica intorno ai 3-4 anni, ad esempio in seguito ad una promessa non mantenuta.
    • La vergogna e la timidezza non sono emozioni primarie, si verificano nel bambino quando il suo sviluppo cognitivo è maggiormente consapevole ed evoluto.

    Le tappe dello sviluppo affettivo

    • 0-1 anni

    Come già anticipato, nel bambino molto piccolo le emozioni sono legate all’istinto di sopravvivenza e a meccanismi di difesa inconsci, presenti fin dalla nascita, nella struttura del “cervello emotivo”.

    Le prime manifestazioni emozionali si verificano con lo scopo di soddisfare i propri bisogni fondamentali che non sono solo bisogni materiali o di cura, bensì anche, e soprattutto, bisogni affettivi.

    Il primo legame di affetto che si crea è quello con la mamma, biologica o adottiva che sia, la quale rappresenta la prima figura importante, una parte di sé da cui dipende la propria vita. In questa fase pianti, gridolini e lamenti sono collegati al disagio e al dolore.

    • 1-2 anni

    Crescendo, il bambino comincia a riconoscere le figure più presenti durante la propria quotidianità, la madre e il padre.

    La comunicazione delle emozioni, collegata all’affettività per le figure genitoriali o di accudimento, comincia a svilupparsi non solo nell’aspetto non verbale, con gesti, espressioni, ma anche in quello verbale.

    • 3-4 anni

    Verso i quattro anni, lo sviluppo affettivo del bambino è più articolato: altre figure come i nonni e i fratelli vengono incluse nella propria cerchia di affetto e, successivamente, grazie all’inserimento all’asilo e il contatto con gli altri vengono sviluppate le abilità relazionali.

    In questa fase, la paura dell’estraneo e per l’allontanamento della figura materna dovrebbero lasciare il posto a sentimenti positivi di gioia, importanti per lo sviluppo della propria autonomia ed indipendenza.

    Con il contatto con gli altri bambini o con diverse figure adulte, piano piano vostro figlio comincerà a dare un nome ai sentimenti che prova, a riconoscere le proprie emozioni e quelle degli altri.

    • 4- 8 anni

    In questa fase i bambini cominciano a comprendere il senso dei propri stati d’animo, iniziano a domandarsi quali sono le cause alla base di ciò che si prova e riescono ad abbinare un’espressione emotiva alle diverse situazioni in modo coerente.

    Lo sviluppo affettivo del bambino, di pari passo con quello cognitivo, necessita dell’aiuto e del sostegno dell’adulto, nella forma in cui i genitori rispondono in modo giusto e pronto alle manifestazioni emotive del piccolo, cercando di comprendere quali sono le sue esigenze e comunicando con lui.

    L’evoluzione del ricordo

    In questo paragrafo vedremo come si accompagna l’evoluzione del ricordo nel bambino, allo sviluppo della sfera emotiva e delle abilità cognitive.

    Sapere quando un ricordo comincia a strutturarsi è importante soprattutto quando abbiamo la necessità di ascoltare e sentire un minore, nella vita di tutti i giorni ma anche in caso di procedimento di separazione dei genitori.

    Diverse ricerche mostrano che tra i 3 e i 5 anni si instaurano i primi ricordi, legati però ancora solo ad un concetto o ad un’immagine, sono confusi e raccontarli richiede molta concentrazione.

    È dopo i 5 anni di età che alcuni episodi vissuti possono imprimersi nella memoria, soprattutto se collegati ad emozioni forti. Raccontarli può essere ancora un’impresa difficile, con il rischio di fare confusione se sollecitati dagli altri.

    Verso i 9 anni il bambino che acquisisce il senso morale, è in grado di comprendere i fatti e di analizzare le situazioni collegandole ai propri stati d’animo. La narrativa è più fluida e dettagliata.

    Nelle tappe di sviluppo successive il bambino sarà sempre più in grado di separare la realtà dall’invenzione.

    Il ruolo dei genitori

    È bene sapere e ricordare che il bambino apprende dai comportamenti osservati.

    Mantenere delle buone relazioni in famiglia, un ambiente sereno e disteso, rapporti positivi, può trasmettere al figlio la capacità di sviluppare, a sua volta, relazioni positive.

    Anche l’educazione alle emozioni è importante, cercando di rispondere sempre in modo coerente a tutte le manifestazioni emotive ed affettive del piccolo, fornendo così una rete di protezione e sicurezza necessaria per rendere il bambino autonomo ed indipendente.

    Saper riconoscere ed esprimere lo stato emotivo degli altri e dei vostri figli  è fondamentale per creare delle relazioni vere, sincere e forti, per garantire una situazione di benessere psicologico e fornire l’esempio per educare ad un sano sviluppo affettivo.

  • Bisogni emotivi del bambino e dell’adolescente durante la crescita

    bisogni emotivi

    Nell’articolo precedente abbiamo parlato dei bisogni fondamentali dei bambini da un punto di vista fisiologico e psicologico.

    In questo articolo voglio approfondire un altro tipo di bisogno da soddisfare durante il periodo di crescita di un bambino all’interno del nucleo famigliare. Si tratta dei bisogni emotivi ed affettivi.

    Rafforzare le risorse personali con la vicinanza emotiva

    L’infanzia e l’adolescenza sono considerate dagli esperti fasi molto delicate di sviluppo. È in questo periodo che si formano le risorse personali necessarie per fronteggiare le difficoltà della vita e difendersi dai momenti critici.

    Tante sono le risorse richieste per affrontare la crescita in modo armonioso e per sviluppare la propria forza, autostima ed indipendenza dai genitori e dalle figure di riferimento.

    Il giusto equilibrio tra autonomia e fiducia viene acquisito con il tempo da un bambino che ha la possibilità di crescere in un determinato ambiente e contesto sociale e famigliare.

    I fattori di protezione sono definiti come gli elementi che favoriscono lo sviluppo, nel minore, di queste caratteristiche positive.

    Essi vengono implementati da tutti gli adulti con cui il piccolo cresce, dalla scuola e dal gruppo di amici.

    È soprattutto attraverso la famiglia, tramite gli atteggiamenti, l’educazione e i valori che si trasmette al bambino la forza e l’esempio per poter acquisire determinate caratteristiche e risorse personali.

    Nello specifico, il fattore di protezione più importante è riuscire a soddisfare i bisogni emotivi dei bambini durante la loro crescita, proteggendoli e, allo stesso tempo, spianando loro la strada per la vita nel mondo degli adulti.

    Grazie all’amore, alle attenzioni, alla vicinanza emotiva e, soprattutto, al dialogo partecipato ed al confronto, è possibile cogliere nel minore, soprattutto se adolescente, campanelli di allarme o segnali di disagio.

    Bisogni emotivi e disagio durante la crescita

    Prestare attenzione ai comportamenti di vostro figlio può rivelarsi davvero fondamentale al fine di attuare una prevenzione di situazioni a rischio.

    Nell’adolescenza, se il minore non ha sviluppato solide risorse personali, è possibile che in situazioni difficoltose e di incertezza, il ragazzo non disponga di forze adeguate e le affronti avvicinandosi al mondo delle dipendenze.

    Se notate che voglio figlio mette in atto stranezze comportamentali, che includono:

    • La ricerca di sensazioni forti
    • La ricerca di stimoli sempre nuovi
    • Annoiarsi facilmente
    • Ottenere scarsi risultati a scuola
    • Marinare la scuola
    • Rimanere fuori casa per lunghi periodi
    • Presentare disturbi alimentari o depressioni
    • Dimostrare ansie e preoccupazioni senza motivo
    • L’essere vittima di violenze, bullismo
    • Mettere in atto atteggiamenti prevaricanti e violenti

    può essere il segnale di un disagio interiore sviluppato.

    Tra le cause di un disagio interiore nel bambino si trova spesso la trascuratezza affettiva ed il disagio emotivo, causato da una mancata o scorretta educazione alle emozioni da parte della famiglia.

    Ma cosa può aumentare la vulnerabilità di un figlio?

    Come si possono rafforzare le sue risorse personali?

    Le cure affettive durante la crescita

    Come già trattato in articoli precedenti sulla capacità genitoriale, un consiglio che mi sento di dare a tutti i genitori è di fare attenzione alle cure affettive date al piccolo, oltre alle attenzioni materiali.

    Creare una rete di protezione attorno al bambino, da un lato, lasciandogli però scoprire il mondo in autonomia, dall’altro, sono i punti di forza di una educazione che stimola le risorse personali di un figlio.

    Per fare questo è importante instaurare un rapporto di fiducia ed amicizia con vostro figlio.

    La comunicazione, sempre attenta, premurosa e presente, è fondamentale al fine di individuare eventuali problemi e stati d’animo che possano causare insicurezze e fragilità nel minore.

    Vediamo ora insieme alcune buone prassi educative da tenere:

    • Fornire una educazione non autoritaria ma autorevole, con regole chiare
    • Dare indicazioni sulle conseguenze di un’azione contraria alle regole
    • Supportare e fornire rinforzi positivi per ogni risultato o obiettivo raggiunto
    • Sostenere, aiutare in caso di difficoltà fornendo le indicazioni di come migliorarsi
    • Effettuare ragionamenti, fornire sempre spiegazioni concrete e comprensibili
    • Lasciare che il bambino effettui scelte proprie e intraprenda azioni da solo, fornendo solo una supervisione
    • Indicare e spiegare ciò che è sbagliato, fornendo alternative da poter scegliere
    • Educare in modo coerente nel nucleo famigliare
    • Indirizzare il bambino nelle attività e nei compiti, lasciandolo protagonista

    Se guardando questo modello educativo c’è qualcosa che vi sentite di migliorare nel rapporto con vostro figlio, è consigliabile rivolgersi ad un esperto che possa fornirvi le linee guida giuste per sostenere i bisogni emotivi dei vostri bambini.

    Come incentivare l’empatia

    L’affetto può essere dimostrato e raccontato ad un figlio, attraverso il proprio comportamento e le proprie parole.

    Anche il comportamento non verbale formato da gesti e espressioni del volto è importante per trasmettere ed insegnare sensazioni e stati d’animo al bambino.

    Attenzione anche alle sgridate!

    Usare un tono di voce calmo, sereno, con parole positive e calorose trasmette tranquillità e può più facilmente portare ad un cambiamento nel comportamento.

    Urlare, sgridare con tono di voce alto, usando termini forti e decisivi, non fa altro che fare aumentare la rabbia nel bambino, sarà più difficile per lui comprendere il proprio errore.

    Avvicinarsi fisicamente al piccolo, accostarsi alla sua altezza e spiegare in modo chiaro e sereno un comportamento sbagliato è la soluzione migliore per ottenere rispetto e comprensione, diventando un esempio educativo ed un punto di riferimento.

    L’empatia dei bambini si forma osservando il modo in cui le altre persone attorno a lui reagiscono alla sofferenza altrui, essi infatti imitano l’esempio che osservano.

    Una maggiore sensibilità ed emotività nella famiglia di origine può incentivare lo sviluppo dell’emotività e dell’empatia nel bambino.

    I ripetuti scambi tra genitori e figli promuovono lo sviluppo delle capacità affettive dei bambini.

    Ad esempio, se vostro figlio si sente triste è bene fargli sentire che capite ciò che sta provando.

    Se il bambino si sente in colpa per qualcosa, è vostro compito “sintonizzarvi” sulla sua frequenza emotiva, mostrandogli che capite ciò che gli sta succedendo.

    Questo processo viene definito con il nome di “sintonizzazione affettiva”.

    Tramite questo passaggio il bambino si sente compreso, può imparare l’alfabeto delle emozioni e sviluppa la propria empatia verso gli stati d’animo altrui e le loro sofferenze.

    Trascurare i bisogni emotivi di un figlio può predisporre un bambino ad atteggiamenti di freddezza emotiva, evitamento ed allontanamento.

  • Disturbi comportamentali nei figli adottivi: manuale di istruzioni per genitori

    disturbi comportamentaliOgni cambiamento comporta sempre un certo stress: un bambino in balìa degli eventi può essere coinvolto in emozioni differenti: dalla paura alla rabbia, sentendosi frustrato, insofferente, spaventato o confuso.

    Appena arrivato a casa, il bambino potrebbe mostrare sintomi di disturbi comportamentali, come avere un sonno agitato, dire sempre di no, essere sempre contrariato, fare pipì a letto, divincolarsi dagli abbracci o rifiutare il cibo.

    Alcuni bambini si abituano in fretta alle regole della nuova famiglia, ai volti nuovi, alle nuove abitudini, altri invece potrebbero avere bisogno di più tempo per adeguarsi agli orari, gli spazi, gli abiti, i linguaggi ed i cibi della nuova famiglia.

    Le difficoltà di adattamento. Cosa fare

    Le difficoltà di adattamento di un bambino appena arrivato nella nuova casa, possono presentare tali disturbi:

    1. Difficoltà e disturbi del sonno.

    Un bambino che attraversa un momento di cambiamento può vivere in uno stato continuo di allerta, che lo porta ad esperire uno stato di vigilanza, provocato dalla paura, che rende difficile l’addomentamento o il sonno ristoratore.

    La vicinanza, l’affetto e le dimostrazioni di amore sono fondamentali per rassicurare il piccolo che le sue paure non hanno motivo di esistere, trovandosi in un ambiente sicuro e protettivo.

    2.Terrori notturni e incubi.

    Un bambino che fa fatica ad addormentarsi è più incline agli incubi notturni. Il piccolo può svegliarsi in preda al pianto e avere bisogno di un adulto accanto per riaddormentarsi.

    I sogni d’angoscia insorgono nell’età prescolare, dai 2 anni, con apice tra i 3 e i 4 anni.

    Ma non fatevi prendere dal panico! I problemi collegati al sonno tendono a scomparire con il tempo, ma è possibile che riemergano, in concomitanza ad uno stress che comporta tensione.

    3.Enuresi.

    Fare pipì a letto è molto più frequente di quel che si pensi, in tutti i bambini. Ricerche hanno dimostrato che il 15% dei bambini di 5 anni presenta questo disturbo almeno una volta al mese.

    Alla base di questo disturbo vi sono diverse motivazioni psicologiche, come sentimenti di inferiorità, rabbia repressa, risentimento.

    Bambini che hanno subìto maltrattamenti e trascuratezze gravi possono soffrire di enuresi in una forma più acuta e persistente.

    Non ci si deve scoraggiare, spaventarsi o preoccuparsi se il disturbo persiste nel tempo: le rassicurazioni e un ambiente sereno e amorevole saranno fattori protettivi rispetto al problema.

    Le difficoltà comportamentali. Come riconoscerle e gestirle

    In un figlio adottivo è possibile riscontrare, già in tenera età, difficoltà comportamentali, causate da trascuratezze, indisponibilità di affetto da parte dei genitori biologici nei confronti del neonato o violenze subite.

    Non è infrequente trovare, in bambini con un passato tormentato alle spalle, elementi comportamentali di isolamento, rifiuto rabbioso, scarsa autostima, aggressività ed ostilità ma soprattutto rabbia.

    Disturbi comportamentali possono manifestarsi all’asilo nido, alla materna, ma anche in età prescolare con depressioni e pianti.

    Il contatto con le nuove figure genitoriali adottive, la frequenza scolastica, la conoscenza dei nuovi amici ed un ambiente protettivo, sono esperienze necessarie per favorire una crescita armoniosa di un bambino con un passato difficile.

    Tra le difficoltà comportamentali, si possono trovare:

    1. Disturbi dell’attenzione o da iperattività caratterizzati da:

    • Difficoltà di apprendimento;
    • Rendimento scolastico compromesso;
    • Eccessiva attività motoria;
    • Difficoltà a mantenere una posizione;
    • Incapacità a rimanere seduti;
    • Parlare troppo e fuori luogo;
    • Interrompere gli altri con grande impazienza.

    2. Disturbo oppositivo provocatorio associato a:

    • Atteggiamenti oppostivi, di ostilità;
    • Perdita di controllo sui propri impulsi;
    • Alta litigiosità con i pari;
    • Atteggiamenti di sfida verso le regole e il mondo degli adulti;
    • Rifiuto con irritabilità;
    • Intolleranza e rancore.

    3. Disturbi della condotta caratterizzati da:

    • Comportamenti ripetitivi e persistenti;
    • Violazione di norme e regole societarie;
    • Condotte aggressive nei confronti di proprietà, persone o animali;
    • Reati di frode e furto;
    • Marinare la scuola, rientrare a casa molto tardi, fughe reiterate.

    L’osservazione di tali atteggiamenti da parte dei genitori e degli insegnanti si rivela importante, allo scopo di riconoscere tali disturbi che possono terminare, grazie all’intervento ed al sostegno esperto di un pedagogista.

    Ciò che è bene fare è insegnare al bambino a svolgere le attività seguendo le istruzioni per piccoli passi, sostenendo sempre i comportamenti corretti, sottolineando i progressi, permettendo di svolgere alcuni compiti in movimento o in piedi, senza forzarlo.

    Una educazione incoerente, maltrattamenti, gravi carenze pedagogiche, eccessiva severità, punizioni autoritarie o una eccessiva indulgenza, possono predisporre l’insorgenza di questi disturbi comportamentali, i quali possono aggravarsi con il passare del tempo.

    Lavorare sui sentimenti e sulle emozioni

    Lavorare sulle emozioni è uno dei capisaldi della capacità genitoriale: non solo le cure materiali rientrano in una buona genitorialità, bensì anche e soprattutto le cure affettive e le attenzioni emotive.

    Con l’arrivo di un nuovo elemento in famiglia, che si tratti di un fratellino o una sorellina, tutti i bambini provano un sentimento di gelosia, che rappresenta uno stato d’animo fisiologico e naturale.

    Saperlo riconoscere e gestire è molto importante, e la consulenza pedagogica è importante per non incorrere nel rischio di alimentare tale sentimento con comportamenti educativi sbagliati.

    Un bambino geloso adotterà comportamenti capricciosi, disobbedienti ed aggressivi, ribellandosi a dividere affetti e giochi con il nuovo arrivato.

    Un genitore deve tenere bene a mente che è fondamentale evitare di fare paragoni tra i bambini, mostrando preferenze o disparità di trattamento, rischiando di fare accrescere la conflittualità tra i fratelli.

    Anche la rabbia e il risentimento sono sentimenti che possono presentarsi all’arrivo di un fratello in famiglia: è bene essere preparati per poter prevenire disturbi comportamentali che possono presentarsi durante la crescita.

    Se negati o ignorati, tali sentimenti possono predisporre il bambino a disagi, problemi relazionali con i propri pari e disturbi comportamentali e psicosomatici.

    Aiutare i bambini ad esprimersi attraverso i giochi, le rappresentazioni, i disegni, la scrittura, è una strategia fondamentale per liberare le emozioni, sfogarle e imparare a gestirle.

    È bene aumentare l’autostima del piccolo, sottolineandone i risultati positivi, le piccole vittorie, rassicurandolo sulle proprie qualità e facendolo sentire apprezzato.

    Tra le emozioni esperite da un bambino adottato possono rientrare tristezza, rabbia, ansia da separazione, che sono frequenti e prevedibili nelle prime fasi dell’inserimento nella nuova famiglia.

    Paure improvvise, ingiustificate, possono caratterizzare alcuni bambini, alla luce delle loro esperienze passate.

    È necessario prestare loro molta attenzione, fornire sempre sostegno e disponibilità.

    Le difficoltà che il figlio adottivo ha vissuto nel suo passato emergono attraverso i comportamenti più che attraverso le sue parole.

    Creare un clima accogliente è fondamentale per far sì che possa fidarsi di voi.

  • Figli adottivi e gli altri: i parenti, gli amici, la scuola

    figli adottivi

    Quando sono in arrivo figli adottivi, non ci è possibile sapere quali saranno le reazioni dei nostri amici e parenti, al nostro annuncio.

    Potrebbero giudicarci, allontanarci o accogliere il piccolo ed essere felici per noi.

    Purtroppo anche persone che abbiamo sempre ritenuto comprensive, possono somministrarci dubbi e perplessità, sconsigliarci di intraprendere questo percorso e preferirne altri, come la fecondazione assistita.

    La reazione dei parenti

    Gli zii, i cugini, i futuri nonni, possono accogliere i figli adottivi con serenità, permettendogli a sua volta di inserirsi e di sentirsi amati in famiglia, oppure restare scettici.

    Come in ogni famiglia, anche in quelle adottive si verifica che, se vi sono problemi relazionali preesistenti tra nonni e genitori, anche i figli finiscono per risentirne, anche se si tratta sempre di problemi antecedenti all’adozione.

    Se esiste questo stato di tensione è bene provare a mitigarlo, in modo da preparare un ambiente sereno e disteso per l’arrivo del piccolo adottato, che si troverà catapultato tra persone nuove di cui dovrà imparare a fidarsi.

    La presenza di fratellini o sorelline è un’altra importante sfida: questi devono, infatti, essere sempre rassicurati in merito al fatto che l’affetto nutrito e dimostrato nei loro confronti non cesserà con l’arrivo dei figli adottivi.

    Il timore che i genitori possano amarli di meno, il rischio di perdere le attenzioni, di essere considerati e stare al centro dell’attenzione appartiene a tutti i bambini che aspettano un fratello o una sorella.

    In questo senso la comunicazione e il dialogo si rivelano fondamentali.

    Portare con sé, nel lungo percorso dell’adozione, i propri figli naturali, equivale a renderli partecipi di quella che sarà l’attesa di un evento meraviglioso, condiviso da tutta la famiglia.

    Tra figli naturali e figli adottivi si può scatenare la gelosia: con l’arrivo di un fratello, che sia di sangue o adottivo, è naturale nutrire questo sentimento.

    Le conseguenze del sentimento di gelosia possono manifestarsi con capricci, pianti, liti, che devono essere prontamente gestite dal genitore in modo comprensivo.

    Tale stato d’animo deve essere affrontato dal genitore, che ha il compito di dialogare e comunicare in modo positivo e costruttivo con i bambini, nella loro importante fase di sviluppo, rivelando la sua capacità genitoriale.

    Sbagliato è l’atteggiamento di svalutare e paragonare i bambini tra loro: premiare uno più bravo a discapito dell’altro messo in punizione, costituirebbe una “gara” tra i due aumentando la conflittualità.

    È proprio di fronte a queste sfide che i piccoli cominciano a studiare i modelli proposti dai loro genitori, dalle loro figure di riferimento, con le quali crescono e da cui assorbono le esperienze e le fanno proprie.

    La conflittualità alimentata dai genitori con strategie educative sbagliate può segnare il rapporto tra fratelli anche in età adulta, spesso anche in modo definitivo.

    Bambini adottati e la scuola

    L’ingresso nel mondo dei pari e della scuola è una sfida altrettanto impegnativa che ancora una volta spetta ai genitori adottivi.

    Presentare il nuovo arrivato agli amici, ai parenti ed ai futuri compagni di scuola è una delle fasi più delicate e necessarie per creare attorno al piccolo una rete di accettazione ed affetto importante.

    È sempre bene non lasciare il bambino solo ad affrontare le domande e le questioni poste dai propri pari, a scuola, in merito alla propria situazione di adottato, con il rischio di farlo sentire diverso dagli altri.

    Al giorno d’oggi la famiglia non si presenta più come una organizzazione rigida ma essa è il posto in cui c’è amore ed accoglienza per tutti.

    La famiglia può essere formata da amici stretti, colleghi di lavoro a cui vogliamo bene, figli naturali, in affido, adottati, figli del partner.

    I compagni di scuola non sono sempre preparati dalle proprie famiglie di origine ad accogliere un nuovo compagno, accettando e comprendendo la sua provenienza, vista come estranea al nucleo famigliare.

    Spiegare l’adozione ad un pari non è facile, è un passaggio che necessita l’aiuto ed il sostegno degli adulti, siano la famiglia o gli insegnanti a scuola.

    La curiosità può favorire il dialogo e la scoperta ma può anche spaventare, in certi casi. Alcuni bambini potrebbero prendere di mira il nuovo arrivato e colpirlo nella sua diversità per sentirsi superiori ed affermarsi nel gruppo di pari.

    Il ruolo degli insegnanti si rivela importante nel sostenere i bambini nelle classi, facendo lavorare i bambini insieme per favorire l’integrazione dei ragazzi nuovi arrivati.

    Non è necessario ottenere il consenso di tutti i nostri amici e parenti quando prendiamo una decisione importante per noi e per il nostro futuro.

    Come in tutte le cose sarebbe bello essere appoggiati, ma se così non fosse dovremmo imparare ad accettarlo e proseguire per la nostra strada.

    Evitare di portare rancore e di arrabbiarsi è dunque consigliato, l’emotività può condurre a situazioni non chiarite che si protraggono nel tempo e non contemplano soluzioni.

    Prima dell’arrivo del bambino è sempre meglio educare, a nostra volta, le persone che ci circondano, spiegando le nostre motivazioni e fornendo alcune accortezze sulla situazione.

  • Affidamento e adozione: la continuità affettiva è legge

    affidamento e adozione

    Questo intervento ripercorre affidamento e adozione, quali importanti istituti di presa in carico di un bambino in difficoltà, sottolineandone i punti in comune e le differenze.

    L’attenzione viene poi focalizzata su quella che viene definita “continuità affettiva”, ovvero la possibilità di trasformare un affido in un atto di adozione.

    L’affidamento

    Come già illustrato in precedenza, lo scopo dell’affido di un minore è quello di assicurare al bambino di poter crescere in un ambiente armonioso e sereno, in cui potrà essere amato ed accudito.

    I bambini che per motivi gravi sono costretti ad allontanarsi dalla propria famiglia d’origine sono affidati, in un primo momento, alle cure dei Servizi sociali, i quali hanno il compito di affidarli temporaneamente a parenti o ad altra famiglia.

    Un affido comporta naturalmente la disposizione ad accogliere un bambino nella propria vita, accudirlo, coccolarlo e garantirgli educazione e cure che non ha potuto avere nella propria famiglia di provenienza.

    Vediamo ora quali sono i casi in cui una famiglia non è ritenuta idonea all’educazione del figlio, perdendo così la possibilità di prendersene cura:

    • Atti di noncuranza, trascuratezze, maltrattamenti sul bambino;
    • Un ambiente famigliare caratterizzato da violenza psicologica e fisica;
    • Instabilità economica molto grave;
    • Condizioni sanitarie al limite.

    In questi ed altri casi, gli Assistenti sociali sono i Servizi predisposti per l’aiuto al bambino, ma sarà poi compito del Giudice tutelare prendere una decisione in merito all’allontanamento del piccolo dai genitori naturali ed ad un suo eventuale affidamento.

    Come stabilito dalla legge, i soggetti che possono dare la disponibilità di attivare un affidamento devono essere:

    • Sposati con figli in età minore;
    • Persone singole o coniugi senza figli;
    • Una comunità di tipo famigliare.

    L’affidamento, detto anche consensuale, prevede una serie di consensi tra cui anche quello dei genitori naturali del bambino.

    Ma, in caso di consenso negato da parte di questi, il Tribunale può decidere di procedere con l’affido se esso è nell’interesse, sempre prevalente, del minore.

    Poiché si tratta di un provvedimento temporaneo, viene stabilito dalla Legge che l’affidamento non può durare più di due mesi.

    Se tale periodo si prolunga, il decreto comunque cessa al compimento del diciottesimo anno di età del bambino.

    In certi casi, l’affido può prolungarsi oltre i termini stabiliti, quando sono in corso progettualità particolari che è necessario portare a termine, sempre in accordo con i Servizi sociali.

    L’istituto dell’affidamento familiare, essendo temporaneo, è un sostegno educativo ed affettivo per il bambino, che non interrompe i rapporti con la famiglia di origine, dalla quale potrà tornare una volta risanati i problemi che li hanno fatti allontanare.

    L’adozione

    Affidamento e adozione sono provvedimenti simili ma diversamente disciplinati, differenti sono infatti i requisiti per poterli richiedere e le conseguenze giuridiche per il bambino e la famiglia.

    L’atto di adottare un bambino non ha solo lo scopo di accogliere un bambino in difficoltà e bisognoso di cure, bensì configura una responsabilità maggiore: si diventa la nuova famiglia del piccolo in modo stabile e duraturo.

    Come già trattato in un precedente intervento, di seguito i requisiti dei futuri genitori adottivi:

    • Essere coniugati da almeno 3 anni o non sposati ma conviventi da almeno 3 anni;
    • Non essere separati;
    • Avere un’età che supera di almeno 18 anni e ma non i 45 anni l’età del bambino adottato;
    • Avere una buona situazione economica e lavorativa;
    • Essere di sana costituzione psico-fisica.

    L’adozione è un provvedimento definitivo che si attiva quando il minore viene dichiarato in stato di abbandono, come previsto dalle normative sull’adozione nazionale.

    La situazione famigliare del bambino è dunque diversa: non si tratta più di un problema temporaneo ma di un evento definitivo con il quale il minore cessa di avere rapporti con la famiglia d’origine.

    Un riassunto delle differenze principali

    Affidamento e adozione sono caratterizzati da alcune differenze, che possono essere riassunte per punti, sulla base di quello descritto in precedenza, nel modo che segue:

    • La durata: L’affido è un atto temporaneo causato da un momento di difficoltà transitorio nella famiglia di origine, l’adozione è un provvedimento definitivo;
    • Lo stato giuridico del minore: con l’adozione, atto permanente, il minore diventa a tutti gli effetti un figlio naturale e legittimo della coppia adottante, assumendone il cognome, cosa che non avviene con l’affidamento;
    • I rapporti con la famiglia d’origine: con l’affidamento il minore resta in contatto con i propri genitori e, al ripristino delle condizioni ottimali, egli potrà rientrare nella propria famiglia. Con l’adozione, invece, non vi è più alcun legame tra essi;
    • L’età dei genitori adottivi: con l’affidamento non vi sono limiti rispetto alla differenza di età tra minore e affidatari, come è invece disciplinato tra i requisiti per l’adozione.

    La continuità affettiva

    La Legge stabilisce che il periodo massimo di un affidamento sia di due mesi ma, come dimostrato e testimoniato dai casi concreti, la realtà è che tali tempistiche sono sempre più lunghe.

    Una nuova normativa ha dunque modificato la Legge n. 149 del 2001 e ha stabilito la possibilità di proseguire l’affidamento oltre i termini previsti, con l’eventualità di trasformare l’istituto in adozione.

    Si tratta della Legge n. 173 del 2015, definita “Legge sulla continuità affettiva”, che introduce una corsia preferenziale per le adozioni da parte delle famiglie affidatarie di minori in stato di abbandono.

    Questo perché, come delineato dalla normativa, il Tribunale dei Minorenni ha il dovere di “tenere conto dei legami affettivi significativi e del rapporto stabile e duraturo consolidatosi tra il minore e la famiglia affidataria”.

    In questa fase fondamentale è l’ascolto del minore, disposto sempre dal Tribunale nell’ottica di rispettare le sue volontà e per il suo esclusivo e prioritario interesse.

    Le famiglie affidatarie che potranno adottare il minore preso in carico dovranno però rientrare nei requisiti richiesti dalla Legge, così come specificati ed elencati in precedenza.

    È molto importante, terminato il periodo di affidamento, valutare la possibilità della permanenza del bambino in famiglia, poiché può essersi creato un  legame , il quale costituisce un riferimento educativo ed affettivo.

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